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Biennale di Venezia, Art Basel, tra Basilea e Tefaf, Art Market. Il 2017 richiede cambiamenti

Si è chiuso il primo semestre di un 2017 carico di richieste di cambiamento, se non di vere e proprie trasformazioni, in larga parte ancora attese. E’ avvenuto nella UE, con le elezioni e consultazioni popolari di Paesi Bassi, Francia, Gran Bretagna ed Italia. Anche negli USA il distacco tra due aree dell’elettorato non era forse mai stato tanto accentuato.  Tra tutti, la Germania della Merkel mantiene un baricentro molto stabile e vince quasi tutto:  crisi, campionati, Biennale, con nuovi pericoli da disinnescare, tra terrorismo e politiche d’integrazione pan-europea da rivedere, come mostra la tragica transumanza cui sono costretti i migranti economici nel Mare Nostrum.

Su questi temi sono spesso proprio gli artisti, il loro modo di vivere, a fungere da mediatori culturali, a trasmettere urgenze, paure, emozioni che,  veicolate  da altre voci, restano inascoltate. Anche Baratta, il presidente-manager della Biennale veneziana, un’Istituzione fondata 122 anni fa (nel 1895), proprio per dare a Venezia e all’Italia una sede adeguata alle ambizioni di un paese creativo, in concorrenza con l’enorme potere di attrazione di Parigi e Berlino, ha (ri)conosciuto:

“Non tutti gli artisti hanno un avvenire a sei zeri e l’atto di donarsi all’altro è un atto di resistenza nei confronti di una dimensione banale della vita.”

L’accennata contrastata condizione, con le incertezze economiche che la alimentano, è senz’altro all’origine del quasi decennale regresso del mercato dell’arte di fascia media, come abbiamo sottolineato tante volte, anche seguendo gli Art Market Reports del TEFAF (www.tefaf.org), la più raffinata Fiera mondiale di settore, sintetizzati ogni anno per i nostri lettori. In questa prima metà del 2017, tra marzo e giugno, fonti diverse hanno presentato tre Art Market Reports per il 2016, al Tefaf di Maastricht (https://www.tefaf.com/press/press-releases/tefaf-art-market-report-online-focus-provides-bac), ad Art Basel – Hong Kong  (https://www.artbasel.com/about/initiatives/the-art-market),  seguiti da un autonomo rapporto di ArtPrice (https://it.artprice.com/artprice-reports/il-mercato-dellarte-nel-2016), una delle due principali banche dati mondiali di settore.  Diversi, ed in parte divergenti, tanto che abbiamo ritenuto di evidenziare e offrire qualche spunto di riflessione sui riscontri di mercato sui quali le tre fonti convergono.

Innanzitutto il fatturato del mercato dell’arte nel suo complesso è leggermente arretrato nel 2016 rispetto all’ anno precedente. Le aree di più accentuata debolezza sono state quelle che, negli ultimi anni, erano cresciute con più convinzione: il Nord America ed il mercato delle aste. Di converso, l’Europa e la Cina hanno tenuto bene, ed il fatturato delle gallerie e degli antiquari ( nonché le vendite private delle case d’asta) è aumentato leggermente rispetto al 2015. I settori più esposti alla contrazione sono stati la pittura e le arti plastiche del secondo dopoguerra e del Contemporaneo, con particolare riferimento agli artisti più prestigiosi, le cui valutazioni avevano scalato vette impervie negli ultimi anni. Casuale? Forse no… le case d’asta sembrerebbero avere rifocalizzato le loro politiche commerciali, nella convinzione che l’interesse del mercato fosse troppo concentrato su pochi artisti dalle quotazioni difficilmente sostenibili nel tempo. Gli ultimi cataloghi, anche degli eventi più importanti, hanno accolto e dato risalto ad opere significative di artisti che in passato, spesso a torto, erano stati meno promossi dal mercato. Allo stesso tempo, il 2016 ha visto la crescita dell’ attenzione verso vendite private ed online da parte di un numero crescente di case d’asta, un trend già iniziato negli anni precedenti, ma che l’ anno passato ha pesato in  modo significativo sul fatturato del mercato secondario.

Infine, per concludere questo excursus sul mercato dell’arte 2016, è opportuno osservare l’immutato interesse rivolto dal collezionismo internazionale alla pittura degli Old Masters, con un numero crescente di records d’asta per i grandi artisti del passato, cui guardano con sempre maggiore attenzione anche aree geografiche, come Asia e Medio Oriente, che fino a pochi anni fa rivolgevano ad altri settori i loro interessi.

