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Lamberto Teotino. La sua ricerca e l’ultimo dio

Non puoi acquisire esperienza facendo esperimenti. Non puoi creare l’esperienza. Devi sottoporti ad essa.
Albert Camus

Di fronte alle grandi opere di Lamberto Teotino, recente produzione e parte del ciclo L’ultimo Dio, se ne apprezza la bellezza, la fattura raffinatissima, curata sin nei minimi particolari, e ci si lascia andare alle sensazioni. Queste sono inevitabilmente multiple e controverse: Teotino è stato bravissimo a creare le condizioni per questo effetto di spaesamento che rende manifesto quanto l’arte ingeneri dubbi e non pretenda di dare risposte. E’ bene che sia così, poiché è questa modalità che – cartesianamente parlando – permette di cercare la verità: è cercare, appunto, e quindi intraprendere questo viaggio, più che trovare,  ciò che è importante. Lo è anche nell’arte – dalla parte dell’artista e da quella del fruitore – e in queste opere, che sembrano proprio farsi dispositivo per mettere un salutare punto interrogativo – come sosteneva Bertrand Russell – a ciò che si tende a dare per scontato.

Iniziamo da questa posizione scomoda a confrontarci con le immagini di  Lamberto Teotino, classe 1974.

Egli adopera fotografie che manipola rispetto al reperto originale che consiste in scatti anonimi vintage, in bianco e nero, piene di quell’allure consegnato talvolta dal tempo ai memorabilia oltre che, più ampiamente, alla memoria. L’artista li cerca, come un novello accumulatore di materia evocativa: e qui il riferimento a un’azione enciclopedica e archivistica è consapevole. E’ inevitabile rintracciarne connessioni con il Museo Immaginario  di Malraux, con le Avanguardie storiche novecentesche, con il Bilderatlas Mnemosyne fine anni ‘20 di Aby Warburg e con la sua biblioteca; con le riflessioni  sull’inventario di Susan Sontag in Sulla fotografia (1977), che affrontava il problema dell’ambiguità della fotografia come strumento di conoscenza; e pensiamo all’Atlas di Gerhard Richter, dal 1962, e agli studi di Hal Foster (2004) sull’impulso archivistico dell’arte dagli anni Ottanta. Tempo fa ricordo che Teotino, anche a proposito delle potenzialità del Web come serbatoio quasi infinito di memoria pure visiva, si definì specificamente un “cacciatore di immagini…”. Ebbene, questa indole operativa e contenutistica è anche qui ben marcata, con queste fotografie che egli preleva, ingrandisce, sottopone a mirata postproduzione ma priva di cadute estetizzanti: non ne pulisce una certa patina, imperfezioni, rigature del negativo – giacché parliamo di fotografia analogica, di stampe ai sali d’argento o di lontana e simile storia fotografica – ma interviene sui volti. Gli occhi, gli sguardi dei soggetti, sono appositamente occultati: è impossibile, dunque, entrare in empatia con essi, con la (loro) storia (immaginata ma plausibile), sovrapporre ad essi il dato di un racconto conosciuto proprio attraverso le immagini, quelle, o simili a quelle. Anche in questo caso è un bene: per intenderci, se il ricordo tramite le fotografie cela altre forme di comprensione e di reminiscenza, e, quindi, l’incognita dell’immagine è – Susan Sontag docet: in Regarding the Pain of Others, 2003 – quella di occludere il pensiero più autonomo, impedendoci di capire, Teotino evita a suo modo questo rischio e ci porta nell’universo del possibile, dell’enigma, dell’immaginazione al potere (quello che ha ognuno di noi spesso sottovalutando questa facoltà). Ciò perché le identità dei  personaggi delle opere sono, abbiamo detto, nascoste: così come nella serie Sistema di riferimento monodimensionale le figure e i volti erano tagliati, come in certi racconti horror o, meglio, di fantascienza, con un richiamo lontano persino allo steampunk, attivando nel fruitore dell’opera meccanismi intuitivi non pregiudiziali, similmente, in questa produzione del ciclo L’ultimo Dio, i visi hanno sovrapposti elementi che richiamano la chimica, la fisica, la matematica, la biologia, la tecnologia. E’, così, predisposto un funzionamento percettivo aperto, dell’enigmaticità costruttiva, del paradosso; e del (tutto è) possibile: anche l’azzeramento spaziotemporale, la revoca di inflessibilità concettuali-filosofiche, l’annullamento della trama logica dell’accadere. Dunque la concatenazione obbligata che lega passato (raffigurato dalle foto originarie), presente (opera d’arte con le foto rettificate) e conseguente futuro è allentata, diventa solo un sentore, così come l’indeformabile dualità tra documentazione (della realtà, se pure soggettiva, di foto-sorgente) e finzione, che si fa più morbida, sempre più morbida… Ciò sempre trattando della Fotografia come fatto linguistico e con questo presupposto, assecondando le distinzioni di Roland Barthes (La chambre claire, Paris 1980), guidando lo spectator davanti e poi dentro la composizione, solleticando lo studium – da definizione barthesiana: è quell’aspetto razionale e si manifesta quando il fruitore si pone delle domande sulle informazioni che la foto gli fornisce (costumi, usi, aspetti) – portando nella foto, dall’esterno un incongruo elemento che sarà innesco del punctum – da definizione: l’aspetto emotivo, ove lo spettatore viene irrazionalmente colpito da un dettaglio particolare della foto – che è, però, extrafotografico perché pittorico. Ecco un’inaspettata sterzata, un elemento dirompente. L’artista attua, così, colte contaminazioni e sovrapposizioni tra grammatiche  e consente aperture di nuove narrazioni che lo spettatore, sempre meno passivo, può costruire, smontare e ricostruire di nuovo come sentendosi libero di giocare, o meglio: di saggiare. Del resto, non è la vita stessa – come scrisse Søren Kierkegaard – una realtà da sperimentare?  Non è l’arte qualcosa che ci parla della vita, anche quando è un discorso sull’arte sessa?

  • La mostra di Lamberto Teotino, titolata L’Ultimo Dio,  curata Claudio Composti, è in corso dal 22/05/2017 al 24/09/2017 a Roma a VISIONAREA ART SPACE, Via Della Conciliazione 4
  • Gli orari per fruirne: 10.00 / 21.30
  • Uffici stampa: FOSFORO
  • Contatti: info@visonarea.org
  • Siti: www.visionarea.orgwww.lambertoteotino.com

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