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Mimmo Cattarinich il fotografo della luce e dell’allure del Cinema che fu

Anche Mimmo se ne è andato. Ho avuto il privilegio di conoscerlo – grazie a Stefano Esposito, fotografo, amico di fotografi, gallerista della Takeawaygallery – e di averlo in mostra in una delle tre fasi dell’esposizione fotografica I Love Music  (Roma, 2010-2011; ci diede le foto di Maria Callas, bellissima, sul set di Medea di Pasolini, e di un simpatico, allegro Giuseppe Sinopoli del 1997), progettando insieme una sua personale la cui concretizzazione abbiamo dovuto rimandare più volte a causa della sua salute malandata; ma non abbiamo perso l’occasione di lavorare ancora insieme nella collettiva fotografica a tema “La verità è nuda… ma sotto la pelle giace l’anatomia (Roma, 2012: scegliemmo una foto magnifica, sensualissima, di due modelli giovani e vitalissimi avviluppati in un bacio osè nell’acqua), ripromettendoci più volte di organizzare una sua doverosa antologica. Abbiamo parlato molto, in quegli anni e dopo, in cui ha raccontato un mondo, la vita del fotografo a quei tempi, narrando dei grandi registi e attori che egli ha immortalato e frequentato e di cui si respirava ancora qualcosa nel suo studio di Via Veneto.

E’ un gran peccato aver perso anche lui  – è morto intorno alle 12.30 presso l’ospedale San Raffaele di Roma il 27 agosto -, che però ci lascia un fondo fotografico davvero denso, importante, speciamente dei set di film di epoche d’oro del Cinema italiano, e in particolare del citato Medea, 1969, con un Pasolini e una Callas da brivido, di cui – con uno special ad hoc, dato che fotografo di scena ufficiale era Mario Tursi – colse il reciproco, seppur differente, particolare, intenso, complicato legame affettivo. Pasolini lo fotografò molto: lo ricorda “tenero e forte, gentilissimo, attento, anche premuroso”tornò sul suo set per I racconti di Canterbury (1971) come fotografo senjor.

Domenico Cattarinich, detto Mimmo, era nato a Roma il 28 giugno 1937, sotto il segno del gentile, complesso, sensibile e un po’ introverso Cancro. Fotografo e regista, passò la giovinezza nei famosi, attivissimi – allora – stabilimenti cinematografici della De Paolis in Roma già nel primo dopoguerra, poi a Cinecittà e alla De Laurentiis, fino alle collaborazioni con Luchino Visconti, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Robert Altman, Tinto Brass, Roberto Benigni e altri; e con Pedro Almodóvar, in America, dove conosce il fratello produttore, e i talenti Javier Bardem, Antonio Banderas e Penelope Cruz che si farà fotografare anche nello studio romano del fotografo.

Si avvicina al cinema per caso perché, mi raccontò, il padre aveva un bar alla De Laurentiis e lui, che era stato punito “per non essere stato bravo a scuola”, costretto a rimanere in città ad aiutare il padre, iniziò come tuttofare nei teatri di posa. Gli amici del padre, i fotografi di scena  Sergio Strizzi e Di Giovanni, lo prendono in simpatia e Di Giovanni gli insegna i primi rudimenti di un lavoro che il ragazzo prenderà molto sul serio. Non fu figlio d’arte, quindi, Mimmo, ma lui è diventato padre d’arte avendo intrapreso suo figlio Armando la sua stessa carriera, che onora le radici familiari ma ha seguito un percorso diverso, tutto suo.

Mimmo Cattarinich nasce fotografo di scena esordendo nel 1961 con Mario Bava ne Gli Invasori; dirigerà un film da regista, di carattere erotico, Piccole labbra, girato in Austria nel 1979; farà molti special sui set – Fratello sole, sorella luna, ad esempio – e la sua attività si concentrerà nel fotogiornalismo nel senso più ampio del genere.

Realizzerà molte copertine di pubblicazioni nazionali ed estere, da “Sette” del “Corriere della Sera” a “Max” e “Panorama” e le sue immagini, sia glamour che estrapolate dalle produzioni filmiche, dalla pubblicità o quelle di reportage, sono state pubblicate in oltre 100 paesi del mondo. Dai set si allontana intorno agli anni ’90 perchè l’ambiente si era “ancora di più politicizzato” – Cattarinich, che non aveva tessere di partiti a sinistra, usò questa immagine per desciverlo: “a senso unico”, e “mai alternato” – e perché il lavoro di fotografo si era “tanto modificato”, come a dire glamourizzato, troppo “velocizzato, fatto di espedienti tecnologici” ed era anche cambiato lo stesso Cinema il cui allure, ad ogni modo, il nostro ha saputo restituire con delicatezza ed eleganza, consegnandoci, con ciò, anche una certa nostalgia. Che egli provava ed ora è anche un po’ la nostra…

 

 

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