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		<title>12a Biennale d&#8217;arte di Lione (Francia)</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Sep 2013 10:40:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[12a Biennale di Lione (Francia) Nel frattempo&#8230; Improvvisamente, E in seguito dal 12 settembre 2013 al 05 gennaio 2014 biennaledelyon.com Direttore artistico: Thierry Raspail Commissario invitato: Gunnar B. Kvaran Giornate professionali: 10-11 settembre 2013 English Press Release Contatti stampa Heymann, Renoult Associées / Agnès Renoult T +33 (0)1 44 61 76 76 - www.heymann-renoult.com Eleonora Alzetta - e.alzetta@heymann-renoult.com]]></description>
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		<title>Torna Scrivere di Cinema &#8211; Premio Alberto Farassino</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jul 2013 17:28:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna Scrivere di Cinema – Premio Alberto Farassino che, giunto alla sua undicesima edizione, rilancia il ruolo di osservatorio per la critica cinematografica rivolta ai giovani. On line da oggi il bando. C&#8217;è tempo fino al 15 luglio per recensire un film della presente stagione cinematografica. Ai primi classificati un workshop redazionale ad Alice nella città – sezione autonoma e parallela del Festival Internazionale del Film di Roma dedicata ai ragazzi – e altri importanti premi per incentivare la passione per il cinema e la scrittura: da tablet di ultima generazione a buoni acquisto per libri e film. Per consultare il bando e partecipare al concorso: http://scriveredicinema.mymovies.it Le premiazioni si terranno a settembre, a pordenonelegge.it &#8211; Festa del libro con gli autori.   Parte Scrivere di Cinema – Premio Alberto Farassino, il concorso nazionale di critica cinematografica rivolto a tutti i giovani dai 15 ai 25 anni e promosso da pordenonelegge.it, Cinemazero, il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici e MYmovies.it, quest’anno arrivato all’undicesima edizione. Il bando 2013 (online dal 19 marzo all’indirizzo http://scriveredicinema.mymovies.it) introduce importanti novità che rinnovano il concorso: forte dell’esperienza maturata nelle edizioni precedenti, Scrivere di Cinema si pone sempre più come osservatorio privilegiato delle passioni cinematografiche dei giovani e palestra critica vera, in cui i più meritevoli potranno sperimentare concretamente il lavoro in una redazione come giornalista critico. Infatti, grazie alla nuova partnership con Alice nella Città – la sezione autonoma e parallela del Festival Internazionale del Film di Roma dedicata ai ragazzi – i primi cinque classificati della sezione Under 25 vinceranno un workshop redazionale. Per tutta la durata della kermesse, sotto la guida di un giornalista professionista, faranno parte di una redazione che avrà il compito di redigere il daily del Festival, seguendo le proiezioni, gli incontri con l’autore, “toccando con mano” il significato di scrivere sui film e su un’importante manifestazione cinematografica internazionale, secondo i tempi del giornalismo vero. Altra novità sono le sezioni di gara, in cui la fascia giovane per partecipare è stata uniformata a quella degli altri festival e concorsi nazionali. Potranno partecipare a Scrivere di Cinema tutti i giovani residenti in Italia tra i 15 e i 25 anni, divisi in Young-Adult (tra i 15 e i 19 anni, coincidente con gli studenti delle Scuole Secondarie di II grado) e gli Under 25 (tra i 20 e i 25 anni). Mentre gli Young-Adult dovranno presentare una recensione di un film della presente stagione cinematografica, gli Under 25 dovranno elaborare, oltre alla recensione, un breve articolo editoriale su una traccia fornita dal bando di gara. Ci sarà tempo fino al 15 luglio per partecipare; successivamente la giuria presieduta da Viola Farassino e formata dai critici Mauro Gervasini (MYmovies.it, Film TV) e Dario Zonta (L’Unità, Hollywood Party-Radio3) selezionerà i finalisti che verranno premiati nel corso di pordenonelegge.it &#8211; Festa del libro con gli autori, che si terrà a Pordenone dal 18 al 22 settembre prossimi.]]></description>
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		<title>MACRO: Artisti in residenza, bando di concorso</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 18:39:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il nuovo bando del concorso relativo al  “Programma Artisti in residenza” sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale lunedì 25 marzo 2013. Il concorso è finalizzato alla raccolta delle candidature per le prossime residenze d’artista in programma nei periodi agosto/novembre 2013 e febbraio/maggio 2014. La scadenza per presentare le domande è il 16 giugno 2013. La documentazione dovrà pervenire al MACRO  &#8211; Museo d’Arte Contemporanea Roma &#8211; “Ufficio Residenze d’Artista”, via Nizza 138, 00198 Roma. I sette vincitori potranno usufruire di una borsa di studio mensile o di due alloggi per tutta la durata del progetto e una fee di produzione. Alla fase creativa della durata di quattro mesi, seguirà la fase espositiva delle opere realizzate della durata di due mesi. Per maggiori informazioni collegarsi al sito http://www.museomacro.org/ &#160;]]></description>
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		<title>Coffee/&amp;. Performance di Jack Sal. Caffé ﻿﻿Quadri, Venezia 31 maggio ore 10</title>
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		<pubDate>Fri, 31 May 2013 16:47:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Coffee/&#38; Performance di Jack Sal 55. Biennale d’Arte di Venezia Caffè Quadri, Piazza San Marco &#8211; Venezia Venerdì 31 maggio 2013 &#8211; ore 10 Coffee/&#38; è una performance incentrata sul lavoro di accumulo, in senso temporale, del passaggio di Jack Sal a Venezia. In questa nuova azione concepita per la 55. Biennale d’arte di Venezia, un appuntamento ormai costante per l’artista statunitense che, a partire dal 1997, ha organizzato le sue performance nella “Ponga Room” dello storico caffè, viene idealmente tracciata la cornice di un quadro in cui spazio e tempo interagiscono con il numero 7. Senza necessariamente chiamare in causa la simbologia di questo numero, tra esoterismo e magia, il 7 è il risultato della somma delle azioni che Sal ha ripetuto nel tempo in questo luogo bevendo il caffè e utilizzando la carta fotografica autosviluppante. “Coffee and” è anche un’espressione in lingua inglese per invitare a prendere un caffè e un qualcosa in più. In questa maniera la performance parla in modo simbolico di tutti gli appuntamenti precedenti usando le tazzine di caffè, e la loro posizione durante il lavoro, per tracciare metaforicamente un mappamondo che è il viaggio stesso dell’artista. Nell’ambito di Coffee/&#38; verrà presentato Cake un progetto non-profit a sostegno di BAIT AL KARAMA, a cura di Manuela De Leonardis in collaborazione con Marimo – brandlife designers e M.Th.I. Music Theatre International in cui diciannove artisti internazionali (incluso Jack Sal) si sono confrontati con un oggetto trovato (un vecchio ricettario scritto in arabo e francese) e il suo contenuto. Performance di Jack Sal al Caffé Quadri: Cafè/Caffé (1997), The Doge’s Ring/L’anello del Doge (1999), Bitter/Sweet (2003), Minor/Key (2005),East West - Jack Sal e Yooah Park (2009) e O/Ring/O (2011). Altri eventi in occasione di presentazioni di progetti specifici: libro Pos/Neg (1999), libro e multiplo The Primary Drawings 3+1 di Jack Sal e Bruno Corà (2001), mostraRed/White a homage to Albert Mertz, Senko Studio – Viborg, Danimarca (2003), multiplo Minor/Key(2005) e progetto Video:Visions, prodotto e curato da Dustintrouble (2011). Jack Sal (Waterbury, Stati Uniti 1954, vive tra New York, Roma e Todi), artista minimalista concettuale inizia il percorso artistico con il cliché-verre. Nel 1981 l’International Museum of Photography/George Eastman House di Rochester ospita la sua prima personale in un luogo istituzionale, a cui seguiranno altre tra cui il Museum Ludwig di Colonia. Nel 2006 realizza White/Wash II, monumento per le vittime del pogrom del 1946 a Kielce (Polonia). Il 23 giugno 2012 partecipa alla conferenza Jack Sal alla Cappella Gandini 1986/2012 (con Bruno Corà e Luigi Attardi), in occasione della riapertura della chiesa settecentesca affrescata nel 1986 a Montà (Padova). Tra le principali mostre recenti: 2012 &#8211; De/Portees, Museo Ebraico, Bologna (personale); 25 Years &#8211; Anniversary Show: Part 2, Gallery 128, New York; Jack Sal, Masakazu Yasuda, Chisato Saito. Going out Roonee – welcome to photography, Esprit Nouveau Gallery, Okayama (Giappone); Transnational Art 2012, Contemporary Art Center Osaka; 2011 &#8211; O/Ring/O, Stiftung für Medien-Kunst und Philosophie, Berlino (personale); in/line ARTcore contemporary gallery, Bari (personale); Natività, Museo della Ceramica, Deruta (PG); L’artista come Rishi, Museo d’Arte Orientale, Roma; O/Ring/O, Caffé Quadri, Venezia (performance &#8211; 54. Biennale di Venezia), Action/Re/Action, Palazzo Morelli Fine Art, Todi (personale); De/Portees, IIC di Osaka e Kyoto Museum for World Peace, Ritsumeikan University (personale); Fotogenic Nan Sen, Roonee 247 Photography Gallery, Tokyo (personale); 2010 &#8211; The Edge of Vision, Center for Creative Photography-CCP, Tucson (Stati Uniti); 2009 &#8211; De/Portees, IIC di New York e Casa della Memoria e della Storia, Roma (personale); East/West, Caffé Quadri, Venezia (performance con Yooah Park &#8211; 53. Biennale di Venezia); Re/Vision, Zone:Contemporary Art, New York (personale); The Edge of Vision, Aperture Foundation, New York; Jordan Festival Amman (Giordania); Chiamata All&#8217;ARTE -Museo Villa Pignatelli, Napoli; An Austrian Walk/March, MIR/Museum im Rathuas, Gleisdorf (Austria). Info Coffee/&#38; Venerdì 31 maggio 2013 &#8211; ore 10 Caffé Quadri, Piazza San Marco &#8211; 30124 Venezia www.jacksal.com jacksal@hotmail.com Tel (+39)3295450473]]></description>
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		<title>Torna (S)barca e Vinci2. Il contest fotografico che ti fa girare il mondo</title>
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		<pubDate>Fri, 31 May 2013 06:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Popolo di fotografi o di aspiranti tali, venite a noi! Dopo il successo della prima edizione torna, ancora più esaltante, ancora più creativo, il contest organizzato da Tafter, hotel.info e Circolo degli Artisti “(S)BARCA E VINCI 2 – Boarding Boat” Questa volta ad essere protagonista è la barchetta di carta che viaggia su un qualsiasi mezzo di trasporto. Cimentatevi nello scatto di una foto originale che interpreti questo tema e partecipate al contest per vincere uno dei fantasticisoggiorni gratuiti a Parigi o a Berlino messi in palio dal portale leader nelle prenotazioni alberghiere hotel.info. Scegliete se: 1.    Partecipare solo al concorso su Facebook https://www.facebook.com/Tafter.it 2.    Partecipare solo alla serata conclusiva del concorso (9 giugno 2013) esponendo la vostra foto in mostra al Circolo degli Artisti (Via Casilina Vecchia 42, Roma). 3.    Partecipare sia al contest su Facebook che alla serata evento al Circolo con la stessa foto o con due foto diverse. Le possibilità di vincere raddoppiano! It’s up to you! Cosa aspettate a partecipare? C’è tempo fino al 31 maggio 2013! L’evento (S)BARCA &#38; VINCI 2 – Boarding Boat si svolgerà presso il Circolo degli Artisti (Via Casilina Vecchia, 42) domenica 9 giugno 2013. La serata è aperta a tutti, partecipanti ai concorsi e non! Aperitivo, free gadget, live photo shooting, estrazioni, premiazioni, dj set e due grandi concerti con i Controverso e gli Inbread Knucklehead gli ingredienti di una serata evento a cui non puoi decisamente mancare. Durante la serata saranno distribuiti a tutti i presenti al Circolo degli Artisti delle schede riportanti i numeri delle foto esposte in mostra che potranno essere votate. Ognuno potrà esprimere una sola preferenza. Al termine della serata, si procederà al conteggio dei voti validi, si dichiarerà la foto vincitrice e verrà sorteggiato un fortunato tra i votanti che riceverà in premio un voucher per due persone valido per un soggiorno di due notti presso il Mercure Olbia****, Costa Smeralda. Imbarcati anche tu nel party più esclusivo della Capitale, esponi o vota la tua foto preferita e diventa protagonista di “(S)BARCA E VINCI 2 – Boarding Boat”. Scopri ogni giorno le novità sul concorso via Twitter con l’hashtag #sbarcaevinci2 Informazioni e regolamento alla pagina http://www.tafter.it/sbarca-e-vinci-2-boarding-boat-il-contest-fotografico-che-ti-fa-girare-il-mondo/]]></description>
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		<title>Occhirossi: il futuro immaginato. Festival indipendente di fotografia&#8230; e non solo</title>
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		<pubDate>Thu, 30 May 2013 14:40:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Collettivo OcchiRossi e csoa Forte Prenestino presentano 30/31 Maggio e 1/2 giugno 2013 OCCHIROSSI, il futuro immaginato. festival indipendente di fotografia&#8230; e non solo. &#8220;Ecco, o futuro, sono salita in sella al tuo cavallo. Quali nuovi stendardi mi levi incontro dai pennoni delle torri di città non ancora fondate? quali fiumi di devastazioni dai castelli e dai giardini che amavo? quali impreviste età dell&#8217;oro prepari, tu malpadroneggiato, tu foriero di tesori pagati a caro prezzo, tu mio regno da conquistare, futuro..&#8221; Italo Calvino &#8211; Il cavaliere inesistente Il futuro, quello immaginato (ma anche sognato, temuto, utopico, fantasioso, reale), sarà quest&#8217;anno il &#8220;cuore&#8221; di OcchiRossi. Perché in tempi difficili come questi non siamo capaci forse più di immaginare un futuro. Abbiamo provato quindi a raccogliere diverse visioni attraverso gli sguardi di alcuni fotograf* (Claudia Moroni, Viola Pantano, Benoit Cezard, Elena Givone, Filippo Bardazzi, Paola Verde, Francesco Romoli, Franco Brambilla) per cercare nuove strade verso il futuro che vogliamo. Con queste premesse e con la presenza e il contributo di singol* fotograf* e collettivi fotografici provenienti da varie esperienze, il 30/31 Maggio e 1/2 giugno 2013 si terrà negli splendidi spazi del CSOA Forte Prenestino la quarta edizione del Festival Indipendente di Fotografia OcchiRossi, un progetto collettivo che promuove cultura fotografica indipendente, formato da una rete di camere oscure autogestite, associazioni culturali e singol* fotograf*. OcchiRossi nasce alla fine del 2008 da una serie di riflessioni sul ruolo degli spazi espositivi e sul loro rapporto con il territorio, sulla necessità di facilitare l’accesso alla formazione fotografica e artistica in generale e sull’importanza di eliminare intermediazioni economiche e culturali tra chi produce fotografia e chi ne fruisce. http://www.occhirossifestival.org/?p=5948 OcchiRossi ha una “doppia vita”: la FASE UNO &#8211; le immagini e i progetti fotografici invadono la città per renderne possibile la fruizione anche ad un pubblico non specializzato (ora in corso nei quartieri Casalbertone, Quadraro, Quarticciolo, Alessandrino, Magliana -http://occhirossifestival.org/?cat=148); la FASE DUE &#8211; il momento collettivo che si svolge al Forte Prenestino dove i fotograf* si incontrano e condividono idee ed esperienze: quattro giornate (a partire dal primo pomeriggio) di mostre fotografiche (circa 120, raccolte tramite un bando aperto a tutt* che non prevede selezione -http://occhirossifestival.org/?cat=146 ), workshop e seminari che guardano al mondo fotografico da diverse angolature (antiche tecniche di stampa, tecniche di post-produzione digitale dell&#8217;immagine, analisi del linguaggio fotografico, tecniche di illuminazione ecc.), set fotografici, incontri (segnaliamo la presentazione del lavoro di Alessandro Imbriaco e Tommaso Bonaventura Corpi di Reato; una tavola rotonda con collettivi nazionali e internazionali Collettiva Andaiola, ArkFotoLab, Collettivo Fotosocial, MicroPhotographers,S’Umbra-Fuoritema, Synapsee) spettacoli e performance, concerti (giovedì 30 maggio HOT CLUB DE ZAZZ, jazz manouche da Roma; venerdì 31 maggio: BAMBOO, percussioni con strumenti extra-musicali da Roma; sab01giu: GreenMoonSparks), proiezioni ed altro ancora. Il programma in continua espansione su: www.occhirossifestival.org dal 30 maggio al 2 giugno 2013 presso il csoa Forte Prenestino, via Federico Delpino &#8211; 100celle &#8211; Roma ingresso 3,00 euro &#8211; 5,00 euro il sabato sera. in funzione Taverna, pub 12deTutto, sala da the inTHErferenze, enoteca terraTERRA mail to: info@occhirossifestival.org www.occhirossifestival.org http://www.forteprenestino.net]]></description>
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		<title>Al via il concorso Pitch Trailer 2013, Idee per un film</title>
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		<pubDate>Thu, 30 May 2013 07:07:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[TRAILERS FILMFEST 2013 lancia il CONCORSO PITCHTRAILER Hai un’idea di un film da realizzare? Raccontaci il tuo pitch con un trailer e fai conoscere la tua idea! Dopo il grande successo degli scorsi anni, TRAILERS FILMFEST &#8211; il festival dei trailers cinematografici, giunto alla XI edizione &#8211; diretto da Stefania Bianchi &#8211; che si terrà a Catania dal 25 al 28 settembre 2013, lancia anche quest’anno il CONCORSO PITCH TRAILER. A iscrizione gratuita, alla sua quinta edizione, novità assoluta in Italia, il concorso Pitch Trailer è stato ideato e organizzato dall’Associazione Seven, ed è nato con l’obiettivo di offrire uno spazio alle idee degli autori indipendenti, incarnando pienamente la vocazione del Trailers FilmFest di sperimentare i nuovi linguaggi cinematografici per dare un’opportunità unica a tutti coloro che vogliono promuovere, attraverso un trailer, l’idea di un film da realizzare. Per la prima volta in questa edizione il concorso si estende a tutti i Paesi europei. Possono partecipare lavori in pellicola e digitale provenienti da tutti i Paesi europei della durata minima di 1 minuto e della durata massima di 2 minuti e 50 secondi. L’invio dei lavori – entro e non oltre il 30 maggio 2013 &#8211; deve avvenire in alta risoluzione nei formati avi, mov, mpg via  Wetransfer all&#8217;indirizzo pitch@trailersfilmfest.com e in upload nel formato flv nella sezione Pitch Trailer sul sito  www.trailersfilmfest.com Il comitato di selezione del festival sceglierà 19 dei 20 Pitch Trailer finalisti, mentre il restante Pitch sarà scelto dal pubblico, che potrà votare fino al 30 giugno 2013 attraverso il canale You Tube Il TrailersFilmFest. Una giuria di 5 esperti professionisti del settore decreterà quindi il Miglior Pitch Trailer, che sarà premiato in una delle serate Première del festival. Come Premio finale, il vincitore del Miglior Pitch Trailer sarà ospite a Catania per tre giorni per tutta la durata della XI edizione del Trailers FilmFest. Sul sito www.trailersfilmfest.com tutte le istruzioni per l’invio dei lavori. Info www.trailersfilmfest.com]]></description>
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		<title>MATTA. Roberto Sebastian MATTA &#8211; Gordon MATTA-CLARK &#8211; Pablo ECHAURREN</title>
