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		<title>12a Biennale d&#8217;arte di Lione (Francia)</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Sep 2013 10:40:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[12a Biennale di Lione (Francia) Nel frattempo&#8230; Improvvisamente, E in seguito dal 12 settembre 2013 al 05 gennaio 2014 biennaledelyon.com Direttore artistico: Thierry Raspail Commissario invitato: Gunnar B. Kvaran Giornate professionali: 10-11 settembre 2013 English Press Release Contatti stampa Heymann, Renoult Associées / Agnès Renoult T +33 (0)1 44 61 76 76 - www.heymann-renoult.com Eleonora Alzetta - e.alzetta@heymann-renoult.com]]></description>
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		<title>Rivers of A.I.R. (Art-Industry-Recycling) a cura di Tobia Donà</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Sep 2013 16:05:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Rivers of A.I.R. (Art-Industry-Recycling) a cura di Tobia Donà. 1-10 settembre 2013 Pescheria Nuova, Corso del Popolo 140 &#8211; Rovigo Sono 50, e arrivano da tutto il mondo. Sono gli artisti che fanno parte del progetto Rivers of A.I.R. voluto da Cartiere del Polesine, con il contributo di Comieco. “Voi avete un nome bellissimo”, è la prima frase che Tobia Donà ha rivolto ad Elena Scantamburlo, responsabile amministrativa di Cartiere del Polesine s.p.a. non che rappresentante della nuova generazione della famiglia Scantamburlo che da cinquant’anni, si occupa della produzione di carta riciclata. “La mia famiglia si occupa di riciclo della carta dal 1960, e oggi, nei nostri stabilimenti, produciamo ben 300.000 tonnellate di carta riciclata ogni anno. Tutta la nostra produzione, esclusivamente a base macero, utilizza carta reperita in Italia e all’estero tramite la raccolta differenziata. Abbiamo raggiunto questi traguardi, poiché, riciclo, sostenibilità e ambiente, sono da sempre i temi centrali della nostra filosofia industriale, unitamente ad uno sviluppo tecnologico che ci permette di consumare meno energia e acqua, per una sempre maggiore sostenibilità. Cartiere del Polesine, proprio per sua peculiare ubicazione, alle porte del Parco del Delta del Po, deve più di altre industrie rispettare questi principi, poiché si trova in un ambiente unico al mondo e a noi sta il difficile compito di far convivere sviluppo industriale, lavoro per le persone e rispetto dell’ambiente e del paesaggio. Questi sono i punti cruciali che ci hanno indotto, a sposare con entusiasmo, il progetto propostoci dall’ architetto Tobia Donà: Rivers of A.I.R. (Art &#8211; Industry – Recycling), poiché crediamo che il linguaggio dell’arte e degli artisti, possa più di qualsiasi altro medium comunicare questi valori in profondità e toccare le coscienze di un ampio pubblico”. Tobia Donà, ha coinvolto cinquanta artisti, proprio per comunicare una consistente condivisione di idee e di pensieri sul tema, “i fiumi d’aria”, sono artisti affermati, e giovani emergenti, di diverse nazionalità (Italia, Giappone, Olanda, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Finlandia, Iran), i quali hanno realizzato un’opera partendo da un foglio di carta riciclata di 80 x 80 cm. Attraverso l&#8217;arte contemporanea si vuole affermare l&#8217;importanza dei temi di sostenibilità ed etica industriale e al contempo portare l&#8217;attenzione sul Polesine, un territorio particolare e fragile dal quale gran parte delle arti del Novecento hanno tratto ispirazione. Le opere che saranno esposte dal 1 al 10 settembre 2013, presso la Pescheria Nuova, nel centro della città di Rovigo entreranno a far parte della collezione Cartiere del Polesine, tale collezione sarà poi visibile al pubblico presso la sede di Adria. Tra i cinquanta artisti coinvolti, citiamo, per il virtuosismo nell’utilizzo della carta, materia esclusiva di tutto il loro lavoro, gli italiani UFO 5 e Daniele Papuli e la giapponese Satsuki Oishi. Tra i giovani pittori che in questo momento hanno catalizzato l’attenzione della critica e del pubblico a livello internazionale, citiamo Giuseppe Gonella, Gabriele Grones, Diego Knore, Francesco Liggieri, Lorella Paleni, Elisa Rossi, ed Elisa Bertaglia, quest’ultima nata nel Polesine. Ironia ed invenzione è espressa nelle opere di due maestri le cui opere sono in numerosi musei nel mondo, come l’americano Peter Shire che con Ettore Sottsass fu uno dei fondatori negli anni ’80 del gruppo Memphis e Giovanni Mundula artista ampiamente storicizzato del quale Achille Bonito Oliva ha curato diverse esposizioni dagli anni ’70 ad oggi. Catalogo della mostra, con testi di Tobia Donà, e della critica e storica dell’arte Beatrice Busacaroli. La progettazione è stata affidata al grafico Emilio Macchia, giovane talento, docente presso vari istituti e scuole specialistiche in Europa, Edizioni Minelliana. Informazioni: Rivers of A.I.R. (Art-Industry-Recycling) Pescheria Nuova, Corso del Popolo 140 &#8211; Rovigo a cura di: Tobia Donà. date: 1-10 settembre 2013 inaugurazione: domenica 1 settembre ore 18.30 Sound design dell’evento, affidato a RRT65 orari: dal lunedì alla domenica, ore 17,00-24,00 con il patrocinio di: Comune di Rovigo in collaborazione con: COMIECO Tobia Donà Nato ad Adria nel 1971, laurea in architettura allo IUAV di Venezia, i suoi articoli sui temi di arte e architettura, sono pubblicati in diverse riviste, è docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e presso Scenica, scuola di scenografia per il melodramma di Cesena.]]></description>
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		<title>Torna a Montefiascone EST FILM FESTIVAL: Giuseppe Tornatore inaugura la 7a edizione dal 21 al 28 luglio 2013 (VT)</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jul 2013 16:15:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[7° EST FILM FESTIVAL 21 – 28 luglio 2013, Montefiascone (VT) GIUSEPPE TORNATORE INAUGURA EST FILM FESTIVAL 2013 AL REGISTA PREMIO OSCAR SARÀ CONSEGNATO L’ARCO DI PLATINO – PREMIO ITALIANA ASSICURAZIONI LA SERA DELL’INAUGURAZIONE Est Film Festival annuncia l’ospite d’onore che inaugurerà la 7a edizione, che si terrà dal 21 al 28 luglio a Montefiascone, nel territorio della Tuscia viterbese, ricco di bellezze storiche e paesaggistiche. Sarà il regista premio Oscar Giuseppe Tornatore a salire sul palco di Piazzale Frigo, sabato 21 luglio, per ritirare l’Arco di Platino – Premio Italiana Assicurazioni e incontrare il pubblico del Festival. L’incontro sarà preceduto dalla proiezione del suo ultimo film “La migliore offerta”, candidato a 13 David di Donatello, 9 Nastri d’Argento, recentemente vincitore di 4 Ciak d’Oro e campione di incassi dell’ultima stagione cinematografica. Est Film Festival, prodotto dalla Società Arcopublic e dell’Associazione Culturale Factotum, proporrà anche per questa 7a edizione un ricco calendario di appuntamenti culturali ad ingresso completamente GRATUITO. Le tre sezioni competitive, Lungometraggi, Documentari e Cortometraggi, saranno affiancate da numerosi Eventi Extra, dagli Incontri Specialicon registi e attori del cinema italiano, dalla sezione Caffè Corto con proposta di cortometraggi proiettati a ciclo continuo e dalla sezione notturna del DopoFestival, che manterrà vivo lo spirito culturale del Festival sotto le stelle con proiezioni speciali, reading, spettacoli dal vivo e concerti fino a tarda notte. Queste le location che faranno da sfondo al Festival: l’antica Rocca dei Papi, edificata nel punto più alto e suggestivo di Montefiascone, ospiterà le proiezioni mattutine e pomeridiane e molti Eventi Extra; Piazzale Frigo, nel pieno centro storico, dove si svolgeranno le proiezioni e gli incontri serali delle sezioni Incontri Speciali,  Lungometraggi e gli eventi più prestigiosi della sezione Dopo Festiva; le suggestive Carceri Papaline, situate all&#8217;interno del complesso della Rocca dei Papi, che ospiteranno Eventi Extra per l&#8217;intero periodo del Festival; e Il Caffè di Piazza Vittorio Emanuele, sede della sezione Caffè Corto; infine la Location Colle di Montisola scenario per le interviste agli ospiti del Festival. L’ingresso alla Manifestazione è completamente gratuito per tutti gli eventi, fino ad esaurimento posti. Per maggiori informazioni potrete consultare il sito ufficiale del Festival: www.estfilmfestival.it Link per scaricare una foto di Giuseppe Tornatore (crediti Francesco Ridolfi): http://db.tt/UsA6Z7QV Segreteria organizzativa: EST FILM FESTIVAL Via Oreste Borghesi, 43 01027 &#8211; Montefiascone (VT) Tel. 0761 828267 Cell. 328 6941712 Email. info@estfilmfestival.it]]></description>
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		<title>Torna Scrivere di Cinema &#8211; Premio Alberto Farassino</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jul 2013 17:28:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna Scrivere di Cinema – Premio Alberto Farassino che, giunto alla sua undicesima edizione, rilancia il ruolo di osservatorio per la critica cinematografica rivolta ai giovani. On line da oggi il bando. C&#8217;è tempo fino al 15 luglio per recensire un film della presente stagione cinematografica. Ai primi classificati un workshop redazionale ad Alice nella città – sezione autonoma e parallela del Festival Internazionale del Film di Roma dedicata ai ragazzi – e altri importanti premi per incentivare la passione per il cinema e la scrittura: da tablet di ultima generazione a buoni acquisto per libri e film. Per consultare il bando e partecipare al concorso: http://scriveredicinema.mymovies.it Le premiazioni si terranno a settembre, a pordenonelegge.it &#8211; Festa del libro con gli autori.   Parte Scrivere di Cinema – Premio Alberto Farassino, il concorso nazionale di critica cinematografica rivolto a tutti i giovani dai 15 ai 25 anni e promosso da pordenonelegge.it, Cinemazero, il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici e MYmovies.it, quest’anno arrivato all’undicesima edizione. Il bando 2013 (online dal 19 marzo all’indirizzo http://scriveredicinema.mymovies.it) introduce importanti novità che rinnovano il concorso: forte dell’esperienza maturata nelle edizioni precedenti, Scrivere di Cinema si pone sempre più come osservatorio privilegiato delle passioni cinematografiche dei giovani e palestra critica vera, in cui i più meritevoli potranno sperimentare concretamente il lavoro in una redazione come giornalista critico. Infatti, grazie alla nuova partnership con Alice nella Città – la sezione autonoma e parallela del Festival Internazionale del Film di Roma dedicata ai ragazzi – i primi cinque classificati della sezione Under 25 vinceranno un workshop redazionale. Per tutta la durata della kermesse, sotto la guida di un giornalista professionista, faranno parte di una redazione che avrà il compito di redigere il daily del Festival, seguendo le proiezioni, gli incontri con l’autore, “toccando con mano” il significato di scrivere sui film e su un’importante manifestazione cinematografica internazionale, secondo i tempi del giornalismo vero. Altra novità sono le sezioni di gara, in cui la fascia giovane per partecipare è stata uniformata a quella degli altri festival e concorsi nazionali. Potranno partecipare a Scrivere di Cinema tutti i giovani residenti in Italia tra i 15 e i 25 anni, divisi in Young-Adult (tra i 15 e i 19 anni, coincidente con gli studenti delle Scuole Secondarie di II grado) e gli Under 25 (tra i 20 e i 25 anni). Mentre gli Young-Adult dovranno presentare una recensione di un film della presente stagione cinematografica, gli Under 25 dovranno elaborare, oltre alla recensione, un breve articolo editoriale su una traccia fornita dal bando di gara. Ci sarà tempo fino al 15 luglio per partecipare; successivamente la giuria presieduta da Viola Farassino e formata dai critici Mauro Gervasini (MYmovies.it, Film TV) e Dario Zonta (L’Unità, Hollywood Party-Radio3) selezionerà i finalisti che verranno premiati nel corso di pordenonelegge.it &#8211; Festa del libro con gli autori, che si terrà a Pordenone dal 18 al 22 settembre prossimi.]]></description>
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		<title>7.7.7. EXhibition EXperience: Visual Expo &#124; Percorso Sensoriale &#124; Realtà Aumentata &#124; MicroMapping</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jul 2013 16:31:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Istituto Quasar Design University Roma presenta 7.7.7. EXhibition EXperience Percorso Sensoriale &#124; MicroMapping Realtà Aumentata &#124; Visual Expo  7 Luglio 2013 ore 7 pm @ Circolo degli Artisti via Casilina Vecchia, 42 &#8211; Roma La natura e l’artificio, la posizione dell’uomo nel mondo e nella natura: un tema che da sempre suscita fascino e interesse. Un’apparente contrapposizione di due mondi e una sintesi ideale, un’alchimia che troverà espressione il 7.7. alle ore 7 (p.m.) presso il Circolo degli Artisti di Roma. L’Istituto Quasar propone per questa edizione un evento che si sposta sui terreni contemporanei dell’happening e delle installazioni interattive: il visitatore avrà dunque la privilegiata posizione di partecipante attivo dell’allestimento, attraverso il quale potrà scoprire e riscoprire i propri sensi ed aumentare la percezione di essi tramite un’esplorazione partecipata delle diverse opere. La natura dialoga con l’artificio umano tramite la creatività progettuale degli studenti dell’Istituto Quasar, creando un connubio indissolubile di tematiche legate ai 5 sensi tramite percorsi sensoriali ed interattivi (attraverso l’utilizzo delle più nuove tecnologie, quali la realtà aumentata ed il micro mapping). A chiudere il cerchio, le performance ambientali della videoartista romana Francesca Fini permetteranno una visione aumentata ed interattiva degli allestimenti degli oggetti. Il 7.7.7. Exhibition Experience, da sempre evento che si propone di celebrare e di portare al pubblico le eccellenze prodotte durante l’anno accademico dell’Istituto Quasar, proporrà per l’occasione una visual expo dei migliori lavori degli studenti, nell’ambito delle varie discipline: design, comunicazione visiva, interaction design, architettura dei giardini. PROGRAMMA DELLA SERATA Dalle 19:00 Area giardino: design interattivo, realtà aumentata Sale interne: percorso sensoriale, micromapping, visual expo. Ore 20:00 Area giardino: aperitivo, a seguire visual expo. Area giardino (ex cinema): cerimonia di consegna dei diplomi. Ore 21:00 Blind, performance di Francesca Fini. Un esperimento performativo di body-art e interaction design. Un&#8217;azione poetica ispirata al rapporto tra suono e colore in cui il pubblico scoprirà una ricchezza di connessioni tra i sensi. “Odorare il giallo, sentire la sua musica, tenerlo stretto tra i polpastrelli delle dita”. Breve Bio: Francesca Fini nelle sue performance lavora spesso con tecnologie lo-fi, dispositivi di interaction design, audio e video generati dal vivo, hackerando e manipolando oggetti di uso quotidiano: telecamere di sorveglianza, wiimote, webcam, elettrodi terapeutici, utilizzati per esplorare la realtà nelle sue manifestazioni più inquietanti e trovarne il risvolto ironico. Espone il suo lavoro in gallerie e musei di tutto il mondo. www.francescafini.com Ingresso libero. Prenotazione sul sito www.istitutoquasar.com &#124; Tel. 06 8557078.]]></description>
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		<title>Festival Caffeina, settima edizione. Dal 27 giugno al 7 luglio</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jun 2013 17:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Festival Caffeina giunto alla sua settima edizione si prepara ad accogliere più di 400.000 visitatori offrendo 40 eventi giornalieri da giovedì 27 giugno a domenica 7 luglio 2013. Il quartiere medievale di San Pellegrino a Viterbo verrà invaso da 25 palchi di diverse dimensioni, pronti ad accogliere più di 200 ospiti. Michele Pepponi, presidente della Fondazione Caffeina Cultura, “questa sarà una grande edizione perché il Festival può vantare l’appoggio di tutti i soci fondatori della Fondazione, i benemeriti, i sostenitori, gli amici di Caffeina, gli imprenditori, le associazioni di categoria, la Camera di Commercio, la Fondazione Carivit, gli sponsor privati e tutti gli altri soggetti che anche quest’anno hanno deciso di investire in cultura. Pur non avendo ancora nessuna notizia riguardo un sostegno economico da parte di Regione, Provincia e Comune, abbiamo lavorato ogni giorno per realizzare questa grande, ulteriore scommessa”. “Il programma dell’edizione 2013 è il migliore di sempre sia dal punto di vista letterario che qualitativo. Oggettivamente il migliore” sostiene il direttore artistico Filippo Rossi. “Tanto da consolidare Caffeina, a questo punto senza alcun dubbio, al livello dei grandi festival letterari nazionali. Tutto ciò dimostra che la Fondazione ha dato ampia prova dell’importanza della sua esistenza.” “Io posso limitarmi a ringraziare tutti quelli che hanno creduto e credono in noi, quelli che ci hanno appoggiato fin dall’inizio di questa avventura iniziata sette anni fa e quelli che hanno iniziato a farlo ora. Ringrazio i 200 volontari e le 50 persone dello staff che ci stanno permettendo di realizzare il Festival e infine ringrazio quelli che ci vogliono bene. Perché siamo convinti di fare qualcosa di bello: mettiamo la cultura a disposizione di tutti” conclude Andrea Baffo, direttore esecutivo del Festival. ALCUNI DEGLI OSPITI CONFERMATI Lorenzo Amurri, Roberto Andò, Andrea Bajani, Joe Bastianich, Alessandro Bertante, Luca Bianchini, Antonella Boralevi, Gianni Biondillo, Daniele Bresciani, Pietrangelo Buttafuoco, Irene Cao, Donato Carrisi, Cristina Comencini, Roberto Costantini, Paolo Crepet, Diego Cugia, Michele Dalai, Philippe Daverio, Rodrigo D’Erasmo, Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni, Concita De Gregorio, Diego De Silva, Catena Fiorello, Carlotta Fruttero, Chiara Gamberale, Alessandro Gassmann, Massimo Gramellini, Alessandro Grazian, Giordano Bruno Guerri, Marco Lodoli, Loriano Macchiavelli, Monica Maggi, Marco Malvaldi, Valerio Massimo Manfredi, Marco Marsullo, Paola Mastrocola, Federico Moccia, Letizia Muratori, Gianluigi Nuzzi, Piergiorgio Odifreddi, Sandra Petrignani, Carlo Petrini, Paolo Piccirillo, Rosella Postorino, Marco Presta, Lidia Ravera, Raffaella Regoli, Corrado Ruggeri, Peter John Sloan, Flavio Soriga, Fabio Stassi, Cinzia Tani, Luca Telese, Enrico Vaime, Franca Valeri, Valerio Varesi, Roberto Vecchioni, Walter Veltroni, Fabio Viola e molti altri. PER LA PRIMA VOLTA NELLA STORIA DEL FESTIVAL, CAFFEINA ENTRA IN CARCERE Franco Di Mare, Niccolò Fabi, Roberto Giacobbo, Fiorella Mannoia e Vittorio Sgarbi terranno i loro incontri nella Sala Teatro della Casa Circondariale di Mammagialla, l’istituto penitenziario viterbese. “Un grande segnale per la città e dalla città – spiega la direttrice del carcere, Teresa Mascolo – che favorisce il processo osmotico tra ‘dentro’ e ‘fuori’, coinvolgendo persone che di solito vengono dimenticate: testimonianza di una nuova sensibilità dei cittadini e del territorio.” CAFFEINA E IL PREMIO STREGA Prosegue la collaborazione tra Caffeina e la Fondazione Bellonci. Martedì 2 luglio si terrà una serata speciale con i cinque finalisti del Premio Strega, Paolo Di Paolo, Alessandro Perissinotto, Romana Petri, Walter Siti, Simona Sparaco, con letture di Ennio Fantastichini, Alessandro Haber e Laura Morante. Venerdì 5 luglio, in esclusiva nazionale, il vincitore del Premio Strega tornerà a Caffeina e si confronterà con Giuseppe Antonelli (Radio Rai, il Sole 24 Ore), Mario Baudino (la Stampa), Raffaella De Santis (la Repubblica), Paolo Fallai (Corriere della Sera), Piero Santonastaso (Il Messaggero). &#8220;Immagino che nei due incontri con i finalisti e con il vincitore si parlerà delle dinamiche che ci sono attorno e dietro il premio, ma credo e spero che a Caffeina si parlerà soprattutto dei libri che concorrono, libri importanti che raccontano il nostro Paese, le nostre radici. Lo Strega non premia gli editori, ma i libri, e questo è sempre il dato da cui partire. Siamo felici di poter collaborare ancora con gli amici di Caffeina, un Festival ogni anno più bello e più grande nonostante la scarsezza di risorse che ha colpito tutto il mondo culturale.&#8221; dice Stefano Petrocchi, coordinatore esecutivo della Fondazione Bellonci. SENZA CAFFEINA La sezione dedicata ai più piccoli si svolgerà all’interno del Cortile del Palazzo dell’Abate. Oltre 40 gli appuntamenti in programma tra laboratori creativi, spettacoli teatrali, presentazioni di libri, attività ludiche. In più quest’anno la sezione del Festival dedicato ai piccini vanta la collaborazione con la fondazione “Le parole di Lulù” di Niccolò Fabi che il 1° luglio dedicherà una serata di musica e parole ai piccoli e alle loro famiglie.  “Nonostante il budget ridotto di questa edizione 2013, la manifestazione si è andata riempiendo nei mesi di proposte e partecipazioni di grande rilevanza. Molti degli artisti e degli operatori coinvolti hanno deciso di partecipare praticamente in forma gratuita, o con un modesto rimborso, agli eventi. Questo evidenzia il grande riscontro che in questi anni Senza Caffeina ha ottenuto non solo rispetto al pubblico, ma anche tra gli addetti ai lavori&#8221; sottolinea Paolo Manganiello, direttore artistico di Senza Caffeina. CAFFEINA E IL FESTIVAL JAZZUP Caffeina Cultura e JazzUp Festival per la prima volta insieme. Nella settima edizione del festival letterario a Viterbo, infatti, verrà dato ampio spazio alla musica. Nello specifico a quella jazz che avrà una piazza intera dedicata: Piazza del Gesù diverrà una sorta di New Orleans della Tuscia dove artisti esordienti e di fama nazionale e internazionale faranno da colonna sonora. Occhi puntati sulle nuove proposte del jazz, a partire dai giovani talenti selezionati grazie al concorso “New Generation” (1 e 2 luglio), ma anche su alcune nuove proposte editoriali come Kekko Fornarelli che si esibirà con Roberto Cherillo Shine (27 giugno). Jazz e non solo: JazzUp, infatti, parlerà anche le note della musica classica contemporanea, del folk e delle contaminazioni elettroniche. CAFFEINA E IL TUSCIA FILM FEST “Abbiamo confermato anche quest’anno, senza esitazioni, la collaborazione con Caffeina Cultura e con l’Università della Tuscia per l’organizzazione di appuntamenti di grande interesse e qualità. Il Complesso di San Carlo di Viterbo, sede universitaria, ospiterà undici giorni dedicati al meglio del cinema italiano dell’ultima stagione e dell’enogastronomia della Tuscia. Nell’arena da 400 posti registi, attori, sceneggiatori ecc. presenteranno le loro opere e incontreranno il pubblico del festival, giunto alla decima edizione” ci racconta Mauro Morucci, [...]]]></description>
