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C’era una volta Hollywood

Forse vi avvolgerà un lungo brivido decadente (Huysmans? D’Annunzio?), che vi farà recuperare il fragile parapetto dei sogni della gioventù.

Ma c’è di che rassicurarsi, perché quell’impeto non è diverso dall’entusiasmo dei nuovi followers della comunicazione di massa, che adorano youtubers e cyber divi.

Anzi, il recupero di una piacevole sensazione di frivolezza, potrebbe combattere quel cinismo che sopraggiunge con l’età, perché non c’è adolescente che non abbia desiderato incontrare l’attore o l’attrice dei suoi sogni (anche se lo stesso adolescente, con gli anni, fosse divenuto reticente e laconico).

E per quanto fredda, spigolosa, apatica fossi stata in quegli anni di gioventù, anche io avevo letteralmente adorato alcuni personaggi del grande schermo.

Come asseriva Montesquieu (cito a memoria, perciò potrei essere imprecisa): “Bisogna dare da vedere all’anima cose da essa ancora non viste, è necessario offrirle una sensazione diversa da quella che ha appena provato”.

E il cinema si propone di ricreare questa magia: un paese delle meraviglie, allestito ad hoc attorno a personalità eclettiche, geni della ripresa o abili comunicatori, ma sopratutto ad artisti sublimi, che sono entrati di diritto nei nostri sogni.

Ma mi chiedo se, al giorno d’oggi, in cui il surreale è divenuto pane quotidiano, il fascino esercitato dal cinema sia ancora lo stesso.

Se così fosse, esiste una città nel mondo che non ci tradirebbe (e dove potremmo davvero sbizzarrirci): è Hollywood, uno dei pochi luoghi della terra dove la potenza evocatrice del ricordo ha fatto sognare intere generazioni.

Poco importa se le dive sono in realtà personaggi evanescenti e fragilissimi: i ristoranti e i bar prestigiosi possono accoglierle a qualunque ora, anche quando si spostano da una suite a una macchina di rappresentanza o mentre sfrecciano su Sunset Boulevard.

Ed è proprio da quest’arteria, legata alla memoria di tanti cinefili, che voglio iniziare il nostro viaggio attraverso la mecca del cinema Statunitense, un luogo così lucente, da non divenire opaco neanche osservato in un dagherrotipo color seppia.

Naturalmente, il modo migliore per attraversare Hollywood, è ancora oggi una decappottabile vintage, a bordo della quale mi persi, nei miei anni migliori, per stradine, colli e viali.

Potrebbe trattarsi di una Cadillac o di una Ford Thunderbird (quella di Thelma e Louise?), poco importa, ma ci condurrà a varcare le soglie della città promessa, per riscoprire un po’ di quel passato: luoghi ritenuti d’eccezione, molto prima che venissero costituite le prime compagnie cinematografiche.

Nell’eclettismo consapevole della mia gioventù, in cui accostavo originale e copia, preziosità e paccottiglia, mi accorgevo appena che Hollywood fosse la capitale di quello che veniva definito kitsch. E se nei suoi detrattori intuivo un po’ di albagia disperata, mi persuadevo che occorreva ripensare quell’orizzonte, al di là dei luoghi comuni:

Fa parte della storia del nostro tempo, ha valenze negative e positive”, mi dicevo :”In fin dei conti, la città del cinema dev’essere capace di stupire e di sedurre”.

E Hollywood aveva creato un mondo di stili e tendenze, di miraggi e di danari (spesi a palate), per realizzare fantastici studios e ville da fiaba.

Infatti, nel 1923, quando era stata apposta quella famosa insegna sulle colline dei divi (che oggi reca scritto solo il nome della città), indicava enfaticamente “Hollywoodland”.