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		<pubDate>Wed, 29 May 2013 16:37:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Roberto Sebastian MATTA – Gordon MATTA-CLARK – Pablo ECHAURREN Fondazione Querini Stampalia Venezia 29 maggio – 18 agosto 2013 Vernice stampa: 28 maggio 2013 – dalle 10 alle 14 Dal 29 al 31 maggio 2013 ingresso libero per stampa e accrediti Biennale Inagurazione: 28 maggio 2013 – ore 18 Mostra realizzata da: Galleria d&#8217;Arte Maggiore – G.A.M. &#8211; Bologna In concomitanza con la 55. Biennale di Venezia, la mostra vuole indagare le idee e i pensieri che si sono tramandati – attraverso le generazioni, il tempo e la geografia – da Roberto Sebastian Matta ai suoi figli Gordon Matta-Clark e Pablo Echaurren. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Tre nomi, tre storie, tre paesi e un unico comun denominatore: l&#8217;arte. In concomitanza con la 55. Biennale di Arti Visive di Venezia e per la prima volta insieme, la mostra organizzata e prodotta dalla Galleria d&#8217;Arte Maggiore – G.A.M. di Bologna, riunisce negli spazi dell&#8217;area Scarpa della Fondazione Querini Stampalia, tre grandi protagonisti dell&#8217;arte internazionale. Gordon Matta-Clark e Pablo Echaurren non hanno in comune solo il padre Roberto Sebastian Matta, figura storica che con le sue tele e le sue sculture ha preso parte al Surrealismo ed influenzato gli artisti americani dell&#8217;Espressionismo Astratto, ma con due stili espressivi differenti sono entrambi due personaggi di rilievo della scena artistica contemporanea. La mostra, curata da Danilo Eccher, prende origine dall&#8217;opera di Roberto Sebastian Matta ed attraverso le opere dei suoi protagonisti percorre mezzo secolo di storia dell&#8217;arte, vissuta in tre paesi differenti: la Francia, gli Stati Uniti e l&#8217;Italia. Lo spaccato che ne deriva non è delimitato dalla loro storia familiare, per quanto eccezionale, ma amplia i propri confini all&#8217;ambiente culturale e politico in cui questi artisti sono stati profondamente coinvolti. Figli dello stesso padre, ma di madri differenti, sia Gordon che Pablo hanno avuto un rapporto conflittuale con la figura paterna ed attraverso l&#8217;arte entrambi hanno cercato un dialogo concettuale &#8211; impossibile nella vita privata &#8211; con Matta attraverso le loro opere pur maturando entrambi, ed ognuno a suo modo, linguaggi singolari e differenti. Se l&#8217;affinità con Matta-Clark è riconducibile anche ad un livello formale, esteticoarchitettonico presente in forma diversa anche nell&#8217;opera del padre, in Echaurren l&#8217;affinitudine è da ricercarsi nel carattere più propriamente concettuale derivato dalla stessa matrice Dadaista e tardo Surrealista del padre e del fratello. Il filo conduttore della loro opera a livello critico sarà svelato da Danilo Eccher solo pochi giorni prima dell&#8217;apertura al pubblico, ma ad una prima lettura emerge già come la socialità, la continua ricerca di un rapporto non solo di partecipazione del fruitore, ma di un suo coinvolgimento diretto o indiretto, fisico o mentale, culturale o sociale, interno o esterno all&#8217;opera sia presente nell&#8217;opera dei tre. Non è un caso infatti se alcuni definiscono le figure antropomorfe di Matta sia in pittura, sia in scultura, come &#8220;morfologie sociali&#8221;, come una trasfromazione di passaggio tra i paesaggi interiori e il mondo esterno. Per Gordon la socialità è un fattore ancora più evidente, essendo la sua arte basata sulla performance, sui &#8220;building cuts&#8221; &#8211; edifici tagliati &#8211; trasformazioni sculturali di architetture preesistenti dove lo spettatore è invitato ad entrare per muoversi fisicamente ed emozionalmente in quegli spazi. Nella sua opera Matta-Clark crea un rapporto diretto con il fruitore, spesso basato sulla fiducia che costui deve devolvere all&#8217;operato dell&#8217;artista che come in Matta ha fondamenti architettonici. Mentre per quanto riguarda Pablo tutta la sua vita artistica è immersa nella socialità, nella sua esistenza quotidiana. E se è vero che le sue tele riportano al mondo dei fumetti, della musica, della street art, alla cultura di massa, è attraversando la sua iconografia Pop fatta di contiminazioni di generi che dialogano ora con il Dadaismo, ora con lo stesso Surrealismo, che l&#8217;artista propone con ironia attraverso l&#8217;apparizione di una natura familiare ed allo stesso tempo inquietante una critica diretta alla società dei consumi. Proprio come sembrano suggerire le figure antropomorfe e primitive presenti nei dipinti del padre. Non a caso l&#8217;opera di Matta mira anche a una riflessione sull&#8217;impatto che la tecnologia ha sull&#8217;esistenza umana.]]></description>
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		<title>Gli Orti Urbani. Per il Miglioramento Della Qualità Della Vita</title>
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		<pubDate>Sat, 25 May 2013 16:20:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella splendida cornice di Villa La Trinità e del suo parco: GLI ORTI URBANI Per il Miglioramento Della Qualità Della Vita a cura di Francesco Saccardo, docente di Orticoltura e Floricoltura Sabato 25 Maggio, ore 10,30 a seguire aperitivo con sfizi della Tuscia a kmO di Grazia Bianchi (Slow Food Master Chef) Euro 15,00 Info / prenotazione obbligatoria (per ricevervi al meglio) www.villalatrinita.com &#8211; info@villalatrinita.com &#8211; 329 7196711 &#160; Villa La Trinità,  Capranica (Viterbo), Località “La Trinità” &#8211; al 60° km della S.S. Cassia (coordinate GPS N 42,27636 E 12,13333) &#8211; Cell: 329.7196711 &#160;]]></description>
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		<title>Librindanza 2013 &#8211; Il Maggio dei Libri</title>
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		<pubDate>Sat, 25 May 2013 14:58:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Librindanza” II edizione 25 maggio 2013 ore 18.00 Teatro Jia Ruskaja Accademia Nazionale di Danza Largo Arrigo VII, 5 &#8211; Roma Sabato 25 maggio, si concludono gli incontri di Librindanza 2013 &#8211; Il Maggio dei Libri Rassegna alla sua seconda edizione organizzata dall’Accademia Nazionale di Danza, diretta da Margherita Parrilla, e dalla Biblioteca dell’AND a cura di Manuela Canali. Presentazione del volume Annie Suquet Il risveglio delle modernità. Una storia culturale della danza (1870-1945) (Centre national de la danse, Paris 2012) Un excursus che mette  in relazione gli sviluppi delle tecniche e delle teorie coreiche con i contesti sociali e culturali nei quali si sono manifestate. Intervengono: l’Autrice in collegamento Skype Alberto Testa, Storico e critico di danza Interprete dal francese, Tiziana Camerani Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Info: Accademia Nazionale di Danza tel. 06 5717621  www.accademianazionaledanza Ufficio stampa: Agnese De Donato tel. 06 37352573 cell. 333 5297324 agnesededo@fastwebnet.it &#160;]]></description>
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		<title>Tempo interiore di Rosy Rox, vincitrice della II edizione del Concorso Un&#8217;opera per il Castello</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 18:54:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CASTEL SANT’ELMO, NAPOLI CONCORSO GIOVANI ARTISTI  2012 Un&#8217;opera per il Castello Lo spazio della memoria. La memoria dello spazio Venerdì 24 maggio 2013, ore 18.00 Inaugurazione Tempo interiore di Rosy Rox Vincitrice della II edizione del Concorso Un&#8217;opera per il Castello A conclusione della seconda edizione del Concorso giovani artisti 2012 Un’opera per il Castello, presentata lo scorso giugno con il titolo Lo spazio della memoria. La memoria dello spazio, sarà inaugurata l’opera vincitrice e nella mostra saranno illustrati anche i progetti dei dieci artisti finalisti selezionati dalla giuria. Rosy Rox,  Tempo interiore La giuria ha premiato il progetto di Rosy Rox, Tempo interiore, apprezzandone, in particolare, il valore artistico e per aver centrato e sviluppato il tema del Concorso “Lo spazio della memoria. La memoria dello spazio”. L’opera, che dialoga in maniera critica con l’edificio monumentale di Castel Sant’Elmo, realizza una sintesi tra la storia e lo spazio preesistente attivando un originale sistema di segni all’interno della Piazza d’armi. Tempo interiore indagando il rapporto tra la memoria del luogo, rappresentato dalla struttura stessa del Castello, e il tempo reso nella sua forma più “atroce”, come afferma l’artista, ha dato una coraggiosa risposta alle richieste del Concorso. L’ installazione dell’artista, come previsto nel progetto presentato, è stata collocata sull’orologio già esistente della Piazza d’Armi; l’opera consta infatti di tre energiche lame, poste in sostituzione delle lancette dei secondi, minuti e ore, delle quali da tempo l’orologio era sprovvisto. Il progetto, della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Napoli, è stato reso possibile grazie alla collaborazione e il sostegno della Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte contemporanee del Ministero per i Beni e le Attività Culturali &#8211; Servizio Architettura e Arte contemporanee, diretto dall’arch. Maria Grazia Bellisario. La giuria del Concorso, nominata e presieduta dal Soprintendente per il Polo museale di Napoli Fabrizio Vona, composta da: Angela Tecce, Direttore Castel Sant’Elmo &#8211; Maria Grazia Bellisario, Direttore del Servizio Architettura e Arte Contemporanea della Direzione Generale PaBAAC del Ministero per i Beni e le Attività Culturali &#8211; Katia Fiorentino, Funzionario Soprintendenza per il PSAE e per il Polo Museale della città di Napoli a  Castel Sant’Elmo &#8211; Giovanna Cassese, Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli &#8211; Pietro Marino, Critico d’arte -  Anna Mattirolo, Direttore del MAXXI Arte -  Adriana Polveroni, Giornalista e saggista-   Patrizia Rossello, Relazioni esterne GAI -  Laura Trisorio, Gallerista &#8211; Eugenio Viola, Critico d’arte e curatore indipendente. I dieci finalisti selezionati dalla giuria sono: Riccardo Beretta, Suoni primitivi ; Diego Cibelli, The Long Goodbye; Raffaella Crispino, Weather Forecast &#8211; Previsioni del Tempo; Raffaele Fiorella, Finestre; Valentina Lapolla, Nuvole rosse (Menzione speciale della giuria)  Domenico Antonio Mancini, D&#8217;altri profezia; Giulia Manfredi, Genius Loci; Valerio Rocco Orlando, Mio, Tuo, Nostro, Loro; Giuseppe Teofilo, Senza titolo (strummolo); Eugenio Tibaldi, Unità architettonica minima 01. Una menzione speciale della Giuria è stata assegnata al progetto “Nuvole rosse” di Valentina Lapolla che, con un’ asciutta istallazione sonora,  riporta nel presente di Castel Sant’Elmo la memoria dimenticata della realtà industriale di Bagnoli. In occasione della mostra verrà presentato anche il tema della edizione 2013 del Concorso che confermerà l’obiettivo di proporre, sempre più, la struttura museale del Castello come luogo privilegiato in cui le giovani generazioni di artisti possano trovare un legittimo riconoscimento di pubblico e di critica attraverso innovazione creativa e il coinvolgimento di un sempre più vasto pubblico. Castel Sant’Elmo è uno dei musei associati all’ AMACI &#8211; Associazione Musei d&#8217;Arte Contemporanea Italiani.  Supporto tecnico- organizzativo di Civita Servizi. Il concorso si è avvalso del sostegno di  Metropolitana di Napoli, Italcoat e Seda. Catalogo della mostra edito da Arte’m, a cura di Angela Tecce e Claudia Borrelli. Sito del concorso www.polonapoli-projects.beniculturali.it, realizzato da Gabriella Pennasilico. Video della mostra di Fiamma Marchione Sede Napoli, Castel Sant’Elmo, via Tito Angelini, 22 Periodo 25 maggio – 24 giugno 2013 Orario ore 9.00 – 19.00 Sito www.polomusealenapoli.beniculturali.it  -  facebook.com/castelsantelmo Ufficio Stampa Soprintendenza, Simona Golia, tel . 081.2294478, sspsae-na.uffstampa@beniculturali.it Civita Barbara Izzo-Arianna Diana Tel. 06 692050220-258 izzo@civita.it www.civita.it]]></description>
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		<title>IV Festival Street Art. Il teatro fra le strade di Roma #3.</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 14:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Pasqualini</dc:creator>
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		<title>Il Padiglione Vaticano alla Biennale di Venezia 2013 Tra vecchi scandali e nuove certezze</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 14:47:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Martusciello</dc:creator>
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		<category><![CDATA[biennali di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[proponiamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Monsignor Ravasi disse in Conferenza stampa, quando si è palesata la prima volta del Vaticano alla kermesse internazionale veneziana: “Dobbiamo ricostruire il dialogo interrotto tra arte e fede”. A ciò aggiungerei un personale auspicio: che si “ricostruisca” anche “il dialogo interrotto” tra Chiesa e tanta parte della Collettività… Ebbene: con l’Arte si può? Può un contesto a cui un noto Ministro del passato tagliò indiscriminatamente i finanziamenti, convinto che “Con la cultura non si mangia!”, permettere questo piccolo miracolo? Forse, con un rapporto con l’Arte ma senza pregiudizi si può: intendendo ciò come un primo passo che affronta, in questa specifica, grandissima occasione, la Genesi come tema centrale nel lavoro chiesto agli artisti chiamati al Padiglione di questo Stato Estero molto particolare… Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Ovviamente, la posizione della Chiesa sull’argomento è consolidata: è frutto, appunto, di dottrina e fede. Sarà invece interessante scoprire come sosterranno questa tematica capitale gli artisti selezionati, scelti tra una rosa circoscritta di nomi di chiara fama internazionale dalla Commissione scientifica vaticana &#8211; guidata dal direttore dei musei vaticani Antonio Paolucci e di cui fanno parte anche Micol Forti, direttrice della sezione contemporanea dei Musei Vaticani, Sandro Barbagallo, Francesco Buranelli e Pasquale Iacobone. STUDIO AZZURRO è un collettivo di arte multimediale e tecnologica fondato nel 1982 da protagonisti italiani che nasce come laboratorio di comunicazione visiva militante per volontà di Fabio Cirifino (fotografia), Paolo Rosa (arti visive e cinema) e Leonardo Sangiorgi (grafica e animazione) a cui si è aggiunto nel 1995 Stefano Roveda, esperto in sistemi interattivi e in cui collaborano tanti professionisti diversi; JOSEF KOUDELKA è un notissimo fotografo ceco (Boskovice, 10 gennaio 1938) che nel 1967 decise di rinunciare alla carriera di ingegnere per dedicarsi interamente al linguaggio fotografico e la cui poetica è riassumibile nella sua affermazione lapidaria: che la cosa più importante per un fotografo sia “Un buon paio di scarpe”. Poi c’è LAWRENCE CARROLL, artista statunitense di origine australiana che ha scelto Venezia come città d’adozione e che si definisce pittore anche se le sue opere sconfinano nella scultura e nell’installazione ma evidentemente convinto che la pittura sia tutto ciò che costruisce immagini e immaginario indipendentemente dalla tecnica e dalle modalità scelte per far ciò… Apparentemente ascrivibile a un ambito materico-pittorico, di fatto è molto di più: la scelta di usare per le sue opere materiali riciclati e poveri – legni, stoffe, tele – è da intendersi come interesse per la processualità del fare e some una pratica della verifica: della vita, della realtà, delle cose del mondo, oltre che della natura; ed è anche, parallelamente, un ravvivare il concetto del tempo, della consunzione a allo stesso tempo della trasformazione e dell’accumulazione; d’altro canto, assai diversamente eppure con qualche affinità con Gerard Richter, è convinto e ce lo dice con le sue opere, che non esiste una verità assoluta e immutata nel tempo ma una coesistenza tra realtà-reale e realtà restituita dall’Arte. Accanto a questi magnifici tre, c’è TANO FESTA, o meglio ci sono le tre opere della lunga serie che l’artista romano &#8211; scomparso 1988 &#8211; ha dedicato alla Cappella Sistina e che il collezionista Ovidio Jacorossi ha annunciato di voler donare ai Musei Vaticani. La presenza di questo protagonista di una fervida stagione artistica di sperimentazione che ebbe Roma come centro di tale rinnovamento e Piazza del Popolo come polo di riunioni, incontri, scontri e confronti tra artisti, accoglierà i visitatori nelle sale d’Armi dell’Arsenale messe a disposizione dalla Biennale. Tre, anzi: quattro uomini. Peccato per la mancanza, a nostro avviso grave e controproducente per questa volontà di citato intendimento vaticano – appunto: di ripristinare la comunicazione sospesa tra arte e religione – di una voce forte femminile. Ma forse questa ipotesi ha spaventato le alte sfere ecclesiastiche, chissà… Sia come sia ci siamo, a breve si aprirà la 55ma edizione della Biennale dell’Arte a Venezia e scopriremo come sarà trattata la narrazione dei primi undici capitoli della Genesi articolata in tre nuclei: la “Creazione” affidata a una coinvolgente installazione di Studio Azzurro, intitolata In Principio (e poi), progettata ad hoc e Site-Specific per l’esposizione veneziana; la De-creazione, esplorata con potenti gigantografie – 18 –di Koudelka, e la Nuova Umanità o Ri-creazione che indagherà il plurilinguaggio e il polimaterismo di Lawrence Carroll con Another Life: quattro grandi wall paintings e due floor pieces. Sappiamo quanto la Santa Sede abbia avuto atteggiamenti di chiusura verso l’Arte contemporanea e quanto, allo stesso tempo, gli artisti l’abbiano scandalizzata con opere equivocate come blasfeme, o provocatorie e altamente polemiche e politiche. Il primo ricordo è quello denominato “del caso Grosso”, ovvero di Giacomo Grosso, artista celebre e professore all&#8217;Accademia Albertina di Torino che propose alla prima Esposizione Internazionale d&#8217;Arte della città di Venezia del 1895 un grande quadro “di ardita composizione fantastica&#8221;”, come scrisse il Presidente dell’accreditata Accademia, il conte di Sambuy, all’allora Sindaco di Venezia Riccardo Selvatico. Lo scandalo, puntuale, si scatenò perché, pur volendo rappresentare la morte di un Dongiovanni, in qualche misura sanzionandone la vita sregolata, di fatto sconvolse per la scelta di ambientata in una chiesa la camera ardente con il feretro e il cadavere cinti da cinque figure femminili totalmente nude e in pose lascive. Anche in questa occasione, la Chiesa si rivoltò, bollando di immoralità l’opera – tramite il Patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, futuro Papa Pio X – chiedendo la censura ma, udite udite, la pietra dello scandalo vinse il Premio assegnato da un referendum popolare. Gli anatemi ecclesiali dovettero però funzionare, dato che, quando il quadro fu inviato negli Stati Uniti per mostrarlo al pubblico d’oltreoceano, esso fu distrutto da un incendio. Nel 1972 la sala che provocò un grande scandalo alla Biennale fu quella di Gino De Dominicis, con la sua Seconda Soluzione d’Immortalità (l’Universo è immobile) come ricordò anche Simone Carella, a Venezia assistente dell’artista più immortale e invisibile che ci sia stato… Va precisato, a onor del vero, che a scandalizzarsi furono in tanti, conservatori, non solo la Chiesa… La più recente memoria [...]]]></description>
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		<title>Link &#8211; Artfair Hong Kong 2013</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 14:32:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LINK is an international contemporary Art Show. It transcends  the cultural barriers of contemporary art, historically marked out by institutionalism and elitism, baptizing an event without barriers, which welcomes, involves and thrills a mixed public with a cross-sectional content. Through LINK-artfair, the public can experience contemporary art over 360 degrees, without putting it behind barriers. Our environment, though universal apolitical language breaks down any cultural, social and institutional barrier. LINK-artfair, changing the traditional approach, considers itself as a cutting hedge show which seeks an ongoing relationship with his exhibitors and public, drawing in, entertaining and providing simple education without futile expectations. Our aim is to feel the void that distances contemporary art from its client with a high level of show that&#8217;s unconditionally available to everyone, capturing the essence of modern and dynamic planning. The inaccessible has gone out of fashion in a society where contemporary art no longer promotes itself in &#8216;Haute-Couture&#8221; shelves. Its democratisation with the public and its quality of contents places more in the category of the &#8220;Prêt-à-Porter&#8221;. This is not just a statement, but a decisive point that&#8217;s takes on a public dimension and an unprecedented exhibition ethic that risks upsetting a system stifled by an excess of institutionalism. OUR PHILOSOPHY Art is about pleasure, and the LINK-artfair is about providing an environment that permits Art lovers, both new and old, to enter a world of Art with no barriers. In the modern “no-limits” world we live in today, far too many people are discouraged from collecting and owning Art because they feel intimidated. The concept of an Art fair in the centre of a town is to provide people with a new opportunity to learn about different trends, to meet with galleries and artists in a fun environment, and to purchase and own Art for pleasure and investment without fear or prejudice. LINK-artfair brings this successful and growing trend of “fun and affordable” art downtown, bringing together galleries and dealers from all over the world. The fair’s friendly environment invites first time buyers to browse amongst hundreds of paintings, original prints, photography and sculpture, whilst seasoned collectors can seek out hot new artists. Located in the centre of town, LINK-artfair provides a relaxed environment.  All ages are catered for with our wine bar and café making it a great place to meet up with friends or to bring the family. SCOPE &#38; SIZE The galleries selected to participate and display in the LINK-artfair can expect to meet and sell to around 30.000 buyers from all over the world. The visitor attraction campaign will include: Media partnerships for advertising, editorial coverage and ticket distribution with leading Art and Lifestyle magazines. Advertising in major newspapers and periodicals reaching over 4 million people in the 3 months prior to the opening. A direct mail invitational campaign to over 140,000 potential buyers in the region. Web-marketing and e newsletters with constantly updated information on the trends and opportunities for new Art. An exciting and fun Public relations and communications strategy that will ensure that LINK-artfair is prominently positioned in all media during the month leading up to the Fair. Radio and TV coverage during the Fair. Conferences,Talks, Enogastronomic appointments, Art Performances,Video Art Shows, Art Lab for the youngest ecc&#8230;The aim of LINK-Artfair Hong Kong 2013 in the centre a town, is to provide people with an opportunity to learn about different art trends, meet with galleries and artists in a really fun environment. For more information please contact: t.manca@link-artfair.com info@link-artfair.com www.link-artfair.com Press Office in Hong Kong: SAGE Communications Company Ltd Room 1901, Wilson House 19-27 Wyndham Street, Central Hong Kong Tel.(852) 2801 7111 Fax.(852) 2801 7110 &#160;]]></description>
