Sulle tracce di Mr Hyde

 

Dr. Jekyll and Mr. Hyde, poster

Ho il coraggio di cominciare dalla fine, perché in quel momento ogni parola scritta diviene essenziale.
Solo quando il sipario si chiude ci rendiamo conto di ciò che è stato realmente importante, in un racconto, in un film, come nella vita.

La scena si apre sul protagonista della nostra storia, noto romanziere, che in punto di morte si convince di non essere stato “più saggio della propria generazione”, rammaricato di non aver saputo gettare il suo sguardo oltre quello dei suoi contemporanei.
Ma questo non è del tutto vero e starà a noi lettori dimostrare non solo la sua saggezza, ma anche la sua lucidità, raccogliendo tra i suoi libri, le memorie, le lettere e nell’eredità dei film che seguirono, l’essenza del suo pensiero.

È interessante notare quante volte il cinema abbia acceso le stesse luci e imitato le stesse ombre della letteratura, se entrambe queste arti non avessero mantenuto lo stesso punto di convergenza: la realtà.
Di contro, ci sono stati dei casi in cui è stata la vita a imitare la letteratura e il cinema, e non il contrario.
Momenti in cui tutte le tensioni intellettuali si sono elise a vicenda, di fronte a curiose coincidenze…

E ci fu un romanzo che, più di altri, annoverò sorprendenti analogie con fatti che sarebbero avvenuti successivamente. Fatti clamorosi, che resero difficile dimenticare un certo laboratorio, in un certo cortile della Londra Vittoriana.
Dalla fantasia di Robert Louis Stevenson, il grande narratore scozzese, scaturì un racconto dalla fama imperitura, un soggetto così terrificante, da sembrare fatto apposta per il cinema. E se nello stile ricalcò il genere poliziesco, la sua storia si dipanò attorno a un tema universale, ovvero l’antitesi tra Bene e Male nella coscienza dell’uomo.

La nostra storia ha inizio in una sera del 1888, quando un attore statunitense di nome Richard Mansfield veniva richiamato ben dodici volte alla ribalta del teatro dove si esibiva. Era il sei agosto e l’opera in scena era tratta dal romanzo di uno scrittore di Edimburgo, dal titolo The strange case of Doctor Jekyll and Mr Hyde.
Il mattino seguente alla rappresentazione, alle cinque, presso Yard Street, uno spazzino rinveniva un corpo di donna straziato da numerose ferite di arma da taglio.

Iniziava così uno dei casi di cronaca nera più misteriosi della storia britannica. L’omicida giunse a rivendicare i delitti, lasciando un foglietto arrecante la sua firma: “Jack lo squartatore”.
Non si tardò a mettere in relazione il romanzo di Stevenson e l’interpretazione di Mansfield, con le morti; sopratutto si favoleggiava su di un medico benestante che, giunta la sera, avrebbe perso i freni inibitori per lanciarsi a caccia di prostitute.
Una suggestione che giunse fino a Scotland Yard, dove l’ispettore John Mac Carthy pensò di aver identificato il mostro in un dottore annegato nel Tamigi.

Di certo il romanzo di Stevenson calzava a pennello con quelle deduzioni, anche se ai contemporanei dello scrittore sfuggì il punto focale dell’opera.
Forse neanche l’avveduto Gilbert Keith Chesterton, biografo di Stevenson, aveva inteso il vero intento del romanziere, suggerendo, in un panegirico divertente e fazioso, che l’essere umano era indivisibile e, in quanto tale, il lato buono -Jekyll- si preoccupava della sua metà malvagia. Tanto quanto la parte cattiva -Hyde- si disinteressava della sua controparte, a causa della sua stessa natura.

Voi siete d’accordo?
Io sono persuasa che un grande scrittore mantenga un legame particolare con i suoi lettori, attraverso i secoli e oltre la morte.
L’Isola del tesoro, ad esempio, mi fu raccontato prima ancora che fossi in grado di leggerlo da sola. E di certo condivisi con Stevenson una segreta simpatia per Long John Silver, il pirata con la gamba di legno…
Persino quando, a dieci anni, lessi la storia del mitico dottor Jekyll, sospettai che forse il colpevole a non era solo Hyde. Né valse a convincermi l’audace film sperimentale di Jean Renoir, Il testamento del dottor Cordelier, con uno strabiliante Jean Louis Barrault, interprete del mostro Opale. Un’eccellente rivisitazione in chiave moderna, la cui visione, a otto anni, mi valse una dose di Neurobiol (uno sciroppo sedativo in voga in quegli anni).

Di certo questo film fu il più affine allo spirito dell’autore.
Oggi però sono convinta che Stevenson fu uno scrittore troppo raffinato e profondo per lasciarsi condurre su terreni tanto battuti.
In seguito la filmografia di genere avrebbe fatto di quella storia un cult , a lungo imitato e qualche volta scadente.

Ne Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr Hyde, cercare una morale diviene una scommessa o un’altra caccia al tesoro.
E se non ci fosse affatto una morale?
Ma davvero uno scrittore come Stevenson avrebbe rinunciato a dire la sua, se avesse potuto nascondere il tesoro dove i posteri avrebbero potuto scoprirlo?
Mi sono imposta di leggere il romanzo un’ennesima volta, alla ricerca di indizi. (Nell’invenzione niente è più facile dell’improvvisazione, concedetemi perciò di lasciarvi ad attendere).

Nel frattempo ci imbatteremo in un’altra prova del fatto che a volte la vita imita la letteratura. Alcune lettere di Stevenson mi hanno portata dritto, dritto al secondo personaggio chiave della nostra storia.

