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Rita Tek, absolutely Anti War

L’unicità è una qualità ambivalente che può davvero tradursi, paradossalmente, in uno svantaggio in un mercato, quello musicale, fortemente inclinato a favore dell’omologazione del gusto e tendente a condizionare i prodotti già dalla loro elaborazione. Resiste però a tutto questo uno zoccolo duro di estimatori delle proposte musicali meno prevedibili: è questo il caso di Rita Tek. Autrice e cantante dal sound esotico (termine insidioso culturalmente con le sue implicazioni colonialiste, in verità), si pone come testa di ponte tra le istanze umanitarie più la cultura “alte” del Medio Oriente, col suo carico ora non più tanto misconosciuto di tragedie, e dall’altra parte le radici “maledettiste” di certa nobile artisticità occidentale.

Per essere più espliciti, per un verso Rita Tek è mossa da suoi fantasmi personali ma di portata etnica (la spinta, il soffio ectoplasmatico delle vittime del genocidio degli armeni, e la pietas che ne deriva) e dall’altro l’aspirazione, evidentemente sentita in profondità, a ricollegarsi all’eredità ideale dei poeti decadenti francesi di fine Ottocento: Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmè. Il risultato sono brani infestati, di rara e intensa evocatività in cui la voce dell’artista crea bolle di mistero esoterico basato sulla modulazione di spiriti inquieti. In questo caso, però – ormai è chiaro – non si è di fronte all’ennesimo epigono, ormai fuori tempo massimo, che cerca di cucirsi addosso uno status da artista sofferente senza averne le stigmate: no, Rita Tekeyan (questo il suo cognome per esteso)  non si presenta bistrata, vestita di nero e con lunghi capelli corvini in mera ottemperanza ai dettami di una moda che si trascina come il residuo d’un’altra epoca, ma è segnata da questo look perché lei è un impasto di destino familiare, lascito spirituale di un popolo e aspirazione cosmopolita. Infatti, a parte il decadentismo, lei rappresenta anche, con la sua adesione (eccentrica) a certo rock inquieto, una naturale attualizzazione della vague socio-musicale del dark e della new wave che già tra ‘70’s e ‘80’s raccolsero certe eredità poetiche.

Rita Tekeyan è dunque una giovane musicista italo-libanese di origine armena che ha esordito nel 2015 con l’EP Manifesto Anti-War. Lei nella sua famiglia di Beirut è sempre stata a contatto con stimoli artistici, grazie al padre e allo zio. Ha studiato pianoforte e canto lirico oltre a seguire corsi di teatro e danza e a frequentare la Facoltà di Architettura, ma già negli anni dell’università aveva scelto la musica come mezzo espressivo principale esibendosi con una band in music clubs e festival oltre a fare esperienza come voce soprano, anche lei nel coro armeno come il papà.

La sua musica cupa, gotica, nera, è un nobile manifesto contro ogni tipo di guerra, dettato dalle sue esperienze vissute in Libano e da quelle raccontate dal nonno Avedis Tekeyan, autore del libro La Tragedia degli Armeni di Behesni 1914-1918 pubblicato a Beirut nel 1956. I nonni di Rita erano infatti orfani sopravvissuti al grande genocidio armeno, il massacro di un milione e mezzo di individui per mano dei turchi, il “Medz Yeghern”, il “Grande Male”, che viene ricordato nella specifica giornata della memoria il 24 Aprile di ogni anno. Si tratta però di un genocidio non riconosciuto da tutti, dalla Turchia in particolare, un evento orribile che tanti libri di storia non menzionano, ma che, attraverso i racconti crudi e violenti dei nonni e di altri anziani di sua conoscenza, ha influenzato Rita fin da piccola. E poi, la cantante è passata personalmente attraverso gli anni della guerra civile in Beirut, quando i bombardamenti per lei, come per un popolo intero, erano diventati una spaventosa normalità, non sapeva cosa fosse la pace. In Italia, nel 2005, le arrivarono dalla sua città notizie ferali di attentati; ci dice lei stessa:

 “uccidevano anche persone innocenti e che distruggevano posti che avevo frequentato”.

Avendo la sua famiglia ancora lì, queste notizie scatenavano in lei tanta rabbia impotente e paura… Ebbene, progettare in situazioni di conflitto è molto duro ma attiva risorse creative inaspettate; ad esempio  lungo i confini tra due stati che si odiano si può capire che a volte un muro può diventare uno spazio da sfruttare artisticamente, anche per salvare qualcosa, amplificare gli spiriti, anche dei luoghi, che sono in sofferenza;

“ogni traccia racconta una storia. E anche nella decadenza si può trovare la bellezza”.