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		<title>STANDBY di Alejandro Rodriguez Gonzalez / IN/LIMBO</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 13:29:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IN/LIMBO presenta STANDBY Alejandro Rodríguez González in collaborazione con Piera Cristian inaugurazione / venerdì 24 maggio 2013 / ore 19 dal 24 maggio al 15 giugno 2013 dal mercoledi al sabato 16:30 &#8211; 19:30 / o su appuntamento i luoghi dell&#8217;esposizione (i luoghi sono comunicanti): via Porta Pile, 27 &#8211; Brescia - IN/LIMBO studio fotografico via f.lli Bandiera, 24 &#8211; Brescia - Pedrali Rossini Architetti contatti: IN/LIMBO studio fotografico - via Porta Pile, 27 &#8211; Brescia www.inlimbolab.it - info@inlimbolab.it - +39 030.5036037 - +39 328.7469098 Pedrali Rossini Architetti - via F.lli Bandiera, 24 &#8211; Brescia www.pedralirossini.it - info@pedralirossini.it - +39 030.5030864 STANDBY Alejandro Rodríguez González IN/LIMBO ospita per la prima volta un artista internazionale, aprendo una !nestra su Berlino, dove risiede il collettivo di artisti curato da Uwe Goldenstein, e di cui Alejandro Rodríguez González fa parte. Ex vicino di studio al Tacheles Arthouse (residenza artistica, fatiscente e fantastica, nel pieno centro della capitale tedesca, ormai de!nitivamente chiusa), Alejandro è stato mio complice di avventure, umori ed atmosfere che la sua elegante capacità espressiva ha tramutato in disegni, appunti e quadri ad olio. Si tratta di opere spesso minuscole e minuziose, quasi che si dovesse scrutarle da vicino per scovarne il segreto che nascondono i personaggi rappresentati. Figure inquietanti in situazioni difficili da afferrare, in cui lo spazio attorno è soltanto una suggestione che permette allo spettatore di immaginare un seguito a quello che nell’opera sembra un racconto interrotto. STANDBY è proprio questo momento di attesa e sospensione, in cui il silenzio inonda la scena ed è protagonista dei ritratti urbani, altrettanto perturbanti quanto i personaggi. Alberto Petrò La presenza del colore in un&#8217;opera d&#8217;arte spesso diventa un valore aggiunto perché il colore, la sfumatura, anche nell&#8217;uso più violento, con accostamenti audaci, conferiscono a un&#8217;opera un carattere estremamente più immediato. Non che l&#8217;uso del colore offra obiettivi più semplici da raggiungere, quello no. Sicuramente l&#8217;assenza di colore, però, è una bella s!da: quando manca, automaticamente l&#8217;attenzione dello spettatore di un&#8217;opera si sposta sul dettaglio. Il dettaglio è uno degli aspetti che caratterizzano l&#8217;arte di Alejandro Rodríguez González: dotato di uno straordinario virtuosismo tecnico, questo artista spagnolo si arma di matita, per lo più, e inizia un disegno perfetto, pulito, di una precisione maniacale. Ma solo fino a un certo punto: tutto d&#8217;un tratto, il lavoro che sta portando avanti sembra improvvisamente annoiarlo, pare proprio che Rodríguez González abbia un&#8217;altra visione che lo costringe ad abbandonare quella in cui si era immerso e staccarsene, spesso in modo piuttosto brusco. Questo signore lascia dei pezzi incompiuti, in un disegno dotato di estrema precisione, con addirittura un titolo pronto a dare forma alla situazione. In ogni caso, nei disegni di Rodríguez González c&#8217;è una tale aria, una libertà così palpabile che anche chi guarda si ferma un po&#8217; di più e lascia partire l&#8217;immaginazione di fronte alle pieghe del corpo, alla profondità dei laghi, ai volti senza tempo, alle posture così insolite, notando anche le sporcature di matita ai margini del foglio in quasi tutte le opere, segno che svela la tecnica, l&#8217;arti!cio, l&#8217;urgenza di non abbandonare il lavoro, di non staccarsi di lì. Fino al break. La produzione esposta va in due direzioni: il paesaggio e la !gura umana. Il punto di maggior contatto tra questi due temi è sicuramente lo stand by: in tutti questi disegni esiste una sospensione, forse un&#8217;attesa, manca qualcosa o forse c&#8217;è e sta solo aspettando di entrare in scena, ma il disegno non è !nito e non può essere concluso, la mancanza di qualcosa è tangibile, o forse è solo una scelta di in!nito, o solo noia. Non vediamo mai delle situazioni statiche e de!nite e particolarmente curiosa è la scelta dei protagonisti, sempre strani, sempre ai margini. I paesaggi sono infatti abbastanza universali, non presentano angoli riconoscibili o identificabili e in prevalenza sono urbani, con la presenza di auto, magazzini e interventi dell&#8217;uomo, ma senza !gure umane, vengono solo evocate dal contesto. Le persone sono straordinarie: hanno espressioni strane, laddove il viso c&#8217;è ed è stato completato. Sono spesso grasse, molto grasse, con uno sguardo !ero, anche ambiguo o ammiccante, con espressioni grottesche e occhi diretti. I gruppi di persone o le !gure inserite in un paesaggio sono lì per dare spazio all&#8217;immaginazione, nell&#8217;attesa di passare dall&#8217;esame dei diversi occhi che vi si posano, per poi essere dimenticate e ritrovate. Evocano sempre situazioni assurde, non comuni, non decifrabili !no in fondo. Il tutto sempre nell&#8217;enorme spazio ignoto, incompiuto, indefinito. Piera Cristiani Alejandro Rodríguez González Nasce nel 1974 a Tarragona (Barcellona). Dal 1993 al 1997 frequenta la “Escola Taller d’Art Diputació de Tarragona”. Comincia a viaggiare e cercare stimoli all’estero e nel 2003 si sposta per due anni a Milano. Dal 2005 al 2006 ha un atelier presso il Tacheles Arthouse di Berlino. Dopo un breve rientro a Barcellona decide di ritornare a Berlino dove vive e lavora. chopasoluciones.com/arodriguez ar74bis@gmail.com IN/LIMBO studio fotografico via Porta Pile, 27 &#8211; 25122 Brescia È uno spazio diretto da Alberto Petrò, in bilico tra uno studio fotografico e una galleria d’arte. Si occupa professionalmente di fotografia, grafica, consulenza e realizzazione cataloghi, direzione artistica. Passionalmente cura mostre ed eventi. Pedrali Rossini Architetti via F.lli Bandiera, 24 &#8211; Brescia Lo studio di architettura di Paolo Pedrali e Alessandro Rossini, attivo da più di dieci anni, si occupa di progettazione, sia in ambito privato che pubblico, con particolare attenzione alla riquali!cazione urbana. Entrambi gli architetti sono docenti universitari e hanno partecipato a concorsi di progettazione nazionali e internazionali, ricevendo più volte premi e menzioni. collaborazioni: Uwe Goldenstein &#8211; BSA (Berlin Selected Artists) - selected.artists.com Collettivo di artisti internazionali con base a Berlino, diretto da Uwe Goldenstein, che cura mostre in tutta Europa, sia in gallerie che in spazi pubblici. Piera Cristiani - campiture.wordpress.com È laureata in lettere moderne alla statale di Milano. Dopo varie collaborazioni con riviste del settore dell’arte, apre il blog CAMpiTURE. Collabora con diversi artisti e delle volte si dedica a progetti indipendenti di cui fa nascere l’idea e ne cura l’allestimento. Vive a Brescia. sound: Bubbles vision: Enrico Ranzanici]]></description>
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		<title>Who Art You? 2. Artistic Contest Milan 2013</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 11:05:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spazio Concept &#8211; Milano 24 maggio 2013 –dalle 19.00 Milano ospita per il secondo anno consecutivo una delle vetrine più vivaci e accattivanti dell’arte contemporanea internazionale, un convivio artistico che stupirà protagonisti e spettatori. Col Patrocinio del Comune di Milano, Settore Spettacolo, Moda e Design per la Creatività Giovanile, anche quest’anno Who Art You? 2 prende vita. Who Art You? 2 è un contest internazionale dedicato ad artisti emergenti. Un modo per mostrare di che arte si è fatti! Un evento che coinvolge giovani artisti, galleristi d’avanguardia e gallerie storiche italiane ed internazionali, giornalisti e critici per creare una vetrina unica e ambivalente, un momento di scambio e di lancio nel difficile mercato dell’arte. Un evento unico che, dopo il fortunato esordio del 2012, quest’anno ritorna rinnovato e ancora più giovane. 60 artisti, ognuno presente con l’ unica creazione selezionata. 20 opere pittoriche, 20 fotografiche, 10 scultoree e 10 video, una gigantesca collettiva e la possibilità di sfondare nel mondo dell’arte. La selezione, completamente gratuita, è aperta a tutti i giovani artisti tra i 18 e i 35 anni che riescano a presentare entro la data di consegna del materiale, un massimo di 5 lavori. Su corresponsione di una quota partecipativa, i 60 talenti scelti avranno la possibilità di partecipare al contest del 24 maggio 2013, durante il quale una Giuria Scientifica di professionisti del settore decreterà un vincitore per ogni categoria. Dopo una prima parte dedicata ai giornalisti e agli addetti al lavoro, la serata proseguirà con performance live e la premiazione degli artisti in gara. Ma anche percorsi musicali, dalla classica all’elettronica, in un’ atmosfera surreale fatta di luci e proiezioni. Una vera maratona dell’arte. Spazio Concept è una location alternativa, fresca e accattivante che ospita progetti di rilievo nel panorama della città di Milano. Un luogo affascinante e coinvolgente che apre le porte ad arte, design e cultura per trascorrere una kermesse all’insegna della creatività. Milano ha bisogno di aria nuova. Mura e confini crollano in una città ancora troppo lontana dalla concezione europea di arte giovane. C’è una generazione da scoprire e Who Art You? 2 sarà un momento ricco di condivisione e interazione tra discipline e culture. Perché NO?! Per maggiori informazioni: www.whoartyou.net WHO ART YOU? 2 è un contest internazionale dedicato ad artisti emergenti, un evento unico che convoglierà artisti, galleristi, giornalisti e critici per creare una vetrina di lancio nel difficile mercato dell’arte. La manifestazione, alla sua seconda edizione, è nata dall’esigenza, sempre più impellente, di liberare una nuova generazione creativa. Milano è portavoce di talento giovane e fresco, è il luogo dove, mai come prima, si respira la volontà di creare per oltrepassare i confini geografici. WHO ART YOU? 2 sarà una gigantesca collettiva di 60 artisti in un’atmosfera festosa e surreale fatta di percorsi visivi e musicali, tra proiezioni e approfondimenti. Ma soprattutto sarà un momento di scambio interculturale: una vera maratona dell’arte. Spazio Concept è una location alternativa, fresca e accattivante che ospita progetti di rilievo nel panorama della città di Milano. Un luogo affascinante e coinvolgente che apre le porte ad arte, design e cultura per trascorrere una kermesse all’insegna della creatività. REGOLAMENTO Età partecipanti: dai 18 ai 35 anni Categorie: pittura (20 opere), fotografia (20 opere), scultura (10 opere), video (10 opere) Tema: “Che artista sei?”. Un viaggio introspettivo attraverso le sconfinate facce del proprio io, per dimostrare di che arte si è fatti Candidatura: completamente gratuita, invio massimo di 5 opere per artista. Sulla base del materiale presentato, la squadra creativa di NOlab selezionerà 60 opere e quindi i 60 artisti che accederanno al contest del 24 maggio 2013. Contest: durante la serata del 24 maggio 2013, a cui gli artisti selezionati avranno accesso pagando un contributo simbolico di 50,00 Euro, una giuria scientifica proclamerà i 4 vincitori finali del concorso, uno per ogni categoria. Giuria scientifica: registi, giornalisti, critici e artisti 1° premio: una settimana di personale presso una famosa galleria d’arte di Milano con vernissage organizzato da NOlab; pubblicazioni web, radio e video da parte di CCT-SeeCity. Per tutti i 60 finalisti: presentazione a critici e galleristi durante una preview; partecipazione alla selezione per mostre personali presso gli spazi sponsor e la galleria d’arte permanente di NOlab. Milano ha bisogno di aria nuova. Mura e confini crollano in una città ancora troppo lontana dalla concezione europea di arte giovane. C’è una generazione da scoprire e WHO ART YOU?2 sarà un momento ricco di condivisione e interazione tra discipline e culture. PERCHE’ NO?! Conferenza Stampa: 7 maggio 2013 alle ore 10.30 presso lo studio di NOlab, Viale Piceno 3, Milano Contest: 24 maggio 2013 Preview su invito dalle 19.00 alle 20.00 Ingresso libero dalle 20.00 PENSARE E’ DIRE NO NOlab ha ideato e organizzato Who Art You?2 col Patrocinio del Comune di Milano, settore Spettacolo, Moda e Design, per la creatività giovanile. NOlab è un laboratorio di idee per chi non ha paura di dire NO, mettendo in discussione preconcetti e opinioni consolidate. Il team di NOlab esce dagli schemi e si confronta con una realtà cangiante, per comunicare, informare, formare e organizzare eventi. NOlab è un’agenzia di comunicazione, ma soprattutto un gruppo di creativi irriverenti che hanno scelto di dire NO per guardare oltre. Offriamo interazione, approfondimento, cultura e ricerca. E soprattutto libere idee. Pensare è dire NO WHO ART YOU?2 è organizzato da: NOlab Press office: Daniela Ficetola Viale Piceno 3 20129 Milano Tel. 02 83419067 &#8211; Cell. 3287340481 daniela@nolab.it - contest@whoartyou.net www.whoartyou.net - www.facebook.com/whoartyou.net]]></description>
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		<title>IV Festival Street Art. Il teatro fra le strade di Roma #2</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 19:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Pasqualini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[teatro danza]]></category>

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		<title>La mostra che non ho visto #30. Giovanni Albanese</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 16:35:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ganni Piacentini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[la mostra che non ho visto]]></category>
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		<description><![CDATA[Purtroppo sono tantissime le mostre che non ho visto. La mia pigrizia mi impedisce di uscire la sera se non è proprio assolutamente più che necessario. Però sono rammaricato ogni volta che non vado ad una mostra e me la immagino sempre bellissima, con nell&#8217;ordine: Una marea di belle donne Opere nuove geniali e intriganti La galleria piena di gente importante che dice cose bellissime sull&#8217;artista e sul suo lavoro La/Il gallerista preso da parte da collezionisti molto determinati a portarsi via i pezzi più belli I critici che arrivano numerosi e vanno via solo a fine serata L&#8217;artista con aria distaccata che si schermisce e a volte sorride pure a qualcuno Poi la cena esclusiva chiude quella serata meravigliosa e frenetica. Ogni volta ci resto male e mi dico con rabbia che in una mostra così non posso mancare proprio io. Alla prossima mostra ci andrò di sicuro, costi quel che costi, sempre se non piove.]]></description>
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		<title>Notte dei Musei a Roma: luci e ombre</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 14:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Arcidiacono</dc:creator>
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		<category><![CDATA[beni culturali]]></category>
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		<description><![CDATA[Il programma romano della Notte dei Musei di sabato 18 maggio è stato ricchissimo di eventi e la partecipazione del pubblico non ha deluso le aspettative. Oltre 270mila (o 150mila secondo altre fonti) i partecipanti, dei quali circa 9000 hanno scelto di visitare a Roma il Maxxi, che ospitava, tra le altre mostre, quella antologica del grande fotografo Luigi Ghirri; cifre che hanno fatto gongolare gli amministratori capitolini, in grande fermento per la campagna elettorale del sindaco uscente. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. L’iniziativa che, ricordiamo, coinvolge tutte le capitali europee, proprio qui a Roma ha mostrato ombre e contraddizioni. A fronte dell’apertura di siti che non avevano aderito alle precedenti edizioni e all’adesione di privati, si sono registrate le prevedibili carenze organizzative, soprattutto dal punto di vista della mobilità: il consueto traffico caotico del sabato sera in certi orari si è trasformato in un unico gigantesco ingorgo; i mezzi pubblici insufficienti e non attrezzati per i disabili: due studentesse universitarie sulla carrozzina hanno raccontato la propria odissea, al termine della quale sono state costrette a rinunciare alla visita notturna della mostra di Salgado al Museo dell’Ara Pacis. Ma la vera contraddizione, per la quale non si può rinunciare a pronunciarsi criticamente, riguarda le grosse aziende scelte per la sponsorizzazione dell’evento. L’amministrazione capitolina, contravvenendo all’articolo 6 del Regolamento sulle sponsorizzazioni («Sono escluse le imprese a qualunque titolo coinvolte nella produzione, commercializzazione, finanziamento e intermediazione di armi di qualunque tipo, compresi i sistemi elettronici e le sostanze chimiche, biologiche e nucleari. Saranno altresì escluse le banche che, a partire dal secondo anno dalla data di approvazione del presente Regolamento, risulteranno coinvolte nel finanziamento all’export di armi come da relazione annuale del ministero dell’economia e delle finanze, prevista dalla legge n. 185/1990») ha affidato a Finmeccanica (ottava azienda per produzione militare nella classifica mondiale) Bnl-Gruppo Bnp Paribas (gruppo leader nell’export di armamenti italiani e finanziatore di industrie belliche di armamenti nucleari) e Unicredit (che sostiene sia l’esportazione che la produzione di armi) il sostegno economico della serata, una notte speciale che le organizzazioni per il disarmo e quelle che si battono per le sponsorizzazioni etiche della Capitale hanno ribattezzato La notte armata dei Musei di Roma. L’ennesima, opinabile scelta di questa Giunta, che ha un concetto del tutto ondivago della legalità e del rispetto delle regole, (si ricordi la serata dedicata ai due militari arrestati in India, con un comizio improvvisato su un palco addossato al Colosseo, privo di autorizzazione ed espressamente contestato dalla Soprintendenza archeologica e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali) si è potuta cogliere in maniera emblematica in tutta la sua contraddittorietà, nella Mostra del Museo di Roma in Trastevere. Un appuntamento imperdibile con le foto vincitrici della 56esima edizione del World Press Photo, (http://www.worldpressphoto.org/) un concorso di fotogiornalismo, dove una giuria indipendente seleziona e premia gli scatti più rappresentativi dell’anno, suddivisi in categorie riguardanti le news, lo sport, la natura, la vita quotidiana, etc… Oltre alla foto vincitrice (di Paul Hansen, i corpi dei due piccoli palestinesi Suhaib Hijazi e suo fratello Muhammad, portati in braccio dagli zii verso una moschea di Gaza per il funerale) numerose, durissime e commoventi erano quelle dedicate ai conflitti in corso nel mondo, in particolare in Siria, ma anche in Sudan, Afghanistan e Palestina. Amaro e intollerabile leggere il sostegno e la sponsorizzazione di un evento culturale da parte di aziende e banche che si arricchiscono grazie alla produzione e alla commercializzazione delle armi, i cui effetti devastanti in termini di ferite, lacrime, mutilazioni sono visibili nelle opere fotografiche esposte. Senza voler in alcun modo criticare l’iniziativa, in sé apprezzabilissima, resta difficile non leggere in questo pseudo mecenatismo un maldestro tentativo di ripulire in modo goffo la facciata, soprattutto per un’azienda al centro delle cronache per episodi di corruzione e per i recenti arresti. Ma pecunia non olet e queste note di stridente incoerenza sono destinate ad essere coperte dagli slogan, dai proclami e dalle mirabolanti promesse della campagna elettorale.]]></description>
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		<title>Laurie Rubin. What Remains al Museo del Louvre di Roma</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 06:45:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Laurie Rubin. What Remains. A cura di Fabbe (Ass. Cult. Surya/Panasuez, Roma) Inaugurazione 23 maggio ore 19.00 fino al 12 giugno dal lunedì al sabato dalle ore 11,00 alle ore 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00.    Nove scatti: nove pezzi. Il Museo del Louvre di Roma offre uno sguardo sul lavoro di Laurie Rubin che con le sue immagini traccia un percorso nella storia americana. Un progetto, What remains, che ci riporta indietro nel tempo, riaprendo casi e cassetti che sembravano chiusi, risolti o maledettamente archiviati. Un&#8217;archeologia fotografica realizzata meticolosamente attraverso la raccolta di oggetti superstiti, che una volta recuperati e sottratti all&#8217;oblio vengono chiamati ad essere testimoni del &#8217;900. Così dovrebbe essere anche il museo di cui parla Orhan Pamuk nel suo manifesto: un luogo dove invece di raccontare la Storia della nazione si parte dalle storie individuali e dai particolari.  Il lavoro presentato al Museo del Louvre presenta alcuni &#8220;paragrafi&#8221; di questo percorso: nuove possibili versioni dei fatti. In questa operazione gli oggetti scelti trascendono il loro ruolo originario  per assumere lo status di artefatti: cocci di bottiglia, una fotocamera, un cappello, un teschio, una molotov, ecc. Si parte dai resti, dai relitti che nello sguardo della Rubin diventano simboli visuali che sintetizzano un&#8217;epoca, una persona, un evento. Pezzi di cronoca nera, storie di solitudine, scheletri in forma di immagine che ci raccontano dei proprietari e dei loro drammi. Reperti che una volta estratti dal particolare diventano simboli sociali (vedi le prove di reato contro i Chicago 7). Laurie Rubin sceglie i suoi oggetti visceralmente invocando quel gioco ideale tra bellezza e memoria in cui gli oggetti sono belli perché  ricordano qualcosa di familiare. Un filo sottile lega gli oggetti e ci riporta alla semplicità che la vita può o dovrebbe avere (vedi l&#8217;immagine della Rolleiflex con cui Vivian Maier realizzò 100.000 negativi rimasti al buio per anni). La stessa Rubin racconta che nei suoi viaggi le piace cercare piccoli musei domestici e collezioni personali. Ephemera a metà strada tra il personale e il collettivo, tra l&#8217;intimo e l&#8217;universale. Gli oggetti personali ci offrono sempre uno sguardo sulle passioni dei proprietari. Qui si avverte ancora la durezza dei colpi, degli schianti, delle botte. Grazie alla magistrale restituzione fornita dalla Rubin i corpi del reato sono ancora lì davanti ai nostri occhi. E che tutto questo disastro sia trasformato in qualcosa di così bello e vivido non guasta affatto. In questo museo di oggetti irripetibili, consunti e usurati tutto è reperto e souvenir. Un Ready Made al passato remoto dove si fa riconoscimento e autopsia di oggetti uccisi, naufragati, scomparsi (vedi i resti della aereo di Amelia Earhart: carlinga e cocci di bottiglia).E quale miglior resto del proprio teschio donato al teatro affinché interpreti per sempre il ruolo di Yorick? Chiamatelo feticismo, chiamatelo attaccamento ai simulacri, ma &#8220;è proprio qui l&#8217;ostacolo; perché in quel sonno di morte, tutti i sogni che possan sopraggiungere quando noi ci saremo liberati del tumulto, dal viluppo questa vita mortale, dovranno indurci a riflettere&#8221; Fabrizio Gaggini Il museo del louvre. Via della Reginella 28 Roma info@ilmuseodellouvre.com  www.ilmuseodellouvre.com Ass. Cult. Surya/Panasuez Via Elea 8, 00183 Roma +39.06.97.61.01.39 +39.347.91.49.076 panasuez.com]]></description>