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		<title>Pietro Fortuna, ÁGALMA</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jun 2013 16:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jas Gawronski presidente La Quadriennale di Roma è lieto di invitarla all’inaugurazione della mostra PIETRO FORTUNA, ÁGALMA a cura di Guglielmo Gigliotti mercoledì 26 giugno, ore 18 fino al 31 luglio 2013 La mostra si svolge in occasione della donazione alla Quadriennale dell’opera Corona, 2013 ÁGALMA Un gruppo di opere e video realizzati appositamente per l’occasione fanno da contorno all’opera che l’artista Pietro Fortuna ha donato alla Quadriennale di Roma. Il termine greco Àgalma preso a titolo, etimologicamente dono e ornamento, offre la chiave sia per indicare la motivazione dell’evento espositivo (un dono) che per introdurre il visitatore nel complesso universo formale dell’artista. Con questa esemplare raccolta di opere Fortuna offre la traccia di un singolare percorso tematico ben testimoniato nel catalogo della mostra, edito da Rubbettino, che si avvale, oltre che di una lunga intervista tra il curatore e l’artista, anche di testi di Adriana Polveroni e Maurizio Marrone. Scrive Guglielmo Gigliotti, curatore della mostra: «Da bambino Fortuna temeva che a una minima sollecitazione i suoi occhi potessero cadere all’interno. Da adulto non si è tradito: le sue sono rivelazioni rovesciate, vertigini oggettive, collassi di voli, per un’indagine attorno a ciò che rimane della realtà quando la liberiamo dai vincoli dell’interpretazione. E’ un’arte portata al limite e al contempo rifondativa (l’essenza ultima delle cose è anche la prima)… Un gesto d’amore estremo per questa cosa tra le cose, l’arte, due sillabe che emozionano e che interroghiamo da millenni». Negli ambienti di Villa Carpegna, sede della Quadriennale di Roma, saranno allestite anche bacheche con documentazione antologica di libri, testi e fotografie concernenti l’attività artistica di Pietro Fortuna e la storia di Opera/Paese, spazio multidisciplinare da lui fondato nel 1996 a Roma. La mostra si svolge con il contributo della galleria Giacomo Guidi Arte Contemporanea. Apertura fino al 31 luglio, con visite su appuntamento. La Quadriennale di Roma Piazza di Villa Carpegna snc 00165 Roma t. 06.9774531 www.quadriennalediroma.org  info@quadriennalediroma.org  per informazioni e visite: relazioniesterne@quadriennalediroma.org in collaborazione con Giacomo Guidi]]></description>
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		<title>evento ARIA [rivista d&#039;artisti] 4 a WUNDERKAMMERN</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2013 08:51:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C’era una volta, una volta sola ARIA [rivista d’artisti] n. 4 INGRESSO LIBERO Venerdì 21  giugno ore 18.00-22.00_ Wunderkammern, Via Gabrio Serbelloni 124 &#8211; 00176 Roma Venerdì 21 Giugno 2013, alle ore 18.00, ARIA [rivista d’artisti] presenta C’ERA UNA VOLTA, UNA VOLTA SOLA, evento di presentazione del suo quarto numero nella sede di Wunderkammern. Il titolo della rivista, C’ERA UNA VOLTA , UNA VOLTA SOLA, prende spunto dalla consolidata frase che apre la  fabula. ARIA si interroga su ciò che si è visto, ascoltato, ma si è perso, lasciando tracce di memorie frammentarie e, nonostante ciò, ancora raccontabili.  Memorie che si fanno pensieri e forme e che spesso si coagulano in una immagine saliente ed insostituibile. Ecco dunque la fascinazione che, di un’intera storia, permette una sintesi figurale, una fissità cui mira spesso l’arte contemporanea ma che, sempre nuovamente, rimette in movimento prospettando nuove vie all’immaginario. Con la presentazione del nuovo numero di ARIA, il gruppo di lavoro della rivista presenta una esposizione che porta a compimento un progetto lungamente elaborato con criterio laboratoriale, rimasto incompiuto, per essere qui trasformato in un inedito evento espositivo. Riferimento virtuale su cui verteva l’impegno (ennesima storia espositiva mancata), il rapporto tra ceroplastica ed arte contemporanea. Vengono dunque presentate alcune tracce sparse e lavori compiuti, prodotti dagli artisti invitati per quel contesto, negli spazi espositivi di Wunderkammern. L’evento rimanda ad una rappresentazione artificiale e, tra ambientazioni sonore, video, performance, immagini ed installazioni, si espande in ogni sala a mo’ di una eco concreta della rivista e del suo titolo “C’era una volta, una volta sola”.  end_of_the_skype_highlighting begin_of_the_skype_highlightingend_of_the_skype_highlightin Questo numero di ARIA vanta la presenza di un testo poetico di Valentino Zeichen. All’interno di “C’era una volta, una volta sola” sono: Nicola Alessandrini, Paolo Angelosanto, Massimo Arduini, Edoardo Aruta, Gianni Asdrubali, Paolo Assenza, Sara Basta, Teal Baskerville, Paolo Bielli, Tomaso Binga, Pino Boresta, Pino Buffa, Alessandro Calizza, Daniele Canonica, Daniele Carlo Maria Casaburi, Consuelo Celluzzi, Izumi Chiaraluce, Paolo Consorti, Mario Cuppone, Daniele Contavalli, David Pompili Davil, Michele de Luca, Carlo De Meo, Stefania de Mitri, Laura Della Gatta, Mauro Di Silvestre, Massimo Diosono, Ermanno Dosa, Santino Drago, Epvs, Stefania Fabrizi, Simona Frillici, Werther Germondari, Dario Ghibaudo, Rebecca Goldman, Sandra Hauser, Micaela Lattanzio, Ovidiu Leuce, Franco Losvizzero, Tiziano Lucci, Salvatore Mauro, Pablo Mesa Capella, Ugo Magnanti, Rita Mandolini, Paulina Mikol Spiechowicz, Veronica Montanino, Armando Moreschi, Lisa Nonken, Omino 71, Cristiano Petrucci, Gufo Piacentini, Serena Piccinini, Claudia Quintieri, Paola Ricci, Anna Romanello, Fabrizio Sacchetti, Jack Sal, Guendalina Salini, Maurizio Savini, Ananya Sikand, Lino Strangis, Danilo Torre, Chelsea Torres, Gian Maria Tosatti, Francesca Tulli, Jaqueline Tune, Vado, Paola Romoli Venturi, Daniele Villa, Fiorenzo Zaffina e un disegno di Luigi Ontani. Sono esposti alla Wunderkammern: Andrea Aquilanti, Petra Arndt, Ali Assaf, Paolo Assenza, Riccardo Caporossi, Laura Cionci, Francesca Romana Di Nunzio, Andrea Fogli, Simona Frillici, Dario Ghibaudo, Silvia Giambrone, Francesco Impellizzeri, Myriam Laplante, Franco Losvizzero, Rita Mandolini, Franco Ottavianelli,  Luca Maria Patella, Lino Strangis, Naoya Takahara. info: redazionearia@gmail.com Direttore Responsabile: Giorgio de Finis Responsabile di Redazione: Cristiana Pacchiarotti Art director: Carlo De Meo Redazione: Arianna Bonamore, Pino Boresta, Tania Campisi, Francesco Nucci, Giovanni Piacentini &#160;]]></description>
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		<title>Letti di notte. La prima notte d&#8217;estate in biblioteca o in libreria</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2013 07:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 21 giugno 2013, 100 librerie indipendenti, 20 biblioteche e 40 editori danno vita alla seconda notte bianca del libro e della lettura. Al centro, piacere, condivisione, creatività. Autori leggendari, librai di calibro, bibliotecari prestanti e lettori scatenati. Per tutta la notte e, a volte, fino all&#8217;alba, vi aspettano: letture bendate, cantate, juke-box di parola covi di fumetti, maghi, disfide… scrittori in premio per te! Facce &#38; strisce di notte, buste con gli Introvabili parole magnetiche, cartoline, blocNotte, riciclattoli, birre, tisane fresche e pigiami. Dal tramonto all’alba potremo goderci l’altra faccia della lettura in libreria o in biblioteca. Accendiamo insieme la prima notte d’estate. “Letti di notte” nasce il 21 giugno 2012 da un&#8217;idea di Patrizio Zurru, (Corso Libri Piazza Repubblica, Cagliari) e Marco Zapparoli (Marcos y Marcos, Letteratura Rinnovabile). Qui l&#8217;elenco (in divenire) delle librerie e biblioteche partecipanti. &#160;]]></description>
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		<title>Fèr. Storie di ferro, lavoro, arte</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2013 16:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siamo entrati in uno spazio industriale dismesso della prima metà del Novecento. Tutto in silenzio, rigoroso, per non mancare di rispetto a questa struttura abbandonata, questa cattedrale. Noi che ci occupiamo di fotografia, di parole, di installazioni, di video eravamo totalmente rapiti da un posto che ci rimandava alla parte più concreta della nostra storia. Abbiamo iniziato a pensare a come fosse tutta quella struttura in funzione, a cosa accadesse lì dentro e a quali meccanismi innescasse quel luogo. Ci siamo chiesti come sarebbe stato se avessimo tentato di riprodurre tutto quel lavoro con i nostri mezzi, magari con un video e con un supporto sonoro adatto, forse con delle parole, forse con delle immagini. Con la nostra arte. Piano piano abbiamo pensato a sviluppare questo progetto, cercando di capire come inserirlo nella nostra città, nella storia di Brescia, dei nostri genitori e ancora prima dei nostri nonni. Nella nostra storia, insomma. Nell&#8217;ottobre del 2012 abbiamo pensato che una piccola fabbrica in disuso fosse idonea a ospitare il nostro progetto di ricreare l&#8217;ambiente della fabbrica attraverso il nostro strumento principale: l&#8217;arte. Oggi riproponiamo questa esperienza all&#8217;interno dell&#8217;antico Forno Fusorio di Tavernole sul Mella, un luogo che rappresenta le origini della storia siderurgica bresciana. Questa spazio è stato recentemente ristrutturato nel rispetto delle sue origini risalenti al XV secolo quando proprio lì avveniva l&#8217;estrazione del ferro che ha consentito al nostro territorio di diventare un&#8217;eccellenza mondiale. Anche in questa occasione vorremmo che il mondo del ferro fosse vicino a quello dell&#8217;arte, che dialogassero. L&#8217;idea è quella di far la compenetrare le due realtà attraverso questa operazione, di trasmettere il nostro entusiasmo, la nostra passione, di far capire quanto entrambe siano necessarie al nostro esistere. Desideriamo affascinare attraverso suoni e immagini tutte le persone che si lasceranno coinvolgere da questo progetto. Saremmo felici di sapere che chi verrà al Forno Fusorio ne uscirà cambiato, incuriosito, arricchito esattamente come è accaduto a noi nel tentativo di creare un dialogo tra la parte più materica della vita e quella più artistica, con curiosità e passione, con sentimento e partecipazione. Questo significherà essere riusciti nel nostro intento. Fèr è un&#8217;installazione, è uno spettacolo teatrale, è un&#8217;esperienza sensoriale. Negli spazi del Forno Fusorio di Tavernole gli spettatori potranno entrare nel percorso artistico attraverso il quale Enrico Ranzanici e Vittorio Guindani con la curatela di Piera Cristiani hanno inteso rappresentare la loro percezione di fabbrica e di lavoro. Il pubblico infine sarà condotto nello spazio centrale nel quale potrà assistere allo spettacolo teatrale Da le sès a le dò e da le dò a le dès con la regia di Silvio Gandellini, l&#8217;attore Enrico Re e i musicisti compositori Maurizio Rinaldi e Fabrizio Saiu. A cura di Piera Cristiani, coordinamento progetto di Enrico Ranzanici, produzione esecutiva di Francesca Tocchella, direzione tecnica di Andrea Gentili. Si consiglia vivamente la prenotazione. Per info e biglietti www.eventofer.it]]></description>
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		<title>ArtDet: sarà un nuovo sito di rating museale e di eventi legati all&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 17:57:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un progetto che nasce da una necessità, da una mancanza, dalla voglia di rendere accessibile a tutti qualcosa che sembra riservato solo a determinati gruppi sociali, dalla voglia di scoprire i luoghi dell&#8217;arte semplicemente con un click. ArtDet sarà un nuovo sito di rating museale e di eventi legati all&#8217;arte che permetterà agli utenti di trovare facilmente e velocemente il tipo di istituzione che più gli interessa, le relative informazioni inserite da visitatori precedenti e le loro opinioni, per rendere la loro esperienza il più soddisfacente possibile. Sono quattro studentesse universitarie della laurea in Comunicazione nei mercati dell&#8217;arte e della cultura presso l&#8217;Università IULM di Milano ad aver ideato il progetto perché vogliono “prendere una posizione e iniziare a cambiare le cose.” E lo faranno passando attraverso una forma di finanziamento che, soprattutto nel campo della cultura, sta diventando estremamente ricorrente: il crowdfunding. La piattaforma Eppela ospita la loro proposta e, nel frattempo, le quattro ragazze contano di allargare il loro network e di far conoscere l&#8217;idea grazie alla pagina Facebook e il profilo Twitter. ArtDet esprime il desiderio di cercare i luoghi dell’arte visiva come dei “detective”. Agli utenti spetterà il compito di scrivere le recensioni, programmare itinerari e suggerire l&#8217;inserimento di una nuova istituzione qualora non fosse già presente sul sito. Inoltre sarà possibile fare delle ricerche mirate a un tipo di arte specifica (medioevale, contemporanea, egizia ecc.), artista, città, mostra o museo, quindi in base alle richieste dell&#8217;utente e a quello che più gli piace. Ma da dove nasce la necessità di mettersi in gioco in prima persona in un campo che, apparentemente, sembra già saturo? Dalla percezione che le decine di riviste da consultare, i siti internet tra cui districarsi, non soddisfino mai il desiderio di trovare un&#8217;offerta culturale che si adatti ai nostri gusti e che ci faccia scoprire ogni volta che lo vogliamo un lato nascosto dei luoghi che stiamo visitando. L&#8217;obiettivo è quello di poter arrivare a toccare anche persone inizialmente ignare dell&#8217;offerta culturale, diventare punto di riferimento, appoggio non solo per i visitatori, ma anche per le istituzioni stesse, che trarranno beneficio dal conoscere in modo gratuito e diretto le opinioni dei loro pubblici. Esiste la possibilità di una comunicazione attiva e produttiva tra fruitori e istituzioni e questo progetto lo dimostra. Per approfondire ogni aspetto di ArtDet, ma soprattutto per seguirlo nei suoi progressi ecco i riferimenti: https://www.facebook.com/#!/pages/Art-Det/172600896219658 https://twitter.com/_artdet Su Eppela: http://www.eppela.com/ita/projects/448/art-det]]></description>
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		<title>2a EDIZIONE DEL FESTIVAL LETTERARIO. Gita al faro, Ventotene</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 17:17:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[17/23 giugno 2013 2a EDIZIONE DEL FESTIVAL LETTERARIO Gita al faro ISOLA DI VENTOTENE Ideato e organizzato da Associazione Culturale Tùrbìne e studio mun In collaborazione con Comune di Ventotene, AVIAP (Associazione per la valorizzazione delle isole dell’arcipelago ponziano) e Area Marina Protetta Riserva Naturale Statale Isole di Ventotene e Santo Stefano PREMIO DI RAPPRESENTANZA DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI Con il patrocinio della Fondazione Pertini Scarica il Programma (PDF) SCRITTORI AL CONFINO Quattro scrittrici e quattro scrittori confinati per sei giorni sull&#8217;isola di Ventotene, a scontare il loro privilegio: essere scrittrici, essere scrittori. Condannati a esercitare il dono supremo dello sguardo, quell&#8217;attenzione mirata che genera storie, quindi a scrivere un racconto ispirato all&#8217;isola o dall&#8217;isola e infine a sottoporlo al Tribunale Benigno dei Lettori, in due serate reading, in un teatro affacciato sul mare e illuminato dalla luce intermittente del Faro. Nella suggestiva cornice dell’isola di Ventotene, si svolge la seconda edizione del Festival Letterario Gita al Faro, ideato dall’ Associazione Culturale Tùrbìne e studio mun in collaborazione con ilComune di Ventotene, AVIAP (Associazione per la Valorizzazione delle Isole dell&#8217;Arcipelago Ponziano) e l’Area Marina Protetta Riserva Naturale Statale Isole di Ventotene e Santo Stefano. La direzione artistica del Festival, il cui titolo trae ispirazione dall’omonimo romanzo di Virginia Woolf, che nella prima e fortunata edizione era affidato a Lidia Ravera, passa da quest’anno alla scrittrice Sandra Petrignani. “L&#8217;anno scorso sono stata fra gli otto scrittori invitati alla prima edizione del Festival Gita al faro di cui ho subito apprezzato la formula, unica nel suo genere, di mettere a confronto gli scrittori fra loro prima che con il pubblico e forzandoli in un lavoro creativo sul campo. Così, quando Lidia mi ha chiesto di sostituirla alla direzione artistica, ho accettato volentieri, almeno finché lei avrà la responsabilità dell&#8217;assessorato alla cultura della regione Lazio. Mi auguro di trovare in me lo stesso polso e l&#8217;analoga creatività con cui lei ci ha guidati l&#8217;anno scorso e di contribuire alla crescita del Festival e al suo radicamento nel territorio. In questa direzione abbiamo studiato alcune piccole novità (presentazioni quotidiane in libreria, incontro con i bambini della scuola finalizzato alla sensibilizzazione sul tema dell’ambiente attraverso la scrittura) che non ne correggono il profilo, ma semmai contribuiscono a precisarlo.”  Sandra Petrignani Un coraggioso drappello di militanti delle letteratura sarà invitato a trascorre una settimana sull’isola per scrivere un inedito ispirato a e da Ventotene. Durante il fine settimana il festival si aprirà al pubblico per la lettura dei racconti, sullo sfondo di un magnifico teatro naturale a picco sul mare. Le letture saranno accompagnate dalle musiche composte per l’occasione dal pianista e compositore Valerio Vigliar. Concita De Gregorio farà un intervento in apertura della prima serata. Ventotene diventa così un luogo privilegiato da cui guardare il mondo, reinterpretato attraverso le parole e il pensiero degli scrittori. Ospiti della seconda edizione: Emanuele Trevi • Rosella Postorino • Walter Siti • Gianfranco Calligarich • Fabio Viola • Elena Stancanelli • Loredana Lipperini Hanno partecipato alla prima edizione: Barbara Alberti • Marco Baliani • Caterina Bonvincini • Marco Lodoli •Francesco Pacifico • Laura Pariani • Sandra Petrignani • Sandro Veronesi ideazione e organizzazione Tùrbìne e studio mun in collaborazione con Comune di Ventotene e Aviap Associazione per la Valorizzazione delle Isole dell’Arcipelago Ponziano con il patrocinio di Comune di Ventotene • Fondazione Pertini Area Marina Protetta Riserva Naturale Statale Isole di Santo Stefano e Ventotene PER QUALSIASI INFORMAZIONE, INVIO DI MATERIALE E INTERVISTE: UFFICIO STAMPA Eleonora Doci  +39 328 4746032 vania.ribeca@studiomun.it Vania Ribeca +39 333 2554215 eleonora.doci@studiomun.it www.gitaalfaro.it www.facebook.com/gitaalfaro http://youtu.be/QvKRZiXbzog]]></description>
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		<title>Se io fossi Peggy Guggenheim, audio documentario</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 17:03:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Audio documentario Se io fossi Peggy Guggenheim a cura di Francesca Campli, Eva Milella e Carolina Levi, con con il supporto artistico di Guendalina Salini e le musiche originali di Michele Moi. La voce di Peggy sarà interpretata da Maddalena Crippa. Se io fossi Peggy Guggenheim è un indagine nel mondo dell&#8217;arte contemporanea tra i ricordi e i pensieri delle donne che vi &#8220;militano&#8221; ogni giorno: un filo rosso parte dall&#8217; &#8220;ultima doganessa&#8221;, la più celebre mecenate internazionale, e si congiunge a queste voci femminili che oggi, nelle loro esperienze tutte uniche e originali, recuperano la stessa passione e istinto per l&#8217;arte. Se io fossi Peggy Guggenheim andrà in onda da lunedì 17 a mercoledì 19 e venerdì 21 giugno, alle 19,45, sulle frequenze di Radio Rai 3, per la trasmissione Tre soldi, a cura di Fabiana Carobolante (4 puntate da 15 minuti ognuna).  Lunedì 17 Giugno, la libreria Let&#8217;s Art di via del Pellegrino 132,  ospiterà la serata inaugurale a partire dalle 19h. Si ascolterà in diretta la prima puntata della trasmissione e, a seguire, la lettura di alcuni brani della biografia di Peggy interpretati dall&#8217;attrice Eva Milella, con musiche composte ed eseguite da Michele Moi &#8220;Se io fossi Peggy Guggenheim nasce dall&#8217;aver riflettuto intorno alla relazione d&#8217;amore e passione per l&#8217;arte visiva da parte di alcune donne in Italia nel &#8217;900. Questo rapporto amoroso assume diverse declinazioni a seconda delle personalità e dei ruoli di queste donne. Ma se si può individuare una cifra comune, questa è la grande generosità, la passione e l&#8217;impegno per l&#8217;arte e gli artisti, che ci ha portate a chiederci: cosa c&#8217;è di speciale in questo rapporto tra una donna e l&#8217;arte visiva? Personalità diverse come Peggy Guggenheim o Palma Bucarelli, la prima direttrice di un museo pubblico com&#8217;è la Galleria Nazionale d&#8217;Arte Moderna di Roma, si sono sempre battute per sostenere l&#8217;arte e le avanguardie artistiche, e sono state capaci di vedere il nuovo e di promuoverlo. Peggy è amica di Samuel Beckett che insiste affinché si interessi all&#8217;arte contemporanea, in quanto &#8220;qualcosa di vivente&#8221;, e di Marcel Duchamp che le presenta gli artisti, alcuni dei quali Peggy sostiene con un appannaggio mensile e comprando moltissime opere. Nel 1948 viene invitata ad esporre la sua collezione alla prima Biennale di Venezia dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale. Le opere di artisti come Arshile Gorky, Jackson Pollock e Mark Rothko sono così esposte per la prima volta in Europa. Anche oggi in Italia ci sono tantissime donne impegnate nell&#8217;arte, un&#8217;avventura che è si un lavoro, ma è anche qualcosa di più: curatrici, galleriste, direttrici di Musei, critici e poi tante artiste, abbiamo voluto chieder loro da dove nasce questo desiderio per l&#8217;arte e a cosa corrisponde, se così si può dire. Forse in un mondo come quello dell&#8217;arte contemporanea, sempre più schiavo di logiche di mercato e di un sistema di poteri e relazioni che con l&#8217;amore e la passione hanno ben poco a che fare, le donne e la loro capacità di darsi non per calcolo ma per slancio, possono rappresentare oggi una risorsa decisiva&#8221;. Si ringraziano per le interviste: Cecilia Canziani Alda Fendi Raffaella Frascarelli Sciarretta Ilaria Gianni Valeria Giuliani Stefania Miscetti Adriana Polveroni Fiorella Rizzo Federica Schiavo Marinella Senatore Dora Stiefelmeier]]></description>
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		<title>La Mail Art è viva, lotta, si muove, viaggia insieme a noi</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 12:16:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Martusciello</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[proponiamo]]></category>