Chissà se lo scrittore avrebbe mai supposto di poter incontrare davvero un Signor Hyde nella sua vita?
Di certo ci fu un giorno in cui la penna di Stevenson incrociò il più umile tra i missionari cattolici, un uomo per il quale il senso del sacrificio era stato talmente alto da volersi rinchiudere di sua volontà nell’isola di Molokai, sulle cui spiagge erano mandati a morire i malati di lebbra. Inviso persino alla sua gente, quest’uomo, ordinato Padre Damiano De Veuster, portò un po’ di pace tra i senza dio, i dimenticati, i violenti di quella geenna nell’arcipelago delle isole Hawaii.
Un ardore che non mancò d’infiammare Stevenson, da idealista puro qual’era, coraggioso e pieno di passione.

Durante un viaggio alla ricerca di climi più favorevoli per la tisi di cui soffriva, avrebbe voluto conoscere il cattolico, ma giunse a Molokai due mesi dopo la sua morte.
Volle sbarcare ugualmente su quell’isola maledetta, da cui tutti si tenevano lontani, incontrandovi una grande desolazione. Era scettico e prevenuto nei confronti delle testimonianze dei cattolici ed aveva da tempo preso le distanze da tutte le forme di ortodossia religiosa, professandosi ateo.
Ma Molokai lo mise a dura prova: incontrò volti sorridenti, resi irriconoscibili dalla malattia, che lo commossero fino alle lacrime; la pace che vi incontrò lo indusse ad augurarsi di poter rimanere con loro gli anni che gli rimanevano.
L’isola era divenuta un centro sereno, con un dispensario farmaceutico, un’infermeria ben gestita, le casette al posto delle luride capanne, tre dormitori per i bimbi orfani e la chiesa che il prete aveva edificato assieme ai malati.

Ma all’inizio di quell’avventura, quando Padre Damiano vi era approdato, la situazione era ben diversa.
I contagiati venivano rastrellati tra la gente delle isole e costretti ad internarsi a vita. I bambini erano strappati alle famiglie, abbandonati sull’isola, esposti inermi alla ferocia di gente che pochi anni prima aveva praticato una fede sanguinaria.
Quello che il cattolico trovò fu inimmaginabile e con uno spirito che Stevenson definì eroico, si rimboccò le maniche e si mise al lavoro. Dormì con loro nelle capanne, lavorò con loro, mangiò con loro, rinunciando a tutte le comodità. Ma guardatevi dall’immaginare Damiano come un ometto indifeso. Fu un uomo energico, di famiglia contadina, che non disdegnò di difendere a suon di pugni i deboli dai prepotenti. Infine, arrivò a contrarre il terribile morbo da cui erano affetti i suoi assistiti e, anche allora, non si ritirò dalla sua missione.
Un comportamento tanto inusuale che provocò proteste da ambo le parti: i protestanti lo reputarono troppo rozzo e sporco per poter portare la parola di Dio, né poté contare sull’appoggio dei suoi stessi superiori cattolici.

Con l’intento di saperne di più, Stevenson accolse l’invito di un reverendo che viveva nelle isole, in una lussuosa dimora a Honolulu: il nome del pastore protestante era Hyde.
All’apparenza affabile e compito, pochi mesi dopo avrebbe scritto e pubblicato una lettera di condanna del prete cattolico che per Stevenson fu un atto di una gravità assoluta. Lo infiammò al punto d’impegnarsi in una battaglia senza esclusione di colpi, per ristabilire la credibilità del santo lebbroso.

Padre Damiano era di certo sporco, ma con la purezza della sua vocazione aveva chiuso con le sue mani il suo sepolcro”, scrisse di getto Stevenson nel pamphlet che dovette autopubblicarsi. In difesa di Padre Damiano fu un libello giudicato pericoloso dagli editori, che esponeva a gravi rischi di denuncia.

Il nostro romanziere comunicò alla famiglia l’intenzione di provvedere alle spese di pubblicazione, non tacendo i rischi nel caso avesse dovuto risponderne penalmente.
Nel libello definì il reverendo Hyde ipocrita e farisaico, imputando l’incredibile felicità di quei disgraziati all’opera del sacerdote cattolico.
Per conto mio, ripensando al gusto per gli agi del Reverendo Hyde, non ho tardato a scoprire cosa intendesse Stevenson parlando di malvagità e di intransigenza infame.
Di colpo mi sono accorta che quel libricino mi stava venendo in aiuto: forse conteneva qualche indizio che avrebbe svelato il mistero de Lo strano caso… ?

Stevenson, nel pamphlet, aveva inteso essere netto ed efficace, ma nel romanzo, scritto anni prima, chi era davvero il mostro? Riesaminando lo schema narrativo della vicenda del Dottor Jekyll, ho notato che il racconto dei fatti era stato affidato ad un personaggio austero, in primo piano nel libro, l’Avvocato Hutterson. Questo perbenista benpensante ebbe il compito di leggere e interpretare il diario del dottore.
E noi, lettori in seconda istanza, gli avevamo creduto.

Il Male deve essere condannato ed è sempre separato dal Bene, affermava Hutterson in sostanza. Avevamo preso per buona la sua morale. Forse anche Stevenson, che col romanzo ci aveva spaventati e appassionati, si era preso gioco di noi.
Ma aveva anche inviato ai posteri un messaggio prezioso, che sarebbe stato compreso solo quando i tempi fossero stati maturi.
Il mostro è colui che condanna la natura umana senza mostrare pietà, che si ritiene superiore e che non conosce altro che il falso perbenismo di una condotta moraleggiante.

Ecco il tesoro! Mi sono detta, mentre osservavo il volto del romanziere in una vecchia foto. Di colpo mi è stata chiara anche la frase pronunciata da Robert Louis Stevenson in punto di morte: “È così, non potevo essere stato più saggio della mia generazione”

Dalla foto avrei giurato che stesse sorridendo…

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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