Va sottolineato, al riguardo, che nell’ultimo decennio sono stati aperti quasi 1000 Musei/Fondazioni nel mondo, un numero maggiore che nei due secoli precedenti: un evento che ha prodotto, e continuerà a produrre nei prossimi anni, crescenti effetti di leva sulla domanda del mercato.

Art Basel (https://www.artbasel.com/basel), la Fiera svizzera capostipite di un vero network, nata dall’ intuizione di  Ernst Beyeler, che segue di poche settimane la Biennale Internazionale d’Arte di Venezia (>http://www.labiennale.org/it/arte/, 57esima edizione, fino al 26 novembre 2017), vede concentrarsi sulle rive del Reno,  il meglio dell’ offerta disponibile nelle gallerie di fascia alta, e rappresenta per molti  operatori e collezionisti il luogo in cui tentare di rispondere ad alcune domande di fondo: quale lo stato dell’ arte? quali indicazioni per la stagione che si (ri)aprirà a settembre?

A Basilea vari tra i nostri più attivi ed originali protagonisti del  Contemporaneo globalizzato, come Galleria Continua o Massimo Minini, oltre a portare – ad esempio  in un’edizione di Unlimited che non si esita a definire straordinaria, i frutti del loro costante lavoro di tessitura – tra frontiere da primo mercato, ricerca, iniziative istituzionali e orientamenti del collezionismo- constatano quanto speciale sia quell’evento commerciale verso cui confluisce un pubblico spesso molto preparato ed esigente.

Se due anni fa il globetrotter di simili eventi poteva essere maliziosamente incuriosito dall’ubiquità  (e dalla preveggenza) di gallerie ed artisti – tra area lagunare e renana –  quest’ anno i casi di doppioni sono estremamente circoscritti (es. Michel Blazy e Sam Lewitt, con StrandedAssets  presenti sia all’Arsenale che negli stand di Art Concept e Miguel Abreu Gallery) e hanno semplicemente la loro ragion d’essere nell’aggiornamento in tempo reale dei trendsetters rappresentati da Curatori e Istituzioni da un lato, e Galleristi di primo mercato dall’altro. La curatrice della Biennale, la francese del Beaubourg, Christine Macel,  ha privilegiato artisti, anche anziani, poco o nulla inseriti nel circuito delle grandi gallerie e,  a suo giudizio, sin qui non abbastanza riconosciuti per il loro valore. Mancando totalmente la possibilità di maliziosi additamenti di casi di insider-trading artistico, il momento è favorevole per proporre alcune riflessioni sulle cosiddette “globalizzazione” e  “finanziarizzazione” della fascia alta del mercato e del collezionismo. L’indipendenza della Biennale di Venezia non è in discussione, anzi ad essa guardano convinti dal mondo intero come ad un confronto  senza pari, fatta salva l’interessante proposta del Presidente della giuria Manuel Borja-Villel, di  “innovare” il sistema dei Padiglioni Nazionali suddividendo le Partecipazioni per macro-aree geografiche e trans-culturali più complesse (Europa, Mediterraneo,  Medio Oriente…).

La Macel, dal canto suo, è stata quasi cartesiana: identificando nove ampie aree di appartenenza o Padiglioni, nelle quali ha fatto partecipare 120 artisti, scelti in buona parte, come detto, tra nomi meno noti: il Padiglione degli Artisti e dei Libri (le loro fonti e interessi culturali, anche i loro ateliers, ai Giardini), il Padiglione delle Gioie e delle Paure (es. l’Ansia)  e, a seguire, i Padiglioni dentro l’Arsenale: dello Spazio Comune, della Terra (rapporto artisti-natura e ambiente), delle Tradizioni, degli Sciamani, ed infine quelli Dionisiaco, dei Colori, del Tempo e dell’ Infinito

Da non dimenticare, seguendo i Padiglioni-capitoli della narrazione di Macel: il rumeno Ciprian Mureşan che  sintetizza, in un solo foglio a matita, l’intera produzione di un artista (es. Antonello, Leonardo, Grünewald, Morandi…) citando dalle monografie; l’Otium dell’artista “che dorme” – e sogna – dei  kazaki Yelena Vorobyeva e Viktor Vorobyev, che, dietro l’apparente facilità del tema,  ci ricorda quanto sia fondamentale che si aspetti il giusto tempo perché maturino creatività ed azione; le bellissime sfere di pietra o gesso di Martin Cordiano; la  cascata di balle tessili arcobaleno dell’ americana Sheila Hicks che fronteggia  Takesada Matsutani  e molti altri, citati di seguito o presenti nella photo-gallery, tra i tanti meritevoli ma impossibili da ricordare qui, per limiti di spazio.