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		<title>Liam Gillick, Richter e Caravaggio</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 17:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jacopo Ricciardi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[narrazioni ad arte]]></category>
		<category><![CDATA[proponiamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima di Liam Gillick da Artiàco (come dicono alla reception) due volti guardano in su verso la pala del Caravaggio nella chiesa della Misericordia: che problema Michelangelo Merisi!, i riflessi dei fari ai lati disturbano; nel dispositivo elettronico a lato si vedono la grata, poi la spada che taglia il tessuto. Ecco Le sette opere della misericordia. Alla Banca Commerciale Italiana, l’ultimo quadro di Caravaggio (riflessi dal basso anche lì in un allestimento fatto apposta) Il martirio di Sant’Orsola, poi il video con la regia di Martone e le parole di Caravaggio scritte da Maria Ortese mostra, alternati a sequenze notturne di una Napoli apocalittica, epica di povertà e abbandono, i particolari dei volti della pala delle Sette opere della misericordia. Credevo che quelle frasi recitate fossero state scritte proprio da Caravaggio &#8211; scopro nei titoli di coda che non è così. Particolari di volti, precisi come spiriti perduti nel vuoto dell’universo umano, persone alla deriva, quasi in una morfologia mistica pronta ad offrire il riscatto di una rivelazione improvvisa nel corpo di una vita vissuta. Ma di quei volti, davanti alla pala il giorno dopo, neanche l’ombra; troppo lontani per sentirne vibrare il privato delle espressioni. Eppure il dipinto si trova nella posizione originale. Non credo ci fosse una luce più forte, più illuminante, in origine. L’opera era quindi fin dal principio nascosta, e forse solo il Caravaggio la vide come noi due ora da soli in quel video… Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. La candela al centro con la fiamma smossa dal gesto tra abbraccio e addio, grassoccia, avvampa la scena, memoria viva che rilascia immagini, aneddoti religiosi, enciclopedia di scene quotidiane vissute da personaggi drammaticamente veri nel loro rango e ruolo. Una mascherata già spogliata di ideale, ma veri, tutti veri, nel loro destino umano e simbolico spirituale. Cos’è l’Arte? Un’azione di recupero, con ogni mezzo! I volti ripresi altrove, l’impostazione ritrovata lì dal vivo orfana di particolari… Possibile che l’azione di Caravaggio sia a tal punto personale da lasciare il senso intimo del dipinto volutamente celato dalle convenzioni delle committenze? Temo che sia così!, là dove l’Arte contemporanea deve mostrare fino all’ultima goccia di un aspetto, in luoghi di passaggio privi d’ombre, quest’opera di Caravaggio ci insegna che l’Arte è ben nascosta, più di quanto si pensi, e che non basta una torcia elettrica per indagarla, ma serve il desiderio della mente. Anche nel falso e nell’errore risiede quel vero misterioso che si svela, anche in quel film immaginato da un regista televisivo, bravo, incline a uno spettacolare quasi didascalico, attivando l’illusione di poter ascoltare davvero le parole di Michelangelo Merisi che per sempre mai ascolteremo. Uno stato d’animo si ispessisce di falsità per proteggere la nascita di un pensiero intimo fuori dal caos e la banalità di ciò che fuori esiste Si arriva a un contatto sincero, a una comunione con il senso tragico dell’Arte anche attraverso il falso e l’illusione – si deve soltanto avere cura di percorrerli, e non tornare indietro, seguire il ponte di un tradimento fino alla sponda del sapere e dell’umanità. Di Liam Gillick mi era piaciuta l‘istallazione alla recente Biennale di Venezia; forse due anni dopo leggo che Gerhard Richter utilizza parole severissime che lo insultano. Credo al me stesso che credeva in Gillick, e credo al me stesso che ora crede in Richter. Mi sono tradito, privatamente tradito? È vero che anche la storia può essere smontata e rimontata dalla logica, dalla similitudine di comportamenti sociali, secondo fatti storici irripetibili: società e potere vivono in un’inconciliabile competizione nell’anima poetica di una favola che ci abita segreta. Poi arriva l’affermazione di Richter: certo, Gillick, non è una presa di posizione forte, è troppo descrittiva, non mette sul tavolo le contraddizioni, non le affronta direttamente, inequivocabilmente, non offrendo la vera condizione di inesprimibilità delle ‘cose’ davanti allo spettatore; per Richter è una finta responsabilizzazione dell’individuo che riflette, quando invece l’artista dovrebbe dimostrare direttamente che lo spettatore in quanto individuo non sa. Gillick mima un orientarsi, quando invece è vero che l’individuo si può orientare davvero. Io condivido quest’ultima tesi, che è anche nell’opera di Richter. Ora, perché essa non nega quel me stesso alla Biennale (scorsa) nel padiglione tedesco? Perché c’è l’Arte che tenta e l’Arte che riesce tentando. L’arte non è un’asserzione inequivocabile, essa sempre tenta e può solo tentare, poi a volte riesce ad accedere a qualcosa nel suo tentare; e lì l’essere umano, lo spettatore, si riconosce, in quel tentare ‘riuscito’, in quel tentare che più ci somiglia e che è più irrisolto. Credo che Richter sia un artista più importante di Gillick, maggiormente calato nel suo tempo, al quale non risponde; Gillick tenta di farlo, crea un’ipotesi; Richter invece, crea una condizione possibile, probabile. Richter mi sembra più nascosto, segreto, privato, così come mi è apparsa qualche giorno fa quella pala di Caravaggio. E se si pensa che è ovvio perché sono due pittori e che Gillick è un artista concettuale, io penso al contrario che questo rileva un indagine più fruttuosa – ad oggi – per la pittura: sono più diversi e comunicanti Richter e Caravaggio che ognuno di questi con Gillick – e forse c’è un’equidistanza tra Gillick e Richter. e Gillick e Caravaggio, che frena una riflessione davvero seria dell’Arte. Questo è un problema per l’Arte concettuale: essere tutto sommato una fredda misurazione. Interessante è l’opera di Giulio Paolini di proprietà di Sol Lewitt alla sua mostra al MADRE di Napoli. Tanto affascinante e ricca da avvicinarsi più a Caravaggio che a Gillick o allo stesso Lewitt pur essendo propriamente un’opera concettuale. Si ammira, si contempla, per l’armonia che ne emana, che la fa ‘suonare’ piena come un accordo di Bach. Il suo titolo è Cielo stellato, ed è composta da una miriade di chiodi dorati disseminati intorno a un quadro con stretta cornice d’oro che tra il fondo e il vetro contiene nella parte bassa un ammasso degli stessi chiodi e più in alto dal retro [...]]]></description>
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		<title>IV Festival Street Art. Il teatro fra le strade di Roma #1</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 17:42:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Pasqualini</dc:creator>
				<category><![CDATA[art fair biennali e festival]]></category>
		<category><![CDATA[photogallery]]></category>
		<category><![CDATA[teatro danza]]></category>

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		<description><![CDATA[Street Art, un festival di teatro in strada che da quattro anni offre a Roma la possibilità di mostrarsi nella sua capacità di essere gioia essenziale. Che rende al teatro la sua componente popolare e meravigliosa. Il tempo crea Fate Morgane, la realtà appare altra, si inseguono bisogni che forse non si hanno. Poi, quando tutto finisce si torna all&#8217;autenticità . Questa volta è stato così. Nello Street Art 2013 si sono riunite persone con tanti sogni, sogni desti, sogni reali, sogni al potere. Come quelli di chi ne è stato spettatore. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.]]></description>
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		<title>Pieter Paul Rubens</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 15:53:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[la frase della settimana]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho deciso di costringere me stesso a spezzare questo nodo dorato dell&#8217;ambizione, per poter recuperare la mia libertà.]]></description>
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		<title>Tàpies: muri e tracce a un anno dalla sua scomparsa</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 15:50:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulia Conti</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[“Non credo che un artista o una cultura, una volta raggiunta una certa maturità, passi necessariamente da uno spirito di inquietudine a uno spirito di ricostruzione, ormai non ci resta che accontentarci di ciò che abbiamo, e mettere semplicemente un po’ di ordine in tutto questo”. Siamo in pieno centro di Roma, in via della Lupa, a pochi metri dall’Ara Pacis. La Gallerja, spazio che dal 2007 ha già ospitato artisti come Kounellis, Botanski e Dibbets, propone ora al pubblico una selezione di opere di Antoni Tàpies (Barcelona 1923-2012), a un anno dalla sua scomparsa. Ecco che allora ci viene voglia di ripercorrere l’iter artistico del grande maestro. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Tàpies vive il suo primo approccio con l’arte durante gli anni ’30, attraverso le opere di Picasso, Braque, Gris, Mondrian, Brancusi, Duchamp e Mirò. Ma il contatto concreto con la pratica artistica avviene poco dopo, secondo una modalità più intima e personale. Una malattia ai polmoni lo costringe, sin dagli anni ’40, alla solitudine di un sanatorio, condizione che lo avvicinerà alle arti visive ma anche alla presa di coscienza politica e a una profonda riflessione filosofica, alimentata dalla lettura di Marx, Nietzsche, Proust e Sartre. Abbandonati gli studi di giurisprudenza, apre il suo primo studio a Barcellona e partecipa alla fondazione del movimento Dau al Set. Le influenze avanguardistiche emergono nelle primi lavori, di stampo surrealista e dada, influssi che perdureranno nelle opere grafiche (acquaforte, litografia e xilografia) e pittoriche fino alla prima metà degli anni ’50. I primi esperimenti dell’artista catalano sono figurativi, c’è l’ossessione per la dimensione fisica dell’autoritratto, la dimensione onirica e non mancano accenni all’astrattismo geometrico. Sullo sfondo piccoli grafismi ed elementi collaterali distraggono l’attenzione, dimostrando la voglia di misurarsi con maestri come Mirò e Klee. Nel 1950, in occasione della prima personale alla Galleria Laietanes di Barcellona, emerge soprattutto una forte attenzione per la materia, interesse che esplode tra il 1953 e il 1954, in coincidenza con i Sacchi di Burri, gli Otages di Fautrier e le Hautes pâtes di Dubuffet. Non possiamo però limitarci a confinare l’opera di Tàpies tra le file degli artisti informali, riuniti in questo periodo dalla concezione critica del contemporaneo Michel Tapié. Si tratta senza dubbio di un’ art autre, che promuove il materiale al ruolo di protagonista dell’opera, con riferimenti evidenti anche nei titoli. Ma il processo materico che viene attuato rimane ambiguo, sembra voler rivelare qualcosa di nascosto, quasi come ci fosse un’intenzione di cancellazione e azzeramento. Abbiamo la sensazione che, come ben detto dal Renato Barilli:  “un’intercapedine, una distanza, uno sbarramento si erigeranno sempre, tra noi e il segreto da svelare”. Molti critici collocano l’artista catalano tra coloro che sostengono la poetica del muro. Gli impasti pesanti, per lo più costituiti da polvere di marmo, collante e pigmenti, permettono a Tàpies di usare la superficie del quadro come una parete, uno strato pesante di materia che sembra lottare per cancellare una presenza che emana malgrado tutto, in un tentativo che rimane all’inizio goffo, incontrollato, e che poi diviene deciso e razionale. Muro come clausura, separazione, disordine e rovina, lacerazione e meditazione. A questo proposito Giulio Carlo Argan è uno dei primi a sottolineare l’influenza che su di lui esercita la condizione oppressiva vissuta durante la situazione politica spagnola. Attraverso i suoi muri Tàpies (tapies è una delle parole che in catalano significa proprio muri) manifesta una voglia di riduzione, regresso, assenza di vita; testimonia attraverso una materia buia la sofferenza di un popolo a cui la luce viene negata. Veste le sue opere con connotati esistenziali che trasudano tragicità. Così lo definirà Kounellis: “è figlio di Gaudí nel Giardino di Güell, e di Goya nelle pitture nere, è un uomo che coltiva il dramma e poi dipinge nel dramma […]. Parlare di A. T. è come guardare la sabbia desertica che si alza nel cielo tempestoso e, ricadendo con furia, dipinge tutto ciò che trova, di sabbia”. I muri di Tàpies non possono però solamente essere considerati nella loro valenza materica: altra funzione che assumono è quella di prestarsi a essere supporti di tracce, impronte e gesti che emergono sulla tela come i graffiti sulle pareti delle strade. Parti del corpo, frecce e soprattutto croci appaiono con sempre maggiore frequenza sulle superfici delle opere dell’artista, tra la voglia di primitivismo e l’associazione alla segnaletica propria della comunicazione verbale. Un universo di segni sempre più ponderato e sintetico. Come afferma Argan, “la sua non è una simbologia, ma una semantica dell’angoscia”, testimonianza di memoria ed evocazione, e forse il desiderio istintivo di concedersi, in piccola parte, un’esperienza estetica. La carriera artistica di Tàpies prosegue nutrendosi di continue esperienze espositive e di viaggi attraverso l’Europa e l’America, in una resistenza continua al regime franchista. Si confronta con le influenze contemporanee, reagisce all’happening, si relaziona alla Pop Art, alla Body Art e all’Arte Povera italiana. Anch’egli sperimenta la voglia di uscire fuori dalla superficie del quadro, confrontandosi con la messa in campo dell’oggetto industriale. Ma i suoi sono oggetti comuni e usurati (bastoni, cappelli, scarpe e scrivanie), affondano nella materia perdendo la loro parvenza oggettuale in una omogeneizzazione con i materiali freddi che li assediano, permeati di graffiti e tracce di vissuto, in una poetica oggettuale profonda e personale che influenzerà intere generazioni. Negli anni ’80, con la fine del franchismo, l’artista espone finalmente nelle maggiori capitali europee, riceve dal Re di Spagna la medaglia d’oro per le Belle Arti e una laurea honoris causa al Royal College of Art di Londra. Nel 1984 nasce la Fondació Antoni Tàpies e nel 1997 viene allestita la sua ultima grande retrospettiva italiana nel museo Pecci di Prato. In questo caso, il contributo critico è di Bruno Corà, che anche oggi ci introduce alle 14 opere presenti in mostra attraverso “alcune qualità distintive”: l’equilibrio dei pesi interni all’immagine; l’amministrazione sapiente dei registri e l’educazione del gesto pittorico, in una sintesi di immediatezza e in una naturalezza distributiva provenienti dalla profonda attitudine [...]]]></description>
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		<title>Foto a qualche info sul restauro della statua di Napoleone del Canova a Brera</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 15:38:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Barberini Boffi</dc:creator>
				<category><![CDATA[beni culturali]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentato a Milano, il 17 maggio 2013, dall’Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi e la Soprintendenza per i beni storici artistici e etnoantropologici di Milano il progetto sul  RESTAURO della statua bronzea di Napoleone di Antonio Canova a  Brera; l&#8217;operazione, di grande importanza e urgenza, è sostenuta da BANK OF AMERICA MERRIL LYNCH 2013 Art Conservation Project. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Il restauro è progettato e diretto dal dottor Daniele Pescarmona per la Soprintendenza per i Beni storici artistici ed etnoantropologici di Milano. &#8220;L’opera, posta al centro del cortile d’onore del palazzo di Brera dal 1859, è un elemento estremamente significativo e caratterizzante l’intero complesso. E del palazzo rappresenta una sorta di Centro, non solo in una prospettiva geometrica ma anche visuale, immediato impatto visivo che accoglie i visitatori e li introduce all’insieme unico delle Istituzioni braidensi. Non è soltanto un elemento iconico o emozionale. La statua rappresenta una figura storica inestricabilmente legata alle vicende della Pinacoteca, una sorta di presentazione e di tributo alla figura di Napoleone, che nel 1809 ha istituito la Real Galleria di Brera. Un manufatto dal significato simbolico complesso che, esposto agli agenti atmosferici, ha subito un’alterazione nei materiali e nella staticità, richiedendo un intervento di restauro per essere riportato all’antico splendore&#8221; I lavori inizieranno nel mese di giugno 2013 e si prevede che si concludano come preannunciato, entro dodici mesi. art a part of cult(ure) vi fa sbirciare sulla magnifica opera di un protagonista massimo del Neoclassicismo&#8230; Info Ufficio Stampa Brera Lucia Crespi,lucia@luciacrespi.it Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi Soprintendenza BSAE di Milano Via Brera 28, 20121 Milano &#8211; tel. 0272263273 Via Brera 28, 20121 Milano &#8211; tel. 0272263284 www.amicidibrera.it www.brera.beniculturali.it]]></description>