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		<description><![CDATA[La Mail Art o Arte Postale è una pratica d&#8217;avanguardia che consta di invii di lettere, cartoline, buste e simili elementi extra-artistici innalzati al grado di artisticità da manipolazioni ad hoc e recapitati a uno o a più destinatari tramite posta. La rielaborazione autoriale, cioè, avviene dipingendo, decorando graficamente etc. tali materiali o costruendone delle speciali versioni e successivamente spedendo ogni opera così realizzata prevedendo un’interazione con i fruitori riceventi. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. La narrazione romanzata vuole che uno dei primi semi della Mail Art fosse incarnato da&#8230; Cleopatra, che si fece letteralmente recapitare, come dono d&#8217;amore, nascosta avvolta in un tappeto pregiato, al suo amato Giulio Cesare. Come la storia andò a finire è cosa nota&#8230; Leggenda a parte, il vero principio della Mail Art è concentrato nell’ottocento inglese, in procedimenti popolari e nel concetto che oggi chiameremo di Brand, tutto riassunto nelle illustrazioni dell’artista William Mulready, fatte per la riproduzione a mezzo stampa del primo nucleo di buste pre-affrancate create per il lancio della Penny Post e utilizzati a partire dal 6 maggio nel 1840; esse, per qualche strano motivo, non furono apprezzate e per questo caricaturate da altri autori, generando una mole notevole di altro materiale simile, basato sul servizio postale e proto-Mail Art… Da allora, tanti artisti perseguirono quest’arte, spesso pionieristicamente: i Futuristi, con le cartoline e le epistole anche ludiche di Giacomo Balla, di Fortunato Depero, Francesco Cangiullo e i collage spediti da Ivo Pannaggi; o i Dadaisti, con le cartoline rettificate di Max Ernst e George Grosz oltre che alcune risoluzioni di Marcel Duchamp; ecco, anche, Paul Klee: in particolare, ci è nota una sua cartolina disegnata indirizzata a Gabriele Munter nel 1913; altro attore importante di tale arte è stato Yves Klein nel 1959, quando appose un bollino del suo peculiare colore blu ricoprendo i francobolli ufficiali delle Poste francesi e spedendo, proprio con tali francobolli modificati, inviti delle mostre. In pieno clima Fluxus, esemplare è The Postman&#8217;s Choice, 1965, di Ben Vautier, una cartolina con indirizzi diversi su ognuna delle sue due facce&#8230;: il recapito, insomma, era a discrezione del postino, come titolazione premetteva; Robert Watts, a sua volta, progettò una serie di francobolli e, nel 1966, George Maciunas creò il Fluxus-Kit postale, un multiplo di scatole contenenti cartoline, francobolli e buste da lettera. Ray(mond) Johnson è da molti considerato un padre forte della Mail Art; l&#8217;artista morì suicida il 13 gennaio 1995 gettandosi nelle acque ghiacciate dal ponte di Sag Harbor (Long Island); quello che è stato definito  &#8220;il più famoso artista sconosciuto di New York&#8221; mise fine alla sua vita così, con una terribile, drammatica performance che fu celebrata da una cartolina postale. Invece, avvisava di &#8220;essere ancora vivo&#8221; On Kawara, che negli anni Settanta inviò telegrammi che, testimoniando la sua analisi e l&#8217;ossessione connessa al Tempo, davano conto, concettualisticamente, del suo &#8221;Still Alive&#8221; - appunto &#8211; dopo avere dettagliato su cartoline di viaggio ora e minutaggio, oltre che il giorno esatto dei suoi inizi della giornata  (I got up). L&#8217;elenco è davvero lungo, e si amplia nelle controculture e nelle tante esperienze diversificate di Mail Art e simili rese, di cui non si contano gli autori&#8230; Anche in Italia si distinguono protagonisti connessi a tale configurazione artistica: non dimenticando un episodio più politico-utopistico (l&#8217;Isola delle Rose, autoproclamatasi Repubblica Esperantista e Stato indipendente nel 1968 in acque Adriatiche, editò propri francobolli-capolavoro),  molti si cimentarono, sia sporadicamente ma strepitosamente – Alighiero Boetti, Giosetta Fioroni, Mario Schifano, tra i vari – sia più in linea con un’idea di scambio artistico libero dai condizionamenti commerciali – Enrico Baj, Pablo Echaurren, Prof. Bad Trip –, sia noti per portare avanti questa forma d&#8217;arte in maniera netta: Anna Boschi, ad esempio, oltre ad avere organizzato molti progetti di Mail Art, ha creato un ampio archivio del genere (Mailartmeeting Archives) e archivi e analoghe realtà sono il M.I.M.A. Museo Internazionale Mail Art, l&#8217;A.I.M.A. Archivio Internazionale Mail Art, e l&#8217;International Union of Mail Artists &#8211; IUOMA); altri artisti hanno scelto di portarla avanti  in maniera insistita (Ruggero Maggi, Marcello Diotallevi etc.) atri più giocosa (Anna Banana)  o prioritariamente, come Guglielmo Achille Cavellini, Piermario Ciani e Vittore Baroni, che editò per trent’anni anche una rivista specializzata (“Arte Postale!”, ottobre 1979 &#8211; dicembre 2009). Sono solo alcuni dei tanti esempi di una scelta che coniuga istinto e progetto&#8230; Questa è arte-azione ed è qualcosa di attivissimo. Gli artisti della Mail Art hanno spedito negli anni una mole inimmaginabile di queste loro elaborazioni via corrispondenza; hanno affidato e affidano al viaggio postale il proprio messaggio estetico-elegiaco in liaison con la comunicazione e dando all’atto della ricezione un’ulteriore aggiunta di significato, come ci siamo detti; così, infatti, si allontana la prassi più passiva della fruizione solo espositiva di tali lavori per una sollecitazione partecipativa; si provoca la sorpresa, in chi li riceve, la meraviglia di poter rigirare tra le mani qualcosa che solitamente è vietato toccare nei musei e nelle gallerie. Si genera, insomma, con queste missive artistiche, un circuito etico e positivo, potenzialmente infinito, che regala occasioni per possedere un capolavoro facilmente, gratuitamente e inaspettatamente, ripagandolo, semmai, contraccambiando con un’altra creazione di Arte postale destinata al mittente che per primo ha omaggiato della sua opera: e così via, come in una catena di Sant’Antonio virtuosa dove lo spettatore diventa protagonista e compartecipe dell&#8217;esperienza artistica; del resto, non fu Marcel Duchamp ad aver dichiarato che il pubblico, nel &#8220;processo di visualizzazione&#8221; dell&#8217;opera o dell&#8217;evento estetico &#8220;aggiunge il suo contributo all&#8217;atto creativo&#8221; (Marcel Duchamp in una lettera del 1956 di Jean Mayoux, in: M. D., La Liberté et une divisibile: Textes critiche et politiques, Ussel, 1979)? La legge della Mail Art è poi mutata nel suo meccanismo standard e, con l&#8217;avvento di nuove tecnologie ha visto i suoi protagonisti tra i primi a servirsene creativamente; così, alla spedizione delle opere in maniera tipica, ovvero imbucandole e affidandosi all’ufficio postale, si è affiancato prima l&#8217;uso creativo del Fax, poi l&#8217;invio tramite email (ed oggi condiviso anche nei Social-Network): a questo punto, la comune, classica modalità della prima [...]]]></description>
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		<title>Ezra Pound</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 11:38:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non si può criticare ed essere diplomatici nello stesso tempo.]]></description>
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		<title>Una chiacchierata su Perth con l’artista Peter Dailey. Focus on Australia</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 11:27:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Naima Morelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[focus on]]></category>
		<category><![CDATA[proponiamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Artisti, bariste, venditori ambulanti, factotum, camerieri, surfisti, passanti. A Perth nessuno con cui ti fermi a parlare più di cinque minuti può evitare di dirlo: ”Perché sai… questa è una delle città più isolate del mondo!” Lo è, diamine se non lo è, date uno sguardo a Google Maps se non mi credete! Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. E infatti anche Peter Dailey, artista nato nello stato del Victoria ma residente a Perth da molti anni, non può trattenersi dal dirlo: “L’avrai sentito, Perth è la città più isolata del mondo. Punti un dito ad est e c’è il deserto rosso, punti un dito ad ovest e c’è l’Africa, punti un dito a sud e c’è l’Antartico, punti un dito a nord e c’è l’Indonesia. Perth è lontana da tutto!” Sarà per questo che nell’ultima sua mostra al Fremantle Art Centre, il centro espositivo nella zona portuale di Perth, Peter Dailey ha deciso di ricreare un mondo all’interno dell’individuo. Dieci sculture in vetroresina modellate in forma umana contengono all’interno altrettante dimensioni interiori. Sono oggetti, pillole, castelli, costruzioni geometriche per individui costretti a vivere una dimensione interiore. Peter nasce come scultore. Nel suo studio, situato nella campagna attorno a Perth, mi mostra le strutture in legno che sarebbero serviti da base alle sculture definitive in mostra. “Ho concepito queste sculture come appartenenti a tre tipi di mondi diversi, quello naturale, quello meccanico e quello dell’anima. Il rapporto tra mondo esteriore ed interiore mi ha sempre affascinato. In ogni caso per me va bene che queste opere si prestino a tante letture differenti, a volte gli stessi critici con le loro interpretazioni mi fanno vedere il mio stesso lavoro in una luce diversa!” La cosa interessante che ho scoperto gironzolando negli ampi capannoni dove Peter Dailey lavora (nella città più isolata del mondo gli artisti possono permettersi di allargarsi) è la sua continua sperimentazione con i materiali. L’artista mi spiega che vivendo a Perth non ha mai sentito la pressione di un mondo dell’arte che giudicasse con troppa serietà i suoi lavori: “Già l’Australia di per sè è piuttosto defilata come situazione, Perth poi, per quanto vivace e stretta sia la propria comunità artistica, non ha mai voluto fare la primadonna” Allo stesso tempo Peter, soprattutto nella sua pratica di insegnante d’arte, si è reso conto di un altro tipo di responsabilità che riguarda la propria generazione: “C’è un detto che dice: Niente cresce all’ombra di un albero alto. L’Australia non ha alberi alti. Abbiamo il bush invece, la vegetazione bassa e fitta fitta. Stessa cosa per l’arte. Non abbiamo Michelangeli e Leonardi che fanno ombra agli artisti contemporanei. Non abbiamo nessuno da riverire e al quale ispirarci, ma allo stesso tempo siamo proprio noi coloro che stanno costruendo la storia dell’arte in Australia. Questa è senz’altro una responsabilità. La fondazione dell’Australia, se non parliamo degli aborigeni ovviamente, risale a poco più di 100 anni fa, quindi tutto è ancora in fase di costruzione. E’ incredibile pensare che un intero continente sia rimasto chiuso a qualsiasi tipo di influsso e sconosciuto al resto del mondo per così tanto tempo!” Mentre Peter mette a bollire l’acqua per il tè, mi spiega che fondamentale per lo sviluppo di un’arte locale è stato il fatto che gli australiani si riconoscessero finalmente in quanto tali: “Tutte le grandi città in Australia sono vicine al mare. Tutta questa gente venuta qui dall’Europa sembrava dirsi: non si sa mai, questa terra è ostile, se qualcosa va storto saltiamo su una nave e torniamo a casa.” Proprio a Perth e più in generale in Western Australia, regione storicamente ricca ma conservatrice, sono nati innumerevoli progetti a sostegno dell’arte. Art Source è uno dei più importanti. Si tratta di un’organizzazione che mette in comunicazione gli artisti provenienti da diverse parti della WA tra di loro, con le istituzioni e con il resto dell’Australia. Non mancano le associazioni filantropiche. The Syndacate ad esempio, un gruppo di gentiluomini interessati all’arte che ogni anno commissiona delle opere, esclusivamente figurative, ad un artista, con lo scopo di acquistarle a mostra terminata. E’ proprio il caso della mostra Apparition di Peter, seconda avventura del Syndacate. Precisa l’artista: “Eppure, se devo muovere una critica, la rivolgo soprattutto alle istituzioni museali. Se hai avuto modo di visitare la Art Gallery of Western Australia ti sarai resa conto che di arte proveniente dalla WA ce n’è ben poca. Insomma, è ridicolo che una galleria nella città più isolata del mondo cerchi di competere con la Tate o il Moma. Che si concentri invece sulla rappresentazione di artisti nel proprio territorio di competenza!” Le iniziative più interessanti e vivaci sembrerebbero provenire da Pica, il Perth Centre for Contemporary Art, un’istituzione vivace e dinamica, dagli spazi indipendenti gestiti da artisti come Paper Moon, Free Range e Gotham City, e da nuove e inedite soluzioni espositive nate da un’esigenza pratica. Le Pop Up Galleries per esempio. “Le Pop Up Galleries sono un fenomeno che qui ha avuto grande successo. Perth è una città che si sviluppa in orizzontale ed è sempre in costruzione. In questo contesto spazi momentaneamente inutilizzati in stazioni o in centri commerciali si trovano ad ogni angolo. Spesso, in una nuovo centro commerciale appena inaugurato, comunica tristezza vedere negozi con la vetrina oscurata, ancora vacanti. Allora si decide di dare questo spazio per un certo periodo di tempo ad un artista, il quale può usarlo come proprio studio e spazio espositivo. In questo modo, per la contentezza delle altre attività limitrofe, non ci saranno spazi vuoti nel palazzo. L’artista dal canto suo avrà uno studio con tanto di vetrina e avventori e compratori casuali al di fuori della solita cricca dell’arte. Insomma, le Pop Up Galleries sembrano soddisfare tutti.” E’ così: nella città più isolata del mondo si fa di necessità virtù.]]></description>
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		<title>MACRO: Artisti in residenza, bando di concorso</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 18:39:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[concorsi bandi & premi]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo bando del concorso relativo al  “Programma Artisti in residenza” sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale lunedì 25 marzo 2013. Il concorso è finalizzato alla raccolta delle candidature per le prossime residenze d’artista in programma nei periodi agosto/novembre 2013 e febbraio/maggio 2014. La scadenza per presentare le domande è il 16 giugno 2013. La documentazione dovrà pervenire al MACRO  &#8211; Museo d’Arte Contemporanea Roma &#8211; “Ufficio Residenze d’Artista”, via Nizza 138, 00198 Roma. I sette vincitori potranno usufruire di una borsa di studio mensile o di due alloggi per tutta la durata del progetto e una fee di produzione. Alla fase creativa della durata di quattro mesi, seguirà la fase espositiva delle opere realizzate della durata di due mesi. Per maggiori informazioni collegarsi al sito http://www.museomacro.org/ &#160;]]></description>
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		<title>Cosa succederà domenica 16 a Vigna di Valle? Una Battaglia sul Lago di Paolo Buggiani</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 16:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;MINITRIMARANO&#8221;  e la  &#8221;METALLIC CREATURE &#8221; a confronto: prova per domenica 16, ore ore 19, 50 (al tramonto) al Lago di Bracciano, nell&#8217;area di spiaggia a Vigna di Valle, nel tratto di fronte al Club della Vela e un noto ristorante del posto. Foto in anteprima per art a part of cult(ure)&#8230; Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.]]></description>
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		<title>Schnabel. Al CIAC di Foligno</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 11:03:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Traversi</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[proponiamo]]></category>

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		<description><![CDATA[La bella cittadina umbra, Foligno, che meriterebbe un viaggio solo per le preziose pitture murali con le Arti, i Prodi e gli Imperatori del suo Palazzo Trinci, ospita fino al 23 giugno una notevole selezione di grandi opere di Julian Schnabel, strabordante e geniale stella del firmamento newyorkese. Per descriverne la personalità sarebbe più semplice elencare cosa non ha fatto: “Ama la vita, ama l&#8217; amore, l&#8217; arte, le donne. E&#8217; generoso, produce molto e della vita non si fa mancare nulla”. Così me lo ha descritto il garbato collezionista milanese che ha prestato per l&#8217; occasione 6 celebri dipinti tra cui JMB, quasi mitico requiem per l&#8217;amico Basquiat, raramente visibile come varie delle 14 opere attualmente al CIAC. Gli altri 8 vengono dall&#8217; altrettanto celebre Galleria Gian Enzo Sperone, uno dei caposaldi della Grande Mela, l&#8217;altro italiano di New York -insieme a Leo Castelli- ad avere creato uno dei luoghi-cardine della storia e del mercato artistico del secondo Novecento. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. I lavori portati a Foligno, nel rugginoso parallelepipedo cieco del CIAC con la curatela di Italo Tomassoni, sono di qualità eccezionale, a partire dal bellissimo Adieu, del 1995 ma anche nel caso del quasi giovanile Pino Pascali, 1985, formato da 5 pannelli di legno affiancati. Julian, il figlio del povero Jack ha &#8211; nel tempo &#8211; distrutto molte delle sue opere precedenti, quelle degli anni settanta, periodo di formazione e crescita all&#8217;interno della comunità artistica di New York, tra loft, bar e mestieri per la sopravvivenza ( tassista, cuoco, venditore di occhiali da sole). Già dal 1976 ha scoperto e amato l&#8217; Europa e l&#8217; Italia, soprattutto Beato Angelico, Giotto e Caravaggio. Poi Gaudì a Barcellona. Non ha mai attribuito validità ad una visione gerarchica delle arti, né tra astratto o figurativo. Tecnica a cera, dipinti su lastre, coesistenza o sinestesia di simboli cristiani, ebraici e pagani, ma anche di materiali rinvenuti, bronzi e, dai primi anni Ottanta, corna di cervo, pelle animale e materiali vissuti, degradati dal tempo e dalle intemperie. Daranno luogo a quelle definizioni di “pittura selvaggia” e di “neo-espressionismo” che lo accompagnano insieme ad una costante e creativa patina etnografica: qualcosa di potente, vitale e riconoscibile, certo anche assai più digeribile per il pubblico del Global Art System rispetto ai minimalismi di altri artisti, così come per il suo carisma, che gli ha permesso di vivere in pigiama tra le serate milionarie di qualsiasi latitudine. Già dai primi anni Ottanta, le sue mostre da Mary Boone e Leo Castelli vendevano tutto ancora prima del vernissage. Per la cronaca, lui stesso ebbe allora a commentare: “Non so cosa sia successo&#8230;” I suoi lavori sono al MOMA, al Guggenheim di Bilbao, al PECCI di Prato, per non parlare dell&#8217; impressionante elenco delle mostre worldwide. Alla Biennale di Venezia del 2000 risale l&#8217;amicizia con Francesco Clemente, Anselm Kiefer, Georg Baselitz e un&#8217; inaspettata convergenza d&#8217; intenti tra artisti delle due sponde atlantiche, in concomitanza con la Transavanguardia. Ma Rudi Fuchs non lo invita a Documenta 7. Altri supporti usurati dall&#8217;attività umana entrano nel suo personale repertorio tecnico. In Messico: il telone cerato militare. In Giappone: gli sfondi del teatro Kabuki. Ed ancora: il pavimento dei ring da pugilato. Nel 1990 la meravigliosa Maison Carrée di Nimes &#8211; uno dei più belli tra i templi romani provinciali conservati &#8211; ospita varie sue colossali tele (670&#215;670), privilegiando sempre più le grandi dimensioni: “perché la loro realtà fisica influisce sul significato” e “sembra che l&#8217; interno si scomponga” (&#8220;Flash Art Int.&#8221;, 1986, ott.-nov., p.51). Continuano o si aggiungano bronzi, sete, fotografia, carte e poi&#8230; il cinema. Sembra avere il tocco di Re Mida anche come regista (autobiografico) a cominciare dal film su Basquiat (1996), con un un cast stellare: Jeffrey Wright David Bowie, Dennis Hopper, Michael Dafoe. Col secondo film, Prima che sia notte ebbe il Leone e la Coppa Volpi (2000). Lo scafandro e la farfalla fu premiato per la regia a Cannes (2007), ai Golden Globes (2008), a Berlino (2007) e a Miral (2010). Non lo rende amabilissimo l&#8217;amplificazione troppo mondana del suo talento comunicativo, oltre che artistico. Durante la Biennale di Venezia del 2011, al Museo Correr presenziò &#8211; vestito del consueto pigiama di seta &#8211; una personale interminabile e un po&#8217; ripetitiva a cui parteciparono molti dei suoi amici del Global Art World, in primis un sobrissimo Jeff Koons. Lo accompagnava anche la bella moglie modella palestinese, protagonista dell&#8217;ultima opera filmica da lui realizzata, talmente glamour e passeggera da far pensare ad un geniale guizzo di marketing comunicativo del regista ebraico, visto che in realtà era già fra le sue trapassate (Wikipedia docet). Perdonabile comunque, perché così facendo deve aver lasciato un bel contributo al bel Museo lagunare. Ai poveri mortali non è dato sapere se fosse a Venezia quest&#8217;anno, con o senza qualcuno dei 5 figli, tra cui Vito, già affermato curatore e gallerista, che certo non hanno idea di cosa sia la normale gavetta nel mondo &#8211; americano e non &#8211; che invece ha fatto il loro genitore a 54 carati; mondanissimi e cool all&#8217;ennesima potenza, dopo averli visti impazzare sui motoscafi veneziani, risentiremo parlare del loro talento? Forse sì. L&#8217;Italia resta nel cuore del padre, anche dal Chupi Palace, il suo residence all&#8217;italiana color Chupa Chups, in cui se ne vedono di tutti i colori&#8230; Info mostra JULIAN SCHNABEL 20 aprile- prorogata sino al 7 luglio 2013 Il 5 luglio verrà proiettato il film BASQUAT CIAC Centro Italiano Arte Contemporanea, Foligno]]></description>