La produzione musicale di Rita Tek prese così l’avvio dalle emozioni, rabbia per la guerra e nostalgia per la sua terra, che hanno preso forma attraverso la stesura di testi che fondevano i suoi ricordi e parti dei resoconti che aveva ascoltato da piccola, creando attraverso diverse modifiche successive i brani del suo album, appunto: Manifesto Anti-War.

La Tek, con la sua vocalità notevole ed emotivamente sofferta, porta a ricordare artiste come Nico (già voce femminile dei Velvet Underground e poi solista), ma lei stessa, come se volesse iscriversi in un universo concettuale e di attitudini espressivamente intense piuttosto che ad una tecnica specifica, ha citato molti nomi maschili: la compianta icona di David Bowie, The Doors, i Pink Floyd, i Cure, i Bauhaus, Nick Cave, i Faith No More e, tra le donne, la formidabile Janis Joplin, anche lei una delle effigi di una generazione e di un’epoca. Ma Rita Tek ha infine aggiunto:

 “Mi hanno influenzato molto anche gli studi fatti da Demetrio Stratos sull’uso della voce come uno strumento”.

Anche lei, infatti, ha sperimentato a lungo a casa con la voce, facendo delle registrazioni in multi-tracce. L’altro versante estetico-musicale della sua ricerca si ricongiunge idealmente, in effetti, per la sua rarefazione e ipnoticità, alla musica classica contemporanea di un autore come Igor Stravinsky e ancor più alla musica minimale di Brian Eno e Philip Glass. Questo testimonia ancor più chiaramente come Rita Tek, proveniendo da una terra che è il crocevia di diverse antichissime civiltà, ha tra le sue qualità innate quella di raccogliere influssi da tutte le culture con cui viene a contatto, da quelle native mediorientali alla triade occidentale rock-folk-blues, dalla musica classica egiziana della grande Oum Kalthoum col suo uso della voce ai grandi nomi della musica leggera francese come Jacques Brel, Edith Piaf e Dalida.

 La prima traccia dell’EP, La Mort Des Amant si è originata da una improvvisazione sulla omonima poesia di Baudelaire a cui la cantante si appassionò grazie alla frequentazione della scuola francofona. Un grave tappeto sonoro tastieristico che riverbera anche soffi di un vento gelido ed ignoti piccoli suoni ambientali sinistri fungono da sfondo per il recitativo della Tekeyan che declama i versi del grande poeta con un tono accusatorio che non ammette repliche evasive.

Green Line è un brano dedicato alla città natale di Rita, Beirut, divisa in Est e Ovest tramite quella linea verde – la zona alberata – che era tra le più devastate durante la guerra civile. Le note di un piano classico, suonato dall’artista, ci chiamano al compianto sommamente dignitoso di una quiete che sembra un sogno lontano; gli accordi hanno una loro cadenza tristemente fatalistica ma la voce della cantante a tratti lascia affiorare accenti acidi, perché la rabbia per gli scenari insanguinati ribolle sotto traccia anche quando si cerca di opporvi il lirismo. L’accompagnamento del basso appare una rifinitura brontolante a ciò che declama con delle ripetizioni scorate la Tekeyan che, pur con alcune pause strumentali, cresce nell’ esplicitazione del dolore sino a lanciare, nel finale,l’iterativo grido, al culmine delle ottave: “Insanity of war! Insanity of war!!”

Un altro brano-chiave di questo album è Yes Kou Aperet (/www.youtube.com/watch?v=jB1PLKlitsw) il cui testo è una delle poesie contenute nel già qui citato libro del nonno dell’artista; si tratta di una lirica molto romantica e nostalgica che esprime la struggente sofferenza per la distanza dalla propria terra. Rita Tek ha fornito di una voce tormentata ma di vivida sensibilità e di una musica estraniante le parole antiche e preziose di chi ha dovuto allontanarsi “a piedi nudi”, lasciandosi alle spalle la sua famiglia e la sua vita. Pesantissimi e catacombali gli accordi di piano, dopo gli iniziali effetti sonori, ma poi le strofe della cantante sono accompagnate, in una sovraincisione di grande efficacia, da suoi vocalizzi spettrali, il pianto dello sradicamento. Anche qui le parole vengono pronunciate con pieghe crescenti di una reazione torva che arriva a compiacersi tardo-romanticamente della propria disperazione, non avendo altro di cui pascersi, per addolcirsi di nuovo nel finale che in fondo ci lascia con quei suoni misteriosi, forse lo sferragliare di un “treno della speranza”, che sfumano in un crescendo abrasivo.