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		<title>JR torna a Berlino con Wrinckles of the city in una città in continuo lifting</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 08:57:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melania Rossi</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Se torni a Berlino dopo sette anni dall’ultima volta che ci sei stata, non ti dovrebbe stupire trovarla quasi totalmente diversa. Che la capitale tedesca sia un eterno cantiere è proverbiale, è vero, ma qualche sorpresa non manca mai e nonostante sappia perfettamente che ci troverai anche dei nuovi lavori di Jr, ti scoprirai comunque a guardarli sorpreso con il naso all’insù. Sarà stato ancora più meravigliato chi non sapeva dell’inaugurazione alla galleria Henrik Springmann, perché lungo alcune strade della città i muri hanno improvvisamente aperto grandi occhi, hanno iniziato a fare gesti da gang (la famosa “W” dei rapper della West Coast, nello specifico) e ad ospitare bellissimi ritratti in bianco e nero. A Postbahnhof, vicino alla ferrovia, un edificio è stato coperto per quasi due lati interi con un enorme poster raffigurante una coppia di anziani appoggiati di spalle l’uno alla testa dell’altro, teneri e fieri. Lei si trova sul lato che guarda al di là del fiume, visibile quindi dai palazzi che si trovano a Berlino Ovest; Lui, invece, è totalmente rivolto ad Est. Bella sintesi metaforica di una città che, anche se sempre meno, porta ancora i segni di un passato pesantissimo. Questo lavoro è uno dei tanti disseminati per la città dal fotograffeur – come lui stesso si definisce – nel mese di aprile, e Berlino è una tappa del progetto Wrinkles of the city, una sorta di tour mondiale che in cinque anni ha già portato Jr a Cartagena, Shangai, La Havana e Los Angeles. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Seguendo le crepe sui muri, dando ad ogni spaccatura sull’intonaco il peso della propria storia, si risale al significato che ha il susseguirsi degli eventi su un’intera città. Quello dello street artist francese è un progetto sui centri urbani e sulle persone che ne sono la memoria vivente, gli anziani che recano sul viso il proprio passato. Espressioni di vite vissute, incollate su muri che portano anch’essi i segni del tempo trascorso; il fascino presente e il peso del passato emergono e si fondono in questi lavori over-size. Wrinkles of the city è uno sguardo della generazione di Jr (classe 1983) verso le precedenti, per questo l’artista sceglie di usare molti mezzi differenti, come fossero delle lenti che creano un dialogo anche formale tra presente e passato. Fotografia, poster art e video sono fuochi diversi con cui mettere accenti e illuminare i vari aspetti che costituiscono la storia delle persone, dei luoghi, dell’opera. In mostra nella galleria di Gipsstrasse, c’è tutto: veri e propri docufilm, che vale assolutamente la pena di vedere per intero, alcune opere su tavola e le fotografie dei lavori in Spagna, Cina, California e a Cuba. Mai come in questo progetto, per Jr la fotografia è solo un mezzo per realizzare i propri lavori, esattamente come la colla, o la carta. Tutto il processo, l’azione, è l’opera d’arte. I soggetti dei ritratti sono persone conosciute per caso, che nei video raccontano la propria storia, spesso dolorosa, comunque e sempre molto commovente, per poi vederla affissa su un grande muro della loro stessa città. Emozionati e stupiti guardano il proprio volto come riflesso in un enorme specchio ingrandente. A Cuba, l’artista spiega ad una coppia di signori anziani che le foto che scatterà servono per un progetto artistico e gli mostra con pazienza i cataloghi dei suoi lavori precedenti; loro annuiscono, comprendono l’importanza della cosa con curiosa naturalezza e gli mostrano le foto di quando erano giovani. Dice lei a Jr mentre il marito la guarda amorevole attraverso gli spessi occhialoni: “Guarda, guarda come ero bella”, Un’altra vecchietta cubana confessa, con le lacrime agli occhi, alle spalle del suo ritratto: “Adesso posso anche morire, tutti sapranno chi sono”. Insomma, una parte fondamentale del progetto sono le interviste alle persone fotografate, coloro che conoscono le città da molto tempo e ne hanno visto i cambiamenti, decennio dopo decennio. Confrontandosi con Berlino, Jr ha dovuto fare i conti con una storia segnata dalla spaccatura tra est e ovest e qui torna la metafora dell’edificio di Postbahnhof, perché quando Jr ha chiesto alla signora ritratta dove avrebbe voluto vedere il poster che la raffigurava, lei gli ha risposto che non faceva differenza ma, nell’elenco dei luoghi proposti, c’erano solo palazzi ad est. Perché da là viene la sua storia. In effetti è a est, ma guarda ad ovest; proprio come il poster con il gesto del West Side, che si trova a Mitte. È l’ironia delle metafore, che, per quanto grandi siano le dimensioni, arriva sempre giocando. Nel mese di aprile, JR e il suo team hanno incollato i grandi poster su circa 20 edifici, ponti e torri di Berlino: a Postbahnhof, Am Postbahnhof e Warschauer strasse in Friedrichshain; in Auguststrasse, Invalidenstrasse, Soho house e Bar Tausend a Mitte, per indicarne alcuni. Ma, proprio come i volti in carne ed ossa e i muri intonacati degli edifici, tra qualche tempo anche i lavori di Jr porteranno i segni degli eventi e li vedremo strappati, sbeccati, rovinati. A mostrare, con orgoglio, le proprie rughe. Info mostra Jr. Wrinkles of the city Fino al 25 maggio 2013 Galleria Henrik Springmann Gipsstrasse 14, 10119 Berlin  +49 (0) 30 280 929 64, info@galeriespringmann.de http://www.galeriespringmann.de/ &#160;]]></description>
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		<title>Michele Tombolini: E luce fu. Contributo</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 13:08:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Pinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Un po’ come succede in tante città del mondo gli spazi interessanti sembrano nascere nei circondari dei centri storici dove la ricerca non è assoggettata al canone d’affitto; in questo caso è la terraferma veneziana, Marghera, coi suoi poli industriali in disuso dove Michele Tombolini (Venezia 1963) ha scelto di lavorare. E’ una riflessione sulla morte quella che Tombolini affronta in questa mostra presso Vainart, nuova galleria di ricerca nata appena due mesi fa a Mestre che dal 22 maggio espone le sue opere. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. E luce fu: riflessione sulla morte, sembrerebbe; eppure da questi nuovi lavori mix-media, fotografie manipolate e ritoccate dall’artista attraverso l’utilizzo di materiali come stoffe, disegni a carboncino e applicazioni, emerge non tanto la prefigurazione di una dimensione trascendentale, come nella filosofia di Heidegger, né una rilettura fenomenologica del corpo come essente-stato. Più che una Vanitas dunque siamo davanti a una Danza Macabra contemporanea, tra dimensione fattuale, disfacimento, e ripetizione ossessivo-rituale di un segno: la croce sulle bocche, le bende, i posticci che evocano e nascondono, tenendo la morte magicamente a distanza. Non c’è il corpo messo a nudo attraverso i segni di una morte violenta (Andres Serrano) o la sezione corporea dell’animale esposta allo sguardo (Damien Hirst). Questi lavori di Tombolini contemporaneamente espongono e rinnegano ciò che siamo (stati) attraverso l’accumulazione della materia, sia nella pennellata scarica di colore o nel materiale composito, estraneo al dipingere. Di grandi dimensioni tali immagini risultano sempre innegabilmente iconiche e mai soggette a una riflessività melanconica insistita. Non si tratta di un lavoro sulla memoria. Se raffrontate ad alcune ripetitività fantasmatiche del passato i suoi lavori ricordano certi fotomontaggi Dada di Hannah Höch, o ancora le presenze freak di Diane Arbus , archetipi di un altro da sé che ci sfida. Una pulsione estetica che storicamente vede i suoi albori nel ‘900, nella scoperta di un doppio, ma che in Tombolini affonda le sue radici nel postmoderno riscontrabile principalmente nelle sue opere in ceramica, dove la figura è rigenerata, come avveniva in Schnabel, attraverso l’elemento principiale di tale ordine estetico: la sua stessa frammentazione. Una tale densità dei riferimenti estetici – si noti il bagliore elettrico graffito come in Guernica – non stride però in derivazioni studiate e compiacenti. Lo sguardo rimane allo stesso tempo impigliato e messo a distanza attraverso una composizione che risulta convincente ed autentica. Michele Tombolini sarà presente anche alla 55esima Biennale di Venezia nella mostra PERSONAL STRUCTURES: TIME SPACE EXISTENCE #2 in Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4785 &#8211; 30124 Venezia , 1 giugno- 24 novembre 2013. Info mostra Galleria Vainart Via Felisati 56, Mestre, Venezia info@vainart.com http://www.vainart.com/vainart_info.html &#160;]]></description>
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		<title>Street Art. Il IV Festival delle arti di strada al Rione Borgo</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 11:11:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Moroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[art fair biennali e festival]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[teatro danza]]></category>

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		<description><![CDATA[Una fresca immersione nella fantasia, semplice e surreale, nelle strade e piazzette di un borgo antico, a Roma. Il Municipio  XVII, con gli accorpamenti effettuati dal Comune diventato anch’esso Municipio I°, ha organizzato attraverso Argillateatri, due giorni di “Street Art” nel quadrilatero di Borgo: Borgo Vittorio, Piazza delle Vaschette, Via degli Ombrellari, Borgo Pio, Piazza del Catalone. Necessario ritrovare la sana curiosità infantile a scoprire nei punti teatrali, movimentati a rotazione, le continue performances di una ventina di artisti di strada con le loro pedane, i tappeti colorati ed i loro attrezzi di scena. Ma soprattutto quella loro estroversa e fantasiosa comunicativa che accorcia le distanze con chi li guarda, li segue e prova ancora emozioni. Quello che la fredda e convenzionale televisione, il passivo e stanco teatro, l’elucubrato e tecnicizzato cinema non danno più. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Rione Borgo, con le sue strade ormai turistiche, piene di souvenirs, ristoranti, alberghi, sfogo naturale dei pellegrini delle adunate di Piazza San Pietro, è diventato ormai un luogo globalizzato. Non emergono più le sue botteghe artigiane, i suoi portoni aperti sui cortili e la verace gente romana. La colonizzazione internazionale lo ha privato delle sue caratteristiche peculiari e gli abitanti sono ormai rintanati dietro le loro persiane chiuse al rumore ed alla vista dei forestieri. Una manifestazione popolare ed antica come i giochi circensi uniti al teatro di strada ha rivitalizzato per due giorni il suo passato. Quando l’attore Bombolo ancora passava per quelle strade a vendere stoffe e lenzuola, gli arrotini, i pescivendoli ed i vignaroli animavano queste vie, facendo affacciare, scendere in strada gli abitanti, con le loro chiamate pubblicitarie a voce alta. La sfilata della corte dei miracoli degli artisti di strada, con le donne sui trampoli, le biciclette, le maschere, i giocolieri hanno ridato eco per un attimo alla vita, ai giochi festaioli ed alle antiche abitudini del quartiere. Dietro come in processione tanti genitori con i bambini al collo, in carrozzina, per mano. Perché il circo è stato ed è ancora per i bambini. I quali hanno avuto laboratori di più discipline nelle due mattinate e giochi di lanciatori di coltello, mimi, clown, mangiatori di fuoco, danzatori, musicisti a gettone, funamboli, burattini, ecc. nei pomeriggi. Fino ad arrivare la sera della domenica al Gran Galà finale per i più appassionati e di palato fine, quando gli artisti, pieni di impegno personale e fantasia sfrenata, hanno dato il meglio di se, in un crescendo di arte pura e genuina. Dopo le parole sentite sulla difesa della cultura da parte della Presidente del Municipio, Antonella De Giusti, condotto dall’irreprensibile affabulatore Ivan Cozzi, è iniziato un caleidoscopico spettacolo di oltre due ore di Artisti (con la A maiuscola), grandi professionisti della mimica, del corpo, della parola, della musica. Inizia con Ivan Cozzi che fa da spalla ai burattini di Roberto Negri. Un lupo cattivo addestrato da Pulcinella, ironico ed irriverente che omaggia con rose e salsicce e strappa applausi per la sua vivacità. E’ la volta di Pepino Sosofone e Fedele Ukulele, che vendono musica a getto continuo come un juke-box, da quella dei cartoni animati, a quella degli anni ’40, passando per il dixieland, il valzer, il boogie, il tango, il rock, fino alle loro divertentissime canzoni. Con gran senso di satira garbata e battute intelligenti nello spirito della festa. La musica tradizionale dell’India (West Bengal) arriva con Kalipada Adhikari Pakhi, cantante Baul e maestro di percussioni (Sri Khol, Tabla). Ritmi e suoni colorati, a tratti coinvolgenti. Pakhi collabora con alcuni gruppi italiani di musica folcloristica e si sente. Floriana Rocca, a sua volta, incanta con le sue mirabolanti manipolazioni di oggetti (conctat juggling) arrivando a far vivere, a contatto con le sue braccia, anche sei sfere traslucide insieme. Una luminosa e divertente giocoleria. La Compagnia Circolì con i bravi  Germano‘Fulminato’ Coli (rolabola e monociclo) ed i suoi spettacoli di fuoco nel buio, di forte impatto visivo, ed Elena ‘Malù’ Cornacchia e le sue performances sui cerchi e sui tessuti aerei. Laura Piergiacomi e Roberto Pacifici propongono in atmosfera esotica latino- americana, con eleganza ed intensità, un Tango Classico di Riccardo Malerba (1930) ed un Tango Nuevo di Natalia Clavier del 2009. Nino Mallia (Ninomimoninò) che ha studiato a Parigi presso l’Ecole de Mime Corporal diretta da Etienne Decroux e quella di Steve Wasson e Corinne Soum, propone un ‘risveglio di primavera’ in cui in una atmosfera fantastica tutta la natura prende vita. Danilo Muscarà ci fa vedere la spettacolarità dei passi delle nuove tendenze dell’hip hop. Sembra un meraviglioso pupazzo animato che si incanta in uno strano movimento ad orologeria, vivace e moderno. Scott Fair, in nero come un cavaliere del deserto, è fuoco di luce che si fa spettacolo. L’americano acrobata, giocoliere si immerge in una atmosfera di fuoco, in un crescendo pirotecnico nel buio. Sasha Aleksovski, mimo, usa un movimento ciclico, che attraverso un cerchio orizzontale ed uno verticale chiude un otto. Apre una porta e si tuffa, si specchia e diventa bambino. Un filosofo che narra una nuova storia sui mimi. Marzia Feraudo sui suoi trampoli muove l’aria con un nastro che disegna grandi geometrie. La intensa ‘Zizì’ racconta poi la storia di una stupenda enorme farfalla scivolando con grazia infinita tra palco e spettatori. Grazie Marzia per le tue aeree immaginifiche figurazioni. Il Blue Red Trio con Valerio Rodelli (organetto), Massimiliano Felice (organetto)  e Matteo Giuliani (chitarra) ci rallegra e ci sazia nella nostra voglia di musica. Un pot-pourri di raffinata musica folk, balli francesi, mazurche, polske, borre che coinvolgono. Un vero e proprio laboratorio musicale. Silvia Martini (Pisykopatika) ci incanta con le sue giocherie con i tanti cerchi colorati che fa roteare intorno a se. Sembrano animazioni e movimenti facili ma poi ci si accorge delle importanti dissociazioni e della sua bravura costante e continua. Giuseppe Luciani, cuntastorie, ci racconta la nascita e la morte dell’isola Ferdinandea nel 1836 e del grottesco Re Ferdinando di Borbone. Tra un serio racconto teatrale, un pezzo da giullare, una [...]]]></description>
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		<title>Ogni uomo è un&#8217;isola. Contributo</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 17:50:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica La Paglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[“[…] diceva che ogni uomo è un’isola, ma io, siccome la cosa non mi riguardava visto che sono una donna, non gli davo importanza, voi che ne pensate, Che bisogna allontanarsi dall’isola per vedere l’isola, e che non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi, Se non ci allontaniamo da noi stessi, intendete dire, Non è la medesima cosa.[…]”. José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta L’impresa delle scoperte parte da sé, ci racconta Saramago, e il percorso nell’autocoscienza non può prescindere dal confronto con l’infanzia, ce lo insegna la psicoanalisi, ce lo ricorda la letteratura. La parte più profonda dell’uomo &#8211; che, in quanto tale, s’insinua tra le pieghe del suo agire presente &#8211; è elemento costituente e condizionante l’identità, qui percepita come “commistione stratificata” dell’io (bambino e adulto). Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. È l’indissolubile rapporto tra l’uomo e il sé stesso bambino, dunque, a guidare la ricerca che sottende e sviluppa la mostra, nel tentativo di individuare quella linea di confine tra “identificazione” e separazione, quale punto di partenza per la costruzione di una giusta distanza percettiva. Nel dialogo tra le opere proposte si muove proprio la costante tensione tra questa condizione dell’essere e il tentativo di “allontanarsi dall’isola”, sottolineata pure dalla circolarità contraddittoria dell’esperienza umana. Gli artisti lasciano affiorare questa duplicità e l’emersione della memoria di ciò che si è stati e si continua ad essere, sia quando l’infanzia appare nella sua irriducibilità [1]- in Elena Nonnis ma soprattutto in Iginio de Luca -, sia laddove ve n’è la riaffermazione attraverso una proiezione esterna, come nel caso di Marina Ballo Charmet e di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini. Nel video Se penso a quel giorno di Iginio de Luca emerge il “fanciullo musico” di pascoliana memoria, che fa sentire il suo “tinnulo squillo come di campanello” , [2] facendo intravedere nell’uomo le stesse paure e timidezze del piccolo che, quarant’anni prima, inventò e cantò la canzone. L’opera, profondamente melanconica, proietta il fanciullo nel mondo dei grandi (il canto dell’amor perduto sembra a tratti maturo) e, viceversa, fissa il legame dell’uomo doppiatore al suo sentire bambino. Nel lavoro di de Luca le due età sembrano vasi comunicanti, più evidenti nella serie ioio in cui l’artista, sostituendo in vecchie foto il proprio volto a quello del padre, diviene il genitore di se stesso. Dentro e fuori di sé, capace di vedere e di accudire quel bimbo che guida il suo sentire, in un rapporto esclusivo che si vena di solitudine e consapevolezza, e che trova un preludio nel ritratto del piccolo Iginio, interrogato (cheddici?), intimidito e fisso tra due ombre, la sua proiezione e quella del padre di fronte a lui. Diversamente, nel lavoro di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini emerge una riappropriazione dell’infanzia attraverso il confronto con l’esterno. Sono i bambini nel mondo a risvegliare in loro quel vissuto. Con E adesso che sei arrivata tu la nostra prospettiva si è nuovamente capovolta gli artisti, grazie alla genitorialità, raccontano un cambiamento di prospettiva che, se da una parte allude ad una novità, dall’altra rimanda a personali memorie. La rappresentazione speculare, che ricorda le figure dei tarocchi, infatti solletica l’idea dell’immagine del doppio di sé, in cui la testa della bambina (la prospettiva) è raffigurata all’altezza delle gambe degli adulti (le fondamenta). Nel video Gita al faro gli artisti si abbandonano completamente alla guida di alcuni bimbi, che li accompagnano alla scoperta della città. I grandi sono bendati, completamente sottoposti alle scelte dei piccoli con cui instaurano una comunicazione intima e sottile. E così la scoperta del luogo conduce ad una riscoperta di sé, mediata dal recupero di esperienze dimenticate o nascoste, portate alla luce dagli occhi e racconti altrui. Come ne Il racconto dell’isola sconosciuta il vero luogo fisico si rivela essere lo spazio interiore, quello che pure nel lavoro di Marina Ballo Charmet emerge attraverso la percezione di un ambiente esterno, filtrato dalla vista altrui. Ma in questo caso è lo sguardo dell’artista a condurre alla scoperta, che non è graduale ma arriva come un colpo diretto all’emotività dello spettatore. Marina sceglie la prospettiva visiva di un bambino per condurre la sua indagine sul rapporto tra visione e percezione, così da riappropriarsi dello sguardo perduto sul mondo, al contempo facendo rifluire la dimensione infantile del fruitore della sua opera. Dunque, il protagonista della serie Il parco è proprio l’io bambino dell’osservatore, mentre l’artista diventa medium, capace di stimolare il mondo intimo dell’altro, rendendolo parte integrante di un panorama, per questo, in qualche modo ogni volta mutevole. L’io narrante è invece il centro del lavoro di Elena Nonnis, tradotto in una costellazione di momenti che riconducono circolarmente l’adulto alla sua dimensione infantile. È un insieme di tele ricamate al rovescio, tutte tranne l’immagine di lei lattante, l’unica chiara e definita, di contro alle altre apparentemente incompiute, sfilacciate, punteggiate di suture e nodi. Sono Ex volti privi di espressività, la sola eccezione è proprio la Bimba al centro, l’unica ricamata al dritto e che in qualche modo assomma tutti, compresa l’Elena adulta (Parigi), distante dal gruppo ma totalmente dentro la sua storia d’infanzia. Il lavoro dell’artista appare come un’autobiografia, che dunque ne denuncia la dicotomia tra istinto e ragione dacché l’esercizio del racconto, implicando una volontà di oggettivare, già esprime l’azione stessa dell’allontanamento necessario alla scoperta/conoscenza di sé di cui parla il personaggio di Saramago. E così l’azione del rappresentarsi – in Nonnis mediata dal filo – ci appare proprio come un segno di quel limite tra identificazione e separazione dall’isola. Info mostra: Ogni uomo è un’isola a cura di Federica La Paglia Galleria Martano Via Principe Amedeo 29, Torino Dal 16 maggio al 16 giugno, lun/sab. 15-19 Tel./ Fax. +39 011 8177987 / info@galleriamartano.it www.galleriamartano.it Note 1.&#160; “Del passato, è l’infanzia che mi affascina di più; solo lei, a guardarla, non mi dà il rimpianto del tempo abolito. Poiché non vi scopro l’irreversibile ma l’irriducibile: tutto quello che è ancora in me, a tratti […]”. Barthes di Roland Barthes, Tr. [...]]]></description>
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		<title>Private party to introduce Zenit by Gianfranco Grosso and Study of myself wearing a Pablo Picasso mask by Paul Russotto</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 13:14:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Private party to introduce Zenit by Gianfranco Grosso and “Study of myself wearing a Pablo Picasso mask” by Paul Russotto Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.]]></description>
