Letterature Festival #10. Il richiamo alla scrittura è un sentiero tramato di fausti incidenti

Con questa ossimorica definizione, Hanif Kureishi saluta il pubblico che –a dispetto delle temperature incandescenti- affolla la Biblioteca Renato Nicolini a Corviale, XV Municipio, una delle sedi degli Incontri nelle Biblioteche di Roma, all’interno della XVI edizione del Festival delle Letterature, dedicato quest’anno al binomio scrittori/lettori.

L’incontro si sostanzia in un dialogo multidirezionale: dapprima con Marino Sinibaldi ed Elena Stancanelli che, hanno rispettivamente presentato l’ultimo libro di Kureishi, Uno zero (edito da Bompiani) e conversato con lui (con la meravigliosa traduzione simultanea di Marina Astrologo); poi, con il pubblico.

Perché Corviale? Perché, come dice in apertura Paolo Fallai, presidente di Biblioteche di Roma–e come Kureishi conferma-, la biblioteca del “Serpentone” è una delle poche promesse mantenute di un esperimento urbanistico fallito. Esiste da quindici anni, ed è un vero cuore pulsante, fatto di persone che credono che l’arte, nelle sue declinazioni più varie, salvi la vita. In sala, attenti e partecipi, non ci sono solo ragazze e ragazzi: ci sono gli anziani, il circolo dei lettori, i poeti di Corviale, una nutrita rappresentanza del servizio civile; la lettura di un breve passo del romanzo (“Dicono che l’amore ci cambia, o ci innamoriamo per cambiare dopo una delusione […]”) è preceduta da “Let it be” per voce e chitarra; un writer di strada è pronto a lasciarsi ispirare dall’atmosfera fatta di parole e vite per realizzare opere che donerà infine agli ospiti. Questo luogo trasforma un “non-luogo” (secondo la definizione di Marc Augé) come Corviale in una casa per l’anima, in cui venire a rinfrancarsi e ad attingere aria e ispirazione per fare sì che la vita non si riduca sempre più a una somma caotica di gesti vuoti di senso.

Ed è un po’ questo il senso della conversazione che si svolge tra lo scrittore e i lettori: come sostiene Sinibaldi, i libri –ognuno ha il proprio catalogo personale- permettono, se ci mettiamo sul loro sentiero, di ristrutturare la nostra esperienza del/nel mondo. In particolare Uno zero, ultimo romanzo di un artista che di sentieri ne percorre tanti (regista, scrittore di teatro, scrittore di saggi e romanzi ovviamente, di cui il più noto è Il budda delle periferie, 1990), è uno di quei libri che permette di “vivere” quei grandi temi universali (il declino, la vecchiaia, la sessualità maschile, la creatività) immergendoli nell’esperienza contemporanea. Ché questo fa uno scrittore: inventa (nel senso latino di invenire, cioè scoprire) storie che diventano per il lettore lenti che gli permettono di scoprire il mondo che ha dentro.

Waldo, il protagonista, è un artista che ha fatto della vista il suo senso privilegiato e sa che “morirà con gli occhi aperti”, tanta è la capacità di mantenere intatta la sua curiosità: è con questa che ci fa vedere noi stessi attraverso le sue vicende, è così che, letto il libro, non restiamo immutati. Vedere il personaggio, sentire che i suoi moti interiori ci svelano a noi stessi, è quel magico momento che chiamiamo immedesimazione.

Qualità precipua di Hanif Kureishi è la capacità di trattare temi anche difficili e tragici con una mescolanza di sarcasmo, cinismo ed empatia: questo sapore particolare gli deriva dalla sua esperienza di ragazzino originario dei suburbs londinesi, figlio di padre pakistano e madre inglese e costretto ad affrontare da subito la durezza delle periferie in cui le “razze miste” erano trattate con un razzismo esplicito. Ciò che lo salva dalla deriva e dalla delinquenza sono i libri: la periferia aveva molte biblioteche (ecco perché venire a parlare qui a Corviale è stata una scelta: è un debito di gratitudine), e lui, ogni giorno, sulla strada da scuola a casa, si andava a riempire di libri: russi, francesi, inglesi, americani. Questo ragazzino scopre che quei racconti parlavano per lui, davano voce alla sua esperienza e, soprattutto, sapevano dire quello che lui stava pensando: “mi conoscono!”

Kureishi –rispondendo al quesito postogli da Elena Stancanelli- racconta come questa mole di letture sia stata la materia prima da cui, in un attimo epifanico, gli si è rivelata la sua vocazione di scrittore. È vero, i libri sono necessari perché hanno forgiato il mio rapporto con gli altri: ma al posto mio, dove dovrei essere io, c’è un buco. La scrittura –impregnata di vita quotidiana e sguardo acceso- è  l’unico modo per far sì che quel buco diventi “il mio posto nel mondo”, e mi faccia capire chi sono.

Ma poi, perché si legge e si scrive? È semplice, ci dice lo scrittore: è necessario, perché la letteratura è un ponte tra me che scrivo –un me privato, individuale- e un altro, per cui le mie parole significano qualcosa. La letteratura è l’unico modo per continuare a parlare –a parlarsi- liberamente, spezzando le catene invisibili ma profonde in cui i complessi sistemi di potere della quotidianità ci tengono isolati rispetto a noi stessi e al mondo. Scrivere è come sognare: dare forma a qualcosa che non so come sia, né da dove sia venuto, ma so che è importante, che mi chiama e io devo seguirlo. Ecco, questo spazio libero delle parole va preservato, amato, coltivato.

Questa è l’ispirazione, per Hanif Kureishi: ascoltare le ispirazioni dentro di sé, assecondare una visione senza pretendere di darle una forma che sia socialmente riconoscibile (sei un regista? Uno scrittore? Ma che scrittore sei? Eccetera), accettare che scrivere sia un lavoro (si deve pur campare la vita: l’arte è nella vita, non fuori) e non pretendere di determinare in anticipo quale sarà la direzione verso cui quel sogno porterà.

In questa afosa mattinata noi parlavamo la stessa lingua, e conoscevamo quella libertà, capace di fare di uno scrittore accidentale il protagonista di una vita che è una magnifica serie di fausti incidenti.

Giulietta Stirati

Giulietta Stirati

Giulietta Stirati, docente di materie letterarie e latino in un Liceo romano. Appassionata da sempre alla lettura, ha fatto di questa attività, declinata nelle sue funzioni più ampie e profonde, il senso del proprio mestiere. Insegnare è insegnare a leggere il mondo, sé stessi, gli altri. Attraverso la trasmissione del sapere si educa a leggere, a scegliere che vita si vuole.

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