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		<title>Finissage: Oltre il sublime. Nuove frontiere della (de)figurazione estetica</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 16:12:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oltre il sublime. Nuove frontiere della (de)figurazione estetica Con il patrocinio del Comune di Trieste Inaugurazione: 15 maggio 2013, ore 18,30 Artisti: Alessio Delfino, Johannes Deutsch, Pascal Dombis, Sergej Glinkov, Titus Hora, Marcel Meyer, Jean-Claude Meynard, Joseph Nechvatal,  Serse,  Piero Toresella. Spazio espositivo : Luisi Art&#38;Space, via S.Nicolò 4, Trieste, tel. 040366570 Ideazione: GianCarlo Pagliasso a cura di : Maria Campitelli, GianCarlo Pagliasso durata : 16 maggio – 15 giugno 2013 orario : da lun. a sab. 17 – 19.30, festivi chiuso Coordinamento logistico: Gruppo 78, Trieste Coordinamento operativo: Claudio Bottello Contemporary Oltre il sublime. Stando a Lyotard, compito dell&#8217;artista postmoderno era ” inventare allusioni al concepibile che non può essere rappresentato”, riprendendo in fondo ciò che Kant aveva articolato come dissidio/accordo delle facoltà (ragione e immaginazione) all&#8217;opera nel sublime matematico e dinamico. Lo sviluppo dell&#8217;arte digitale ha ribaltato, in appena vent&#8217;anni, la primazia che assegnava al concepibile il ruolo di primo corno del dilemma circa la sua impossibilità rappresentativa, affidandolo invece al rappresentabile. La mostra si fonda sul ribaltamento del “concepibile non rappresentabile” mettendo in primo piano la rappresentabilità a sfavore del concepibile. Un rovesciamento conseguente all’inarrestabile processo tecnologico, all’arte digitale che sforna un immaginario virtuale potenzialmente illimitato &#8211; sulla base di una potenzialità di calcolo altrettanto illimitata – senza la necessità di un referente naturale. Un immaginario che corre più veloce del pensiero. La rappresentatività sintetico/immateriale sorpassa dunque quella del mondo reale, trasferendo il sublime kantiano, nel quadro dell’immaginario artificiale, numerico/algoritmico. Un mondo “altro” che viene indagato da artisti spesso provenienti dalla sfera post-concettuale e che superando il limite imposto dall’obbligatorietà dell’astrazione come fine ultimo della pittura, in accezione post-moderna, navigano in ambiti di costante trasformazione, alterazione – “de-figurazione” appunto -  di simulacri originati dal reale. La declinazione testimoniale di un tale assunto si snoda in questa mostra secondo due filoni espressivi, quello che si fonda prevalentemente sulle innovative potenzialità tecnologiche, che parla con il linguaggio computazionale, ma commisto ad altre mediazioni linguistiche, e quello che segue sentieri più tradizionali, anche di fattualità manuale, pur nella preminenza di sottili tensioni concettuali e di ricerca. Per esemplificare questi tragitti, che rimettono in gioco talvolta anche il rapporto tra arte e scienza, si è fatto riferimento ai lavori di Joseph Nechvatal, Pascal Dombis, Jean-Claude Meynard , Titus Hora e Johannes Deutsch. Questi artisti esprimono bene il diapason di possibilità offerto dalle nuove tecnologie (utilizzo di virus informatici per contaminare &#8216;biologicamente” le textures immaginali in Nechvatal; la definizione ologrammatica tridimensionale dei costrutti figurativo-semantici in Dombis; il ricorso alla geometria dei frattali per le costruzioni a scala polivalente di Meynard; la ricerca random per gli universi &#8216;impossibili&#8217; di Hora, l’intreccio sinestetico di reale e virtuale nelle Gesamtkunstwerke di Deutsch). Come contraltare dialettico a queste opere, si è tenuto  conto invece della declinazione &#8216;minimalista&#8217; del sublime perseguita da un gruppo di artisti che giocano la loro partita con mezzi apparentemente &#8216;tradizionali&#8217; e, rispetto alla discrasia delle facoltà, dal suo versante temporale. È quello che potremmo chiamare, con Schiller, il lato &#8216;contemplativo&#8217; del sublime. Anche in questa variante, l&#8217;immaginazione mantiene però un ruolo guida perché  contribuisce a caricare di tensione o a sbilanciare verso l&#8217;incoerenza il contenuto concepibile dell&#8217;immagine in sé conchiuso e riconoscibile. In realtà, anche per questi artisti, l&#8217;elemento referenziale (naturale o storico) è un simulacro, essendo estrapolato da fotografie, per lo più digitali, quindi copie che modellizzano il reale e in un certo senso lo svuotano della sua perspicuità di presenza. Verranno presentati i lavori di Piero Toresella, Serse, Marcel Meyer, Alessio Delfino, Sergej Glinkov. Similmente, a quanto espresso dai loro colleghi &#8216;informatici&#8217;, gli oli con sfasatura temporale di immagini estrapolate da cataloghi o foto di Toresella, le &#8216;cristallizzate&#8217; visioni naturali  a grafite di Serse, i video di paesaggi a diverso &#8216;respiro&#8217; di Meyer,  gli allotropi corporali e retorici  ottenuti da fusioni di immagini di Delfino e le architetture ‘turneriane’ costruite con la pura sintassi pittorica di Glinkov, , ci offrono indizi che un nuovo salvifico dissidio sublime è sul punto di manifestarsi. Questa impresa ne è la tacita testimonianza.]]></description>
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		<title>Photogallery: Scope Basilea</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jun 2013 17:25:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<title>55. Biennale d’Arte di Venezia. Padiglione del Bahrain. Interviste agli artisti Waheeda Malullah, Mariam Haji e Camille Zakharia</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jun 2013 09:25:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela De Leonardis</dc:creator>
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		<category><![CDATA[biennali di venezia]]></category>
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		<description><![CDATA[In a world of your own (In un mondo tutto tuo) è il titolo proposto dal Padiglione del Bahrain che debutta in laguna in occasione della 55. Biennale d’Arte di Venezia. Occupa uno spazio dell’Arsenale tra Turchia e Indonesia e, tranne la presenza dell’artista Camille Zakharia (Tripoli, Libano 1962 vive nel Bahrain), vede una predominanza al femminile. Le altre due artiste del padiglione sono infatti Mariam Haji (Bahrain 1985) e Waheeda Malullah (Bahrain 1978); commissario è la Sheikha Mai Bint Mohammed Al Khalifa, ministro della Cultura del Regno del Bahrain e curatore Melissa Enders-Bhatia. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. A Villager’s Day Out è la serie fotografica che Waheeda Malullah ha realizzato nel 2008 in cui una ragazza avvolta in un’abaya totalmente nera esce dal suo quotidiano per esplorare con libertà il mondo circostante. Precisa l’artista: “Potrebbe anche essere lo sguardo di un uomo. Ma in quanto donna i miei soggetti sono prevalentemente femminili.” Si legge il desiderio di scoperta, l’entusiasmo e anche una nota di spensieratezza in questo racconto dai colori saturi. In altri lavori come la serie Light (2006), nella collezione fotografica del British Museum di Londra, il linguaggio adottato da Malullah era il bianco e nero, ma nell’evoluzione della sua poetica l’artista si è orientata sempre più verso l’uso dei colori e dell’immagine in movimento. Spiega: “Sono un’artista visuale, fin da bambina ho amato l’arte e ho iniziato a disegnare e dipingere. Avevo 9 o 10 anni quando ho sentito che quella era la mia strada.” Tra i suoi mentori c’è Anas Al Shaikh, fotografo del Bahrain conosciuto a livello internazionale. La fotografia è una sorta di taccuino visivo per lei, uno spazio fisico e mentale in cui proiettare il suo mondo interiore. Non usa la macchina fotografica per documentare la realtà, quindi, ma come punto di partenza per un’elaborazione creativa che esprima pienamente il suo punto di vista. Un processo che non esclude mai la componente dell’ironia &#8211; più o meno velata &#8211; che torna ad affiorare anche nel suo lavoro più recente (At home, My face, Red and White) esteso al video, installazione e performance. E’ un lavoro ambizioso il collage fotografico c/o (2013), così almeno lo definisce lo stesso Camille Zakharia, presente con le fotografie della serie A coastal promenade anche nel primo padiglione del Bahrain (insieme a Bahrain Urban Research e Mohammed Bu Ali) alla Biennale di Architettura 2010 che ha valso al paese il Leone d’Oro per il miglior padiglione nazionale. c/o è un modo per connettere le sue varie esperienze e di proporle all’osservatore in maniera “fresca” per instaurare un dialogo che dal personale diventa collettivo: esperienze condivisibili al di là dei confini geografici e culturali. La prima domanda che l’artista pone a se stesso è sul significato che abbia avuto lasciare trent’anni fa il suo paese – il Libano &#8211; e come quest’esperienza abbia cambiato il suo modo di essere. Il “suo paese” non è più &#8211; o meglio non è soltanto &#8211; la patria, il luogo natio e degli affetti familiari, sono stati il suo paese anche i luoghi in cui ha transitato, soggiornando per un certo periodo: Canada, Grecia, Turchia e ora Bahrain. “In ognuno di questi paesi ho avuto esperienze in alcuni casi memorabili, in altri meno.” &#8211; afferma Zakharia &#8211; “Così ho cominciato a riguardare l’archivio che ho collezionato nel corso del tempo, iniziando a lavorare su queste memorie. Ho selezionato luoghi, momenti diversi ricomponendo i vari frammenti e dandogli una nuova collocazione così come affiorano nella memoria”. Elementi della realtà, quindi, associati tra loro senza alcuna categorizzazione, ma lasciandoli avvolti nell’atmosfera di apparente casualità. Ricordi in cui affiora alternativamente felicità e tristezza, segnati dalla presenza di frammenti di buste da lettera “via aerea” con la scrittura della madre Alice Daoura Zakharia. “Quando ho lasciato il Libano il mezzo di comunicazione più diffuso erano le lettere. Tutte queste lettere che mi sono state spedite “care of” (c/o), presso un qualche luogo specifico durante la mia vita di nomade, mi hanno aiutato a superare le difficoltà del vivere in solitudine”. Il suo collage fotografico riunisce centinaia d’immagini (per l’esattezza 550) scattate dall’autore ad eccezione di quelle che ritraggono lui e i suoi fratelli o altri familiari, che provengono dall’album di famiglia. “Libano, Bahrain, Oman, Canada.. paesi diversi come le esperienze che vivono dentro di me. Le foto nel formato quadrato sono state scattate con la Rolleiflex, che ho acquistato nel 1990. Prima di quella data, a partire dal 1978, usavo una 35 mm. Ho sempre usato la fotografia come un diario, scrittura. Alcune volte uso questa tecnica per progetti specifici, ma per lo più fotografo per me. Come in Canada, da dove sono appena tornato, dove ho documentato per un mio interesse personale i cambiamenti del paesaggio urbano”. Camille Zakharia, che viene da una famiglia cristiana molto religiosa, ha lasciato il Libano nel 1985, durante la guerra civile, dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria Civile all’American University di Beirut. “I miei due fratelli più grandi erano andati a New York e sarei voluto rimanere in Libano con in i miei genitori ma la situazione economica era precipitata e non c’era altra possibilità se non quella di andare via dal paese. Come tanti altri anch’io ho lasciato il Libano con la speranza di tornare dopo un anno o due, ma di anno in anno ho realizzato che questa speranza stava diventando un sogno e non volevo che si trasformasse in una fissazione frustrante. Allora mi sono detto che la vita doveva andare avanti. Vivo il momento. Ora sono in Bahrain. Nel 1991 sono stato per la prima volta in questo paese, rimanendo fino all’inizio del ’95. Poi sono tornato alla fine del 1999 e ormai sono qui da tredici anni. In questo piccolo paese mi sento a casa, la gente è cordiale e generosa. Da qui mi muovo per qualsiasi altra destinazione, basta prendere un biglietto aereo. Non mi sento affatto isolato e non penso che tornerò mai più [...]]]></description>
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		<title>Ego te absolvo:  Intervista a Joel-Peter Witkin</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 16:44:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loredana De Pace</dc:creator>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>

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		<description><![CDATA[Di molta solitudine è composta la viziosa natura dell’uomo. Tuttavia esiste un riscatto dal silenzio e dal peccato, una liberazione auspicata dal catechismo cristiano che si traduce nella redenzione eterna. A questa sembra aspirare il fotografo Joel-Peter Witkin (New York, 1939) che, nelle sue immagini, mette in scena la morbosa forma esangue assunta dall’Ego per tergiversare la realtà. Non è un gesto di denuncia, quello dell’autore che, piuttosto, vede nell’abnorme “il genio di Dio”. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. La Fratelli Alinari – Fondazione per la Storia della Fotografia, in collaborazione con la Galleria Baudoin Lebon di Parigi offre ai visitatori della città di Firenze la preziosa opportunità di entrare nel vivo dell’opera irriverente e, al contempo salvifica, del fotografo americano. Al MNAF, infatti, fino al 24 giugno sarà possibile accedere alla filosofia che anima le creazioni di Witkin per cercare di individuare il confine fra la normalità e il suo alter ego, fra la carne e lo spirito, fra la vita e la morte. Nelle sue fotografie Witkin mostra un essere umano scevro del suo abito comune adottato nella quotidianità per semplificare e agevolare le relazioni sociali. Cade il velo della bugia universale e si affacciano le mostruosità delle quali l’uomo è composto, la barbarie dell’Ego. Sodomia, lussuria, feticismo, necrofilia, zoofilia, i peccati capitali e tutti gli altri concepiti dalla perversione umana sono catalogati, come in un’enciclopedia della morte, ma con uno scopo opposto a quello del più classico dei sad ending. Infatti, nei suoi bianconeri contrastatissimi e nelle composizioni ricche di macabri dettagli, spesso richiesti proprio agli obitori, Witkin raggiunge risultati estetici di primordine cancellando così i debiti che le brutture del corpo fisico hanno accumulato sulla terra. L’Ego divorato da se stesso domina la mente e il corpo. L’azione di Witkin, perciò, è mirata a svelare – con l’ausilio dei canoni della composizione classica – il tetro effetto dell’Io per purificarlo dalle sue menzogne a favore della verità eterna. Abbiamo intervistato l’autore in occasione della mostra al Museo Nazionale Alinari della Fotografia di Firenze (Joel-Peter Witkin, Il Maestro dei suoi Maestri, info: www.mnaf.it): a tratti laconico, nelle risposte che ci ha dato, ci ha delineato la sua personalità artistica, enigmatica e ascetica, che si scopre passo a passo (ed è chiaramente visibile anche nelle cinquantacinque fotografie in esposizione al MNAF). L’autore americano, nato durante la Seconda guerra mondiale, vede le prime fotografie su un giornale locale quando aveva sei anni, e si impressiona moltissimo pensando che tutto il mondo fosse ormai distrutto. Così si mette a cercare la bellezza di eros e la rigida perseveranza di thanatos. Finalmente ricongiunti nelle sue fotografie, i poli opposti della vita tornano in armonia. L’unica bruttura, come egli stesso specifica, non può che rimanere il Male. Qual è la genesi del pensiero-Witkin? &#8220;Scatto le mie fotografie al fine di stupire me stesso, per il bene dell’uomo e per la gloria di Dio. Non sono un fotografo di strada. Io porto il mondo nel mio studio, dove creo la narrazione, la storia che riguarda lo scopo stesso della vita. La maggior parte delle fotografie prodotte sono inutili perché non hanno alcun fondamento nei fatti o non hanno uno scopo ben preciso. Le mie, invece, riflettono la storia della civiltà occidentale e le conseguenze morali delle decisioni prese nel corso della storia stessa. Ho sviluppato la mia singolare visione nel corso di anni di crescita personale e di ricerca estetica. Inoltre, la fede cattolica è sempre stato il mio punto d’osservazione sulla vita.&#8221; Le intenzioni originali delle sue composizioni&#8230;? &#8220;Con il mio lavoro presento gli estremi del bene e del male, la bellezza e il grottesco. Ho fotografato il corpo umano nudo sotto tutti i punti di vista, seguendo le scie di tutte le influenze culturali. Il soggetto del mio lavoro, però è, e resta l’animo umano.&#8221; Diane Arbus ha dedicato tutta la sua vita artistica ai “soggetti storicamente non rappresentabili”. Rispetto alle sue intenzioni, a quale distanza si pongono le opere della Arbus? &#8220;Lei era una street photographer, io invece sono un fotografo “di narrazione”. Con la sua opera Diane Arbus mi ha insegnato che l’unica cosa che è anormale nella vita è il male.&#8221; Lei è in parte lituano e in parte italiano. Cosa ha ereditato dalle culture d’origine dei suoi genitori? &#8220;Mia madre mi ha dato il genio dell&#8217;arte italiana. Mio padre mi ha lasciato il dramma della mia visione.&#8221; Nelle sue immagini è spesso in primo piano la deformità&#8230; &#8220;Mia nonna italiana – che mi ha cresciuto – era storpia. L’amavo per la sua anima, non per il suo aspetto. Quando avevo sedici anni ho scattato le mie prime fotografie in un Freak Show – detesto questo termine, perché è demoralizzante – a Coney Island, nello stato di New York. Per me queste persone andavano oltre il normale perché mostravano il genio di Dio e il nostro bisogno di amare.&#8221; Splendore e Miseria nei nudi di Witkin? &#8220;Splendore e miseria per me sono l’Alfa e l’Omega della vita, gli estremi del bene e del male. I miei modelli sono di solito nudi perché solo in questo modo sono senza tempo.&#8221; .]]></description>
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		<title>Drammaturgie di Riccardo Caporossi &#8211; giovedì 13 giugno 2013 ore 19:00 &#8211; Sala della Crociera</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 16:22:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La direttrice della Biblioteca di Archeolgia e Storia dell&#8217;Arte Maria Concetta Petrollo Pagliarani è lieta di invitare la S.V. alla mostra &#8220;DRAMMATURGIE&#8221; di Riccardo Caporossi che si terrà giovedì 13 giugno 2013 ore 19:00 presso la Sala della Crociera in via del Collegio Romano, 27 &#8211; Roma Il progetto di questa mostra è nato dal recuperare una forma di scrittura grammaticale-lessicale che ho inventato ed iniziato ad adottare circa ventitrè anni fa. Questa scrittura consiste nello scrivere le lettere che compongono la parola, una dentro l’altra imprimendo una forma vicina a una raffigurazione ideografica, geroglifica della parola; quasi esistesse, prima di leggerla, in una concentrata espressione visiva, di segni, di grafia linguistica straniera. Occupa con una rigorosa costruzione lo spazio del suo supporto, in tal modo il suo statuto si avvicina a quello di un oggetto tridimensionale. Un ideogramma che vuole mantenere il suo potere criptico ancora prima di essere decifrato; svelare il procedimento della sua scrittura e nominarla attraverso la conoscenza. Ho intitolato questo progetto “Drammaturgie”. Non sono scritture per la scena ma dalla scena deriva la proposta di scrittura per mettere in moto, attraverso la sua grafia, il pensiero e la riflessione su possibili narrazioni del presente e addentrarci tra le conflittualità cui rimandano i temi trattati. Le frasi che ho scritto sintetizzano, come fossero aforismi, una riflessione su ciò che siamo chiamati a porci come domande o come pura visione del reale che accompagna la nostra esistenza. Sono opere realizzate su una superficie di cartoncino. Il fondo è formato dalle lettere del nostro alfabeto, pitturate o disegnate e composte in maniera libera. Su questo fondo intervengo con una mia personale scrittura.]]></description>
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		<title>VIVA: Una rivista in carne e ossa</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 16:19:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri letteratura e poesia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[VIVA: Una rivista in carne e ossa 2 ACQUE Giovedì 13 giugno 2013, ore 19.00 Galleria La Nuova Pesa, Via del Corso 530, Roma Sommario: Editoriale (la redazione) – Matteo Nucci (scrittore): Le lacrime degli eroi, Einaudi (con l’autore e Claudio Damiani) &#8211; Letture sul tema 1 - Davide Rondoni (poeta): Si tira avanti solo con lo schianto, Whitefly Press (con l’autore e Nicola Bultrini) &#8211; Letture sul tema 2 - Maria Pia Ammirati (scrittrice): La danza del mondo, Mondadori (con l’autrice e Stas’ Gawronski) - Gregorio Botta (artista): Post-classici, Foro romano, Roma (con l’autore e Giuseppe Salvatori) – Al termine aperitivo in terrazza. Redazione: Nicola Bultrini, Claudio Damiani, Stas’ Gawronski, Giuseppe Salvatori La Nuova Pesa Centro per l’Arte Contemporanea Via del Corso 530, 00186 Roma &#8211;  Informazioni Tel 06 3610892 nuovapesa@farm.it]]></description>
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		<title>In viaggio con Calvino</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 14:34:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[architettura design grafica]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[L’attualità delle opere di Italo Calvino, il suo attaccamento alla tradizione, ma anche l’attenzione al mondo che cambiava con rapidità inusuale sotto i suoi occhi e le innumerevoli relazioni con tanti protagonisti del “secolo breve”. Questi alcuni degli elementi che hanno ispirato la rassegna “In Viaggio con Calvino”, ideata per celebrare la ricorrenza dei novant’anni dalla nascita (Santiago de Las Vegas, Cuba, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985), realizzata in collaborazione da Casa dell’Architettura e IXCO Istituto Italiano per la Cooperazione (O.N.G.), con l’adesione del Presidente della Repubblica. CON L’ADESIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA IN VIAGGIO CON CALVINO a cura di Stefano Donati, Massimo Locci, Marco Marini Inaugurazione mostra 13 Giugno ore 17.00 ROMA PIAZZA M. FANTI 47 Scarica il Programma completo (PDF) La Casa dell’Architettura è lieta di invitarla Giovedì 13 Giugno alle ore 17.00 alla inaugurazione della mostra IN VIAGGIO CON CALVINO CON IL PATROCINIO DI Roma Capitale / Regione Lazio / Comune di Castiglione della Pescaia Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia / Biblioteca Nazionale Centrale di Roma / ADI Associazione per il Disegno Industriale / IN/ARCH / con il patrocinio gratuito di Roma Capitale &#8211; Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico / Biblioteche di Roma / Fondazione Almagià / Integronomia / IN COLLABORAZIONE CON Acquario Romano srl / Sapienza Università di Roma &#8211; Progettazione e Gestione Ambiente e Paesaggio / RaiTeche / MAXXI &#8211; Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo / Centro Sperimentale di Cinematografia / Archivio Nazionale Cinema d’Impresa / AIDIA Roma / Four in the morning &#8211; VIsual and Communication Patterns / Centro de Arte Contemporáneo Wifredo Lam / Fototeca de Cuba / Oficina Leo Brouwer / MAIN PARTNERS Artiser/ Bindi Prato Pronto / PARTNERS TECNICI Air France &#8211; KLM / Art Store Agostinelli / Ceramiche Appia Nuova CMDesign / iGuzzini / INRENDER / Oikos / Vagabondo Viaggi MEDIA PARTNERS GIROMA / Prospettive Edizioni / YooLab Team MOSTRA 13.06 &#62; 15.10.2013 per consultare il programma completo dell’evento: www.casadellarchitettura.it info@casadellarchitettura.it t. +39 06 97.60.45.98 www.inviaggioconcalvino.it Iniziativa promossa dal Comitato Tecnico Scientifico della Casa dell’Architettura e da IXCO Istituto Italiano per la Cooperazione &#160;]]></description>
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		<title>La mostra che non ho visto #31. Luca Maria Patella</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 12:49:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ganni Piacentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[la mostra che non ho visto]]></category>