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		<title>Gran Premio delle Lettrici di Elle: Romanzo dell’Anno 2012</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 17:57:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[libri letteratura e poesia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[Gran Premio delle Lettrici di Elle Romanzo dell’Anno 2012 Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti) Premiazione giovedì 16 maggio, ore 18.30 Boutique Montblanc, Via Roma 104 – Torino (nell’ambito del fuori Salone) E’ Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti) il romanzo vincitore del Gran Premio delle Lettrici di Elle, votato da una giuria di 80 lettrici tra 24 titoli in concorso. Il romanzo verrà premiato giovedì 16 maggio alle ore 18.30, nell’esclusivaboutique Montblanc a Torino, alla presenza dell’autrice, del direttore di Elle, Danda Santini, e della redazione. Diventato in breve tempo un caso editoriale, il libro racconta la storia di Victoria, una giovane donna capace di trovare pace e serenità solo quando è a contatto con i fiori, comunicando attraverso di loro le sue emozioni. Una storia che ha saputo arrivare al cuore delle lettrici e toccarne le corde più profonde. Lanciato dall’edizione francese di Elle nel 1970, e giunto in Italia alla sua terza edizione, il Gran Premio delle Lettrici di Elle, che prevede i romanzi come unica categoria di opere in concorso, è subito apparso totalmente diverso rispetto ai premi letterari tradizionali. Vere protagoniste sono infatti lelettrici. La giuria, rinnovata ogni anno, è composta da 80 donne, scelte dalla redazione di Elle, tutte volontarie e rigorosamente coperte dal più assoluto anonimato. In soli due anni, le richieste di farne parte sono passate da poche centinaia alle 1500 di quest’anno, a conferma del fatto che le donne di oggi sono grandi divoratrici di cultura e buone letture. Il meccanismo è semplice: la redazione ogni mese seleziona tre romanzi tra le opere letterarie di recente pubblicazione e li sottopone, a turno, alle valutazioni delle lettrici giurate, divise in 8 giurie mensili composte da 10 lettrici ciascuna. Ogni giuria mensile designa un Libro del mese, al quale viene dedicato un focus su Elle e, attraverso il sito e il blog, un dibattito con le altre lettrici, che possono interagire con i loro commenti e seguire  in tempo reale la sfida tra i 24 titoli in concorso. Insieme al romanzo dell’anno designato dal Gran Premio delle Lettrici di Elle, nel corso della serata verrà assegnato anche il riconoscimento speciale“Nel segno di Grace” istituito per il secondo anno da Montblanc, marchio particolarmente attento alla cultura, in omaggio al personaggio letterario che per grazia, spirito artistico e animo appassionato possa evocare più di altri l’iconica Grace Kelly. La sfida è stata ardua, ma la giuria di qualità formata dai giornalisti della redazione di Elle alla fine ha scelto la piccola Cica, protagonista del romanzo Il negativo dell’amore di Maria Paola Colombo(Mondadori). Cica è una ragazzina fragile ma ostinata, un’anima leggera e coraggiosa che diventa grande con il libro. Sopravvissuta al trauma di una madre che tenta di suicidarsi, cresce lottando, confrontandosi con il mondo, diventando un modello di giovane donna. Questi gli otto romanzi finalisti che si sono contesi il Premio: Il male quotidiano di Massimo Gardella (Guanda); La Masnà di Raffaella Romagnolo (Piemme); Così in terra di Davide Enia (Dalai Editore);Esecuzione di Angela Capobianchi (Piemme); Il negativo dell’amore  diMaria Paola Colombo (Mondadori); Da qui a cent’anni di Anna Melis(Frassinelli); La bambina che diceva sempre di sì di Maud Lethielleux(Frassinelli), Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh(Garzanti). Ufficio stampa IDN Media Relations Tel. +39 02 70104488 idn@idnmediarelations.it www.idnmediarelations.it http://www.elle.it/ http://it-it.facebook.com/Elle.Italia https://twitter.com/#!/elle_italia]]></description>
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		<title>Francesco Petrone. Mandolino&#8217;s bug: Macerie di un&#8217;Italia costruita male. Intervista</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 13:45:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariangela Capozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>

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		<description><![CDATA[Tempi di larghe intese e maniche strette, vecchi presidenti e volti nuovi, marce o retromarce su Roma, giuramenti e sparatorie tutti sul terreno istituzionale. Sullo sfondo di un teatrino sempre più inquietante, un paese ridotto male. Tante emergenze in primo piano: la povertà, la carenza di investimenti ed innovazione. Un momento storico in cui sembra che i nodi al pettine stiano arrivando tutti insieme. E allora terremoti, alluvioni, frane, a ricordarci soprattutto quanto siano fragili le fondamenta su cui il nostro paese è stato costruito e quanto fasulli e scadenti fossero i presupposti di quello che era considerato un traino per la nostra economia: l’edilizia. Sembra uno spazio di cronaca ma è il materiale quasi marcio con cui lavora un artista, pugliese ma romano d’adozione, Francesco Petrone (Foggia 1978, vive e lavora a Roma). Scultore, pittore e scenografo Petrone si districa nei linguaggi artistici con disinvoltura e coltiva con determinazione tutto ciò che lo aiuta ad esprimersi in maniera diretta ed efficace. Prima ferro e resina a comporre bandiere contro la guerra, poi giocattoli e supereroi per arginare a fatica l’ego personale sulla tela, ora cemento per un mondo di insetti a denuncia dello sfruttamento sfrenato del nostro territorio: una rilettura del Made in Italy come copertura delle pratiche nostrane più dissennate. Impegno civile, indignazione e creazione artistica che ci facciamo raccontare dalle sue parole. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Come vedono in questo momento l&#8217;Italia i tuoi occhi di artista?  &#8220;Con gli occhi di un cittadino che ama il bello. In questo momento vivo il paradosso della sofferenza stimolante. Osservo con coinvolgimento la lenta agonia di una bella donna che arranca sotto i colpi del tempo, dell’usura e dell’affarismo che non ha mai un nome. Con il male che sembra esalare dal terreno, contrastato solo dal bello, inteso quasi come una potente macchina storica, creata e alimentata da piccoli gruppi di illuminati, che hanno lasciato e tramandato un sano antibiotico. E allora osservo, talvolta freddo e cinico, più spesso invece cedo ad una fortissima emotività al cospetto di territori splendidi devastati e monopolizzati da gente insensibile. I miei occhi d’artista hanno attorno delle profonde rughe d’espressione.&#8221; Da questa visione nasce Mandolino&#8217;s bugs, un progetto che ti ha portato ad uno stretto isolamento in laboratorio per un anno. Ci parli di questo lavoro artistico? &#8220;E’ stato un lavoro molto duro, anche nella fase di ricerca che è nata da una personalissima emergenza: farmi onesto portavoce di numeri, fatti, immagini che ci circondano ma a cui siamo assuefatti. Mi sono ritrovato ad analizzare dati, immaginare e vivere la profonda solitudine che molte persone vivono in certi contesti, cercando di conservare un livello di analisi quieta che mi tenesse ancorato al mio sguardo estetico. Non un processo di restauro di un’immagine, ma una vera e propria demolizione e ricostruzione. I materiali sono stati idealmente smembrati, privati della loro natura e ri-amati. Un rapporto in realtà di odio-amore, che ha attraversato tutte le fasi di sperimentazione sui materiali industriali e poco nobili. Odio per la rappresentazione dell’amaro che si portano dietro, del cinismo che dichiarano. Amore per quell’ingenuità che trasmettono, come una sorta di “polvere da sparo” contemporanea. Nati dall’evoluzione dell’uomo ma ingabbiati involontariamente da un uso che puzza letteralmente. Mi hanno fatto spesso tenerezza. La povertà che contengono rappresenta la loro originaria umiltà. Per questo è stato duro: circondarmi di grigi, di ruggini, di rossi spenti e lavorare sulla bellezza. Ne sono uscito stanco e sfiancato e senza retorica.&#8221; Speculazione e cemento, ma anche animali e cibo. Quali sono i livelli di significato di questo lavoro e in che rapporto sono i titoli delle opere con le opere stesse? &#8220;Ho percorso due strade contemporaneamente: una sperimentazione materica puramente tecnica e un’analisi estetica per comunicare con il mio linguaggio artistico questo stato d’urgenza. Cementificazione crea un ossimoro se affiancata al concetto di natura, per questo ho scelto di lavorare su questa contrapposizione ed una particolare curiosità verso gli insetti che mi ha portato a individuarli come perfetti per questo mio lavoro. Metodici, gerarchicamente verticali, laboriosi, talvolta infinitamente utili ma sempre sostituibili. La loro presenza in natura è necessaria, ma hanno cicli di vita talmente brevi da renderli minime gocce nel mare della natura. Gli insetti parlano dell’uomo, della sua capacità di produrre e riprodurre costantemente sempre gli stessi stereotipi, come ingranaggi all’interno di una macchina che vive ormai di vita propria: l’economia. Da qui il gioco di parole del “bug”, inteso come insetto o come falla del sistema, appunto. Bug italiano è il contenitore del mio lavoro, che parla di qualcosa che si vende come progresso, ma che di fatto è l’anti-natura, l’opposto del normale, del sano a cui tuttavia ci siamo assuefatti. Ad un estetica cruda, è nato in me il forte desiderio di apporre una stampella che accompagnasse le opere in un livello di comprensione superiore. Sculture e installazioni a quattro dimensioni: l’opera diventa completa solo con il titolo stesso, che consente di rintracciare l’ironia sotto al cinismo. Titoli che tendono a collocare le sculture all’interno di uno scenario occidentale nell’insieme, parlando di fenomeni sempre tipicamente italiani.&#8221; Materiali. Ci racconti come nascono le tue sculture?  &#8221;Il cemento armato:molto ruota attorno a questo materiale, spesso sopravvalutato nonostante abbia un timer impressionante. La sua vita è rapportabile a quella umana, con cicli di neanche 70-80 anni che producono edifici stanchi, malnutriti, scheletrici e tristi. Gli insetti sono quindi attraversati da armature interne, da bulloni sparsi e da lattine di bibite, come un cadavere mal-composto. Sono modellati in argilla, trasformati in calchi e riprodotti. I restanti elementi dell’opera sono invece oggetti recuperati, ricontestualizzati. L’arte rimane tale, non dimentico il valore estetico che ha, ma credo che debba sempre confrontarsi con società e la vita. Di questi tempi non credo ci si possa esimere dal lavorare in una direzione “socialmente impegnata”, senza finire con l’essere moralisti.&#8221; Economia, contagio, terremoto. Quali sono i tuoi appuntamenti espositivi per sensibilizzare su questi temi? Cosa può fare concretamente un artista?  &#8221;Non lo so. Credo la [...]]]></description>
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		<title>Clang Habitat #1</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 13:23:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Clang_Habitat #1. A Scicli condivisione artistica nei workshop dell&#8217;artista Rebecca Agnes Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Prosegue la ricerca artistica condotta dall&#8217;artista Rebecca Agnes ospite da CLANG a Scicli, luogo di ricerca per le arti contemporanee in via Mormino Penna 23, nell&#8217;ambito dell&#8217;Habitat curato da Zara Audiello. Lo studio dei non-luoghi, ovvero quegli spazi scomparsi, edifici abbandonati, costruzioni incompiute, dovuti all’abbandono e alla sospensione edile in Sicilia, sono al centro dei workshop tenuti dall&#8217;artista, a partecipazione libera, rivolti a tutte le persone interessate che conoscono per esperienza diretta il territorio siciliano. La prima tranche si è svolta dal 10 al 12 maggio e ha visto CLANG trasformarsi in un vero e proprio laboratorio aperto]]></description>
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		<title>T.R.U.E. PROJECT di Eleonora Chiesa: tappa romana. Contributo di Anna Daneri</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 13:13:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E la nave va&#8230; &#8220;Il denaro è sempre stato un sismografo dei cambiamenti dei modi di produrre e distribuire la ricchezza come pure una forza attiva di questi stessi cambiamenti, una forza dotata di una sua relativa autonomia rispetto al mercato, ai comportamenti dei soggetti economici e dei cittadini consumatori.&#8221; (Christian Marazzi) Partendo dall’assunto di Marazzi -uno dei più lucidi analisti delle trasformazioni dei mercati finanziari contemporanei, tra i primi a preconizzare lo scenario socio-economico attuale- il denaro è contemporaneamente la cartina tornasole e il motore della ricchezza. Oggi il denaro però sembra sparire. Di fronte alla quantità enorme e fluttuante di denaro investito, quello circolante, fisico e tangibile, non è che la punta di un iceberg. Crisi di liquidità. Questo è forse uno dei motivi per cui le banconote di T.R.U.E. Project, l’azione pubblica ideata da Eleonora Chiesa, difficilmente vedranno mai la luce in Europa. Invitata a concepire un progetto che mettesse in luce le contraddizioni insite nella crisi dei mercati finanziari e che parte proprio dall’Italia, per poi spostarsi negli altri paesi PIGS (Portogallo, Grecia e Spagna), Eleonora Chiesa ha coniato la moneta della sommossa” Sono infatti mille, e ben di più, le ragioni per contrastare le scelte austeritarie dei governi europei, che stanno azzerando ogni speranza di sviluppo economico, culturale, ambientale…, del vecchio continente. Se ne sono accorti gli organizzatori, che hanno deciso di intitolare l’intero progetto con l’acronimo T.R.U.E. (Thousands of Reasons for Uprising in Europe), il titolo scelto dall’artista. Come spesso accade, infatti, l’arte capta, condensa e gioca di anticipo. T.R.U.E. Project si pone in uno spazio liminale, carico di potenzialità poetiche e politiche. Emanazione diretta delle pratiche détournanti situazioniste, l’azione pubblica intende creare uno spiazzamento nella città attraverso un programma di affissioni pubbliche che la preannuncia e amplificare il suo effetto virale attraverso la rete. Il luogo/i luoghi da cui effettivamente scaturirà per disseminarsi in modo automatico e imprevedibile è tuttavia carico di significati simbolici, ed è stato scelto dall’artista con cura. Così come ogni particolare che la prepara e la accompagna. Inserendosi in un circuito di diffusione potenzialmente infinito, l’azione intende attivare un confronto allargato, che non guarda a un pubblico specifico ma al pubblico, stimolando non solo un pensiero critico, ma anche forme di agency condivise. E come le Incerções e Circuitos Ideologicós di Cildo Meireles, “scaturisce dalla necessità di creare un sistema di circolazione e scambio di informazione che non dipende da nessun tipo di controllo centralizzato”. Venerdì 17 maggio dalle ore 12.00 in zona Montecitorio, si terrà a Roma il terzo atto di T.R.U.E. PROJECT di Eleonora Chiesa, dopo le tappe di Genova e Milano. L&#8217;azione si svolgerà nella zona di Montecitorio, luogo cardine e simbolo della politica italiana. T.R.U.E. Project ha visto, esattamente un anno fa, il suo primo atto a Genova, in Piazza Banchi, proprio dove nel 1407 nacque la prima vera e propria banca moderna, il Banco di San Giorgio. La seconda tappa ha avuto luogo a Milano in Piazza Affari, cuore dell&#8217;economia italiana. Il progetto di Eleonora Chiesa muove da una serie di riflessioni sull&#8217;attuale condizione dei cittadini degli Stati europei durante la crisi economica sopraggiunta in questi ultimi anni. Info www.true-project.org  www.eleonorachiesa.org]]></description>
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		<title>Gino Marotta: a sei mesi dalla scomparsa, un ricordo diverso&#8230; Il mio prof.</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 13:04:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice Scaccia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Detesto quando i giorni diventano date, quando iniziano abituali e rassicuranti trasformandosi poi a metà strada. Questo è successo ad un semplicissimo giorno di novembre 2012; un venerdì qualunque, con tutta stanchezza della settimana, delle ore di lavoro accumulate, delle scadenze&#8230; il sollievo per l&#8217; avvicinarsi di Thanksgiving, del Natale e del ritorno a casa per le feste. Quel semplice 16 novembre, è invece diventato crudelmente, quasi maleducatamente, il 16 novembre 2012 perché il 16 novembre 2012 è morto il mio prof&#8230; il mio caro, sempre presente, fastidiosamente acuto prof. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Online, sei mesi fa arrivò la notizia, veloce, durissima: “ è morto Gino Marotta, gigante dell&#8217;arte del &#8217;900”; “Gino Marotta uno di quelli che conquista il mondo da soli”; “tra i più importanti artisti del dopoguerra”. Tutto vero, nessuna esagerazione. Il prof. era un grandissimo artista: tenace e appassionato, brillante; che ne sapeva “una più del diavolo” come si diceva spesso, ma usando il verbo al tempo presente, con sfacciata ironia tra i suoi studenti. Sì: è stato  per molti anche e soprattutto un maestro. Marotta ha infatti insegnato per tantissimi anni cambiando la spina dorsale di molti. Capitare o scegliere di studiare con lui era un&#8217;esperienza che non poteva di certo lasciare inalterati. Io scelsi di spostarmi nella sua cattedra nell&#8217;Accademia di Roma e lo seguii per 5 anni, iniziando anche a lavorare al fianco suo e di Isa per altri anni ancora. Con lui sono cresciuta, come si cresce con un padre. Un piccolo uomo brillante e brusco, sempre con qualcosa da raccontare o affermare. A lui devo alcuni dei miei più intensi pianti e alcune delle mie più grasse risate. Grazie a lui conosco le parole di Sinisgalli, Manganelli, Delfini. Faccio tesoro di aneddoti unici su incontri e importanti momenti culturali. Ho scoperto dall&#8217;arte fiamminga a Flaiano, ho percorso i secoli e i linguaggi. Il mio prof. amava la quotidianità: andare al mercato a fare la spesa, comprare cose buonissime, cucinare. Mi ha fatto assaporare per la prima volta formaggi strepitosi; ricordo il piacere con cui gustava anche un minuscolo pezzettino di bitto&#8230; quella sua divertente golosità. Non era interessato invece a viaggiare e non voleva saperne di volare: diceva sempre che i suoi viaggi se li faceva nel suo studio, seduto comodamente. Grazie a Gino Marotta so come dedicare del tempo prezioso ai ripetitivi riti di ogni giorno e a considerare come unico valore fondamentale la vita, nel suo scorrere. Mi ha regalato un po&#8217; della sua curiosità, un po&#8217; del suo cinismo e anche qualche deliziosa contraddizione. Mi ha affidato un metodo di lavoro da smontare, cambiare, ripensare. Un metodo infallibile che consiste nel dare sempre il meglio di noi con responsabilità ed entusiasmo. &#8220;Non esistono alibi e non esistono scuse&#8221;, diceva spesso. In Accademia eravamo terrorizzati e galvanizzati: dovevi diventare forte, tenerlo a bada, ridimensionarlo, seguirlo, odiarlo. Era intristito spesso dalla scarsa vitalità dei giovani, quasi demoralizzato a tratti, ma non mollava e&#8230; non era “uno che te la mandava a dire”. Poteva offendere, arrabbiarsi e diventare dispettoso oppure trasformarsi in un compagno di esperimenti, scoperte e disquisizioni. Un insegnante presente, scomodo e impossibile da dimenticare anche per chi lo ha schivato e mai accettato fino in fondo. Ad alcuni studenti ha fatto un gran bene, ad altri meno. A volte arrivava cantando ad alta voce: “superassorbente anche bagnato è resistente” (dalla pubblicità televisiva) e tutti ci domandavo che passasse per la testa di quel buffo uomo rotondo con vestiti dai colori spesso accesissimi. Dava soprannomi a tutti, nessuno era al sicuro. Io diventai la “Principessa de Curtis” e quando gli chiesi come mai, mi rispose “E che ti vuoi chiamare de Altis?!” (la mia altezza non arriva ad un metro e sessanta)&#8230; Non portava quasi nulla del suo lavoro in classe, non gli interessava parlare di lui come artista, gli interessava che noi imparassimo a disegnare e dipingere, tradizionalmente, realisticamente. Ci fece addirittura dipingere una pala d&#8217;altare, in gruppo. L&#8217;artista dei quadri realizzati con fiamma ossidrica, dei metacrilati, del bosco naturale-artificiale e dei meravigliosi e innovativi costumi di Salomè insegnava ai suoi ragazzi a disegnare e dipingere, secondo mestiere. Marotta riusciva a tenerci in classe, ore e ore e erano giornate meravigliose, magiche, entusiasmanti, almeno per me. Il mio prof. mi ha regalato le lunghe passeggiate per il centro di Roma, il privilegio di vedere attraverso i suoi occhi una città che non c&#8217;è più. Grazie a lui so tanto e so come imparare oltre; ho capito che le relazioni contano molto più dei libri e delle scuole. Il prof. diceva sempre che era stato fortunato perché aveva incrociato persone eccezionali che lo avevano aiutato a diventare quello che era. Io mi sento fortunatissima per aver condiviso cosi tanto con lui. Essere lontana fa male (Beatrice Scaccia vive e lavora attualmente a New York e affianca al suo essere artista la collaborazione come assistente di Jeff Koons, n.d.R.). Mi ero illusa fosse immortale e lo è, in fondo, grazie alle sue opere e alla sua esemplare lezione, ma mi ferisce terribilmente non saperlo a passeggio, tra via del Corso e via di Ripetta, con le braccia dietro la schiena, le folte sopracciglia arricciate e una macchia di buon caffè sul naso.]]></description>
