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Damien Hirst. Treasures from the Wreck of the Unbelievable. Biennale di Venezia

Damien Hirst è nato a Bristol nel 1965, alla fine degli anni ’80 è l’esponente più importante della Young British Artists (Londra) insieme a Tracey Emin. La spettacolarità dei suoi lavori e la spinta sul mercato da parte di Charles Saatchi, lo hanno portato già dagli anni ’90 ad essere uno degli artisti più chiaccherati al mondo. Tutti abbiamo visto almeno un’immagine dei suoi animali in formaldeide, delle farfalle sotto vetro, o del teschio tutto tempestato di diamanti For The Love Of God” (2007). Certo non è solo spettacolo il suo, ma proprio per questo ha sempre diviso il mondo della critica su quanto fosse artista o imprenditore di se stesso. Dubbio anche mio, anche se Critica non sono, totalmente sciolto però in questa mostra veneziana.

Questo artista ha realizzato un sogno non solo suo, ma anche nostro.  Chissà a quanti di noi sarebbe piaciuto costruire una storia, anzi un pezzo di storia, e averla vista  realizzata.

Once upon a time…

Dieci anni di preparazione per una mostra, e mesi di lavoro per l’allestimento, con una trama imbastita tra realtà e fantasia. E la grande vittoria di questo capolavoro di Hirst è proprio che la fantasia è diventata realtà. Il mito e Topolino.

Come si fa a non dire che è una meraviglia, quale artista vivente da solo, potrebbe allestire due luoghi come Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia con una sola opera?

Certo una mostra con costi milionari, ma non è questo il dato, perché Treasures from the wreck of the unbelievable è un’opera d’arte unica ed inscindibile, ogni singolo pezzo fa parte di una grande matrice, riconducibile ad una sola opera che è la mostra nella sua totalità.

Punta della Dogana è stato l’inizio del percorso, per me e da qui consiglio di cominciare.

La mostra è basata sul ritrovamento, nel 2008, di un relitto appartenete al I-II secolo d.C., recuperato al largo della costa orientale africana. Questa grossa imbarcazione (The Unbelievable) apparteneva ad un ex-schiavo dell’Impero romano che, nel corso della sua vita era riuscito ad accumulare una grandissima fortuna. Il primo collezionista della storia del collezionismo, forse. Comunque, tutto quello esposto a Venezia è ciò che conteneva l’antica nave.

Io provengo da un territorio dove la storia e l’archeologia sono di casa. Il mondo etrusco ha fatto sempre parte del mio bagaglio culturale e visivo, nel Museo Civico della mia città (Viterbo), ci sono praticamente cresciuta, ed il Museo e la Necropoli etrusca di Tarquinia (VT), sono dei luoghi dove amo tornare spesso. La mia passione per l’arte fa proprio un salto secolare, dagli antichi greci ed etruschi all’arte contemporanea.

Quindi vedere le grandi vetrine con antichi ori, come ferma capelli, anelli, collane, spille, bracciali, mi ha riportato direttamente dentro quegli spazi e quei tempi, da me tanto amati e conosciuti. Stanze al buio con le sole vetrine illuminate, e statue mitologiche, proprio come un vero museo archeologico. Subito tutto questo tocca il mio cuore e la mia conoscenza, perché ancora non sono tanto convinta che gli ori da me visti siano delle splendide riproduzioni. L’unica mia certezza nel girare all’interno di questa immensa opera d’arte, sono stati i materiali usati da Hirst.

Oro, argento, turchese, lapislazzuli, cristalli, coralli, bronzi, e marmi pregiatissimi, utilizzati come un gioco di valenze e godimento. Come ad esempio il marmo rosa usato per un nudo di donna disteso su un triclinio. Una figura armoniosa, sensuale, che viene descritta come da tradizione greco-romana “talmente realistica da suscitare amore e brama nell’osservatore, sfumando così la distinzione tra arte e vita, tra mimesi e simulacro”. Anche le spiegazioni di ogni singolo pezzo sembra siano state fatte da Damien Hirst, quindi anche loro rientrano nella maestosa opera d’arte da lui realizzata.

Tutto, tutto, curato in maniera assolutamente perfetta, tanto da rientrare nel racconto generale con particolari che sbalordiscono senza lasciare aleggiare se e ma. L’unica domanda è: dov’è la verità? Questo è quello che ti chiedi in ogni stanza.

Sculture funerarie, citazioni romane, greche, egizie, azteche, cinesi,  scudi, teste, sfingi, cornucopie, anfore,  busti, divinità marine, crani di Mammut. Una vera ed immensa Wunderkammer, ogni sala è uno scrigno all’interno della camera delle meraviglie, con alcune sculture che ti svegliano, come l’uomo in giacca e cravatta che tiene per mano Topolino, dove le  incrostazioni e i coralli, ti fanno sorridere. Mitologie antiche riscritte in un linguaggio contemporaneo? Sembra proprio così. E forse anche in questo Hirst ha portato qualcosa di nuovo nella sua arte, l’ironia in lui c’è sempre stata ma questa volta non è più nera, è sfrontata è sprezzante si, ma non offende. L’accusa a lui fatta sull’eccesso di sfarzo e opulenza usato nelle sue ultime mostre, è sicuramente giusta: ma forse non è anche questo lo specchio di un’epoca dove il dislivello sociale è forte? In un mondo dove c’è gente che prende un aereo o un jet privato per andare a fare shopping e gente che non ha neanche la possibilità di comprarsi un pezzo di pane? Quindi quella di Hirst può essere anche una provocazione incentrata proprio sul tema dell’ostentazione e su cosa è reale e vitale e cosa è falso e inconsistente.

Entrando poi a Palazzo Grassi, credevo che ormai non potesse più stupirmi nulla di questa mostra. E invece, passo la biglietteria e nella parte centrale del palazzo, mi accoglie un Demone alto 18 metri (diciotto!), un’enorme figura in resina che solo per allestirla è stato impiegato più di un mese. Salgo al primo piano, con il colosso che vigila su di me e gli altri (tantissimi) visitatori, e lì veramente rimango a bocca aperta. Quasi mi dispiace tutto questo spoiler per chi ancora non è stato a vedere Treasures, ma in due sale video ci sono le proiezioni che sono state fatte sott’acqua, durante il ritrovamento dell’antica nave nel 2008. Hirst, cioè, ha riprodotto anche quello, e di nuovo ti assale il dubbio: ma allora è vero? Immagini reali, con subacquei che, aiutati da mezzi meccanici, tirano fuori dall’acqua tutto quello che avevo già visto, anche Topolino. Seduta su quelle poltroncine, guardavo  le facce delle persone che erano vicine a me a osservare con attenzione questo film, dove Damien Hirst ha curato la regia, la sceneggiatura, la scenografia, i costumi, i dialoghi, tutto. Facce interrogative, stupite, divertite, attente e incuriosite.

Una narrazione: i bravi massmediologi, che parlano tanto di storytelling, forse dovrebbero andare a vedere questa mostra, per portare un esempio concreto di cosa sia un’opera narrativa contemporanea.

L’intera fondazione Pinault è la cornice di questo lavoro costruito con materiali e citazioni storiche, mitologiche e contemporanee (Jeff Koons e Marc Quinn per esempio).

“…le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete” (Friedrich Nietzsche).

Damien Hirst, allora avrà voluto lucidare queste monete per porre degli interrogativi  sull’autenticità, sulla sincerità e sulla giustezza dell’arte contemporanea.

Sta di fatto che alla domanda a lui rivolta,  What is art? risponde con Fuck knows?

Ecco.

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