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		<description><![CDATA[La mostra che spero di vedere è quella delle Fotografie di Arthur (cioè, quelle che ha realizzato in Africa, dopo lunghe attese..). &#8230; Al o del (?) grandissimo (amico) Rimbaud, aggiungo un augurio: eh, si, qui ti “spiegherò” qualcosa di questa poesiola (ca del 27. 3): la dispiego e amplio, per dirti di cosa tratti: &#8211; mi viene in mente una strada di terra battuta, che sale. La strada (ributtata in qua?) sta di fronte a Villa Bianca (villa della omonima nonna) … e ricordo.. quando, in illuminatissime notti estive [Dante parla di “intepidare il freddo della luna”, e poi dello “scemo della luna”; Virgilius dice “silentia lunae”] stavo nelle stanze in alto e guardavo dormire le cugine bambine come me. &#8211; Poi, quella strada (con la Vespa) la percorrevamo con Lei [Rosa /e/o l’Inconscio Femminile] e progettavamo cose, &#8230;forse realizzate in parte? – men talmente.. L’idea della luna (*) tondissima e forte nella notte a giorno con loro che dormono quassù: che fresco! (*) intepidare il freddo della luna? e poi, lo scemo della luna.]]></description>
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		<title>Michelangelo Antonioni, lo sguardo e le arti</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 11:23:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisabetta La Micela</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema tv media]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il luogo come personaggio, lo spazio come dimensione esistenziale nella confusione dei sentimenti di metà Novecento. Inizia e ritorna a Ferrara, sua città natale, il viaggio artistico di Michelangelo Antonioni, cineasta aperto al cambiamento, sperimentatore e portatore di innovazione nel linguaggio cinematografico italiano all’indomani della stagione neorealista. Il capoluogo emiliano ha scelto di celebrare uno dei suoi più illustri figli con la mostra dal titolo Lo sguardo di Michelangelo Antonioni e le arti, aperta ai visitatori a Palazzo dei Diamanti dal mese di marzo e appena chiusa. L’esposizione, che non presentava alcuna cornice allestitiva offrendo al pubblico un percorso assolutamente lineare focalizzato sulle opere, raccoglieva materiali originali del regista – manoscritti, foto di scena, quaderni di appunti dal set, sceneggiature – oggi di proprietà del Comune di Ferrara, organizzati dal curatore Dominique Paini, già direttore della Cinémathèque Française, in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna e per iniziativa della Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara-Museo Michelangelo Antonioni. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerˆ le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Dalla materia si è potuto, in ognuna delle nove sezioni della mostra, passare alla forma ripercorrendo la filmografia del cineasta grazie alla proiezione continua di spezzoni tratti dai suoi film, a partire dal primo cortometraggio ambientato nei poveri villaggi rivieraschi dove l’uomo sembra ancora vivere sotto il dominio della natura. Gente del Po vedrà la luce solo nel secondo dopoguerra, aprendo la strada al giovane ferrarese dottore in Economia che scrive di cinema sui giornali locali per poi approdare nella capitale per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia, dove incrocia Roberto Rossellini collaborando alla sceneggiatura per Un pilota ritorna. Ma i sodalizi artistici si moltiplicano per Antonioni: gira il suo secondo documentario N.U. – Nettezza Urbana dopo i fertili incontri con Luchino Visconti, Carlo Lizzani e Cesare Zavattini, prima di abbandonare le storie della gente comune spostandosi nella tormentata ipocrisia borghese del lungometraggio d’esordio, Cronaca di un amore. E’ il 1950 e davanti la macchina da presa il regista trasforma una modella dal volto di bambina in signora dal fascino inquieto: una videoinstallazione del fotografo francese Alain Flescher ha raccontato questa bellezza di attrice sul nascere, protagonista anche del successivo La signora senza camelie. Lo si legge anche tra le carte private di Antonioni che proclama senza mezzi termini la capacità attrattiva della sua interprete Lucia Bosè, pronta a rispondere in uno scambio epistolare alle lusinghe del regista in questi toni: “Sto facendo di tutto per rimettermi in forma e voglio rassicurarti che sarò in ottima forma per iniziare le riprese de La signora senza camelie, bella come e più di prima tanto che non potrai fare a meno di innamorarti di me”. Ma la vera musa ispiratrice, l’immagine per eccellenza del suo cinema deve ancora rivelarsi allo sguardo &#8211; ormai spinto verso il pensiero sulla realtà, più che sulla realtà nella sua immanenza &#8211; dell’Antonioni alla svolta di carriera, dopo l’insuccesso de Il Grido, con la trilogia sulla malattia dei sentimenti (L’avventura; La notte e L’eclisse). Icona dell’inadeguatezza del vivere, dello spaesamento fisico e mentale che si traduce in nuova ricerca estetica con l’uso concettuale del colore, è Monica Vitti, un’espressività unica testata nella serie di provini filmati e proposti in mostra. Uomo e paesaggio diventano parimenti personaggi e interpreti di una dinamica narrativa nutrita e arricchita al tempo stesso dal profondo rinnovamento dell’immagine, emblematico in Deserto rosso. Ma l’artista non vive la fertilità creativa in solitudine, a testimoniarlo sono i documenti firmati da intellettuali del calibro di Vittorini e Sciascia, che scrivono ad Antonioni a proposito della sceneggiatura de L’avventura - o di Giulio Carlo Argan e Guido Aristarco che reputano La notte un manifesto per la nuova immagine della città e l’idea di spazio propria dell’uomo moderno, accostando la pellicola a La folla di King Vidor e ad Alphaville di Godard. Un filo rosso lega Antonioni anche all’arte contemporanea, che irrompeva anche nel percorso espositivo con le opere di Pollock, Rotko, Schifano, De Pisis, Balla, De Chirico e Burri – il Rosso plastica di quest’ultimo correva parallelo a Deserto rosso, primo film a colori – fino agli acquerelli della serie Le montagne incantate dipinti dallo stesso Antonioni e nei quali l’ingrandimento genera paesaggi onirici alla base della fotografia di Blow up, successo internazionale ambientato nella swinging London degli anni ’60. Non è però solo l’assolutamente noto ad accompagnare il visitatore in un percorso artistico e cronologico che arrivava sino agli ultimi lavori del longevo Antonioni, con la possibilità di vedere per esempio estratti dai documentari per la televisione sulla Cina, il Giappone e l’India, il primo girato addirittura nel 1972, commissionato dalla Rai e dal governo cinese che in un secondo momento fa marcia indietro sulla diffusione delle immagini. Torna poi in Italia, torna negli anni Novanta nella sua Ferrara, ancora pieno di voglia di raccontare dopo la pausa impostagli dalla malattia, l’ultraottantenne Michelangelo che con Wim Wenders, in Al di là delle nuvole percorre con la macchina da presa lo spazio umano e naturale della sua città; per fermarsi solo un decennio dopo di fronte all’assoluto dell’arte, al Mosè plasmato dal suo più celebre omonimo e oggi custodito nella chiesa romana di San Pietro in Vincoli. Un colloquio silenzioso, un invito alla contemplativa riflessione sul bello imperituro nonostante la caducità e le piccole miserie del vivere, di un vivere imprigionato nella forma. Una forma indagata e oltrepassata senza mai perderne le coordinate di armonia e perfezione, svuotata di senso e ritrovata continuamente con l’occhio penetrante di un pioniere dell’anima al cinema.]]></description>
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		<title>SUQ Festival delle Culture: dal 13 al 24 giugno al Porto Antico di Genova la 15a edizione</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 09:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[teatro danza]]></category>

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		<description><![CDATA[15° SUQ FESTIVAL delle CULTURE &#8211; Dal 13 al 24 giugno al Porto Antico di Genova il teatro- bazar dei popoli e delle culture più famoso d&#8217;Italia festeggia 15 anni. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. La presenza del Ministro  per l&#8217;Integrazione Cecile Kyenge, l’arrivo delle carovane dei Festival au Désert di Timbuctu e Taragalte, prima e unica tappa italiana, con il gruppo touareg maliano Tadalat, la Giornata Mondiale del Rifugiato dedicata a Don Andrea Gallo, la musica dell&#8217;Europa meticcia, una mostra a cielo aperto per ripercorrere la storia del festival: questi gli eventi principali del ricco programma. 100 eventi in 12 giorni: non solo spettacoli internazionali, incontri letterari, dibattiti, la rassegna eco suq, laboratori per bambini, la tradizione e l&#8217;artigianato di 35 Paesi, 13 cucine diverse da assaggiare, ma anche momenti di ritiro spirituale e i notturni nella tenda marocchina da cerimonia Aperto tutti i giorni dalle 16 alle 24 e dalle 12 festivi, il Suq è a ingresso libero e gratuito per tutti. Dal 13 al 24 giugno 2013, nella Piazza delle Feste del Porto Antico di Genova, torna il SUQ Festival delle Culture. Ideata nel 1999 daValentina Arcuri e dall&#8217;attrice Carla Peirolero, che ne cura anche la direzione artistica, la manifestazione interculturale più famosa d&#8217;Italiataglia quest’anno l’importante traguardo dei quindici anni di attività con un&#8217; edizione speciale, che combina proposte di spettacolo a grandi incontri nel consueto spazio del mercato mediterraneo, dove tradizioni e culture di tanti paesi per dodici giorni trovano una casa ospitale.www.suqgenova.it Per festeggiare la quindicesima edizione interverrà al SUQ il Ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, a tagliare una delle 15 torte di compleanno etniche e spegnere simbolicamente, insieme al pubblico e agli artisti,  le candeline per “soffiare via il razzismo” (domenica 16, ore 18.30) Una mostra a cielo aperto, all’ingresso della Piazza delle Feste del Porto Antico, raccoglierà immagini, e testimonianze per ripercorrere i momenti più emozionanti di questi 15 anni, e un nuovo allestimento accoglierà i visitatori, con una tenda marocchina da cerimonia e un palco allestito con tappeti orientali, un palcoscenico volante che ospiterà spettacoli, laboratori e performance.“Un viaggio meraviglioso tra la gente di tutti i continenti”: così Don Andrea Gallo definiva il SUQ. E proprio al ricordo di Don Gallo e del suo profondo spirito di accoglienza sarà dedicata una serata speciale, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato con lo spettacolo teatrale “Lo strappo”, di Modou Gueye e Martino Lo Cascio, in collaborazione con il Teatro Stabile di Genova, e il concerto dell’Orchestra multietnica Furastè, in collaborazione con la Comunità di San Benedetto al Porto (giovedì 20, ore 21). Tra gli eventi di spicco dell&#8217;edizione 2013, l&#8217;arrivo – prima e unica tappa italiana &#8211; delle carovane del deserto, con i Festival di  Timbuctu (Mali) e di Taragalte (Marocco) per conoscere la cultura del deserto, improntata anche alla sostenibilità ambientale, attraversoincontri con artisti, intellettuali, artigiani ma anche approfondire la situazione politica del Mali, che ha costretto all&#8217;esilio il Festival au Désert di Timbuctu (che nell&#8217;edizione 2012 ha ospitato Bono), tanto da divenire “Festival en exil”. Il pubblico del Suq potrà ascoltare a fine giornata il concerto del gruppo touareg Tadalat (venerdì 21). Molte originali proposte musicali raccontano poi il volto di un&#8217;Europa meticcia, come nel caso del musicista originario del Mozambico Ivan Mazuze (venerdì 14, ore 21), la cantante italo ecuadoriana Pia Perez Almeida (domenica 16, ore 22) e la Dj turco tedesca Ipek (sabato 22, ore 22.30). Genovesi ma attivi sui palcoscenici di tutta l&#8217;Italia sono Federico Sirianni e il quartetto Gnu Quartet, che presentano il loro Nella prossima vita (il 18). mentre i Unavantaluna apriranno il Festival con la musica tradizionale siciliana. Sul versante teatro arriva al Suq lo spettacolo Invisibili del Teatro Officina con protagonista Mohamed Ba e chiude il Festival il SUQ SHOW della Compagnia del Suq diretta da Carla Peirolero, coprodotto con il Teatro Stabile di Genova, che vede in scena attori, musicisti, cantanti in un collage dalle principali produzioni del Suqe, con un ospite d&#8217;eccezione, il cantante corso Stéphane Casalta (lunedì 24) Tanti gli incontri e i focus sui cambiamenti in atto nel mondo: Oriente e Occidente interpretati dal giornalista Federico Rampini (sabato 15, ore 21); i Miti d&#8217;oggi raccontati dall’antropologo Marino Niola (domenica 23, ore 21); l&#8217;Africa e il Mali nel dialogo tra l’antropologo Marco Aime, il giornalista Pietro Veronese, lo storico e sociologo maliano Ismael Dadié Haidara  e il direttore del Festival au Désert Manny Ansar (venerdì 21, ore 18); la Via meticcia per umanizzare la città, con lo scrittore togolese naturalizzato italiano Kossi Komla Ebri, insieme a Graziella Favaro,presidente della Rete Centri Interculturali, ed Emilio Cabasino, membro del comitato scientifico di Tafter Journal (venerdì 14, ore 18); con il giornalista Pietro Tarallo un Tour dei Suq, quelli da andare a visitare insieme all&#8217;Associazione Suq ma anche quelli distrutti dalla guerra, come in Siria. (domenica 16, ore 17). In tema di viaggi, e di turismo responsabile,  un nuovo libro ci farà conoscere le Isole Dahalak, nel Mar Rosso Eritreo,con assaggi di dolci e caffè, insieme all&#8217;ambasciatore eritreo in Italia Zemede Tekle Weldetaitos(domenica 23 ore 17) Al centro del Suq anche i temi di ambiente e mondialità con la rassegna eco suq nello spazio della tenda berbera, ma anche con incontri con scrittori sensibili e impegnati sul tema come Andrea Segré (sabato 15, ore 18), ma anche Valerio Calzolaio a parlare del libro Ecoprofughi, perché non bisogna distrarsi dalle buone pratiche per il futuro sostenibile. Per questo, anche quest’anno, il pubblico avrà a disposizione piatti e stoviglie del Suq in Mater-Bi, grazie allo sponsorizzazione tecnica dell&#8217;Azienda Novamont. La raccolta differenziata e l&#8217;educazione al riciclo saranno garantiti dalla collaborazione con Amiu, e i laboratori educativi e i progetti solidali saranno promossi insieme a Fondazione Muvita, Acquario di Genova, Coop Liguria, Iren, Novamont. Luogo della convivialità e dei sapori del mondo, dove è possibile scegliere cosa mangiare tra 13 cucine differenti - araba, giordana, haitiana, indonesiana, indo-pakistana, keniota, ligure, marocchina, senegalese, sud americana, tunisina, genovese &#8211; e approfondire la cultura del cibo con leofficine gastronomiche di Chef Kumalé (dal 14 al 16 e dal 21 al 23, ore 19), il SUQ Festival è la conferma che si possono abbattere pregiudizi e paure sedendosi insieme attorno a un tavolo o danzando al suono della musica. Completano il programma il SUQ dei bambini tutti i giorni alle 16 e la domenica alle 14, le lezioni di danze etniche, di bellezza, di scrittura e i racconti di viaggio, tutti i pomeriggi alle ore 17 sui palchi e sotto la tenda marocchina, oltre ad uno speciale Ritiro Spirituale, offerto tutte le sere alle ore 19.30  dai frati Cappuccini di Santa Caterina della Cura pastorale Latinoamericana e ai Notturni in tenda alle [...]]]></description>
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		<title>Photogallery: Art Basel, Vip Preview</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 15:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[art fair biennali e festival]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[photogallery]]></category>

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		<description><![CDATA[Foto di Susana Soriano Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.]]></description>
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		<title>Immersi nell’Oltrenero. Soulages a Villa Medici</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 14:28:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulia Conti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Pierre Soulages è considerato uno dei più importanti artisti francesi, pietra miliare dell’arte del Novecento e seguace di un astrattismo ancora in grado di comunicare lirismo e profondità nella fragilità dell’epoca contemporanea, sopravvivendo alle crisi e ai rivoluzionamenti dell’arte, dal periodo Informale fino ad oggi. Villa Medici rende omaggio all’artista, in Italia per la prima volta, con una mostra realizzata attraverso la collaborazione di Éric de Chassey, direttore dell’Accademia di Francia, e Sylvie Ramond, direttrice del Musée des Beaux-Arts di Lione. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Soulages nasce a Rozes, nel sud della Francia, nel 1919. Il suo interesse per il mezzo pittorico e in alcuni casi scultoreo, non viene scalfito dagli sconvolgimenti artistici del ‘900 e le sue indagini continuano a proseguire fino a oggi, nonostante i 93 anni d’età. Riconosciuta universalmente sin dalla seconda metà degli anni ’40, l’esperienza artistica di Soulages si evolve tra Parigi e il luminoso atelier di Séte, acquistando un prestigio sempre maggiore attraverso le numerose esposizioni collettive e personali, culminate nella grande retrospettiva che nel 2009 ha avuto luogo al Centre Pompidou. Fedele nel perseguire una linea di astrattismo poetico e personale, la sua opera si sviluppa attraverso la sperimentazione di diverse tecniche. Mutano i materiali, dalla china, al carboncino, all’olio fino all’acrilico, e mutano i supporti: tela, legno, carta e vetro. Ciò che rimane invariato nella quasi totalità dei suoi lavori è la tinta, inesorabilmente e oltremodo nera. Outrenoirs sono i lavori a cui l’artista si dedica quasi esclusivamente a partire dalla fine degli ’70, opere che dimostrano come la scelta dell’oscurità scaturisca in realtà da un forte interesse per la luce. È il riflesso della luce che rende vive le creazioni di Soulages e che permette a chi le guarda di andare al di là di superficie e colore. L’intero processo di realizzazione, come egli stesso afferma nella video intervista di Agnés Varda presente in mostra, è concepito come un&#8217;immersione. Il supporto, steso per terra, viene fronteggiato dall’alto, mediante un sistema di travi che permettono a Soulages di rimanere all’interno del quadro, in una dimensione che acquisisce la sua autonomia e si completa lentamente attraverso l’interazione con il suo creatore. Quando sembra aver preso forma, l’opera viene appoggiata al muro per alcuni giorni. È qui che ha la possibilità di compiersi autonomamente, attraverso l’interazione con la luce. Alcuni dei lavori si finiscono da soli, alcuni reclamano un ulteriore intervento, mentre altri non possono che rimanere incompiuti, per cui l’unica soluzione è cremarli e confinarli nel cimitero delle tele, in un angolo del giardino, nella dimora dell’artista. L’ampia selezione delle opere presenti in mostra predilige gli acrilici su tela, realizzati tra il 2000 e il 2012, organizzati spesso in polittici che alternano superfici lisce e a rilievo, ora in contrasto e ora in continuità, alimentando nello spettatore una percezione tattile che si fonde a quella visiva, resa cangiante dai mutamenti della luce. Le onde, gli incavi, i rilievi seguono i loro percorsi, tra perfezione e imperfezione, materia e segno. Tutto contrassegnato da una forte e riconoscibile personalità. Ogni creazione gode di vita propria, etichettata da un titolo che si riferisce al formato e che riporta la data di compimento, completa di mese e giorno. Alcune di esse, le più grandi, si divincolano dalle pareti prendendo posto all’interno dello spazio, appese al soffitto nel mezzo delle sale, con telaio a vista. La sperimentazione di questo tipo di allestimento è dovuta alla voglia dell’artista di eliminare le cornici dei suoi quadri, che in questo modo smettono di essere considerate finestre e raggiungono lo status di cose, allo stesso modo delle sculture, che possono essere messe a confronto in profondità, all’interno dello stesso spazio tridimensionale. Pecora nera della mostra è Peinture 102 x 130 cm, 20 mars 2012, l’unico dipinto bianco, esposto per la prima volta in questa sede. La valenza plastica che assumono le opere attraverso le mani dell’artista conferisce loro una resa scenica che sembra essere stata allestita in funzione dell’incontro con lo spettatore. Anch’egli come il creatore, raggiunto lentamente il contatto con la loro dimensione, vi si ritrova dentro e, ancora una volta, vi si immerge.  Info mostra Soulages XXI secolo Villa Medici, Accademia di Francia, Roma Dal 2 marzo al 16 giugno 2013 Telefono per informazioni: +39 348 7460312/ 335 5380932]]></description>
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		<title>Libreria del Mondo Offeso con caffetteria</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 16:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da Lunedì a Sabato 8.00- 21.00  dalla colazione all&#8217;aperitivo&#8230;  MARTEDI&#8217; 11 GIUGNO ORE 19.30 - CONCERTO JAZZ IN LIBRERIA Gypsy Pocket Swuing duo. Denis Alessio, Nicolò Apolloni  GIOVEDI&#8217; 13 GIUGNO ORE 19.30 - CONCERTO JAZZ IN LIBRERIA Piano solo Ragtime VENERDI&#8217; 14 GIUGNO ORE 19.00 - BIANCA BERLINGUER PRESENTA IL LIBRO DI PIERPAOLO FARINA SABATO 15 GIUGNO ORE 11.30 - RASSEGNA STAMPA A COLAZIONE Deve essere una Rassegna stampa irriverente e di parte. Ogni volta parteciperà un rappresentante di qualche realtà milanese che, in termini di nuova elaborazione culturale, segna la realtà cittadina. I partecipanti sono invitati ad intervenire anche con domande ed interventi provocatori e non convenzionali. SABATO 15 GIUGNO ORE 18.30 - PER LA RASSEGNA IL SABATO LORO SHOPPING, NOI&#8230; READING PAOLO ALBERTI LEGGERA&#8217; BRANI DE SUO&#8220;ANCHE GLI ORSI FARANNO LA GUERRA&#8221; Si chiama Ivan Mladovic, ma per tutti è Zico, come il mitico calciatore brasiliano, perché ha il dono di una precisione infallibile. Non con il pallone tra i piedi, però: dategli una cerbottana e saprà centrare un lampione da qualsiasi distanza. Non c&#8217;è vetro, finestra, barattolo che resti intero, quando passa lui. E poi ci sono gli orsi, quelli che gli zingari del quartiere si portano sempre appresso: bersaglio grosso e divertente. È l&#8217;estate del 1991, Zico ha tredici anni, due genitori annichiliti dal crollo della Jugoslavia e un fratello molto più grande di lui, Mirko, che è ufficiale nell&#8217;esercito. La guerra civile è alle porte e rimanere a Pancevo, sobborgo industriale di Belgrado, significherebbe consegnarsi alla violenza della strada. Così Mirko lo porta con sé, ma il fronte è troppo pericoloso, meglio affidarlo al gruppo di combattenti irregolari che si muove nelle retrovie e risponde al comando di Arkan, la Tigre. Ma che ne sa un bambino dell&#8217;odio? Cosa risponderà quando gli chiederanno di far saltare la testa a un altro uomo? L&#8217;amore tra fratelli può sopravvivere all&#8217;orrore? Tra le macerie di un Paese devastato e spettrale, Zico troverà la risposta a queste domande, una verità terribile da portare per sempre tatuata sulla pelle. In un romanzo duro ed emozionante, Paolo Alberti racconta un vertiginoso percorso di deformazione attraverso l&#8217;inferno di una guerra fratricida e senza onore. E lo fa con la delicatezza e la profondità di cui, si dice, soltanto i bambini sono capaci. Libreria del Mondo Offeso VIA CESARE CESARIANO N. 7 cap. 20154 MILANO tel. 02. 36 52 07 97 – 02. 36 52 18 21 e-mail: info@libreriadelmondooffeso.it sito: www.libreriadelmondooffeso.it MM Moscova – Bus 43, 57, 94, 70 Tram 12, 14, 2, 4, 1, 19 Bike me P.zza Santissima Trinità ang. Via Canonica, Parcheggio Auto]]></description>