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		<title>Visual Handjobs &amp; Bookbuilder: Nuovi artieri grafici e librari</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 09:43:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[Visual Handjobs &#38; Bookbuilders Nuovi artieri grafici e librari a cura di Enzo Biffi Gentili con Valeria Cambareri Mostra collettiva nella Galleria Sottana del MIAAO via Maria Vittoria 5, Torino 16 maggio-2 giugno 2013 La cultura del progetto oggi è quasi completamente “informatizzata”. Eppure secondo molti giovani progettisti, designer e architetti, le tecniche di stampa digitale, Fine Art compresa, non riescono ancora a garantire le stesse rese cromatiche di procedimenti tradizionali come la serigrafia, né gli stessi spessori d’inchiostri, né la medesima difesa dall’esposizione alla luce. In Francia, all’avanguardia in questa reazione, per queste nuove pratiche artigiane è stato coniato un neologismo: sérigraphisme, ovvero graphisme, cioè il graphic design, più sérigraphie. Nell’intento di creare posters quasi sempre autoprodotti -sovente creati in occasione di concerti, Visioni di Suoni quindi, adottando una felice definizione di Luca Beatrice- e in tiratura limitata, per assicurare la stessa smagliante qualità della stampa en aplat della serigrafia su carta pregiata. Di Visual Handjobs la mostra quindi prima di tutto tratta, intesi come desideri estetici manualmente autosoddisfatti, come pratiche nominabili. Ma oltre alla nostalgia per l’autonomia artigiana e tecnica, in molti protagonisti dell’esibizione si nota quella per certa perizia compositiva: sono infatti evidenti diversi hommages a grandi autori di manifesti dagli anni ’30 ai ’60, ed emulazioni di alti modelli di architettura tipografica. È il caso, tra i grafici partecipanti alla mostra, degli statunitensi Aesthetic Apparatus e DKNG, dei torinesi Undesign e Nucleo, dei bretoni Dezzig e Thibault Le Guillou. Oppur emerge, in altri transalpini, il rimpianto politico, tra noi più raro, della “contestazione” proprio attraverso una “ManifestAzione” -basti ricordare le affiches del maggio ‘68 francese- ed è il caso di Andric Cardin, di Régis Léger aka Dugudus e di Vincent Sardon. E anche i Bookbuilders, i creatori di “BricoLibri”, che sovente sono pure Visual Handjobs Addicts, indulgono in questi approcci manuali virtuosi, esibendo eccellenti prove politecniche e polimateriche. E sono, in mostra, le napoletane edizioni de Il Filo di Partenope su carta d’Amalfi impastata con sabbie, sale, caffè, gusci di nocciole, e ancora, limitandosi in alcune anticipazioni solo ai piemontesi, i Print About Me, i Malleus, Il Laboratorio di Bruno Nardini con i suoi libercoli fotografici stampati in camera oscura, Enrico Frignani, Riccardo Di Stefano dell’Accademia Albertina e infine, in un salto all’indietro di qualche generazione, Laura Castagno e Leonardo Mosso e Sergio Jaretti, architetti, con le loro riviste autoprodotte “Lettera” e “Il Pensatoio”… La mostra Visual Handjobs &#38; Bookbuilders è realizzata nell’ambito della manifestazione collaterale al Salone Internazionale del Libro di Torino (16-20 maggio 2013) intitolata Dall’idea al chiodo ed è inserita nel programma del III Festival Architettura in Città (28 maggio-2 giugno 2013). Giorni e orari apertura mostra: Maggio: giovedì 16 h 18-24; venerdì 17 ore 15-19,30; sabato 18-domenica 19 ore 11-19; venerdì 24 ore 15-19,30; sabato 25-domenica 26 ore 11-19; venerdì 31 ore 15-19,30. Giugno: sabato 1 e domenica 2 ore 11-19. INFO T 011 561 11 61 P 349 17 45 179 M miaao.museo@gmail.com]]></description>
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		<title>Voglio andare ovunque e conoscere tutti: una chiacchierata con Danius Kesminas dei Punkasila</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 07:17:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Naima Morelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>

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		<description><![CDATA[“Voglio andare ovunque e conoscere tutti!” Con questa affermazione Danius Kesminas butta la testa all’indietro e tracanna quello che rimane del micidiale intruglio di miele e liquore nel bicchierino gentilmente fornito dalla Lithuanian House di North Melbourne. Insomma eccolo il Danius Kesminas fondatore dei Punkasila, lì a diventare sempre più rubicondo e brindare alla sconfinatezza delle possibilità fornite dal rotondo mondo, davanti a due patate bollite riempite di carne, in un refettorio dall’aria sovietica. Quando uno dice Punkasila, l’immagine che si profila nelle menti degli appassionati di arte contemporanea è quella di un gruppo di ragazzini punk indonesiani in uniformi militari, con un tipo bianco dalla fronte alta in mezzo. E’ difficile capire cosa sia precisamente Punkasila almeno quanto è difficile capire cosa ci faccia il tipo bianco dalla fronte alta, Danius Kesminas nella fattispecie, in mezzo a quei ragazzini indonesiani impazziti. Punkasila sfugge alle definizioni. E’ un concetto fluido che nasce come progetto artistico, ovvero produttore di opere d’arte come chitarre/mitragliatrici, stemmi indonesiani blasfemi, declinazioni di quadri rappresentanti disastri. Siccome le chitarre erano perfettamente funzionanti e decisamente sgrave, Punkasila si è tramutata in un gruppo punk con testi al vetriolo. Alchè Erwan ‘Iwank’ Hersisusanto, emerito membro di Punkasila ha cominciato a fare anche i fumetti su Punkasila, poi sono venute le magliette e i gadget, nonchè una trasferta all’Havana Biennale. Il prossimo passo sarà far suonare Punkasila insieme ad un’orchestra Gamelan e “Slave Pianos”, un altro progetto artistico/musicale di Danius. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Tutto è cominciato con Danius che è partito dall’aeroporto di Melbourne ed è arrivato a Yogyakarta, capitale artistica dell’Indonesia. Il biglietto lo pagava AsiaLink, una piattaforma di scambio culturale tra Australia ed Asia. Appena arrivato in città e fiutata l’atmosfera vivace e scapestrata della gioventù indonesiana à la Rock the Kampung, ha subito deciso di fare amicizia e cominciare un progetto artistico nella città giavanese. Ha preso il pensiero filosofico su cui si fonda il governo indonesiano, denominato Pancasila, ha radunato talentuosi giovincelli dall’Istituto di Belle Arti di Yogyakarta, esperti artigiani e gente di passaggio e ha collegato le chitarre elettriche agli amplificatori. Da lì in poi Punkasila è cresciuto fuori da ogni controllo, soprattutto quello di Danius stesso, irradiandosi come un virus verso tutti i campi della creatività e del casino. Ad oggi Punkasila sono più di 50 persone, tra musicisti, artisti, artigiani e collaboratori vari. Nell’ultimo album del gruppo “Crash Nations” le voci e gli strilli sono di Danius, Uji &#8216;Hahan&#8217; Handoko Eko Saputro, Woto ‘Wok the Rock’ Wibowo, Terra Bajraghosa. I chitarristi sono tre: Rudy &#8216;Atjeh&#8217; Dharmawan, Erwan &#8216;Iwank&#8217; Hersisusanto, Antariksa, al basso Janu Satmoko e alla batteria Prihatmoko &#8216;Moki&#8217; Catur. L’unico di loro che non vive a Yogyakarta ma a Melbourne è proprio Danius, il tipo bianco dalla fronte alta che nelle foto si tiene sempre un po’ in disparte, lasciando che “i ragazzi” seducano l’obiettivo con i loro grugni “no future”. Mando un messaggio a Danius per fargli sapere che sto aspettando davanti la porta del suo studio, a North Melbourne. Un piccolo adesivo di Punkasila discretamente attaccato sul portone di legno mi avverte che sto aspettando nel posto giusto. Danius viene ad aprire: ”Non capisco perché gli europei invece di bussare mandano un messaggio!” “Si, effettivamente avrei anche potuto bussare…”, asserisco nel mio inglese dalla cadenza napoletana, inoltrandomi all’interno dell’incasinato e vitale studio. “Già adoro il tuo accento!” Da lì Danius incomincia a parlare freneticamente per almeno tre ore, schizzando da una parte all’altra dello studio per mostrarmi tutte le opere e i gadget di Punkasila, spiegarmi pagina per pagina i fumetti di Punkasila, mettere i dischi di Punkasila e illustrarmi anche gli altri suoi progetti (perfettamente ordinari, come “Vodka sans frontières”, basato sulla scoperta di un condotto segreto di Vodka che dalla Russia arriva in Lituania). Mi bastano i primi cinque minuti per diradare tutti i dubbi: Danius Kesminas è matto. Nel senso buono del termine però. Avevo letto molto a proposito di Punkasila prima di partire per il mio reportage in Indonesia. Avevo visto i video su YouTube e ascoltato le loro canzoni su MySpace. Avevo letto le recensioni delle loro mostre. Avevo preparato una lunga lista di domande per lui, sperando in un’intervista tradizionale, del tipo io mi siedo, tu ti siedi, io chiedo, tu rispondi e slittiamo il tono da questa atmosfera “Fucking hilarious!” and “Give a me a break!” a una situazione di stretta professionalità. Ovviamente questo non è successo, e siccome anche io avevo stampato le mie preziose domande dieci minuti prima di scendere di casa, a entrambi piaceva così. Prima di dare le mie domande alle stampe avevo chiesto al mio compagno di scorribande in Indonesia, il fotoreporter italo-indonesiano Lucas Leo Catalano, seduto in un angolo scuro a leggere “Imperialism” di Lenin, cos’è che lui avrebbe chiesto a Danius. “Beh”, aveva detto distogliendo per un attimo lo sguardo dal libro infastidito “Gli avrei chiesto: chi sei e che ci fai in Indonesia?” “Come?” “Intendo che gli avrei chiesto che cosa c’entra lui, un Australiano, con l’Indonesia. Insomma, perché si è messo in mezzo ad una cultura che non gli appartiene, utilizzando i simboli indonesiani, divise militari e tutto.” “Questo vale anche per me allora, scusa. Anche io mi sono messa in mezzo a scrivere un libro sull’arte contemporanea in Indonesia, ma sono italiana!” “Si, ma per te è diverso, tu non dai la tua opinione, se non su temi strettamente artistici. E poi il punto del tuo libro è proprio che per l’arte contemporanea il concetto di nazionalità non è determinante…” “E poi sono tua compagna di scorribande, e questo basta per assolvermi ai suoi occhi, giusto?” “Ecco, appunto! Questo Danius invece sembra parlare di politica nelle sue canzoni, tratta temi delicati. Solo per aver modificato lo stemma indonesiano tutti i membri di Punkasila potrebbero finire tutti in prigione, lo sai come sono severi in Indonesia. Oltretutto per quanto mi racconti Punkasila mi sembra solo uno dei suoi tanti progetti in giro per [...]]]></description>
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		<title>Memorie Urbane. Primavera del litorale pontino è nel segno della Street Art</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 06:56:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maila Buglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo lo strepitoso successo della scorsa primavera è tornato sul litorale latino MEMORIE URBANE Street Art Festival che chiuderà i battenti il 30 maggio. La manifestazione, giunta alla sua seconda edizione, è nata nel 2012 a Gaeta da un idea di Davide Rossillo, presidente di Turismo Creativo e sostenitore dell’arte contemporanea intesa come elemento di dinamismo culturale e strategia di crescita socio-economica e turistica. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Nel 2013 MEMORIE URBANE si rinnova allargando il suo raggio d’azione alla realtà limitrofa di Terracina. Accresciuto è, inoltre, il numero degli artisti invitati, tutti di calibro internazionale, i quali si alterneranno per le strade di entrambi i centri abitati realizzando interventi su muri urbani autorizzati apportando vivacità e colore. Obiettivo ultimo della rassegna è da sempre quello di stimolare una fruizione attiva da parte del pubblico di massa sensibilizzandolo in direzione di un sano atteggiamento di tutela e valorizzazione del patrimonio comune nonché quello di informare e generare quel senso di appartenenza al territorio a oggi insufficientemente sviluppato. A ciò si aggiunge il proposito di generare un ideale continuità tra le testimonianze artistiche del passato, presenti nel luoghi interessati, e l’arte contemporanea che germoglierà giorno dopo giorno sotto gli occhi della stessa popolazione. Contemporaneamente alle operazioni artistiche si svolgono e si sono svolte una serie di appuntamenti collaterali ideati per coinvolgere ogni livello di pubblico presente nel contesto cittadino: dai workshop di pratica urbana alla Conference Street-Art.The New Generation con giornalisti e curatori di Urban Art, da un concorso web alle proiezioni dei film ‘Exit to the gift shop di Bansky e Woman Are Heroes di JR, dai concerti ai numerosi eventi serali. Aprono il festival due donne: Alice Pasquini, a Gaeta per il secondo anno consecutivo con i suoi famosi ritratti mentre l’argentina Hyuro a Terracina si esprimere attraverso il suo semplice e fumettistico stile, vicino per certi versi a quello dei manga giapponesi. Una sfida tutta rosa alla quale si affianca il debutto del progetto Malabrocca, collettivo che vede protagonisti lo spagnolo Escif e l’amico fidato nonché artista concettuale Fermin. Maggio all&#8217;insegna  della bolognese Martina Merlini, del milanese Andrea Tisi, in arte Moneyless, del maestro dello stencil ovvero il romano Lucamaleonte, e di Borondo che ci delizierà con le sue pittoriche figure antropomorfe, la sud-africana Faith47  in tandem con il cinese DALeast, e, infine, Sbagliato e l’ispanico SAM3. Info kermesse MEMORIE URBANE Street Art Festival &#8211; II Edizione dal 20 Aprile al 30 Maggio 2013 Gaeta e Terracina (LT) info: 347.6372420 – 334.3997758 MEMORIE URBANE 2013: www.memorieurbane.it – press@memorieurbane.it MEMORIE URBANE 2012: www.vimeo.com/48085434 &#8211; www.vimeo.com/41612105]]></description>
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		<title>Udaka Sensei. Fotografie di Fabio Massimo Fioravanti</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 19:44:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[Per il secondo appuntamento del 2013 la Galleria Doozo propone il lavoro inedito Udaka Sensei.fotografie di Fabio Massimo Fioravanti dedicato al maestro giapponese Udaka Michishige, il più grande attore vivente del teatro Nō. Courtesy of the Artist &#38; Galleria Doozo, Roma Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Udaka Sensei è la storia dell’incontro tra il maestro giapponese Udaka Michishige (Kyoto 1947), il più grande attore vivente del teatro Nō e il fotografo italiano Fabio Massimo Fioravanti. Un racconto inedito che si svolge attraverso una selezione di trentasei scatti a colori realizzati nel 2012, nel passaggio tra due stagioni: primavera/estate e autunno/inverno. La narrazione procede per piani paralleli. In primo piano sono inquadrate quindici maschere nelle categorie di donne, fantasmi, uomini, morti e demoni, che con ventagli e costumi sono tra gli elementi visivi basilari del Nō, teatro antichissimo e raffinatissimo. Queste maschere appartengono alla collezione di Udaka Michishige che, oltre a essere attore di talento riconosciuto nel suo paese come “tesoro nazionale vivente”, è anche il creatore delle maschere che indossa e che insegna a realizzare seguendo le regole della tradizione (nel 2010 è uscito il suo libro The Secrets of Noh Masks). Fabio Massimo Fioravanti scopre il teatro Nō già in quel suo primo viaggio in Giappone &#8211; nel 1989 &#8211; quando grazie all’amico Junkyu Mutō, noto scultore giapponese residente in Italia da oltre trent’anni, partecipa al progetto Antichi Costumi del Teatro Nō. La collezione della famiglia Kongō. Dalla scuola Kongō, che con Kanze, Hosho, Komparu e Kita è una delle scuole di teatro Nō, proviene anche Udaka Michishige che pur non essendo membro della famiglia ha appreso quest’arte fin da bambino, grazie all’insegnamento del maestro Iwao II Kongō. L’incontro con Udaka Sensei (letteralmente il maestro Udaka) avviene, tuttavia, solo nell’aprile 2012. La riservatezza e il rispetto che trapelano dalle immagini del fotografo italiano non sfuggono al maestro che le apprezza quanto le qualità tecniche, tanto da coinvolgerlo nella realizzazione del suo prossimo libro sulle maschere. L’attore lascia entrare il fotografo nel suo studio di Kyoto per osservare i movimenti durante le prove, i cambi di costume, la ritualità con cui prende la maschera, la indossa e poi la ripone nella sua custodia. Movimenti che si ripetono anche sul palcoscenico del National Nō Theatre di Tokyo e del Nō Theatre di Matsuyama. Ma il momento culminante, investito di una sorta di sacralità, è quello in cui sono ammessi solo gli addetti ai lavori, nella cosiddetta “stanza dello specchio”, anticamera del palcoscenico. Questo momento è documentato dal fotografo nello scatto in cui Udaka Sensei è riflesso nello specchio al centro della gestualità delle mani degli assistenti che lo circondano e accudiscono. Essere ammesso in questo luogo, nella fase immediatamente precedente all’entrata in scena dell’attore è un dono prezioso che il maestro gli fa. Fioravanti ne è consapevole e il suo sguardo, anche in questo contesto, non tradisce la reciproca stima. Non si avvicina troppo al soggetto, non forza i tempi. Fotografare per lui è anche uno scambio a livello umano e questo respiro permea tutte le sue fotografie. Manuela De Leonardis Fabio Massimo Fioravanti (Roma 1955), dopo la laurea in Lettere Moderne segue i corsi del Centro Sperimentale di Cinematografia. Fotografo professionista dal 1980 è autore di reportage fotografici sul Giappone, l´Asia Centrale, l´India e l´Africa del sud. Ha pubblicato vari libri tra cui: Imagine Uzbekistan (Novale 2006); Per Alberto Moravia: Luoghi e Ricordi (Empiria 2007); Bambini in Uzbekistan (T.T.L 2009); Zuiganji. La vita dei Monaci Zen (Editalia 2011). Principali mostre: “Zuiganji. La vita dei monaci Zen”, Museo Nazionale d’Arte Orientale “G. Tucci”, Roma / Museo d’Arte Orientale “Edoardo Chiossone”, Genova, 2010; “Le Mani vogliono Vedere”, Centro Internazionale per l’Arte Contemporanea Sala 1, Roma, 2009; “Arte in forma di Libri”, Ministero dei Beni Culturali, Abbazia di San Nilo, Grottaferrata, 2009; “Per Alberto Moravia: Luoghi e Ricordi”, Empiria, Roma, 2008; “Viaggio a Roma”, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2007; “Imagine Uzbekistan”, Scuderie Aldobrandini, Frascati, 2007; “Comunità”, II Festival Internazionale della Fotografia di Roma, Scuderie Aldobrandini, Frascati, 2003; “Luce e Materia: le sculture di Junkyu Muto”, Ginza Gallery, Tokyo, 2000; “La vestizione del Maestro Iwao Kongoh”, Teatro Kongoh, Kyoto, 1994; “Studi d’artista”, Palazzo Savelli, Albano Laziale, 1993; “Un’azione pi ttorica Zen”, Biblioteca Nazionale Centrale, Roma, 1990; “Da Sendai a Roma: un’Ambasceria Giapponese a Paolo V”, Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, Roma, 1990/1991; “Antichi Costumi del Teatro Noh”, Castello Sforzesco, Milano, 1989. Udaka Sensei. fotografie di Fabio Massimo Fioravanti 14 maggio- 14 settembre 2013 Opening martedì 14 maggio alle ore 18,30 Con il patrocinio di International Noh Institute &#8211; Italy Partner tecnico Stampa Digigraphie catalogo Italiano/Inglese con testi di Monique Arnaud, Paolo Di Paolo e un’intervista di Manuela De Leonardis GALLERIA DOOZO via Palermo 51/53, Roma　　　　　　　　　　 orari galleria: dal martedì al sabato 11-22 tel 064815655 email info@doozo.it www.doozo.it Ufficio Stampa Doozo 06 4815655 email info@doozo.it]]></description>
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		<title>Edmond e Jules de Goncourt</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 17:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[la frase della settimana]]></category>

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		<description><![CDATA[Imparare a vedere, è il tirocinio più lungo in tutte le arti.]]></description>
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		<title>Ghitta Carell, una fotografa ritrovata. Con intervista a Diego Mormorio</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 17:14:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Martusciello</dc:creator>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>