Per la seconda volta, con questa Biennale siamo dentro all’antropologia culturale più pura, che è poi stata una fondamentale fonte di ispirazione 4 anni fa anche per Massimiliano Gioni, ed è trasmigrata clonata da De Martino nel titolo Il Mondo Magico dato al  Padiglione Italia della Alemani. In molti hanno amato trovarsi calati nell’atmosfera e nell’ambiente architettonico di Giorgio Andreotta-Calò. Interessante la fucina di scultura di Roberto Cuoghi, che sperimenta  a ritroso qualcosa che somiglia ad un  cammino verso gli avi, ma viene da un artista che esplora ogni strada e materia e quindi non ha nulla di già visto.

Nella forma, o meglio nel tono che la Macel ha dato, con un’alta percentuale di casi in cui il rapporto col pubblico è fondamentale, si sostanzia questo approccio antropologico (anche quando ricostruisce lavori o happenings  risalenti a decenni or sono come quelli del Leone d’Oro, Franz Herald Walther, di The Play o di  Dorothés Selz). Di un’antropologia della contemporaneità si tratta anche nel Mending Project di Lee Mingwei  che  ripara con ago e filo gli indumenti del  pubblico.

Così è pure  l’uso del cibo e della convivialità del pasto come luogo per comunicare in modo migliore. In una Venezia  in cui è facile mangiar male, ora ha debuttato Tavola aperta, con circa trenta o quaranta posti a sedere ed un  fitto calendario di pranzi-incontro in cui artisti e Padiglioni nazionali spiluccano sandwiches e mozzarelline, parlando  col pubblico.

Ma, con un paradosso non troppo sorprendente, il massimo del convivio, come rito antropologico per eccellenza, lo abbiamo incontrato proprio nel luogo-tempio del mercato, ad ArtBasel, nell’installazione a cura di Galleria Continua, in cui la generosa creatività di Suboth Gupta è sublimata  nella preparazione di un indimenticabile pasto indiano.

Il Padiglione del paese-pigliatutto, la Germania del Leone d’Oro, è vuoto, non ospita nulla. Solo i corpi di una gioventù neo-apatica e sotto vetro”. Faust, nella sua cristallina aridità, è un’opera post-romantica che parla di confini e  nuove forme di  lager della  Fortezza Europa (simboli: i cani dobermann, il vetro corazzato delle barriere antiproiettile e del pavimento-palcoscenico, i ganci-arredo per le performances). Una percezione di sé tedesca ben diversa da quella della penisola italiana, raggiunta via mare in questi  anni da decine di migliaia di persone a rischio annegamento, per raggiungere  una migliore sopravvivenza. Pur politicamente corretto, come al solito, il Leone è andato ad uno dei casi che non parlano a tutti, come chiunque può riscontrare su You Tube, ma che richiedono un interprete.

Tra le forme d’arte nate invece  (ri)lasciando significati profondi, drammatici,  ma attraverso una creatività portatrice di comunicazione, pace, piacere, bellezza condivisi metterei: le falene grandi come i tappeti volanti da cui sono cucite  del kossovaro Petrit Halilaj (due volte menzione speciale della giuria), che le cuce con la  madre (sarta) da rifugiati nella campagna mantovana e, dopo l’ Accademia di Brera, è approdato  ai primi riconoscimenti a Berlino (sic); il videowall ovvero la parete di tramonti  di Charles Atlas; le corone di Irina Korina, gli alberi della gomma sdraiati del vietnamita Thu Van Tran, tutto il padiglione delle tradizioni, tra cui l’esplosione di oggetti di Rina Barenije,  parte di quello degli sciamani (Ernesto Neto), gli ottimi lavori di Alicja Kwade (sfere e sculture dentro e fuori l’ Arsenale), il giardino sonoro di Hassan Khan (Leone d’argento come promessa); la nave del primo re malese, memoria cancellata dalle invasioni islamiche (Padiglione di Singapore,17 metri); il video panoramico del neozelandese Reihana, i Massi di Kishio Suga (ricreati, dopo quelli del 1971), che galleggiano nel bacino delle Gaggiandre (Arsenale), anche il Padiglione della Gran Bretagna con  Phyllida Barlow.