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		<title>Letterature Festival Internazionale di Roma a Massenzio riparte dai sogni.</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 07:12:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[I had a dream… è così che si presenta la XII edizione di &#8220;Letterature&#8221; &#8211; Festival Internazionale di Roma, che si svolgerà dall&#8217; 11 giugno al 3 luglio all Basilica di Massenzio. Storie di sogni diventati realtà che, ispirate dal  cinquantesimo anniversario dell’indimenticabile discorso “I have a dream” di Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington, il Festival di Massenzio porta in scena invitando il pubblico ad una riflessione che trarrà spunti da esempi di vita concreti oltre che dall’ascolto di storie letterarie. La relazione tra letteratura e vita, da sempre il tema di questo Festival, che quest&#8217;anno vuole portare avanti una narrazione differente chiedendo  agli scrittori partecipanti, di raccontare un sogno di umanità e di civiltà. Per questo la lettura dei testi inediti degli autori invitati nelle dieci serate sarà preceduta dal racconto di storie italiane, esperienze, consolidate o di start up, soprattutto di giovani perché i giovani vivono un tempo in cui il sogno e la sua realizzazione non sono troppo distanti e la memoria e la vita sono più vicine. Letterature dunque cambia e mette in scena forme di racconto per nuove forme di vita. Ogni serata sarà divisa in due parti ed avrà due punti di vista: il dire e il fare, il narrare e il vivere. All’inizio di ciascuna serata saranno raccontate, dai protagonisti reali, esperienze scelte perché sono state ideate con anticonformismo e coraggio da giovani nei campi dell’economia, della cultura, della politica, del sociale, della creatività  e, dunque, la lettura di testi inediti degli scrittori ospiti della serata.  La musica live, le immagini video e fotografiche accompagneranno, come sempre, il racconto delle esperienze e la lettura dei testi inediti degli autori. PROGRAMMA Grande apertura martedì 11 giugno con Lettere dalla terra che porterà sul palco il fotografo di origine siciliana Ferdinando Scianna il cui ultimo lavoro accosta immagini e prosa dedicati alla sua terra e al cibo, Edward  St Aubyn, autore della celebre saga I Melrose, anch’essa fortemente ancorata a un sentimento di appartenenza ai propri luoghi d’origine e Vinicio Capossela che nel suo ultimo recentissimo libro Tefteri narra il tracollo finanziario della Grecia percorrendone le terre e le strade e riscoprendo la musica popolare rebetiko come musica della krisis. Una serata dedicata alla terra, a ciò che la terra ancora ci racconta ed a come continua a rappresentarci, non poteva che essere aperta da una delle tante “virtuose” e “necessarie” esperienze del FAI &#8211; Fondo Ambiente Italiano, una delle poche realtà che davvero onora il nostro paese e di cui possiamo essere orgogliosi. Ascolteremo il racconto di come sia stato possibile recuperare il meraviglioso agrumeto della Valle dei Templi di Agrigento, il Giardino della Kolymbetra, che era stato abbandonato e di conseguenza ricoperto dai rovi. Esecuzioni musicali live, anche di rebetiko, con gli Evì Evàn. Mercoledì 12 giugno la serata, dal titolo Segnali dall’era digitale, porterà sul palco storie di giochi, connessioni e gradi di realtà. Augusto Coppola racconterà l’esperienza di InnovactionLab di cui è fondatore, una delle prime associazioni no-profit nel campo della formazione imprenditoriale che si rivolge ai giovani e che in meno di due anni ha dato vita a 25 start up finanziate da fondi di investimento di venture capital. Sarà anche raccontata l’esperienza di GamePix, start up ideata da quattro giovanissimi ospitata dall’acceleratore LUISS ENLABS, &#8220;la fabbrica delle start up&#8221; nata per rivoluzionare il gaming online grazie ad una piattaforma social che consente ai giocatori di sfidarsi su migliaia di giochi, tutti gratuiti. Agli stessi temi si ispirano i testi letterari inediti di due autori americani protagonisti di questa serata insieme all’italiano Emanuele Trevi: la pluripremiata Jennifer Egan, vincitrice del premio Pulitzer nel 2011 con il libro Il tempo è bastardo e Scott Hutchins che con il suo primo romanzo Teoria imperfetta dell&#8217;amore ha ottenuto un grande successo internazionale. Musica mixtape e break dance con i De Klan. Giovedì 13 giugno la scrittrice haitiana di fama internazionale Edwige Danticat leggerà un suo testo inedito, un poema in versi che racconta il suo mondo d’origine, precedendo sul palco i 5 finalisti del Premio Strega 2013. Il titolo della serata è Una questione d’ambiente. L’apertura è affidata al racconto che la giovane siciliana Arianna Occhipinti farà del suo sogno realizzato di produrre un suo vino e di fondare una sua azienda agricola e vedrà nuovamente protagonista il FAI &#8211; Fondo Ambiente Italiano che porterà sul palco la storia di un altro meraviglioso luogo del nostro territorio, Parco Villa Gregoriana a Tivoli, prima devastato dall’incuria e dall’abbandono che lo avevano ridotto a discarica e poi recuperato e aperto al pubblico. Musica dj set Claudio Coccoluto. Martedì 18 giugno sarà la volta di 1 donna x amica, una serata tutta dedicata alle donne in cui saranno raccontate storie di violenze subite ma anche e soprattutto di risposte non violente che giovani donne hanno saputo ideare e realizzare. Racconteremo la storia del Centro Donne D.A.L.I.A di Roma e del Telefono Rosa che sempre a Roma è nato e che ora esiste anche in altre otto città italiane. Le scrittrici protagoniste saranno Serena Dandini, impegnata nel progetto Ferite a morte per combattere la violenza sulle donne, Concita De Gregorio, che nel suo ultimo libro Io vi maledico ha voluto dare voce a chi non ha voce, e tre autrici straniere: la nigeriana Taiye Selasi, la poetessa e scrittrice siriana Maram Al-Masri e la giornalista e scrittrice di origine iraniana Farian Sabahi. Musica minimal con Women in Quartet. Mercoledì 19 giugno la serata, dal titolo Piccolo grande mondo racconterà storie di piccoli prestiti e grandi opportunità. Sarà aperta dal giovane torinese Andrea Limone fondatore della prima esperienza italiana di microcredito PerMicro, che aiuta i giovani e le famiglie fornendo loro la possibilità di un credito per avviare imprese lavorative. Dopo di lui Luigi Capello racconterà LUISS ENLABS, “la fabbrica di start up” creata per aiutare i migliori progetti imprenditoriali a crescere e a trasformarsi in aziende di successo, e introdurrà Qurami, società ospitata presso l’acceleratore LUISS ENLABS, che gestisce la app gratuita con cui è possibile fare [...]]]></description>
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		<title>Gerald Bruneau, da Warhol alla Paolina Borghese: una (rara) intervista</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 15:55:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta Monteverde</dc:creator>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>

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		<description><![CDATA[Francese, viaggiatore instancabile ed irrequieto, Gerald Bruneau è in mostra fino al 15 giugno presso la Galleria Opera Unica, a cura Takeawaygallery, con La Paolina in vetrina, scatto recente rubato durante una giornata di lavoro presso la Galleria Borghese. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Conosciuto nel mondo per servizi e ritratti pubblicati sulle più importanti testate italiane e straniere, è l’assistente di Andy Warhol nella New York degli anni ’70/’80, di cui ne documenta l’atmosfera trasgressiva ed anticonvenzionale. Tra i reportage più significativi: la campagna elettorale di Jesse Jackson del 1988, le ricognizioni sul Chelsea Hotel, ed il lungo viaggio alla scoperta delle origini del Blues nel delta del Mississippi. Negli anni ’90 segue le tensioni in Israele, Kurdistan ed Albania, ritrae l’Armata Rossa e testimonia le condizioni dei condannati a morte nelle carceri del Texas. Più recenti i servizi sui niños de la calle a Città del Messico e sulla tossicodipendenza tra i giovani di New York. Partiamo dalla Paolina, con la quale hai inaugurato il 6 giugno. Come nasce questa serie? &#8220;Da una riflessione sul rapporto tra arte e fotografia. Baudelaire considerava la fotografia una minaccia per la pittura, e non aveva tutti i torti, ma la cosa si è rivelata diversa perché le opere ora ne hanno bisogno per la sua riproducibilità, permettendo loro di farsi conoscere. Mi interessava anche il lavoro di Christo sui monumenti, ed ho pensato quando ho visto la Paolina ad un intervento del genere, di impacchettarla. Raccontare un’opera d’arte modificandola e farmi interprete di una fantasia.&#8221; Un salto indietro. Tu dici spesso: se sapessi raccontare una storia con le parole non avrei bisogno di trascinarmi il peso di una macchina fotografica. Quando opti per la fotografia come mezzo? &#8220;La voglia di scoprire universi diversi, andare incontro al mondo, mi hanno spinto automaticamente verso l’immagine. All’inizio era come scattare senza macchina fotografica, nel senso di vivere avventure sempre nuove. Quando ho pensato di avere visto e conosciuto abbastanza, ho ritenuto di poter riprodurre, o comunque interpretare, con disinvoltura e libertà, coloro che incontravo, e rendere loro, con rispetto ed ironia, un omaggio.&#8221; Scatti tanto in bianco e nero che a colori. Come scegli? &#8220;Il colore è la vita, i sentimenti sono in bianco e nero. E’ anche una questione di moda. L’editoria, per esempio, ad un certo momento ha scoperto il colore. Prima il giornale era in bianco e nero, poi ne viene meno la richiesta e praticamente scompare, ed è concepito quasi solo come una foto d’arte. Ma ci sono anche dei puristi, solo bianco e nero ed analogico.&#8221; Tu però usi una macchina digitale… &#8220;Sì, ma ha ancora un certo fascino girare con 50 rullini, sviluppare, aspettare. Con l’analogico ti spingevi molto di più perché non eri mai sicuro, non potevi soddisfarti di qualcosa che non vedevi. Ora ti contenti del necessario. Dovevi rischiare, giungere ai limiti dello sbaglio, al limite tecnico. Aiutava la creatività in un certo senso. Il vero problema del digitale però è che con esso fanno a meno dei fotografi. Ultimamente hanno licenziato 29 fotoreporter di Chicago e danno ai giornalisti l’i-phone per le immagini. Però l’importante è saper raccontare la storia, non è scattare.&#8221; Come nasce un servizio? &#8220;Generalmente è il giornale che chiede di fare un lavoro, un ritratto; e la cosa è molto intrigante perché non sai mai a chi vai incontro, è sempre una novità. Ti tolgono dall’imbarazzo della scelta, talmente è vasta. Poi ci sono serie come il Blues, che realizzo per mio conto perché sono innamorato della vicenda. Ero intrigato dai personaggi che ne hanno fatto la storia degli anni ’60 e ’70. Sono partito dalle radici lontane, l’epoca delle piantagioni di cotone, incontrando musicisti che avevano vissuto quei tempi, i figli di coloro che avevano creato tali melodie. In un servizio del genere c’è sempre la difficoltà di reperire i personaggi, perché anche se hanno fatto la storia, sono nati in una terra in cui era difficile sopravvivere.&#8221; Reportage di guerra? &#8220;Sì, ne ho fatti, ultimamente in Afghanistan, o in Kurdistan, ma c’è guerra un po’ dappertutto dove ci sono disuguaglianze, povertà, ricchezza distribuita in modo non proporzionato. In Sudamerica c’è un conflitto latente tra chi non ha niente e chi ha qualcosa e se lo vuole tenere, che sfocia in violenza verso i più deboli. In Messico, per esempio, sono stato sequestrato. Facevo un reportage sui ragazzi di strada, siamo andati a trovare un gruppo che viveva sotto un cavalcavia dell’autostrada, in un buco profondo 4/5 metri, e ci hanno tenuti lì dentro per qualche ora, loro sotto l’effetto di droghe, di colle. Questo dimostra quanto il pericolo si manifesti in modo inaspettato, ma è strano perché realmente la vita la rischi tanto quanto per le strade di Roma. Tutto è più o meno rischioso.&#8221; Hai realizzato anche moltissimi ritratti…. &#8220;I linguaggi del reportage e del ritratto si sono sempre sovrapposti. Se la caratteristica del primo è nella dinamica, nel senso di essere dentro l’avvenimento, in esso ho sempre ricercato la figura umana. Così come nel secondo, dove penetro nella complessità del personaggio e la sviluppo in modo multiplo, sfruttando anche lo spazio e gli elementi che lo rappresentano. Poi ci sono 2 scuole di ritratti, quelli in cui devi guardare in macchina, dove trasmetti qualcosa, ed adesso ci sono i giornali che vogliono lo sguardo altrove, che scimmiottano la moda anche nella vita corrente. Anche se sembra non posata, casuale, è come fare una fotografia non fotografia.&#8221; Come è cambiato, nel tempo, il tuo mestiere? &#8220;La mia filosofia è sempre stata che la documentazione sono le mie foto, e l’articolo le didascalie. C’era un periodo, ora sono cambiate un po’ le cose con la crisi dell’editoria, dove l’importante dentro un giornale era l’immagine. Adesso è passata in secondo piano, tende ad essere decorativa, anche il dolore deve essere accessorio perché va insieme alle pubblicità. Dunque è tutto patinato, estetico, con il lavoro di post produzione si gioca sull’esasperazione dei colori, e [...]]]></description>
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		<title>at What Time? scatolabianca(etc.)</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 15:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[at What Time? a cura di Sonia Patrizia Catena Dal 10 giugno al 22 luglio dalle 16:00 alle 20:00 scatolabianca(etc.) via Ventimiglia, angolo Via Privata Bobbio 20144 Milano (MI) at What Time? Marco Milia &#124; Early Morning Opening: lunedì 10 giugno 2013, ore 18.30 Inaugura il 10 giugno alle ore 18:30 presso scatolabianca(etc.) il progetto at What Time? a cura di Sonia Patrizia Catena. Protagonista della prima mostra site-specific sarà Marco Milia con l’installazione Early Morning, dalla cristallina composizione. La seconda esibizione è di Emanuele Fossati con Afternoon, momenti di gioco sfrenato, di aria calda e sole sulla pelle. La terza ed ultima mostra ha come protagonista Gianluca Quaglia con l&#8217;opera The shadow and I, sconosciuto e conosciuto, ombra e uomo, entrano in relazione fra loro. at What Time è un ciclo di mostre site-specific che si concentra su una comune tematica:il tempo. Tre artisti: Marco Milia, Emanuele Fossati e Gianluca Quaglia si alterneranno nello spazio di scatolabianca ogni 14 giorni a partire dal 10 giugno. In occasione di ogni nuova esposizione, verrà organizzata un’inaugurazione. Gli artisti allestiranno la propria idea di tempo, cambiando lo scenario, l’ambiente e interpretando in maniera soggettiva tale tematica, la quale occuperà un posto centrale sia nella narrazione materiale e concreta del mondo esterno, sia nella loro intima esperienza. Le installazioni di Marco Milia, Emanuele Fossati e Gianluca Quaglia fermano il tempo, individuano e fissano un’unica finestra temporale, in maniera tale che le esposizioni non siano viste fluire in un unico momento, ma convivano rispetto a un unico orizzonte temporale. Il pubblico è chiamato ad inserirsi in questo continuum, adattandosi al ritmo temporale, in cui ognuno dei tre artisti ha sviluppato la propria idea di durata. Il tempo della durata: soggettivo, in cui un’ora può sembrare infinita o passare in un attimo, e quello misurabile, esatto della scienza e dei suoi orologi. Laddove il rapporto tra uomo e tempo è la memoria, ma anche il modo in cui il corpo interagisce con il tempo e con lo spazio, una serie di connessioni, di azioni, che vedono nella circolarità la propria distinzione. La temporalità non esiste in sé, bensì in relazione ai momenti che vi si sviluppano. L’incerto equilibrio emerge nei difformi punti di vista, nel ricordo, e specialmente in quella coraggiosa volontà di imprimere il tempo in istanti percepibili nella concretezza dei materiali scelti. Oggi, il tempo e lo spazio mutano, si affastellano, riducendosi fino a dissolversi nell’etere. Il web ha annullato le distanze, liberando la temporalità in una rinnovata dimensione: quella della connessione in streaming, live. Può subire delle sospensioni che la saldano alla realtà, lasciando comunque un’impronta nella nostra memoria. Filo conduttore del progetto espositivo è un preciso momento della giornata: alba, pomeriggio e notte. Il tempo viene organizzato in funzione di un istante specifico con il quale ogni artista si relaziona, confrontando il proprio lavoro con gli altri. Il tempo inteso come durata spazio-temporale in cui l’evento accade, è raccontato in diretta da una webcam che documenta le fasi d’allestimento di ogni singolo artista. Early Morning Il 10 giugno alle ore 18:30 l’artista Marco Milia, primo di questo complesso e articolato progetto, indagherà con Early Morning un preciso istante: l’alba. Le prime ore del giorno subito dopo l’alba, momento nel quale la luce si riappropria di ogni cristallino bagliore, avvolgendo ogni cosa e ridefinendo i contorni degli spazi, questo è: Early Morning di Marco Milia. Quel passaggio tra la notte e il giorno, attimo in cui ogni cosa sembra riappropriarsi della propria essenza. La luce è pura, è attesa, colma di quel senso di riconquista, di speranza. Il chiarore diviene cristallino, trasparente, variando nei toni fino al suo culmine: il giorno. Gli elementi circolari in policarbonato alveolare conferiscono al luogo un’aurea di luminosità e, sospesi, ricordano che la luce discende su ogni cosa per conferire nuovi significati. Il bagliore è enfatizzato dal materiale di cristallina composizione che rifrange incessantemente la luce in un movimento perpetuo e frammentato dalle movenze circolari, ritmiche, temporali. Lo spazio viene cosi frammentato per apparire difforme, molteplice, in continuo cambiamento. Si potrà assistere in diretta live streaming all’allestimento della mostra su YouTube, canale scatolabianca, domenica 9 giugno a partire dalle ore 11.00. scatolabianca(etc.) – Milano Via Ventimiglia, angolo Via Privata Bobbio MM Porta Genova Tram n. 9 Contatti: (+39) 340 1197983 www.scatolabianca.com info@scatolabianca.com press@scatolabianca.com facebook.com/scatolabianca twitter.com/scatolabianca youtube.com/scatolabianca pinterest.com/scatolabianca]]></description>
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		<title>Dalla sua parte. La vita speciale di un romanzo di trasformazione</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 08:36:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isabella Moroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri letteratura e poesia]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.artapartofculture.net/?p=45053</guid>
		<description><![CDATA[E&#8217; stato uno dei più seguiti fra i book corner di art a part of cut(ure ) di quest&#8217;anno, con un pubblico molto attento e pieno di domande quello dedicato al libro Dalla sua parte di Isabella Borghese. Un romanzo sempre sul filo di una narrazione sofisticata e della realtà di chi vive storie come quella raccontata dall&#8217;autrice, dove quotidianità, immaginario, dolore e fantasia si intrecciano in maniera quasi indissolubile. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. E proprio per questa sua peculiartà (e per l&#8217;indomabile amore e cura che Isabella Borghese ha avuto nei confronti di questo suo lavoro continuando a sostenerlo, a diffonderlo, a portarlo ovunque  anche grazie attraverso il blog Dalla sua parte), che dopo pochi mesi dalla sua uscita, proprio nel momento in cui generalmente i libri concludono il loro ciclo vitale, il romanzo di Francesca e del suo mondo di salvazione, prosegue il suo cammino, raddoppia le copie ed entra nel mondo dei familiari di pazienti bipolari. Ne avevamo parlato ancor prima dell&#8217;uscita del libro: coinvolgere le associazioni e le strutture che lavoravano sulle problematiche mentali era uno degli obiettivi di Isabella, perchè la depressione bipolare è un nodo molto attuale nella nostra società e l&#8217;idea di raggiungere le famiglie che ne sono coinvolte con un libro che gettasse uno sguardo positivo su questo percorso, voleva anche dire consegnare loro un messaggio di speranza. E poichè, al di là di tutte leggi del mercato e di tutte le elucubrazioni sulle scritture e sui contenuti, continuo a pensare che ogni libro abbia già i suoi lettori, lettori che aspettano solo di essere individuati e chiamati a partecipare, ecco che il libro di Isabella Borghese mi dà ragione suscitando un grande interesse nel web dalle pagine facebook ai blog proprio da parte dei familiari delle persone bipolari che, per ragioni personali, fisiche o emozionali si sono  sentite coinvolte ed hanno contribuito al successo di questo romanzo con la loro partecipazione e la condivisione dei propri pensieri. Dunque, quando sono i libri a trovare i propri lettori, si arriva al reale obiettivo della scrittura: comunicare. Comunicare il proprio pensiero, la propria anima, il proprio racconto che diventano pensiero, anima e racconto collettivo. E&#8217; la prima cosa che si impara quando si inizia a scrivere: ogni libro deve fare sì che i lettori riconoscano echi della propria vita nella storia che stanno leggendo. Dalla sua parte, in realtà, parla a tutti, anche a chi non vive situazioni drammatiche, perchè parla molto di amore, ma al contempo rappresenta anche l&#8217;occasione per fare il punto, in questi tempi di crisi e disperazione, sulla depressione bipolare una patologia sottaciuta, spesso confusa con altre difficoltà esistenziali,  un male che invece ha bisogno della voce dei “protagonisti” che sappia narrare le conseguenze di questo nella vita dei malati e di chi gli vive intorno e, soprattutto, ha bisogno della comprensione e della condivisione da parte di tutte le persone. Perchè ogni scrittura è prima di tutto un atto politico. Venerdì 14 giugno art a part of cult(ure) sarà di nuovo al fianco di questo libro sorprendente a Santa Marinella presso la libreria &#8220;Il Filo di Sofia&#8220;. Dalla sua parte di Isabella Borghese Edizioni Ensamble Venerdì 14 giugno 2013 ore 18,30 Libreria Il filo di Sofia  Viale Roma, 27 Santa Marinella ]]></description>
