L’Acqua Santa del sole. A 42 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini

Ché qualcos’altro ancora brucia al cuore; fuoco anche questo, di cui io vile, non vorrei parlare:
come di un dolore anteriore e misero, per dire l’interiore e misera grandezza che pure ha in sé ogni dolore…
(
da Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini)

immagine di Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

È il due novembre 1975, siamo all’idroscalo di Ostia, poco lontano da Tor San Michele, la cinquecentesca torre di vedetta tra il Tevere e il mare.
Ce n’è di gente quel giorno e altra ne sarebbe giunta, si sarebbe assiepata accanto a una piccola folla fatta di passanti, giornalisti, ma anche curiosi. Protesi nell’ansia di vedere oltre, pigiano contro le transenne poste all’imbocco sterrato di una bidonville. Tra i tanti, spicca un uomo alto e magro: è un documentarista amatoriale e ha in braccio una bambina.

Gianni non è lì per caso, in quel freddo mattino.
Lo ha saputo dalla radio, mentre con la sua Fiat 126 percorre la via Cristoforo Colombo. A Ostia lo aspetta la madre per la consueta visita domenicale, ma lui ha già deciso che proseguirà per l’Idroscalo. Gli è bastata una riflessione rapida, motivata dal fatto che ha con sé la figlia. Non è un impulsivo, non è neppure animato da morbose curiosità, come quelli che si soffermano accanto agli incidenti stradali. Non è da lui. È solo raggelato dalla notizia, addolorato.

Arrivato sul posto, prende con sé la bambina, imbraccia la cinepresa e poi si fa strada tra la gente, fino al limitare dello sbarramento delle forze dell’ordine.
Si sporge e vede qualcosa, somiglia ad uno straccio scuro avvolto su se stesso, che di lontano può sembrare un grosso sacco dell’immondizia, come osserverà più tardi una donna anziana, uscendo da una di quelle baracche. Invece si tratta di un corpo esanime. Trascorrono delle ore prima che arrivi la morgue: “come se quello scempio dovessero vederlo tutti”, osserverà poi Gianni.
A quel punto, le transenne vengono rimosse e una fiumana di curiosi, si riversa su quel tratto di terra battuta, che è piena di pozzanghere, perché non ci sono fognature e quando piove l’acqua ristagna ovunque. Tutt’attorno solo staccionate e baracche, verso ponente i cantieri edilizi di Ostia Nuova. Poco distante dalla strada c’è un uomo di mezz’età, appoggiato alla staccionata, con lo sguardo fisso sul luogo del ritrovamento che è stato circoscritto con il gesso.

Osservando il suo dolore, Gianni stringe a sé la bambina. La piccola indossa un cappottino blu con gli alamari dorati, un cappellino di pelliccia bianco legato sotto il mento da due pon pon. Poco oltre, dentro il perimetro della sagoma in terra, sono disseminate una miriade di schegge di legno intrise di sangue.

Solo perché sei morto ho potuto parlarti come a un uomo
altrimenti le tue leggi me l’avrebbero impedito.
Nessuno ti difende adesso:
il mondo morto e istituito di cui eri figlio e padrone, ti lascia solo.
Attonita salma di vecchio uomo, balbettante fantasma,
che cominci sperduto a affondare nei tempi
finalmente mi sei fratello,odio e amore ci uniscono,
il mio corpo ancora vivo e il tuo cadavere
sono stretti da un legame che ci rende spiriti.
Ma per una parola di condanna detta contro di te,
povero peccatore, spogliato, degradato dalla morte,
reso nudo e implorante come un implume
quante parole devo comprimermi ancora in cuore!
Hai lasciato un posto vuoto, e, in questo posto,
un altro intoccabile perché vivo, comincia a regnare.
Ma “morte non regnerà”!
Solo in questo assurdo stato
dove sopravvivono sopra di noi, Bisanzio e Trento,
regna la morte: ma io non sono morto, e parlerò.

(da “Umiliato e offeso”, epigrammi, Pier Paolo Pasolini)

La morte di Pasolini delimitò uno spartiacque tra il secondo dopoguerra, il boom economico e l’epoca più dura della nostra storia civile, con attentati, stragi e complotti, oggi raccontati dalla penna di Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, straordinaria nel suo recente romanzo L’arrivo di Saturno.