Un alone che non è svaporato se, proprio in questo momento, la grande mentitrice, Babilonia dei santi e degli eretici, ci sta spalancando i cancelli…

Siamo nel 1910 e i produttori cinematografici che la scelsero per girare i primi film, dovettero combattere la reticenza degli abitanti, che possiamo figurarci come una popolazione di salda fede religiosa, che aveva bandito i saloon e pure i teatri.

Potete immaginare quanta perplessità nutrissero gli abitanti di quella cittadina, conosciuta come Iowa del sud a causa dei suoi costumi morigerati e tradizionalisti, nei confronti dei primi pionieri del cinematografo?

Del resto, si tramanda che i cineasti avessero escogitato ogni stratagemma per rendere d’effetto le pellicole che giravano. Una volta, un anziano produttore mi aveva stupita, raccontandomi un fatto incredibile di quegli anni.

Consisteva nell’allestimento di certe riprese, da parte di registi senza scrupoli, come fossero “agguati”, dove si provvedeva a cospargere la strada di grasso e, al sopraggiungere di ciclisti di passaggio, si riprendeva la scena, solo con il fine di poter rendere veritiera la performance; altre volte, mi disse, venivano sguinzagliati cani feroci per filmare scene di terrore dal vivo…

È dunque facile giustificare la protesta della popolazione, che si sentiva invasa da una compagine squinternata di saltimbanchi, a cui persino le locande avevano proibito l’accesso, esponendo il cartello: “Vietato l’ingresso a cani e attori”.

Eppure queste furono veramente le gesta delle prime case di produzione, che poi parteciparono ai grandi eventi mondani, affollando un villaggio del selvaggio West e facendolo diventare un centro industriale vero e proprio.

Una città del cinema da cui il pubblico fu dapprima esiliato, e poi riammesso, alimentando la curiosità attraverso una cortina fumosa, tra sfarzo e grandiose celebrazioni, immortalate dai fotografi e descritte dai giornali. Tutto questo indusse chi poteva permetterselo a frequentare gli stessi locali alla moda, o altrimenti, a spiare i divi all’uscita dei night clubs del Viale del Tramonto o nei pressi delle loro ville di Beverly Hills o Malibù.

Mi chiedo cosa rimanga di quel tempo.

Forse lo specchio d’acqua (Hollywood Lake), entro cui si riflette la monumentale scritta, simbolo della terra della settima arte?

Molti di quei luoghi, appartenenti cinema del passato, sono di pertinenza degli studi televisivi, ma altri, cari alla memoria, hanno resistito. È il caso del Museo del Cinema di Hollywood, che fu realizzato nello stesso granaio di legno costruito, prima degli anni 20, da Cecil B DeMille per un suo film.

Proseguendo a bordo della nostra Cady, potremmo essere tentati di risalire Hollywood Boulevard, vero tempio della moda, tanto rinomato di giorno, quanto pericoloso di notte, per poi volgere verso il Grauman’s Chinese Theatre e ammirare la più rara collezione di autografi del mondo, dove pure piedi e mani delle star sono impresse nel selciato del cortile, a guisa di piccoli monumenti (la cosidetta“Walk of fame”).

Ma non è la sola costruzione che risalga agli anni venti, la più antica è il Pantages, dove un tempo si teneva la premiazione degli Oscar.

Proseguendo sotto l’Hollywood Boulevard, incontriamo il Max Factor Beauty Museum Center, dove truccatori di fama resero più belle attrici come Carole Lombard e Joan Crowford.

Ma la strada in assoluto più famosa, è il ben conosciuto Sunset Boulevard, che diede il nome al famoso film di Billy Wilder del 1950 e che si snoda per ben venti chilometri, unendo vari quartieri della città.

Poco lontano svetta la sagoma del Chateau Charmont, l’albergo dove pernottava sempre Greta Garbo e, molti anni dopo, Roman Polanski (quest’ultimo per intere settimane), e dove morì, negli anni 80, l’indimenticato John Belushi.

Poco lontano c’era l’hotel Saint James, dove abitarono, alla moda dei vip, Clark Gable e Jean Harlow, e dove John Wayne si ostinò ad ospitare una mucca sul terrazzo, per avere latte fresco ogni mattina.