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		<title>Karl Kraus</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 08:31:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[la frase della settimana]]></category>

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		<description><![CDATA[Cultura è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno. da: Detti e contraddetti (Pro domo et mundo, Di notte), Adelphi, Milano 1992, p. 210]]></description>
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		<title>Photogallery: Biennale di Venezia</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 08:23:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maila Buglioni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[photogallery]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.]]></description>
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		<title>Presentazione di CAKE: Lunedì 10 giugno ore 18,30 &#8211; Doozo, Roma</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 06:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri letteratura e poesia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[Vi aspettiamo lunedì 10 giugno (evento conclusivo della III edizione di Cerealia) alle ore 18,30 da Doozo in Via Palermo 51/53, Roma per la presentazione di Cake. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente / The dessert culture between Arabic and Western traditions (Edizioni Postcart 2013). Saranno presenti con la curatrice Manuela De Leonardis e i promotori del progetto Marimo – brandlife designers e M.Th.I. Music Theatre International anche gli artisti Paolo Angelosanto, Uttam Kumar Karmaker, Şükran Moral e Jack Sal. Cake è un libro di arte/cucina perché contiene, in dialogo con le ricette, il testo dell’enogastronomo Antonio Marcianò e le opere di diciannove artisti internazionali &#8211; Hassan Al-Meer, Paolo Angelosanto, Yto Barrada, Beatrice Catanzaro, Maimuna Feroze-Nana, Parastou Forouhar, Maïmouna Patrizia Guerresi, Susan Harbage Page, Reiko Hiramatsu, Uttam Kumar Karmaker, Silvia Levenson, Loredana Longo, MAD_Angela Ferrara e Dino Lorusso, Şükran Moral, Ketna Patel, Pushpamala N., Anton Roca, Jack Sal, Larissa Sansour &#8211; che si sono confrontati con il suo contenuto. Un viaggio colto che attraversa il sapere, contaminando linguaggi che si connotano di sapori, colori, profumi diversi. Cake è un progetto non-profit a sostegno di BAIT AL KARAMA. Tutti gli artisti, gli autori dei testi e del progetto grafico, i partner e mediapartner hanno contributo a titolo volontario alla realizzazione del progetto con la finalità di sostenere Bait al Karama Women Centre, prima Scuola di Cucina Palestinese (presidio Slow Food in Palestina) nato dalla collaborazione fra Fatima Khaddoumi (responsabile per i Women Affairs della Old City Charity di Nablus), Beatrice Catanzaro (artista) e Cristiana Bottigella (cultural manager). sponsor:     LuBo Fund, Atlanta Piece of Cake Inc, Atlanta Panella – L’Arte del Pane, Roma Cantine Menhir – Minervino (Lecce) partner organizzativi:  Cerealia, Roma Doozo, Roma OltreDimore, Bologna White Box, New York media partner:              art a part of cult(ure) Diafa/ Nur Edizioni]]></description>
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		<title>55a Biennale di Venezia. Una panoramica</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 18:41:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maila Buglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[biennali di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Distribuita in molteplici sedi ed eventi collaterali la 55° Biennale di Venezia si presenta al visitatore come un immensa summa dell’attuale offerta artistica mondiale, un evento impossibile da visitare in tutta la sua maestosità e sconfinatezza nei pochi giorni della Vernice.. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Il susseguirsi degli opening dei Padiglioni, delle presentazioni dei libri e degli oltre quaranta eventi collaterali dislocati nelle varie sedi cittadine non consente alcuna sosta! Ne deriva un continuo fermento che non si esaurisce nel vernissage dell’evento ma si rigenera ininterrottamente di luogo in luogo fino all’ultima inaugurazione. Ripensando a posteriori a ciò che ho osservato nelle giornate a disposizione – premettendo di non aver visto tutte le proposte presentate nella kermesse internazionale – e mettendo un po’ di ordine alle fotografie scattate, rivivo indimenticabili momenti di un tour de force che è valso la pena affrontare. Titolo dell’attuale edizione, Il Palazzo Enciclopedico è stato pensato come un unico percorso che si snoda dal Padiglione Centrale dei Giardini all’Arsenale, interessando ogni singola sede. Coinvolgente ed emozionante la mostra di Massimiliano Gioni accoglie l’utente facendolo sprofondare nella trappola appositamente tesa dal curatore, il quale ha ideato un esposizione imperniata sul potere che oggi hanno le immagini sull’individuo. Infatti, come egli stesso afferma: &#8220;Il Palazzo Enciclopedico è una mostra in cui si rende manifesta una condizione che condividiamo tutti, e cioè quella di essere noi stessi media, di essere conduttori di immagini, di essere persino posseduti dalle immagini&#8221;. Prendendo le mosse dall’utopistica idea creativa di Mario Auriti, concepita nel 1955, Gioni dà vita ad un museo reale in cui raccoglie e cataloga molteplici espressioni artistiche con opere che spaziano dall’inizio del XX secolo ad oggi e che includono più di 150 artisti provenienti da ben 38 nazioni: dalla fotografia alla scultura, dai video alla pittura, dall’installazione ai bestiari, dalle tavole enciclopediche alle performance. Nota positiva è sicuramente l’immensa ricerca fatta a monte e la caparbietà di collocare sullo stesso livello la ricerca di artisti maggiormente noti – come Rossella Biscotti, Pawel Althamer, Paul McCarthy, Walter De Maria, Bruce Nauman, Tino Sehgal – con l’indagine di creativi dimenticati o poco elogiati o ancora con lavori che non hanno la pretesa di essere opere d’arte. Scopo ultimo è mostrare l’eterogeneità di figurazioni recentemente prodotte su scala mondiale evidenziando la sete, tipicamente umana, di sapere e vedere tutto. Un arduo tentativo curatoriale svolto in maniera sapiente, nonostante le critiche avanzate dalla stampa estera e non solo, e che non si prefigge l’obiettivo di appagare totalmente il visitatore ma desidera incitare quel bisogno di sapere&#8230; Passando ai Padiglioni Nazionali è impossibile non menzionare alcune new entry che hanno egregiamente debuttato accanto a storici stati. Esemplare è il Padiglione della Santa Sede curato da Antonio Paolucci che, come già affermato da Barbara Martusciello (http://www.artapartofculture.net/2013/05/24/il-padiglione-vaticano-alla-biennale-di-venezia-2013-tra-vecchi-scandali-e-nuove-certezze/), ha invitato tre noti nomi dell’arte contemporanea acclarati e che hanno ragionato su altrettanti concetti ispirati dal libro biblico della Genesi. Su tale soggetto ruota il trittico realizzato da Tano Festa nel 1979 che precede l’esposizione, il quale ha dedicato parte della propria ricerca pittorica all’arte di Michelangelo e ai suoi affreschi della Cappella Sistina. Il romano, scomparso nel 1988, fu ispirato dal fiorentino per dar vita alle tre opere qui esposte dove la piattezza del medium fotografico e pittorico ed il forte contrasto tra tinte divergenti preannunciano la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, l’incipit del dramma terrestre, divenendo sintesi dei temi sviluppati nelle sale. Nella prima stanza il buio aiuta l’osservatore ad immettersi in una dimensione altra, dove a regnare sono i video di Studio Azzurro, ispirati al tema della Creazione, il cui il protagonista è l’uomo. Come in altre loro installazioni, anche qui lo spettatore è stimolato ad interagire con l’opera divenendone co-protagonista attraverso la realizzazione di un ambiente sensibile appositamente progettato. Detenuti e sordomuti invitano l’utente ad entrare in relazione con loro per attivare le proprie storie al fine di oltrepassare la dimensione formale della rappresentazione ed immergersi nel concetto di origine rivitalizzandolo oppure estraendo forme, creature e suoni dai movimenti delle mani e dal linguaggio dei segni messo a punto da essi. Nella stanza successiva dominano le enormi stampe fotografiche in bianco e nero di Josef Koudelka. Alcune di esse sono appese al muro mentre la maggior parte sono a adagiate in terra, come in attesa di un futuro migliore per poterle appendere dopo una prossima catastrofe. Fin da subito rimaniamo colpiti da ciò che il fotografo ceco ha impressionato attraverso l’impiego di una fotocamera panoramica: in ogni scatto domina la distruzione, la De-Creazione. Panoramiche realizzate tra il 1986 ed il 2012, in vari luoghi dell’Europa e del Vicino Oriente, che narrano la contrapposizione dell’uomo al mondo e alle sue leggi, alla distruzione materiale derivante dalla perdita del senso etico. Ne emerge un muto dialogo tra immagini che evocano tre temi: l’intervento del tempo sulla storia umana e sull’ambiente; gli scenari di guerra, dove emerge il silenzio che ne deriva; e, infine, i due antitetici poli di natura e mondo industriale. Nel terzo ed ultimo vano padroneggia, invece, il bianco della luce e dell’opera di Lawrence Carrol. L’australiano riflette sul tema della Ri-Creazione attraverso l’installazione Another Life, appositamente creata, e composta da quattro enormi wall paintings e un floor piece. Qui, importantissima è l’illuminazione pensata come il più possibile naturale e diffusa uniformemente dal soffitto per esplicitare appieno la qualità di assorbenza dei colori tenui e naturali, delle cere e degli oli, medium a lui molto cari. Opere scarne, essenziali su cui sono apposti semplici oggetti di recupero come lampadine, bastoni o polveri. Lavori che richiedono lunghi periodi di gestazione e una meticolosa disciplina in quanto i fattori di crescita e lentezza giocano un ruolo fondamentale. Inoltre, tra i pannelli c’è un freezing painting che, mutando d’aspetto a causa del ciclico e quotidiano scongelamento e ricongelamento, diviene metafora della rigenerazione intesa come possibile Ri-Genesi dopo un periodo di De-Creazione o distruzione come quello che attualmente stiamo vivendo su molteplici fronti (sociali, politici, economici, ambientali, [...]]]></description>
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		<title>Marcello Mantegazza. The End. Alla 3)5 Arte Contemporanea, Rieti</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2013 18:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[Marcello Mantegazza nasce nel 1974 a Potenza, vive e lavora a Rieti. La sua ricerca si fonda sull’analisi di tematiche capitali come lo scorrere del tempo e la sua sistematizzazione, il pericolo, la corruzione e consunzione, l’estraniamento, la caducità della vita, che egli ripropone rinnovando queste sue riflessioni nella sua nuova personale dal titolo THE END, a cura di Barbara Martusciello e che si è inaugurata sabato 8 giugno alla Galleria trecinque 3)5 Arte Contemporanea di Rieti. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. In mostra campeggia l’opera che dà il titolo alla mostra, The End, che dopo la presenza al CECILIA_Centro per la Creatività di Tito (Potenza) nel 2012, qui si modifica ed è realizzata direttamente su parete in grande dimensione (4,50 mt di base x 3,50 mt di altezza); tale composizione è resa da una miriade di timbri con affastellamenti e sovrapposizioni delle date dei giorni occorsi per la sua creazione ed è incentrata su di un lemma emblematico, che rimanda alla fine di un percorso, con richiami cinematografici ma anche e soprattutto esistenziali; è anche palesamento di un’analisi sul procedere del tempo proprio per l’ausilio dei timbri-datario. Tutte le opere esposte, compresi i libri scavati alla ricerca della parola-chiave, e la serie Cadavre exquis, del 2011, rivelano un’intima, seppur drammatica bellezza, rientrando nella più generale poetica dell’artista: concettuale ed enciclopedica, portata a riflettere sul valore – anche estetico – della catalogazione. Infatti, non a caso, e come scrive la curatrice nel testo di presentazione, “(…) è attratto dagli abecedari, dalle tavole anatomiche, dalle statistiche, dai manuali, dagli indici, così come dalle elencazioni di nomi, di date significative, di sequenze telefoniche, di indirizzi e di attività consuete organizzate grazie a liste della spesa, degli appuntamenti, degli ingredienti. Quest’apparentemente onnivora attenzione per ogni promemoria proviene da una necessità dell’artista di ricopiare, scrivere o disegnare una serie di contenuti, di testi e di componenti anche grafico-visivi su agende personali, album, fogli e altri supporti cartacei o in ogni caso analogici al fine di leggere il dato di partenza, di studiarlo, memorizzarlo e possederlo contemporaneamente. In questa pratica non v’è uno studio sulla sistematizzazione o un’indagine su ordine e controllo ma una considerazione sul fluire di eraclitiana memoria (πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός)” che con i temi in mostra è strettamente connesso”. Così, Mantegazza crea volumi che buca e rende installazioni essenziali, o usa pagine di un libro sui grandi poeti e intellettuali scomparsi ma vivi nella Storia pur se relativamente presenti nella nostra memoria collettiva; o adotta timbri a richiamare analisi che nella storia dell’arte passano per “Alighiero Boetti, On Kawara, Gino De Dominicis, Vincenzo Agnetti, Roman Opalka, Annette Messager, Christian Boltanski fino a Esther Ferrer o a Christian Marclay, solo per citarne alcuni”. La vita transita anche dagli affastellamenti di diversi elementi, che siano essi libri, minute, o “gli anni, i mesi, i giorni, gli attimi di cui si compone la nostra realtà”. Tutto scorre, si diceva; la vita e il tempo che “non si lascia riempire” (Jean-Paul Sarte): pertanto, pensa di farlo Mantegazza, “colmandolo di tracce”, perché forse – citando Paul Verlaine, come fa la curatrice – “la morale migliore è ancora di dimenticare l’ora”, uno smemoramento che è un’apertura alla speranza. Info mostra Marcello Mantegazza. The End  A cura di Barbara Martusciello  Inaugurazione: sabato 8 giugno 2013, ore 18.00 – 22.00  dall’8 giugno fino a settembre 2013 galleria trecinque 3)5 Arte Contemporanea, Via Cerroni, 3)5, 02100 Rieti  Tel. 339 6918072; email: trecinqueartecontemporanea@gmail.com Orari: martedì-sabato ore 17 – 20 Festivi e domenica su appuntamento &#160;]]></description>
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		<title>Piero Manzoni. Una vita d’artista di Flaminio Gualdoni</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2013 11:22:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri letteratura e poesia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[PRESENTAZIONE Piero Manzoni Una vita d’artista di Flaminio Gualdoni SABATO 8 Giugno ore 17,00 Interverranno Flaminio Gualdoni Critico e storico dell’arte, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Brera Elisabetta Cristallini Storica dell’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università della Tuscia Pietro Boschi Critico d’Arte SALA CONFERENZE Biblioteca Provinciale “Anselmo Anselmi” Viale Trento, 18 01100 Viterbo Tel. 0761.228162 Fax 0761.345445 mail: presidenza@bibliotecaviterbo.it &#160;]]></description>
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		<title>55a Biennale di Venezia. When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013 alla Fondazione Prada</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2013 06:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Trincia</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[biennali di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[“Un esercizio di doppia occupazione”. Così è connotata la (ri)proposizione della mostra universalmente riconosciuta come pietra miliare della storia dell’arte. Perché Live in Your Head. When Attitudes Become Form, allestita nella Kunsthalle di Berna dal compianto Harald Szeemann nel 1969, è “LA” mostra, quella che ha segnato il passo, che ha celebrato nuovi linguaggi e introdotto inediti modi di intendere l’arte. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Si parla di “doppia occupazione” poiché come la Kunsthalle fu occupata dalle opere di una nuova generazione di artisti rivoluzionari, così gli ambienti del palazzo veneziano Ca’ Corner della Regina sono occupati dalla ricostruzione delle sale della Kunsthalle. Operazione voluta dalla Fondazione Prada e curata da Germano Celant (che nel suo testo di catalogo opportunamente ha voluto anteporre al titolo originale la dicitura A readymade), in stretto dialogo con Thomas Demand e Rem Koolhass. Gli stessi organizzatori si sono interrogati sulla validità e l’opportunità di proporre oggi una mostra vecchia più di quarant’anni; dubbi superati dalla volontà di offrire l’occasione di mostrare dal vero &#8211; dal vivo - quelle opere e il pensiero che le ha raggruppate e coglierne appieno il dialogo, la forza prorompente e l’atmosfera. L’architettura di Ca’ Corner come perimetro riesce ad accogliere in scala 1:1 le stanze di Berna; ma la precipua suddivisione interna delle sale del palazzo storico ostacola, ovviamente, la visione completa in alcuni casi (per la presenza ad esempio di pilastri), in altri la libera fruizione (per le pareti divisorie originali del palazzo); è solo il terzo piano che, essendo un unico grande ambiente, consente una visione di ampio respiro e di grosso impatto emotivo e consente di cogliere appieno le opere. Dettagli questi che non riescono a indebolire la straordinarietà dell’insieme. Abituati all’interpretazione di una canzone o di un’opera teatrale, non lo siamo altrettanto per una mostra (eccezione per le mostre-pacchetto itineranti) soprattutto a una tale distanza temporale. Ma probabilmente sia la novità, che l’importanza storica di questa mostra, nei giorni della vernice della Biennale di pubblico ne ha attirato parecchio. Ciò ha creato l’immancabile coda chilometrica all’ingresso (il leitmotiv delle ultime edizioni della rassegna veneziana) accresciuta anche dalla zoppicante organizzazione della Fondazione, che verosimilmente sta ancora rodando la gestione del flusso dei visitatori (corre l’obbligo, infatti, di far presente che all’interno della mostra possono essere accolte solo duecento persone, suddivise in gruppi di massimo dieci/tredici, che il personale accompagna nelle diverse sale, fornendo delle nozioni generali e coordinandone il percorso) disorientato anche dall’arbitraria collocazione delle didascalie. E la mostra sembra fare da contraltare (se non addirittura da completamento) al gioniano Palazzo Enciclopedico (titolo della mostra internazionale curata per l’appunto da Massimiliano Gioni per la 55.Biennale di Venezia). Sebbene possa apparire chiaro il motivo per cui Celant e la Fondazione Prada abbiano voluto riproporre questa mostra, ci si interroga anche sul perché, nonostante appartenenti a generazioni differenti, sia Gioni che Celant, abbiano volto il loro sguardo al passato. Sintomo questo non nuovo, perché nei momenti di grande confusione e in epoche di transizione, si è sempre andati alla ricerca della tradizione per trovare indicazioni e lumi per il futuro. Comunque, da parte di Celant c’è stato non solo lo sforzo di ricomporre la mostra del ’69 ma anche di rendere nuovamente reali quelle opere in quegli spazi che molti, forse moltissimi, hanno visto solo attraverso le riproduzioni fotografiche (più di mille sono gli scatti che la documentano, tra cui anche quelli di Claudio Abate) e filmiche, ora sparse in musei e collezioni private. Ed è proprio per vedere di nuovo riuniti dal vivo quasi tutti i lavori (alcuni non sono stati prestati, altri non sono più esistenti, mentre altri ancora sono stati reenacted direttamente o in collaborazione con gli artisti stessi o con le rispettive fondazioni), si vogliono per l’appunto (ri)attivare attuali letture dell’intera mostra, rendendola in qualche modo (un&#8217;altra volta) contingente. Così, attraverso la stretta collaborazione col Getty Research Institute di Los Angeles, che custodisce l’archivio e la biblioteca di Szeemann, le testimonianze dirette degli artisti che vi parteciparono, i documenti della Kunsthalle, è stato possibile ricostruire fedelmente quanto accadde a Berna e nella sede distaccata della Schulwarte. Laddove le opere non sono state recuperate, è stata comunque tenuta presente la loro originaria collocazione, segnando con linee tratteggiate le rispettive dimensioni accompagnate dalla relativa immagine. Camminando tra quei lavori, ancora e di nuovo, si percepisce la forte personalità di Szeemann e l’importanza della mostra, perché è evidente come egli sia stato capace di procedere svincolato dalle etichette del suo tempo, riuscendo in questo modo a individuare la fluidità di ricerca dell’arte, dei materiali e dello stesso approccio all’arte lasciando libera espressione al processo catartico dell’arte. Ecco, allora, riuniti insieme molti degli artisti che hanno profondamente segnato la storia dell’arte a livello internazionale e che li ha visti poi partecipare a diverse manifestazioni importanti (come Documenta 5 del 1972, diretta dallo stesso Szeemann e la prima a non essere più curata da Arnold Bode). Artisti che in seguito hanno poi completamente stravolto la loro ricerca (ad esempio Bruce Nauman, presente in mostra con Neon Templates of the Left Half on My Bodi Taken at Ten Inch Intervals e Plaster Cast Based on Neon Templates) oppure già instradati (come ad esempio Gilberto Zorio, Carl Andre, Pier Paolo Calzolari). Di altri è invece affascinante osservare gli anticipi di quelli che saranno poi dei discorsi lucidi e chiari (come i primi emozionanti igloo di Mario Merz), offrendo anche una sorta di omaggio alla grandezza nonostante la prematura scomparsa, come nel caso di Pino Pascali (Confluenze). Si vedono inaspettatamente i noti sacchi di Kounellis, le Ghise di Boetti, la margarina di Beuys, le torsioni di Anselmo, il ghiaccio di Calzolari, le reazioni termodinamiche di Zorio, le mattonelle di Andre, il telefono di De Maria, la corda di Flanagan, il tessuto di lattice di Eva Hesse, i feltri di Morris, la cenere di Ruthenbeck, i piombi di Serra: alcuni dei sessanta artisti in mostra con centro quarantotto lavori. Info mostra When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013 Fondazione [...]]]></description>