A rischio di finire tra i casi di beneficienza da buone intenzioni,  il laboratorio di Oliafur Eliasson (Padiglione Centrale, Giardini) con 80 rifugiati dei centri di accoglienza veneziani, che “fabbricano” una  lampada di modesta attrattiva, in vendita online a 250 euro: un prezzo fuori mercato per questo oggetto. Già presentata ad Art Basel (2016), Salone del Mobile (2017) e ora alla Biennale di Venezia, dopo altre presenze ben rilevabili nel mondo del design, scatena alcuni interrogativi: quanto costa produrla? in quanti la comprano? gli artefici continueranno, cosa? Risposte possibili: nell’Austria del pieno impiego, che accoglie ogni giorno vagonate di lavoratori dai paesi vicini, naturale che si preoccupino dei rifugiati con questa cornucopia ideale (>http://olafureliasson.net/greenlight/, il sostegno è Thyssen-Bornemisza Art Contemporary). In Italia questo tipo di iniziativa dovrebbe riguardare tanti cittadini, giovani e meno giovani, da anni  privati della dignità di un lavoro retribuito correttamente. In una delle patrie del design, se non vogliamo una Biennale retorica e stagionata, razionalizzando “in modo cartesiano”, questo esperimento appare quasi offensivo.

Meglio forse Marc Bradford (USA) che, oltre a costruire dai rifiuti, ha deciso di sponsorizzare  per sei anni un negozio dei carcerati di Giudecca e di Santa Maria Maggiore (con la cooperativa Rio Terà dei Pensieri).  (>http://www.markbradfordvenice2017.org/special-events/).

In città, da non perdere, nell’ordine: a Ca’ Pesaro, dopo William Merrit Chase, c’è David Hockney  (>capesaro.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/david-hockney/, fino al 22 ottobre 2017); a Palazzo Ducale, arriverà una grande mostra sull’arte orafa indo-islamica  (>http://palazzoducale.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/tesori-dei-moghul-e-dei-maharaja/) dal 9 settembre al 3 gennaio 2017. Della  bella mostra su Jheronimus Bosch e Venezia (a cura dei Musei Civici e di B. Aikema),  un’ integrazione tutta italiana del progetto partito dall’ Olanda due anni fa (>http://www.artribune.com/attualita/2016/04/500-anni-morte-bosch-mostra-paesi-bassi/), restano  per sempre dentro  Palazzo  Grimani,   la casa-capolavoro del collezionista  d’avanguardia  che la volle nel XV secolo,   le magnifiche tavole con  Visioni dell’aldilà di Bosch, appena restaurate (>http://www.palazzogrimani.org/,  biglietto integrato alle Gallerie dell’ Accademia). 

Serenissime trame, alla Ca’ d’Oro (fino al 10 settembre), ricuce, come forse mai prima, la trama interrotta della cultura del tappeto, lungo le rotte dei commerci tra Mediterraneo orientale ed Europa del Nord e del Sud, grazie ad un allestimento che lascia   quasi a bocca aperta il visitatore,  malgrado l’ alta specializzazione del settore   (www.cadoro.orgwww.serenissimetrame.it).

Al Museo Fortuny, la  fascinosa dimora gotico-rinascimentale dei Pesaro, poi casa-atelier di Mariano Fortuny y Madrazo, arbiter elegantiarum dell’ aureo Liberty italiano, è in corso (fino al 26 novembre) l’ ultimo appuntamento del binomio Museo  Fortuny -Axel Vervoordt (>http://fortuny.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/intuition/2017/03/17233/intuition/)

Nell’Isola di S.Giorgio Maggiore ci sono Michelangelo Pistoletto  (nell’Abbazia, >www.cittadellarte.it/) mentre, nelle sedi della Fondazione Cini, i protagonisti sono Ettore Sottsass: il vetro (>www.cini.it/events/mostra-ettore-sottsass-vetro)  e Alighiero Boetti  (>www.cini.it/events/mostra-alighiero-boetti-minimummaximum, fino al 12 luglio), in un intreccio di iniziative a cui hanno contribuito rispettivamente  Galleria Continua e  Tornabuoni Art.  

Philipp Guston a parte  (>http://www.gallerieaccademia.org/mostre-ed-eventi/philip-guston-and-the-poets/, fino al 3 settembre)  alle  Gallerie dell’Accademia  (>http://www.gallerieaccademia.org/) trovate sempre un museo imperdibile. In tema di Musei non dimenticate le Sale Neoclassiche e la Collezione canoviana del Museo Correr, recentemente restaurate (>http://correr.visitmuve.it/category/it/mostre/mostre-in-corso/).

Alla meravigliosa Punta della Dogana, da Pinault, è ospite un Damien Hirst esattamente come potete aspettarvelo: esagerato, fuori scala, sia nel monumentalizzare il suo spaventevole “gaming” di effetti speciali che nel suo tornare (sia come artista che come collezionista) alla camera delle meraviglie e dei tesori (wunderschatzkammer) di pepite d’oro e minerali, neo-fossili, pseudo-reperti e naturalia, in una gara senza confini per superarsi, nel vecchio concetto di kitsch (citando Gillo Dorfles, direi: dal disgusto… al gusto).

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