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Noé Sendas. Fotografia senza scatto ma di riscatto. Dell’archivio, della memoria e non solo

Donne, molte donne, ma anche uomini, si materializzano, misteriosi, senza volto, sfuggenti nella loro presenza/assenza straniante. I corpi, con una sintetica sensualità quasi lunare, si mimetizzano, si fanno soggetti compositi ed elastici, figure-specchio, figure-porte, figure-vestiti, particelle di gambe ben tornite, surreali dialoghi con le ombre, camuffamenti credibili dentro il fumo o la carta da parati: ma riescono a imporsi e a emergere come entità dai contorni piuttosto definiti, seppure colpiti da frammentazione, rivelandosi, nell’inquadratura e – sembrerebbe – fuori, con una nuova, identità. Strana. Sono questi i personaggi delle fotografie di Noé Sendas (Bruxelles 1972) che paiono sottoposti a un trattamento di miscellanea in un frullatore pieno di letteratura, cinema e fotografia vintage, dove dimorano insieme Joyce e Beckett, il bianco e nero di Hitchcock, il rigoglioso e malinconico di Fellini, le atmosfere di Godard e anche Ginger Rogers e Katharine Hepburn delle foto stereotipate della comunicazione hollywoodiana di cui Sendas lascia solo un sentore nelle sue colte rimodulazioni. La citazione è un accenno, è materia base di bei college digitali, alterazioni tecnologiche che del primo riferimento mantengono solo l’allure, manifestandosi con altro idioma. Ciò si esprime anche quando c’è un recupero e un riuso vecchie cartoline illustrate: come vediamo in mostra da Visionarea Art Space a Roma – spazio e progetto guidato da Matteo Basilè – nella bella, articolata personale Roma, circa 2017 a cura di Claudio Composti, in corso sino al 12 novembre, sorta di omaggio alla Capitale, alla sua bellezza e grandezza archeologica filtrata dagli occhi del turista o del viaggiatore; in ogni caso, guidati dalla sembianza standardizzata – la migliore, da cartolina, appunto – della città e allo stesso tempo dalle singole reminiscenze, che proprio quelle cartoline (illusoriamente?) confermano. Foto, realtà e memoria si raffrontano e accavallano e in questa sequenza intravediamo componenti dello statuto della Fotografia. Ad ogni modo, la mente, si sa, idealizza, può essere fallace, ricostruire fantasiosamente e creare incantamento, oppure, disorientamento quando torna a rapportarsi con la realtà, o con il suo quasi-specchio…

Noé Sendas, attraverso la sua Fotografia archivistica, non scattata ma di prelievo e poi di rimodulazione totale – e spessissimo allestita in installazioni ad hoc – ci restituisce eleganti, algide nuove icone del contemporaneo. Palesano esseri e paesaggi che si sottraggono a qualsiasi narrazione organica e dunque alla nozione di spazio e tempo plausibili, concreti, per riorganizzare mondi: sono quelli a sua immagine e somiglianza e anche di chi guarda, e rammenta…

Nella sua produzione rileviamo analisi psicologiche e psicanalitiche – il doppio, la sensazione di spaesamento e del transitorio – e anche sociali e antropologiche: in un’epoca di esponenziale accumulazione e consumo velocissimo di dati, immagini e immaginario, e della memoria, l’autore sembra volersi ribellare a questo spreco attraverso la raccolta e un riuso sapiente di questo materiale del passato che si trasforma in palpitante, in/attuale dispositivo di altro senso, oltre che di altra forma. In questo nuovo spettro del significato e del significante entrano anche considerazioni sulla rappresentazione e autorappresentazione e dunque, nuovamente, sul linguaggio stesso della Fotografia che incorpora in sé anche una riflessione sul tempo, sulla memoria – appunto – che altro non è che l’identità in atto. Ecco che il cerchio si chiude e tutte le investigazioni che muovono il lavoro di Sendas diventano chiare, correlate, consegnandoci uno scenario che esce da una collocazione preminentemente formale, estetica, insomma, visiva, per rivelarsi maggiormente concettualistica. E le tante scissioni di corpi, volti, elementi e storie scorse, recuperate dal rischio dell’oblio, vanno a comporre un più personale racconto; cioè: tanto quanto (cit. Claudio Composti, in: Noé Sendas. Roma, circa 2017, 2017)“il ricordo lascia spazio alla ri-costruzione della memoria, così Sendas riempie quello spazio con la propria immaginazione, ricreando la sua Storia”. Il bello della situazione è che, quasi a indicare un riscatto dell’individualità, lascia a ognuno la facoltà – perché l’arte non dà mai risposte ma solo altri punti di vista, non massificati – di costruire un proprio percorso e di starci dentro come meglio crede, e sente.

  • La bella, articolata Roma circa, 2017, mostra dell’artista a cura di Claudio Composti, è in corso sino al 12 novembre a Roma da Visionarea Art Space, Via della Conciliazione 4.
  • Info: www.visionarea.orginfo@visionarea.org

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