I luoghi del cuore e di residenza di Achille Campanile. In campagna ma dove. Contributo di Rocco Della Corte

Achille Campanile nella casa di Roma nel 1968 © Fondo Campanile – Per gentile concessione del signor Gaetano Campanile)

Achille Campanile visse gli ultimi anni della sua vita a Lariano. Anzi no, a Velletri. O forse a Lariano, vicino Velletri. Nei Castelli Romani, se Velletri e Lariano ne fanno parte? Ma Lariano non era una frazione di Velletri? Tra i luoghi del cuore che si contendono lo scrittore c’è la campagna tra la città veliterna e quella larianese, al di là delle mistificazioni e delle confusioni geografiche. 

Le biografie ufficiali sono note per la confusione che spesso generano. Vero è che conta più il contenuto che il dettaglio, e che quindi nello studio di un autore, anche a livello accademico, spesso la data di nascita e la data di morte sono meno importanti rispetto all’anno di vittoria di un prestigioso riconoscimento letterario. Achille Campanile, da parte sua, si distinse anche in questo: molte delle “quarte di copertina” circoscrivono la vita dello scrittore tra il 1900 e il 1977. Non un errore grossolano dovuto alla superficialità degli editori, ma un volere dello stesso umorista che non gradiva di essere etichettato come “ottocentesco” per soli tre mesi (nacque infatti, a dispetto degli imprecisi, il 28 settembre 1899 a Roma). La morte, obtorto collo, non ammise date vaghe poiché il 4 gennaio 1977 la scomparsa di Campanile lasciò uno sconforto preciso. Se c’è confusione tra i due estremi temporali, figurarsi sui luoghi di abitazione di un autore che tra l’altro girò il mondo e l’Italia. Una delle mistificazioni più grandi riguarda la residenza degli ultimi anni di vita: Velletri, Lariano? L’ironia della sorte, in un grottesco non studiato, rende complicato anche questo passaggio biografico. Nel 1969, infatti, Campanile prese la decisione di trasferirsi dalla casa di via del Babuino, nel cuore della capitale, per avvicinarsi al verde dei Castelli Romani. Lo stesso autore de In campagna è un’altra cosa. C’è più gusto (per l’appunto!) racconta:

Prima abitavamo a via del Babuino. Un inferno. Mia moglie, che è bergamasca, sognava gli spazi aperti e l’aria pura delle sue parti. Gaetano sognava di possedere un cavallo. Io, arrivato alla settantina, sognavo di andare in pensione, di non scrivere più. Tutti d’accordo di trasformarci in contadini. Avremmo fatto il vino, allevato galline e tacchini, coltivato alberi da frutta.

L’ambiente georgico, o bucolico che dir si voglia, più si addice allo scrittore che si rintana nella sua torre d’avorio. Ma Campanile pensa anche al riposo, oltre agli echi virgiliani, senza considerare la geografia e le questioni toponomastiche e topografiche. Contrada Arcioni è una località di confine: una strada che praticamente traccia il segno di distinzione tra il Comune di Velletri e quello di Lariano. In più, l’autonomia larianese divenne effettiva proprio in quegli anni (era il 1968) e fino a qualche mese prima dell’arrivo dello scrittore tutta Contrada Arcioni apparteneva al centro veliterno, come del resto i ventidue chilometri quadrati della frazione poi divenuta indipendente. Basterebbe sapere da quale parte della strada, se sponda Lariano o sponda Velletri, fosse ubicata la villa di Campanile. Ma se nelle biografie e nelle enciclopedia spesso non si specifica il luogo di nascita di un autore, figurarsi quello di una residenza, e per di più in questo caso così sfumata da fatti storici e coincidenze locali. Già dire che lo scrittore si trasferì ai Castelli Romani potrebbe indurre qualche critico ad obiettare sull’annosa e viva questione del cosiddetto “incastellamento” di Velletri, per alcuni mai ratificato, e di riflesso sarebbe esclusa anche Lariano. La linea sottile (quella del confine tra il neonato comune e la millenaria città, e quella della confusione tra i luoghi del cuore campaniliani) può risolversi con la dicitura, generica, del lusinghiero contenzioso ricordato dai biografi dello scrittore Silvio Moretti e Angelo Cannatà:

Achille Campanile al Festival di Sanremo 1955. © Fondo Campanile – Per gentile concessione del signor Gaetano Campanile)

Come Omero era conteso fra undici città, a lui bastava essere conteso da due, appunto Velletri e Lariano.