Deep Dark Well è un altra canzone romantica ma sofferente che esprime il vuoto  e il travaglio interiore. Il pezzo è tra i più canonicamente musicali dell’EP, perché il piano è di un neo-gotico più limpido e ospita in una doppia solitudine il lamento della Tekeyan, con code di frase a volte lugubremente rantolate ad arte e altri sospiri e sussurri, che mette in mostra, dal fondo del suo “profondo pozzo oscuro”, infestato da spifferi di un vento intrappolato in mulinelli concentrici, tutta la sua espressività e la sua estensione vocale. La pausa raggelante e claustrofobica si nutre di un’interpretazione spiritata in auto-sovrincisione con i soffi di odiosi demoni in tubature arrugginite di qualche vecchio maniero, che ci conduce ad una lancinante, insistita, ripetizione la quale infine si placa lasciandoci con una frase terrea ma quieta ed il suono ventoso di quest’eco sottile.

Al futurismo di Filippo Marinetti si richiama evidentemente, per l’utilizzo del termine “manifesto” il brano conclusivo, la title-track Manifesto Anti-War che si basa sul testo che viceversa Rita Tek scrisse per primo, anche se poi il brano subì diversi mutamenti nel tempo. Una nota bassa e percussiva di piano è il supporto ossessivo su cui ricama le sue incrinature l’altra mano della pianista, con una frase musicale minimale di sole sei note, utile a far stendere le vocalità di brevi strofe in attesa di una soluzione geopolitca che non arriva mai, tanto che nella parte centrale un sibilo sonico inquietante ed efficacissimo serpeggia nell’atmosfera abissale e la Tek ripete, a ondate, “…isolation…”, forse alludendo anche all’impotenza provata dalla popolazione, di fatto lasciata sola, in una bolla di dolore, per tantissimi anni, nel perpetuarsi di sanguinosi botta e risposta tra le fazioni in lotta. Una furia declinata in termini neo-avanguardistici, rabbia, disperazione e desolazione apocalittica verso una guerra che non è mai voluta dalle persone che la subiscono sono le coordinate emotive; “…no way out…”, nessuna via di uscita, sono le parole ripetute ossessivamente nel finale, ma, come afferma lei stessa:

“questa è anche la richiesta disperata di un aiuto per fermare questa tragedia. Attraverso la musica possiamo raggiungere la Pace!”

Alcuni hanno osservato con una punta di critico sconcerto che l’estetica musicale di Rita Tek ha qualcosa di “malato”; naturalmente un’opera può essere recepita anche in modi che l’autore non si aspetta, ma la Tek non ha mancato di affrontare il tema, coerente con il suo interesse per la filosofia e la cultura in genere: s’è interessata alla psicanalisi di Sigmund Freud (in particolare al classico saggio L’interpretazione dei sogni), ha letto di Michel Foucault L’Histoire de la follie, ed ispirandosi a queste riflessioni ha elaborato la sua tesi, Architecture at the Edge of Madness; si è anche documentata su casi di persone considerate “folli” ma che avevano spiccate abilità creative; scoprì ad esempio Silvia Plath, e l’Antipsichiatrismo di Rudolph Laing. Afferma Rita, con sensibilità culturale e democratica:

“Siamo tutti un po’ folli; quando un limite, un margine, imposto dalla società viene superato vengono attribuite etichette come mania, fobia, eccetera.”

Di certo sarebbe più opportuno, da parte di tutti, piuttosto che cercare di ghettizzare o discriminare superficialmente le persone per la loro relativa eccentricità, cercare di rimuovere queste sottili ostilità ed altre ancora più gravi forme di follia criminale che impongono sofferenze agli altri sotto forma di guerre o guerriglie o terrorismi collettivi e personali!

Green Line è appena uscito in versione remix nell’album Sparkles in the Dark vol. 4 per Darkitalia, Deep Dark Well è contenuto nell’album compilation tedesco Expressionism Noir; inoltre, Rita Tek è anche nel Dvd di Solchi Sperimentali di Antonello Cresti. La cantante ha dichiarato di avere tantissime canzoni scritte e arrangiate, che sono in corso di elaborazione o che aspettano solo di essere prodotte, e che sta portando avanti delle collaborazioni con altri artisti e musicisti, che le regalano profonda soddisfazione ed ogni volta la curiosità di vedere in che direzione si evolvono, perché com’è noto, il melting pot nutrito dalla più profonda empatia, in musica ma non solo, ha effetti sicuramente corroboranti per lo spirito e lascia impronte altamente educative.

Crediti:

  • Rita Tekeyan: voce, piano, musica e testi tranne che in La Mort Des Amants (poesia di Baudelaire, musica di Nikita) e in Yes Kou Aperet (poesia di Avedis Tekeyan); Nikita: synth;
 Fabio De Giorgi: basso, editing.
  • Prodotto da Rosa Selvaggia
  • Info: www.rosaselvaggia.com/ritatekeyan

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