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		<title>55a Biennale di Venezia, alla Fondazione La Masa c&#8217;è il Giappone. Unattained Landscape &#8211; Paesaggio Incompiuto</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 17:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Quintieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[biennali di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla Fondazione Bevilacqua La Masa, durante il periodo della 55esima Biennale di Venezia, si svolge Unattained Landscape – Paesaggio Incompiuto, una mostra che si incentra sulla cultura del Giappone, realizzata dalla Japan Foundation insieme alla Fondazione Bevilacqua La Masa. Artisti giapponesi e internazionali, attraverso vari linguaggi – arti visive, film, audio, performance, letteratura, manga e design -, si ispirano alla contemporaneità del Paese sottolineando, ognuno a suo modo, la relazione con la tradizione e l’attualità di questa nazione, con incursioni anche in altre culture. L’approccio con cui gli artisti si accostano a varie tematiche, è totalmente libero e si sviluppa tramite i talenti individuali che creano un mosaico di espressioni ed espressività che si completano. Il progresso continuo e il succedersi veloce di scienza e arte, che si attuano in Giappone, portano i creativi coinvolti a analizzare da punti di vista diversi la complessità della società. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. La mostra è concepita come un percorso aperto in cui si passa da una stanza all’altra immergendosi nelle opere più disparate a sottolineare le diverse personalità degli artisti che riescono, attraverso i diversi medium utilizzati, a restituire un messaggio articolato con sguardi altri e particolareggiati. Aspetto dominante è il contatto con il territorio in una società globale dove i confini fra le nazioni sono labili: ciò porta ad una concezione temporale dilatata nella strutturazione delle culture. Il Giappone in questa esposizione si percepisce nel suo immaginario più diversificato, e in continuo mutamento. Appena entrati nella prima sala si incontra un’installazione di Jim O’Rourke in cui monitor proiettano sei opere di videoarte diverse, che si possono vedere in loop in una stanza a parte. I temi di questi lavori toccano vari concetti e forme di comunicazione: i confini fra il mondo umano e quello naturale, l’amore visto dall’occhio di uno studente imbranato, la confluenza fra ciò che si vede e ciò che l’orecchio percepisce, la spiritualità che si esprime in un tempio affollato di persone che pregano per l’arrivo dell’anno nuovo il giorno di capodanno, spiritualità goduta tramite la visione di un personaggio che lì suona la chitarra, poi la trasformazione di un manga in opera audiovisiva, e ancora una storia d’amore bizzarra di una donna che conduce un autobus. Di fronte all’installazione è esposta TP #0116 di Maurizio Cattelan &#38; Pierpaolo Ferrari che consiste in lavori in cui si alternano volti di uomini e teste d’animali. Accanto dieci disegni senza titolo di Keren Cytter ci portano in una dimensione immaginifica. Rirkrit Tiravanija presenta Untitled (Scent from the Unknown of the Unknown) in cui centrale è la misura di ciò che è sconosciuto. Di Marina Abramović è esposto un disegno delicato dal nome Dream. Tacita Dean con Prototypes for Kyogi Postcard Edition 1-6 riproduce un’onda, che è considerata il simbolo del Giappone, attraverso opere pittoriche. Nella sala ancora una installazione, questa volta di fumetti, dal nome GANTZ realizzata da Hiroya Oku: pannelli che si possono comporre sono suddivisi in parti che raccontano storie provenienti dalla cultura giapponese, ma la vera particolarità è che le scritte accostate alle immagini sono espressione dei rumori che si possono visualizzare nel fumetto. Un’intera stanza è dedicata a Shuji Terayama: l’artista ricopre tutta la sala di manga ed espone un video in cui i bambini sembrano appartenere al mondo degli adulti, e gli adulti sembrano ritornare bambini; commovente il finale: un bambino con un fucile costringe una donna discinta a spogliarsi e si attacca al suo seno. Tomoko Yoneda realizza fotografie di interni abitativi con un’estetica pulita e un occhio quasi voyeuristico. Mentre Simon Fujiwara con Letters from Mexico crea installazioni complesse in cui si sviluppano luoghi comuni che ci accompagnano quando pensiamo alla cultura messicana. Nell’ultima sala si può vedere la proiezione audiovisiva di Meiro Koizumi dal titolo Death Poems for the Living Mouth of Tokyo, in cui la capitale del Giappone è indagata sotto vari aspetti: culturali, architettonici, sociali, di relazione fra le persone. La mostra è a cura di Didier Faustino, Akiko Miyake e Angela Vettese. Gli assistenti curatori sono Sumi Hayashi e Sachiko Namba, mentre il design è stato affidato al Bureau des Mésarchitectures. Il Catalogo e il design grafico sono di Zak Kyes/Zak Group. Fino 20 ottobre 2013 Fondazione Bevilacqua la Masa Palazzetto Tito Fondamenta di Rio San Barnaba. Info: 0081353696063; www.bevilacqualamasa.it]]></description>
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		<title>55a Biennale di Venezia: Ai Weiwei, Bang, 2013</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 16:36:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<title>55a Biennale di Venezia: Studio Azzurro, In Principio e poi.., 2013</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 16:33:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maila Buglioni</dc:creator>
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		<title>Little Pill Blues #2, Francesca Fini 2013</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 15:43:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;installazione LITTLE PILL BLUES # 2, di Francesca Fini, alla Mondrian Suite Contemporaryartspace di Roma per &#8220;Connessioni liquide&#8221;, a cura di Klaus Mondrian e Raffaele Soligo. LITTLE PILL BLUES # 2 , Francesca Fini 2013 tavola di legno, ritagli di giornale, maschera, filo di lana rossa, video Il lavoro fa parte del progetto CIRCUITI (CIRCUITS), costituito da una serie di lavori mixed media che assemblano e integrano pittura, collage, manipolazione digitale di fotogrammi video stampati poi su tela o carta, oggetti utilizzati nelle performance e supporti digitali (CD e DVD) trattati come elementi grafici ma anche come contenitori di video e audio originale. Un filo di lana tiene assieme il tutto, creando una sorta di codice connettivo che è la firma del progetto. Il concept principale risiede proprio in questo costante e ritmico passaggio dal digitale all&#8217;analogico e ritorno, come un ago che cuce un pezzo di stoffa. http://circuiti.tumblr.com/ Gli stereotipi comunicativi e i conseguenti comportamenti diffusi, sono spesso indagati da Francesca Fini nelle sue azioni performative. In Little Pill Blues #2, la carta stampata, e le sue frasi fatte, sono l’oggetto e il pretesto per un’ulteriore azione manipolatoria complessa al punto da contenere in sé almeno tre livelli di significazione offerti simultaneamente: un simbolico viaggio metropolitano all’inseguimento di un “bianconiglio” informazionale; un sottile ed invisibile gioco di rimandi tra supporto analogico (carta stampata e quadro) e digitale (DVD-ROM e video); la citazione diretta del procedimento surrealista dell’associazione libera nella ricomposizione dei titoli giornalistici in una poesia autobiografica che traccia enigmatici sensi imperscrutabili, con forti derive verso la guerriglia semiologica dei poeti visivi degli anni Sessanta &#8211; individuabile nel processo di distruzione dell’enunciato e nella sua ricostruzione poetica. Fulcro centrale dell’opera è un quadro che sinteticamente riassume i tre livelli di significazione. Al centro, inquietante, una maschera leporide insinua che la nostra Alice/Francesca ha infine catturato il “bianconiglio” informazionale e, di rimando, il video suggerisce lo smembramento del suo “corpo” mediatico in ritagli di giornale sciacquati dal loro “sangue” e diligentemente messi in fila ad asciugare. Un ritaglio fra gli altri, “Satana e matematica”, allude al carattere faustiano della seduzione dei media nel condizionamento martellante dei modus condivisi. La maschera è in effetti trattenuta, imbrigliata, in una fitta rete geometrica. Logica versus seduzione. La geometria rituale &#8211; logos interiore &#8211; opposta alla seduzione superficiale di un medium mistificatorio, è ordita da un filo di lana rosso, spesso presente nelle opere di Francesca Fini, poiché l’artista ravvede in quel colore una particolare forma di comunicazione inconscia e subliminale; una telepatia cromatica capace di raggiungere le anime. Ai lati del trofeo, in modo altrettanto ordinato, si stendono i ritagli di giornale che compongono la poesia. Pattern visivo nel quadro, suono della voce dell’artista che la recita, nel video. Forma e suono di una litania ripetuta come formula magica, capace di evocare i percorsi biografici dell’artista. In sottofondo, il rumore sinistro e ripetitivo di forbici secanti, accentua il forte senso di ritualità. L’azione performativa genera un nuovo significato a partire dalla distruzione della carta stampata. La banalità dell’informazione viene sconvolta dalla poesia. Il mistero nascosto nell’ovvio. La narrazione nasce dalla rielaborazione creativa dei titoli di giornale e, in contraddizione con essi, allude ma non indica. Il quadro è dunque emblema di un percorso che riconduce al sé. Una volta ucciso e smembrato il “maligno”, l’artista si apre ad un’elegiaca affermazione identitaria. Il video presenta l’azione dell’artista/sacerdotessa del proprio “culto” intenta nella processualità del rito. Recita il senso della sua vita dichiarando l’amore che ha per essa inequivocabilmente sottolineato dall’occhio elettronico della videocamera che esplora la superficie del quadro. Compiaciuta nel rituale, la performer appare come alchemica manipolatrice dei codici comunicativi, i quali, come accennato, passano indifferentemente dall’analogico al digitale e viceversa suggerendo una piena padronanza dei mezzi, strumenti liturgici nelle sue mani, e simboli del pieno possesso del proprio destino.  Piero Deggiovanni CONNESSIONI LIQUIDE 7/8/9 giugno 2013 MONDRIANSUITE contemporaryartspace Via dei Piceni, 41/43 &#8211; Roma pittura_scultura_fotografia_video_perfomance un evento a cura di Klaus Mondrian e Raffaele Soligo vernissage venerdì 7 giugno, ore 19.00 con Marta ALESSIO Stefano BOLCATO Luciano FABALE Francesca FINI Micaela LATTANZIO Dunia MAURO Veronica MONTANINO Chris NIX Luciano PERROTTA Cristiano PETRUCCI Fabio PISTILLO Maria Manuela POCHETTI Valerio RICCI Gloria SECHI E&#8217; semplice ricondurre le opere che vengono scelte per una mostra ad una selezione dovuta ad una tematica ben precisa, questo concetto di scelta è a mio avviso piuttosto consunto per chi propone il contemporaneo, e necessita di una relazione solida tra arte e società. Ma noi viviamo, anzi, sopravviviamo in un periodo che è comunemente percepito come profondamente instabile. Per usare le ormai abusate parole di Bauman, viviamo in una modernità liquida, cioè senza appigli e sicurezze definite e riconoscibili. Quindi quando ci siamo posti il problema riguardo la tematica principale di una mostra non istituzionale (direi per alcuni versi border line), che non necessariamente deve essere inquadrata tra i rigidi paletti accademici, abbiamo pensato ad una estrema libertà di espressione e di scelta e di proporre una esposizione quanto mai variegata e non omologata. Intendiamo con questo offrire allo spettatore la massima libertà, in questo contesto diventa fondamentale l&#8217;interazione soggettiva che si instaura tra chi guarda e chi si fa guardare, oggi per capire come siamo e come dovremmo essere è necessario indagare sulle connessioni che si instaurano tra persona e opera. Certo, questo comporta la maggiore diversità possibile di proposte, di stili, materiali, colori, immagini, concetti. Del resto, pensandoci bene è l&#8217;unica soluzione che mi viene in mente per rappresentare questo periodo acefalo che stiamo vivendo, chi organizza una mostra non pretende di indicare una strada, ma di far vedere quali strade sono possibili, quello di indicare è il compito ingrato ed arduo che spetterebbe agli artisti . Ma oggi l&#8217;arte tende a seguire la realtà e come essa quindi diventata sfuggente, leggera, modulare, estremamente movibile e volubile, Il gioco, l’applicazione, l’associazione, l’interconnessione e la virtualità sono i paradigmi dello stile di vita del contemporaneo, dove è più importante la velocità dell&#8217;effimero piuttosto che la capacità di sostare a lungo in [...]]]></description>
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		<title>Festival del Libro ad Arte per Ragazzi</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 15:40:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri letteratura e poesia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[Festival del Libro ad Arte per Ragazzi 7 &#124; 8 &#124; 9 giugno 2013 In Umbria, nella cittadina medievale di Narni si svolgerà la prima edizione di un evento innovativo, interamente dedicato ai libri che invitano i bambini (a partire da pochi mesi) e i ragazzi a esplorare e immaginare il mondo: libri tattili, albi illustrati, libri d’arte, libri per diventare creativi e imparare a cogliere il senso del meraviglioso dietro l’apparente banalità del quotidiano. Tre giorni per scoprire libri ad arte, far vivere il proprio “piccolo teatro interiore” durante laboratori, andare a spasso per mostre e installazioni e incontrare artisti, autori, editori che mettono in gioco con straordinaria inventiva la loro passione per i libri, che stuzzicano l’intelligenza e la sensibilità artistica dei ragazzi. Un progetto di Arte Multi Visione in collaborazione con il Comune di Narni e Sistema Museo  &#160;]]></description>
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		<title>ByeByeBaby: Sandro Becchetti, se ne è andato. La verità e la finzione nella Fotografia</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 10:52:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Martusciello</dc:creator>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; scomparso il grande fotografo, intellettuale di estrema lucidità e dall&#8217;originale visione Sandro Becchetti. Nato a Roma nel 1935, ha praticato l&#8217;Arte visiva e, dagli anni Sessanta, la Fotografia sia documentando la realtà sociale e politica italiana e di altri paesi sia immortalando intellettuali, animatori del &#8217;68, stars e divi del Cinema. Becchetti definiva la foto una menzogna poiché essa non potrebbe mai raggiungere tutte le pieghe nascoste della realtà né la vera essenza della persona ritratta&#8230; Eppure, con le sue &#8220;bugie&#8221; è riuscito a dare del mondo e delle donne e degli uomini fotografati un lato essenziale, riassuntivo del tutto. Riuscendo anche a riaccendere, in chi guarda, una riflessione sulle cose, come sembra fare la foto della statua di Giordano Bruno in Campo dè Fiori a Roma, dove il celebre monumento di Ettore Ferrari (1889) si anima e rianima il pensiero, ravviva il concetto, tuona, quasi rivivendo&#8230; Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Con i suoi reportage, le sue ricerca sulla Spagna e il Portogallo, e con le sue inquadrature dal taglio insolito, la luce che incide in maniera netta, quasi dura, e sghemba la scena, la resa complessivamente onesta e senza troppi infingimenti del personaggio di volta in volta immortalato, che così torna persona - Carmelo Bene, Claudia Cardinale, Warhol, Hitchcock, Dustin Hoffman, Anita Ekberg, Beuys, Christo che esce come da un sudario, che è in verità il materiale dei suoi &#8220;impacchettamenti&#8221;, Pasolini, i suoi funerali e Susanna Pasolini, Ugo Tognazzi, François Truffaut, Bernardo Bertolucci, Piera degli Esposti, Monzon (incarnato nel suo pugno potente)&#8230; &#8211; fanno di Becchetti un autore diverso da tanti, importante, potente&#8230; In una foto che lo ritrae, di Manuela De Leonardis, Becchetti è, come l&#8217;autrice ci racconta, &#8220;a Buda in giardino, sotto il pergolato, 1 agosto 2010, in un momento di vacanza, di estiva spensieratezza.&#8221;. Se volete approfondire di lui, o leggere qualcosa di un po&#8217; diverso e più intimo: Manuela De Leonardis, &#8220;A tu per tu con i grandi fotografi&#8221;, Postcart ed.]]></description>
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		<title>L&#8217;Asia che avanza lascia indietro la vecchia Europa</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 10:40:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marino de Medici</dc:creator>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[transamerica]]></category>

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		<description><![CDATA[Un viaggio in Asia rafforza il convincimento che l’Europa, e l’Italia in particolare, arretrano mentre i Paesi del cosiddetto Pacific Rim e l’India avanzano. Il progresso di nuove “tigri” dell’economia – dalla Thailandia all’Indonesia – ricalca quello di Giappone, Cina, Singapore e Malesia. Sempre più Paesi sono ora in grado di raggiungere alti tassi di sviluppo con un’industria manifatturiera congegnata per le esportazioni, con la promozione degli investimenti e con un’intelligente utilizzazione del capitale umano. Ma l’attenzione degli esperti, come quelli della Banca Mondiale, si sforza in modo particolare di capire in quale misura tale progresso sia dovuto all’intervento dei governi, sistematico e portato avanti attraverso canali molteplici, al fine di incentivare lo sviluppo di industrie specifiche in località specifiche con sussidi, incentivi fiscali e anche repressione finanziaria. Il miracolo economico dell’Asia fa da contraltare drammatico alla crisi finanziaria ed economica che attanaglia la vecchia Europa, ed in particolare solleva un quesito cruciale, quello circa il ruolo di uno stato autonomo, e non già membro di un’Unione, nel promuovere la crescita e lo sviluppo. Il miracolo è invero più che apparente agli occhi del visitatore, sia pure occasionale, che non tarda a chiedersi come certe democrazie asiatiche, imperfette nella concezione occidentale, siano capaci di conseguire risultati così positivi. Sorge quindi una moltitudine di interrogativi sul modo in cui funzionano le istituzioni dei vari Paesi, alcuni dei quali per l’appunto possono essere classificati semi-democratici mentre in altri, come la Cina, la struttura istituzionale è dominata da un partito unico. Nonostante le diversità istituzionali, e di conseguenza il peso del diritto nell’azione di un governo, è innegabile che il ritmo di sviluppo sia pressappoco analogo nelle nazioni del Sud-est asiatico, anche se in alcune di esse il costo del lavoro non è più quello di un tempo, così basso da attrarre gli investimenti esteri. L’altro aspetto che colpisce il visitatore è quello della diseguaglianza. In quelle economie che furono le prime ad affacciarsi alla prosperità – il Giappone, la Corea del Sud e Taipeh – i livelli di diseguaglianza si mantennero bassi anche nel periodo di maggior crescita. In gran parte ciò fu il risultato dell’incremento della produttività agricola che ebbe anche il merito, come in Cina, di assecondare il processo di industrializzazione. Alle loro spalle, è aumentata la legione di quei Paesi asiatici, un tempo oppressi dalla colonizzazione e dalla povertà, che oggi danno vita ad un fenomeno economico e tecnologico che passa sotto il nome di leap frogging, ossia del salto in avanti. Un esempio eclatante è quello della Thailandia, che ormai aspira a collocarsi nel rango dei Paesi sviluppati, vicina ormai all’obiettivo di divenire un Paese “donatore”, pronto ad assistere i Paesi più poveri. L’immagine che il visitatore ritrae dal fervore economico e industriale della Thailandia non lascia dubbi. Superato un periodo di crisi politica, Bangkok sta attraversando un boom turistico in cui gli alberghi a cinque stelle attraggono ricchezza. Lo sviluppo della zona portuale di Laem Chabang è anch’esso impressionante per la quantità delle industrie che l’attorniano e per la modernità ed estensione delle sue strutture di porto container. A sud, la Malesia presenta uno sviluppo senza precedenti in un Paese con una popolazione etnicamente eterogenea. C’era un tempo in cui Paesi come la Malesia erano condannati alla crescita più bassa del loro reddito pro capite rispetto a quelli con popolazione etnicamente omogenea. Ma ora anche la Malesia ha fatto il gran balzo grazie ad un ambizioso programma di azione affermativa – la Nuova Politica Economica (NEP) &#8211; diretto a eliminare la diseguaglianza. Il governo di Kuala Lumpur è riuscito a portare avanti una operazione di ristrutturazione etnica del lavoro e della proprietà industriale in un contesto di crescita economica spinta. In pratica, il forte tasso di crescita è andato di pari passo con il progresso verso gli obiettivi di azione affermativa. In altri termini, la buona gestione della politica etnica sospinge oggi la Malesia verso la sua inclusione entro il 2020 tra i Paesi totalmente sviluppati. Anche qui il visitatore non può che ammirare le moderne infrastrutture, a cominciare dalle famose torri Petronas, un tempo le più alte del mondo con i loro 452 metri, gioielli iper-tecnologici concepiti con schemi geometrici di tradizione islamica e motivi dell’artigianato della vecchia Malesia. Autostrade moderne, treni ad alta velocità, sistemi di trasporto urbano con metropolitane tecnologicamente avanzate, oltre che alberghi cinque stelle a iosa, stanno rapidamente cambiando il volto di metropoli asiatiche che una volta erano sinonimo di poveri agglomerati urbani senza speranza. Ma quello che il visitatore percepisce quasi ovunque è il senso di stabilità e prosperità economica, dagli sfarzosi negozi che offrono prodotti griffati agli empori che vendono di tutto. Nelle grandi città asiatiche si assiste ad una vita pulsante, fino al punto da rimanerne sopraffatti nei grandi mercati all’aperto, come il Chatuchak di Bangkok, che con i suoi 8.000 posti vendita è una tentazione irresistibile per lo shopping che richiama, dicono, più di 200.000 visitatori nel week end. Non verrebbero qui se non avessero soldi da spendere e le occasioni di acquisti non fossero allettanti. L’India infine presenta un’evoluzione stupefacente. Non per nulla i cartelli pubblicitari dell’ente del turismo indiano sfoggiano lo slogan “Incredible India”. Il contrasto tra la modernità della nuova India e il sottosviluppo delle sue regioni ancora depresse fa parte della sconcertante realtà di una nazione che sta sforzandosi di risolvere i pressanti problemi creati dall’urbanizzazione. Una visita a Mumbai – con oltre venti milioni di abitanti, la quarta città più popolata al mondo -non può che aprire gli occhi ai problemi di una società che attraversa una drammatica transizione. Basta parlare con le donne che ormai chiedono a gran voce di venire empowered che in parole povere significa avere il diritto di decidere il proprio destino. Una recente inchiesta ha appurato che mentre l’89 per cento delle donne ritiene di avere le stesse opportunità culturali degli uomini, quando si parla di matrimonio solo il 14 per cento pensa di avere la libertà di scegliere il proprio partner. Più grave è la statistica secondo cui il [...]]]></description>
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