Del “caso Pasolini”, si occupò, tra gli altri, un’altra nota giornalista, Oriana Fallaci, con il suo scoop sull’Europeo, per il quale venne processata e condannata, senza che avesse acconsentito a rivelare le sue fonti e che, a causa di quell’episodio, abbandonò per sempre l’Italia.
Sopraggiunti gli anni ottanta si divenne tutti più borghesi, senza che il messaggio di Pasolini perdesse di efficacia, anzi, apparve profetico. Fu in quegli anni che scoprii le sue poesie, che ancora oggi preferisco ai suoi film (sebbene Accattone sia di certo uno dei film più belli della storia del cinema).

Sono passati 42 anni da quel mattino di novembre all’idroscalo e vorrei ricordare l’attualità del pensiero di questo poeta. Farlo senza nessuna pretesa, proprio come una bambina. Perché non sarò in grado di descrivere in modo serrato e lucido quello che mi lega alla figura di Pasolini e neanche discorrere della sua posizione ideale e politica, perché lui è difficilmente definibile senza cadere nella banalità di cose già dette. Battibecchi e sterili polemiche a parte, Pasolini ha continuato ad incalzare lucidamente con la sua penna corsara, tratteggiando la mia fanciullezza, la mia gioventù e l’età matura, con i suoi ideali e la sua onestà.

Sulla sua contraddittorietà ho costruito il mio pensiero, oscillando, in gioventù, tra accettazione critica ed eversione antiistituzionale, ma quando ero stata accanto al suo corpo martoriato, allora, ero solo una bambina. Ritratta tra tanti, in cappottino blu e cappellino bianco, su di una pagina di un quotidiano dell’epoca, assistevo ignara all’ultimo atto del più grande degli intellettuali italiani, poeta finissimo e uomo buono.
E ora, nello scriverne, mi rendo conto che, come lui “mi caccio con questo in un’impresa ingrata e disperata, una presa di posizione, un lavoro letterario”…

Negli anni della fanciullezza custodivo le cose importanti in una valigia bianca su cui avevo dipinto un cuore rosa: lì c’erano anche le pubblicazioni di Pasolini, alcuni suoi libri, i giornali del tempo, quasi a volerlo proteggere dall’insensatezza del mondo.

Ascoltare la sua voce mi commuove ancora, per quella nota apparentemente cinica, priva di gravità, attraverso la quale emerge tutta la sua onestà. Ma anche per l’acutezza della sua intelligenza e la sensibilità del suo cuore. L’oltraggio alla sua memoria e l’oblio in cui si voleva cadesse la sua opera, mi persuasero di essere cresciuta accanto a Pasolini, alla sua morte e al suo ricordo.

Chi gli fu accanto davvero in vita e in morte fu l’attrice Laura Betti, o solo Betti, come la chiamavano informalmente gli amici. Spirito indomito, si batté per il Fondo Pasolini e ne curò l’istituzione, difendendolo con coraggio da pregiudizi e censure.

Ma chiunque si fosse risolto a studiare il lavoro (e la vita) di questo grande autore del 900, avrebbe percorso a ritroso un cammino farraginoso, irto d’ostacoli e sofferenza, su cui incombeva l’ombra dei maudit…

imagine sculture di Federico Bruno. Pier Paolo Pasolini
Federico Bruno. Pier Paolo Pasolini

Quando scoprii il trailer del film Pasolini, la verità nascosta, pensai che qualcuno avesse finalmente realizzato un film degno del grande artista scomparso.

Federico Bruno ha girato un lungometraggio che potrebbe essere indimenticabile. Ma che non è mai stato proiettato nelle sale cinematografiche, come ha spiegato ad art a part of cult(ure):

