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Valentino Zeichen, l’incanto del disincanto

Cover

Della copertina di questa pubblicazione mi hanno colpito subito il titolo, e l’immagine. Un ritratto fotografico di Valentino Zeichen a mezza figura da cui non riuscivo a distogliere lo sguardo. Non so se potesse esserci un’immagine più significativa, con chiaroscuri esaltanti una figura che racconta sfrontatezza e fragilità, malinconia e disincanto – che già sembra offrire coordinate di lettura della sua opera. Il titolo, Le poesie più belle, ricorda antologie di lontana memoria e stupisce e fa sorridere per quel suo evocare una bellezza classica spudoratamente dichiarata. Ma di questo si tratta: il libro è la restituzione affettuosa di un’amicizia tenace, tra il poeta e l’editore, di cui troviamo traccia subito nella prima poesia, scritta in occasione delle nozze di Elido Fazi.
Trascorrendo del tempo in queste pagine si scopre che di occasioni che suscitano zampilli di versi per Zeichen ce ne sono tante, quasi la sua poesia fosse una possibilità di rinfrescare la vita in ogni suo momento, una narrazione disincantata e giocosa che scatta istantanee taglienti ma leggere su personaggi storici, incontri personali, luoghi attraversati durante il suo affascinante scegliere, per la propria, di vita, marginale ai limiti della povertà, un viandare molteplice nei territori degli altri, fossero case, tavole imbandite, vicende sentimentali, viaggi (“ed in vari altrove ma non del tutto” – perché la finitezza del tempo a nostra disposizione è sempre in agguato, anche tra una parola e l’altra: “”).

Un “ossimoro vivente”, è stato definito, dove la sua distanza dalle convenzioni del mondo diventa forse la sola possibilità di un differente venirne a contatto: perché è del mondo, per lo più, che Valentino parla – e della sua imprescindibile impermanenza (“ché di questo soggetto del verbo / non rimarrà ingombrante memoria”). Per lui che di ritratti ne ha fatti tanti, l’editore amico ha preparato un florilegio dove si ritrova una voce attenta, sapiente e lieve, mai drammatica perché, sembra dirci, la vita è questo,  e se si può “allungare con una matita”, essere poeta è una via d’accesso, o di uscita.

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