La vita di campagna, comunque, fu tutt’altro che silenziosa: il popolamento radicale della strada che conduce sul Monte Artemisio (anch’esso diviso tra più Comuni) e il “da fare” che possedere un terreno implica impegnarono Campanile in uno stile di vita che effettivamente era un’altra cosa rispetto a quello cittadino, ma non di certo sognante e privo di faccende da sbrigare. Come si evince anche da alcuni filmati, la casa – ricca di arredi e di strumenti musicali – divenne un nuovo studio per lo scrittore che dal 1969 al 1977 non fu meno prolifico rispetto al periodo romano. Negli anni del “confino”, pardon, della vita al confine tra Velletri e Lariano, uscirono in serie: Manuale di conversazione (1973, Premio Viareggio), Gli asparagi e l’immortalità dell’anima (1974), Vite degli uomini illustri (1975), L’eroe (1976) solo per elencare i titoli principali. La vita agreste, oltre all’aspetto letterario sempre vivo, regalò gli aneddoti che raccontano in molti. L’affezione comica e tenera per i tacchini e per i polli, le attività agricole, la lunga barba, la fila alla posta di Velletri, la voce pacata che tranquillizzava gli ascoltatori e gli ospiti, l’accoglienza di tanti animali, con la dovuta precisazione, o affermazione di “uomo illustre”: «di animali, se permettete, in casa mia il più importante sono io», dichiarava il padrone di casa. Al di là dello scherzo serio, ossimoro a cui Campanile conduce inesorabilmente nel riflettere sulla sua opera e sulla sua persona, è corretto dire che la casa ubicata nelle campagne tra Velletri e Lariano appartenne fino al 1968 al Comune di Velletri, da quell’anno in poi, ufficializzata l’autonomia comunale, al paese del pane e dei funghi porcini. Questo per non essere superficiali e rispettare le superfici territoriali. Ma Achille Campanile aveva tutt’altra prospettiva nel suo destino, che dedicarsi esclusivamente alla cura dell’orto. Ben più florido era l’hortus letterario, continuamente innaffiato, fatto di commedie, opere teatrali, articoli giornalistici e quant’altro. Nel 1931, comunque, a testimonianza di una coerenza retroattiva, Campanile lo dichiarò che la vita di campagna sarebbe stata diversa. Da cosa, però, non lo specifico: la diversità può essere anche inversamente proporzionale alle aspettative, può avere una connotazione più sfumata, non definita. E infatti, lo scrittore romano si arrende alla sua predestinazione letteraria e al suo destino fatto di penne, carte e macchine da scrivere, anche dopo il trasferimento in quel luogo che, incidenti diplomatici e confusioni da atlante a parte, è stato dimora dell’autore:

Sì, in campagna è un’altra cosa, ma soltanto per l’aria pura e gli spazi aperti, come sognava Pinuccia. In fondo lei è la sola della famiglia ad aver realizzato i suoi sogni. Gaetano non ha mai avuto il suo cavallo, né io sono ancora andato in pensione. Continuo a scrivere come facevo in città, come ho sempre fatto da cinquant’anni in qua.

Rocco Della Corte – Comitato Scientifico-Organizzativo “Campaniliana”

Le citazioni sono tratte dal sito internet www.campanile.it curato dai biografi e studiosi dello scrittore Angelo Cannatà e Silvio Moretti nonché dal figlio dell’autore, Gaetano Campanile.

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