Pasolini, la verità nascosta fu presentato nel 2010 come progetto in ricerca di finanziamenti all’Istituto Luce, Raicinema, Fandango. Fu rifiutato e non preso in considerazione, infine fu finanziato grazie alla vendita di un mio appartamento.
Dopo aver preparato per due anni la ricostruzione scenica, la scenografia e i costumi, scartai Massimo Ranieri, Willem Defoe e altri attori visti a Parigi e Madrid, scegliendo Alberto Testone come interprete ideale per interpretare il poeta.
L’attore fu presentato da Piero Tosi (costumista) a Aldo Bravi , proprietario del ristorante Pommidoro a San Lorenzo e al custode del castello di Chia, Riccardo Valli (che conoscevano bene Pasolini ndr).Tutti dissero che avevano avuto l’impressione di rivedere in vita il regista friulano.
Le riprese durarono quasi un anno, quindi fu proiettato la prima volta in un montaggio provvisorio presso la Casa del Cinema a novembre del 2012. Poi, nel 2013, la promozione per trovare un distributore italiano non portò a nulla e venne proiettato all’interno della Mostra Pasolini/Roma, al Palazzo delle Esposizioni e presentato in anteprima alla sala Trevi della Cineteca Nazionale. Mentre in Italia, Barbera, della Mostra del Cinema di Venezia, presentava il film di Abel Ferrara, dopo aver presentato l’anno prima “La verità nascosta”, in Spagna veniva accolto benevolmente, programmato molte volte, invitato in molti festival e poi acquisito assieme ad altre mie opere inedite -9- dal Ministero della Cultura di Madrid. Per poi essere inserito nell’archivio della Filmoteca Spagnola. Nel quarantesimo anniversario ho provato anche a presentarlo per sezioni parallele della Mostra di Venezia,ma è non stato selezionato. Ignorato per tutti questi anni, il film risulta a tutt’oggi inedito”.

Bruno non è solo un regista, ma anche scultore e aggiunge di “aver proposto all’amministrazione pubblica di Roma una sua scultura ritraente Pasolini, da collocare in un luogo della città, riproponendola poi all’amministrazione M5S, che ha passato la richiesta ai Beni Culturali per l’approvazione, ma finora il preposto all’ufficio, Dottor Presicce, non si è mai pronunciato a riguardo”.

Il rammarico di Federico Bruno è percepibile, ma la speranza di vedere uscire il film nelle sale non lo abbandona.

Decido allora di parlare con il protagonista del film, ma quando riesco a contattarlo è in ospedale: ha appena avuto un incidente di moto, è vivo per miracolo, ma dovrà subire degli interventi chirurgici e prepararsi ad una lenta riabilitazione.
Ciononostante Alberto Testone mi accoglie affabile per questa chiacchierata al telefono. È suadente, con una simpatia che ti porta subito a tu per tu con l’attore e con la storia del suo impegno per interpretare il grande poeta. Ha girato anche un documentario su questa impresa ciclopica, che lo ha spinto al limite dell’esaurimento nervoso e fisico. Anche lui ha studiato i testi di Pasolini, per impersonarlo prima a teatro e poi nel film, ma Testone non è nato intellettuale, è un ex ragazzo di borgata con la passione per il cinema. Proprio come quei personaggi di quella Roma suburbana fa parte di un’umanità incontaminata, erede legittima -secondo Pasolini-  della civiltà contadina. Ma Alberto non avrebbe pensato di interpretare, un giorno, il grande regista scomparso, sebbene gli assomigliasse. Nel documentario svela con romanesca gestualità la sua sorpresa, distende i toni raccontando del suo lavoro di odontotecnico e della sua famiglia. Poi narra dell’impegno per dare il massimo nel film, avvalendosi di una certa somiglianza, ma lavorando su ogni particolare, come pure sull’impostazione della voce. Difatti, ascoltare i monologhi del trailer de La verità nascosta, fa venir voglia di vedere il film.
Ora Alberto Testone si è rimesso e, grazie a quella stupenda interpretazione di Pasolini, sarà protagonista del prossimo film di Andrej Konchalowsky, attualmente in lavorazione, dal titolo The sin.

Sono tornata spesso all’idroscalo di Ostia. Le baracche non ci sono più. Dove c’era un campetto da pallone alla buona, ora svetta il monumento al poeta. Per alcuni anni era rimasto dimenticato, risucchiato dalla vegetazione, tra canneti altissimi, successivamente era stato recintato col filo spinato. Poi, un giorno, vi era sorto un giardino, con pietre lungo i viali che recavano iscritti frammenti di poesie. Lo scorso anno è stato devastato dai vandali.

Ma io lì ci tornerò ancora, tra darsene e profumo di salsedine, a cercare il senso di quei giorni: lo considero un luogo speciale dove far pace con me stessa e con le contraddizioni del mio tempo.

Quando gli anni sessanta
saranno perduti come il Mille,
e il mio sarà uno scheletro
senza più neanche nostalgia
del mondo,
cosa conterà “la mia vita privata”,
miseri scheletri senza vita
né privata né pubblica, ricattatori,
cosa conterà!
Conteranno le mie tenerezze
sarò io, dopo la morte, in primavera,
a vincere la scommessa,
nella furia del mio amore
per l’Acqua Santa del sole.

(Poesia in forma di rosa, Pier Paolo Pasolini)

 

 

 

 

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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