Fu lo stesso albergo che aprì le porte ad un pericoloso gangster, Bugsy Siegel, che il direttore dell’albergo ebbe il coraggio di sbattere fuori senza tanti complimenti e senza timore di rappresaglie, visto che il paradiso delle stelle era inviolabile.

A quel tempo seppi che quell’hotel era tra i preferiti di Michael Caine, ma sopratutto di Liza Minnelli. Per questo motivo volli visitarlo, nella speranza che, per un capriccio del fato degno di Tolstoj, potessi incontrarla. Magari raccontarle quanto avesse contato, durante la mia adolescenza, vederla danzare, perché ogni tensione spariva, mimando i suoi passi.

D’altronde, Liza, cantante e ballerina di eccezionale bravura, l’artista per eccellenza, la superdiva, aveva stupito tutti, quando aveva accettato il ruolo di madrina, in occasione dei 50 anni della nostrana città del cinema.

E allora ripenso a vecchie foto, ricordi di famiglia e tra quelle ce n’è una, scattata a New York durante un evento mondano, in cui un regista e produttore italiano si china a baciarle la mano e lei appare distante e splendida.

Ecco con quali pensieri ero giunta al Saint James Hotel…. e pensare che proprio lì, cinquant’anni prima, c’era stato solo un vasto campo di fagioli…

Al Beverly Hills Hotel, invece, sul Sunset Boulevard soggiornavano sempre Spencer Tracy, quando non rincasava alla sua fattoria, e Will Rogers, entrambe amanti del polo, che si dissetavano in un bar che portava il nome di questo sport da ricchi. Ed era lì, attorno ad una magica piscina, costellata di ombrelloni bianchi, che si davano convegno una moltitudine di attori, aspiranti, produttori, registi, fino alla fine degli anni ottanta…

Mi chiedo ancora come quella cittadina avesse potuto trasformarsi così tanto, in pochi decenni, da quello che era stata nella prima decade del 900.

Allora era un posto alla buona, dove le famiglie servivano a tavola patate e carne, custodendo attitudini austere. Non stupisce che l’invasione dei cineasti fosse apparsa simile ad una calata di vandali e, se ne sorrido, lo faccio pensando che potrei scriverne una sceneggiatura.

Ma i ricordi, si sa, si alternano veloci e di quel viaggio in Cadillac emerge il piacere intimo e un po’ speciale di condividere tutto con la mia migliore amica di allora, che mi aiutò ad organizzare il viaggio.

Avremmo voluto pranzare in alcuni locali dei vip, se non fosse stato necessario prenotare con settimane di anticipo (anche per quelli che conservavano un vago aspetto familiare, come Spago presso La Brea Boulevard).

Di certo non ci perdemmo Rodeo Drive: è impossibile evocare il ricordo, senza sentir risuonare nella mente le prime note della colonna musicale di un vecchio film. E intanto incedere, con qualche pacchettino sottobraccio e i capelli al vento, alla moda di Pretty Woman.

Ma dopo tanti anni il traffico sarà aumentato: chissà se sarà possibile ora districarsi nei grovigli di macchine?

Se non vi riuscisse di farlo e non vi capitasse d’incontrare neanche una star, come accadde a noi, siate contenti di esservi rimpinzati degli stessi piatti dai nomi curiosi e aver calpestato lo stesso selciato.

Ma se avrete seguito il mio consiglio, noleggiando una vecchia Cady, inserite una cassetta nel mangianastri e immaginate di poter imboccare la Route 66 (oggi Interstate Highway), alla volta degli Stati del sud: vi inebrierà una sensazione di libertà.

Un tempo si poteva anche decidere di non tornare più a casa…

(Dedicato all’artista poliedrico Valerio Ventura, conterraneo, ispiratore, che ha realizzato il suo sogno a Hollywood ).

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