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		<description><![CDATA[Ma insomma, quante lastre ha prodotto, durante la sua vita, Ghitta Carell: 50mila, come in tanti ci dicono, o solo 3mila come sosteneva Ando Giladi? E’ stata davvero un’artista di Regime? Il suo peccato fu rendere un ritratto del Potere del tempo oppure fu il ritocco, sapientemente volto alla resa della morbidezza, della bellezza del soggetto raffigurato ma da alcuni inteso come un virtuosismo alla moda e vezzo da art decò (Carlo Bertelli, La fedeltà incostante, in Storia d’Italia. Annali 2. L’immagine fotografica 1845-1945, Einaudi, Torino 1976, vol. 1)? Semplicemente, Ghitta Carell è stata altro, molto di più. Nata il 20 settembre del 1899, in una famiglia ebrea, a Szatmar (Batmar), nella parte nordorientale del Paese e al confine con la Romania e l’Ucraina, diverrà italiana di adozione. Intelligente ed erudita, con una lieve disabilità allora molto svantaggiante per una donna, la Carell ebbe un buon maestro in Aladár Székelu e seguì un corso di fotografia per signorine; studiò a Vienna e Lipsia, per approdare nel 1924 in Toscana dove frequentò il mondo artistico e intellettuale e ebbe a Firenze qualche primo successo, per poi spostarsi a Milano. La celebrità la colse giovane e quasi per caso: grazie a una foto scattata nel 1926 a un bambino vestito da Balilla scelta per un manifesto di propaganda. Si trasferì quindi a Roma dove nel 1928 avrà il suo atelier, prima in Via Oriani poi in Piazza del Popolo. Sarà lei l’osannata fotografa ritrattista che documenterà la storia di un’epoca attraverso i suoi protagonisti che accorrevano per farsi immortalare, come prova-provata del proprio censo, status sociale e valore. Poco si è detto e scritto di corretto, della sua ricerca e della sua biografia, sovrapponendo questi due piani spesso, in una lettura approssimativa nella sua complessità e contribuendo, con unavalutazione del suo lavoro molto ideologica e prevenuta, a sottostimarne il valore strettamente autoriale. Un errore di valutazione, questo – che peraltro ha colpito, diversamente, anche i Futuristi, con una conseguenza come la dispersione all’estero e in collezioni private delle loro opere, corpus fotografico compreso – che Diego Mormorio ha cercato di sanare, a nostro avviso riuscendoci, grazie alle sue ricerche, alla mostra curata in quattro spazi dell’ex Pastificio Cerere agli Ausoni, galleria di Pino Casagrande e ristorante compresi, e a un magnifico libro-catalogo. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Come sostiene Mormorio: “La fotografia era nel novero delle cose detestate da Charles Baudelaire. Nondimeno, possiamo esserne certi: l’autore dei Fiori del male avrebbe amato Ghitta Carell.” Certamente, l’avrebbe ricordata tra gli autori importanti della Fotografia, dove spesso non è stata e non è menzionata…  “Già in un volume tanto celebrato, comparso nel 1943 (Ermanno Federico Scopinich, Fotografia, Gruppo Editoriale Domus, Milano 1943) e che voleva essere la Prima rassegna dell’attività fotografica in Italia, Ghitta Carell non compariva. Ma non vi comparivano anche Eva Barett, Giulio Parasio e diversi altri fotografi di buon nome”, La rassegna che Mormorio ha curato, piena di interessanti documenti e di qualche pubblicazione come “Carnet Mondain”, “Nozze giovanili etc., e di oltre 150 fotografie sicuramente è un tassello importante per una nuova considerazione di questa autrice. Però, non ha esposto molti suoi lavori vintage. A tal proposito Mormorio ci tiene a dire:  “Sì, ma la mostra ha stimolato tantissime persone a mettersi in contatto con me per farmi vedere le foto di famiglia firmate proprio dalla Carrel; mai avrei pensato che si scatenasse questa corsa al recupero di questi preziosi materiali. Vedi, delle 50 mila negative che sappiamo esistere, rimangono alla 3M che ha acquistato il fondo della Carell solo le stampe a contatto di 2300. E’ necessario fare una serie indagine suelle tantissime fotografie originali della nostra autrice che si trovano, oltre che presso i collezionisti, in moltissime famiglie. Che questa mostra ha evidentemente stimolato, allertato.” In molti casi, gli eredi degli album dei ricordi-per-immagini, essenzialmente anni Trenta e Quaranta, avevano sottovalutato l’importanza della foto della madre, del capofamiglia, dell’avo in divisa, dei tanti ritratti dei parenti di nobile casato firmate da questa donna talentuosa; oppure avevano tenuto gelosamente riposti tali cimeli per un riserbo che la mostra ha, evidentemente, scalfito in qualche maniera.  “Sono foto originali, qualcuna un po’ deteriorata, ma tutte bellissime che hanno fornito, soprattutto, un’importantissima occasione di implementare il materiale prodotto dalla Carell, e quindi non solo di documenta la storia di un’epoca attraverso i suoi protagonisti, ma anche la ricerca di questa raffinata fotografa”. In effetti, il suo linguaggio è estremamente interessante: riesce a cogliere e ad esaltare la bellezza e l’eleganza senza cadere nello stereotipata raffigurazione celebrativa e persino Pio 12° accetterà di essere modello delle sue foto, che fece da più angolature, negli anni ’40, compresa una, la più bella, di schiena: la sequenza doveva servire per realizzare un busto scultoreo di quello stesso papa che appena una manciata di anni dopo &#8211; il 13 agosto del 1943 &#8211; dopo il secondo bombardamento di Roma, sarà tra la folla nel quartiere San Lorenzo dov’è ubicata la mostra. Anche il Cardinale Francis Joseph Spellman fu ritratto a fini scultorei: oltre alla sua foto, degli anni ’40, infatti, c’è quella dell’artista Corrado Vigni, che ne trasse il busto. Abbiamo quindi donne alla moda, sempre sobriamente impeccabili, come l’altera Donna Florio, la Contessa Arrivabene (1934) dallo sguardo duro e un frustino che ci suggerisce il carattere da dominatrice di questa splendida signora; ma anche la principessa Maria Josè, fotografata negli anni 30 in tenuta da Crocerossina. Gli anni, quegli anni, stavano infatti, volgendo al peggio, e dovremo attendere, per empio, gli anni Cinquanta per ritrovare pose più frivole – della principessa Giovannelli (1950) morbidamente adagiata su un divano – o disposte al sorriso pieno, come Adele Cambria, 1950. Prima, anche Benito Mussolini fu eternato nelle sue foto e, come raccontò la stessa Carell, talmente vanesio da sottostare a parecchie sessioni di posa pur di avere i suoi servigi. “Nelle pose di questa fragile gentile tenace signora, anche Mussolini abbandonò l’aria marziale. Assunse quella dolce e sorridente che [...]]]></description>
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		<title>Silvia Ederer. Storia di un frammento diventato storia</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 13:54:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Lombardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>

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		<description><![CDATA[Se la luce incontra l’ombra, come è avvenuto nella mostra Light shapes the shadow di  Silvia Ederer (Galleria kunstraum BERNSTEINER, Vienna, aprile maggio 2013), potrebbe attraversarla od anche soltanto posarsi su di essa, in ogni caso ne definirebbe i confini e ne verrebbe definita. Diventandone in questo modo prigioniera, l’una dell’altra in uno spazio che è la tela. “Quando ero bambina, in estate usavamo fare un riposino dopo pranzo, mi sdraiavo sul letto ed osservavo le luci e le ombre create dalle imposte e come esse danzassero una con l’altra, mi sembrava parlassero. Poi con l’arrivo della pubertà un giorno ebbi l’impressione che quel loro dialogo, quella comunicazione si fosse interrotta, in un certo senso fu la fine di un’illusione.” Quelle luci ed ombre, il gioco tra loro, un certo modo di muoversi una legata all’altra sono il filo conduttore da cui si snodano le immagini della serie della Endel, oggetto della sua mostra appena conclusa. Come l’artista ha spiegato, esse provengono da 3 diversi nuclei ma sono collegati dalla ricerca di un confine, di un orizzonte ipotetico, di quel luogo simbolico dove una storia finisce o comincia, comunque un momento artificiale che ha sempre l’aspetto di essere li per mettere a registro un flusso che confini non ne ha. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. La Galleria Bernsteiner era un’officina, della quale ha conservato un cortile usato per raccogliere materiali e gli ambienti interni con vaste vetrate, la luce nella nuova concezione della sala è di grande importanza e crea una sorta di camera luminosa che sottolinea le opere esposte. Entrando si viene invasi dalla qualità del bianco avvolgente delle pareti su cui si stagliano le opere; quelle della Ederer sembravano ferite aperte, dominate dalle ombre ma disegnate dalle luci. Racconta l’artista: “C’è questo mito nella storia dell’arte, narrato da Plinio il vecchio e conosciuto come La fanciulla di Corinto, che descrive la nascita della pittura: una giovane donna si accinge a separarsi dal suo amato che dovrà partire e, non potendo dormire, durante la notte la sua attenzione verrà colpita dall’ombra, che la lampada disegna sulla parete, del viso di lui, deciderà per cui di tratteggiarne i contorni con un pennello per poterne trattenere il ricordo .”. Le ombre quindi sono al principio di una descrizione per immagini delle emozioni, immagini che vengono disegnate dalla luce, immagini che vengono estratte dalla realtà e ne vanno a costituire una propria. Nel lavoro di Silvia Ederer queste diventano frammenti, che sono confini, che son anche passaggi. Le prime tele che ho visto nella sala espositiva, ad esempio, sono estratte dalla serie Final frame, creata nel 2009 e nata dalla domanda: che aspetto avrebbe la prima o l’ultima istantanea di una storia? “La mia intenzione originaria era di esporre una sola serie ma poiché mentre si lavora ad essa ci si confronta con problemi, domande, tematiche che apriranno la via a stimoli nuovi, intuizioni, che porteranno alla prossima&#8230; per cui ogni sequenza risulta collegata a quella successiva, in alcuni casi lavoro anche a più di una contemporaneamente.” Non bisogna però lasciarsi attrarre dall’idea che la storia in se ricopra un ruolo principale in questo lavoro, l’artista è alla ricerca di una forma, non è importante da dove venga ne dove vada ma soltanto il momento in cui attraversa la sua tela. “Ho bisogno di una possibilità quando creo un’immagine, ne sono alla ricerca, un punto di partenza, un contenuto che mi muova, non avrà poi molta importanza al fine dell’opera, perché in realtà esisterà solo per me e rimarrà esterna al lavoro, quello che invece è importante è cosa genererà nell’osservatore&#8230;”. Esiste sempre un’immagine, una scena da un film, un certo momento durante uno spettacolo teatrale, dove, al di la della sua totalità, la nostra attenzione viene colta da un frammento, sia questo l’incontrarsi tra due linee o li dove un’ombra irrompe nella sfera di influenza della luce. Silvia Ederer dipinge questi luoghi e descrive questi momenti. Sono esistiti e continuano ad essere presenti nella nostra mente, possono prendere, nel suo lavoro, la forma di una cancellata, un’ombra, una tenda, comunque hanno perso la connessione con la storia da cui provengono e si sono innalzati a storia loro stessi. “Quello che mi interessava esprimere era l’ultima possibilità che una storia avesse per descrivere in quale direzione si muoverà, e poi ancora, l&#8217;ultima luce che venisse intrappolata in una scena, ovviamente la cosa rimarrà aperta e quindi in un certo senso un frame o meglio un final frame non narra una storia ma tutte le storie.”. L’artista non vuole sedurre con l’idea che qui vengano tematizzate le storie possibili, queste sono e rimangono delle variabili aperte su cui lo spettatore potrà intrattenersi con se stesso. Silvia Ederer vede il proprio lavoro come il creare elementi che verranno lasciati crescere durante la lavorazione per costruire un determinato risultato ceduto dopodichè nelle mani del pubblico. “Quindi il lavoro, la tela, prenderà una sua forma che esprimerà qualcosa oppure no, è tutto qui, il resto riguarderà soltanto me privatamente e lo spettatore, separatamente uno dall’altro.” C’è un’immagine in Final frame dove si vede un ombrellone circondato dalla nebbia: “questo è un ottimo esempio di quel qualcosa che possa nascere durante la lavorazione di un’opera che poi avrà una sua vita in un lavoro successivo.” La serie sulla nebbia è composta da 2 immagini e sono stati necessari anche 15 strati di colore per arrivare a donarle peso e forma. Questo posarsi dei livelli uno sull’altro avviene sia attraverso gli strati di colore dati sulla tela sia attraverso una stratificazione di contenuti, come se tutte quelle storie venissero registrate nella profondità o spessore di un fotogramma invece che in una striscia di narrazione, tutte visibili o percepibili nel risultato finale. “Mi chiedo durante le prime fasi dove voglia andare, in quale direzione, cosa verrà ora e poi cosa ancora, tutto ciò rappresenterà un avvicinamento molto cognitivo, avverto la direzione da prendere e mi spingo in quella direzione, come muovendosi [...]]]></description>
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		<title>VIAGGIO TRA I MITI CON LO SPETTACOLO BABEL 012 AL MUSEO DEL SOTTOSUOLO DI NAPOLI</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 16:27:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[teatro danza]]></category>

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		<description><![CDATA[DOMENICA 12 MAGGIO ALLE ORE 19.00 VIAGGIO TRA I MITI CON LO SPETTACOLO BABEL 012 AL MUSEO DEL SOTTOSUOLO DI NAPOLI Attraverso il mito (ed i riti ad esso associati) da sempre l’essere umano cerca di dare una spiegazione ai grandi fenomeni naturali che appaiono oscuri rispetto al suo livello di consapevolezza e di sondare i misteri dell’animo umano. I miti, infatti, rappresentano una grande spiegazione metaforica dell’assetto del cosmo. E’ proprio un viaggio attraverso i miti che propone lo spettacolo teatrale, in un unico atto, Babel 012, per la regia di Francesco Puccio,  di scena al Museo del Sottosuolo di Napoli (piazza Cavour, 140) domenica 12 maggio alle ore 19.00. Dal mito della Torre di Babele, da cui  ha origine il titolo dello spettacolo, dove la tracotanza (in greco iubris) degli uomini, che cercano di costruire un edificio che arrivi al cielo, viene punita duramente da Dio, a quello  di Ero e Leandro, dove viene espressa la forza dell’amore ed anche quella dell’estremo sacrificio quando i cuori, le anime ed i corpi vengono separati. Ed ancora la vicenda dell’indovino Tiresia, prima tramutato in donna, poi ridiventato uomo ed accecato da Era  adirata per essere stata contraddetta durante una lite con Zeus, la punizione inflitta da Artemide ad Atteone, macchiatosi della colpa di averla vista nuda mentre si bagnava in una sorgente, la fuga disperata della ninfa cacciatrice Aretusa, che si fece avvolgere prima da una nuvola capace di nasconderla e poi si trasformò in fonte e scese nel cuore della terra, per sfuggire alle brame d’amore di Alfeo. Ed ancora Eolo, dio del vento e delle tempeste e Arianna che, dopo aver aiutato il suo amato, Teseo, ad uscire dal labirinto ed esserne stata abbandonata, diventa sposa del dio Dioniso. In questo viaggio, alla riscoperta delle nostre radici culturali, compiuto nell’ atmosfera ricca di pathos sprigionata dal trovarsi a 25 metri sottoterra, nel cuore vivo e pulsante di Partenope, gli spettatori saranno accompagnati da Simona Fasano, Francesco Puccio, Antonio Coppola e Camilla Bozzetto. La drammaturgia originale è nata nell’ambito del progetto didattico e teatrale “L’antico fa testo”, diretto e coordinato da Donatella Puliga,docente del Centro Interdipartimentale di Studi Antropologici sul Mondo Antico dell’Università di Siena, e da Francesco Puccio, dottorando di ricerca e regista teatrale, in stretta collaborazione con la Soprintendenza per i Beni storico-artistici di Siena. Inizialmente è stato fatto un lavoro di traduzione di testi greci e latini. Testi che hanno saputo attraversare il tempo e lo spazio e che ancora oggi parlano all’anima degli esseri umani con identica forza. Lo spettacolo teatrale Babel nasce da un lungo processo creativo e da un intenso dialogo tra persone, ambiti di senso e significato ed epoche diverse. Il messaggio che lo spettacolo teatrale media è che quando si esprimono concetti che affondano le radici in un bacino valoriale eterno anche se si parlano lingue diverse e si è distanti nello spazio e nel tempo, si dicono in fondo  le stesse parole. Una grande metafora sulla solidarietà, la tolleranza e l’integrazione. La quota di partecipazione, comprensiva di visita al Museo, è di 10 euro. Per maggiori informazioni sulle attività del Museo del Sottosuolo Piazza Cavour, 140 – 80137 &#124; Napoli 331-2086848 Per informazioni e prenotazioni relative allo Spettacolo Babel 012 320-4795651 www.ilmuseodelsottosuolo.com info@ilmuseodelsottosuolo.com addetto stampa: Dr.ssa Tania Sabatino mobile: 320 574 18 42 ufficiostampalmdt@gmail.com]]></description>
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		<title>Rori Palazzo. L&#8217;intervista: focus-on Sicilia</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 08:40:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Francesca Di Trapani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[focus on]]></category>

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		<description><![CDATA[Asseriva Freud: “dobbiamo trattare i sogni tenendo conto delle sfumature, dobbiamo trattarli come un&#8217;opera d&#8217;arte; non in modo logico e razionale&#8230; ma con un certo ritegno e una certa delicatezza. È l&#8217;arte creativa della natura a creare il sogno, e quindi dobbiamo essere alla sua altezza quando tentiamo di interpretarlo”. Un fenomeno il sogno che si muove tra il piano dell&#8217;immanente e quello del trascendente. La fotografia come linguaggio artistico per traslare in immagine visiva i meccanismi di un&#8217;esperienza vestita di suggestioni profonde e di visioni intime. Rori Palazzo, classe 1977, palermitana, evoca immagini interiori, visioni, in una riproduzione dettagliata, minuziosa, attenta. Il mondo dell&#8217;inconscio in un viaggio attraverso racconti altrui, mescolati a personali impressioni e avvolti in un nebuloso lirismo. I sogni degli altri prendono il tempo e lo spazio di Rori, fotografa-depositaria delle riflessioni più vere di ognuno di noi, in una sorta di altra realtà, che è viva esclusivamente in quello spazio, in quell&#8217;istante. Permeandolo di un linguaggio simbolico, come solo i sogni possono essere, per giungere ad una vera realtà. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. Odilon Redon sosteneva che “la vera dimensione dell&#8217;arte è il sogno, che permette all&#8217;artista l&#8217;esplorazione di un fantastico mondo interiore”. Come ti sei trovata a dialogare e successivamente a essere narratrice per immagini dei sogni altrui? &#8220;Il sogno è l&#8217;espressione più autentica della realtà, quella dimensione in cui si manifesta tutto ciò che nella veglia viene filtrato dalla mente, dalle convenzioni sociali e dalla paura di dialogare con l&#8217;inconscio. Spesso capita che nel sogno gli eventi appaiono come realmente accaduti, secondo un effetto di realtà che è indipendente dalla maggiore o minore stranezza o incoerenza di quegli eventi. Durante l’attività onirica si manifestano i desideri e le visioni che durante il giorno cerchiamo in tutti i modi di sfuggire. Per questo motivo mi interessano i sogni ricorrenti, che esprimono la parte più vera delle persone, che penetrano la sfera più intima. Ne viene fuori un ritratto, un percorso di indagine dell’anima che passa da un processo empatico tra me e la persona ritratta, che nel rivivere il proprio sogno riflette sul proprio inconscio e quindi su se stesso. “In questo meraviglioso ci è concessa un’anticipazione di quella libertà totale che si pone nella prospettiva della fusione del sogno con la realtà o della realtà col sogno, fusione che restituirà agli uomini, finalmente, la loro integrità”. (Mario De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento)&#8221;. I tuoi scatti sono in bianco e nero. Perché questa scelta? Nel tuo immaginario i sogni, appartenendo a un&#8217;altra dimensione, non hanno colore? &#8220;Il bianco/nero non è una scelta legata esclusivamente alla rappresentazione di un mondo onirico e visionario, che vede nell’assenza di colore l’espressione di una dimensione surreale, ma è soprattutto una scelta legata al perseguimento della bellezza assoluta e della purezza dell’immagine, dei contrasti e dell’equilibrio compositivo tra luce e forma, tutti elementi che mi servono per dare forza ai contenuti. Non escludo l’uso del colore, non si tratta di una scelta assoluta ma determinata, che può cambiare a seconda della contingenza.&#8221; Cosa deve avere un sogno per decidere di raccontarlo? &#8220;C’è un momento che segue il racconto del sogno in cui capisco se potrò o meno tradurlo in immagine. E’ come se istintivamente si cominciasse a materializzare nella mia mente, inizio a vederlo. Da qui inizia un processo di elaborazione dell’immagine, di studio della simbologia e dei riferimenti che costruiscono l’immagine e che arricchisce la visione.&#8221;  Perché la fotografia? Quale rivelazione per te contiene in sé? &#8220;Ho scelto istintivamente il linguaggio fotografico, e da sempre cammina parallelo alla mia vita, ne scandisce i tempi. La fotografia è lo strumento che mi permette di indagare il magico, la realtà dentro la realtà. Partendo da un dato reale e sensibile, dalla luce, vado alla ricerca delle sfere più intime e astratte dell’inconscio, per rappresentare visioni surreali, proiezioni mentali, sogni. Quello che amo della fotografia è la possibilità di bloccare un momento, di immortalare un gesto o uno sguardo che diventa racconto, memoria, diario. Per questo c’è sempre una storia dentro le mie fotografie.&#8221; Se un giorno tutte le persone smettessero di sognare, cosa pensi inizieresti a indagare nei tuoi scatti? &#8220;Se le persone smettessero di sognare cercherei un altro modo per attingere al loro inconscio, al di là dello specchio. Probabilmente cercherei di farli ritornare a sognare. Cercherei lo sguardo puro e disincantato che hanno perduto.&#8221; Quale Cinema o Letteratura c&#8217;è (se c&#8217;è) dentro la tua ricerca? &#8220;I rimandi sono tantissimi e differenti, c’è il cinema surrealista di Man Ray o di Buñuel, come il cinema visionario di Lars Von Trier o Inarritu. In letteratura ci sono i voli pindarici di Queneau, il realismo magico di Hoffmann, la letteratura visionaria di Calvino, Borges, Cortazar e gli altri scrittori latino-amricani. E poi c’è Alice nel paese delle meraviglie, o I Viaggi di Gulliver, c’è la mitologia greca e romana. Queste letture sono importantissime per il mio lavoro, capita spesso che una frase, o una parola, mi suggerisca con prepotenza un’immagine che cercavo da tempo.&#8221;  Metti mai in scena i tuoi di sogni?  &#8221;Metto in scena le mie visioni, la mia fantasia, la mia immaginazione. A volte sogno le immagini con cui rappresentare i sogni degli altri.&#8221; Cosa ti piacerebbe vedere nel panorama artistico d&#8217;oggi che manca? &#8220;La bellezza, ne vedo sempre meno. La grazia, la purezza e l’autenticità. Spesso il sovraffollamento di parole rivela la scarsa efficacia di un concetto. E poi la fantasia, mi sembra che manchino un po’ le idee, affogati come siamo in milioni di cliché visivi. Questa però è una sensazione generale, nello specifico vedo tanta buona arte intorno a me, tra i miei amici ad esempio ci sono artisti raffinatissimi con cui amo confrontarmi e che mi arricchiscono ogni giorno con nuovi spunti di riflessione.&#8221;  Esiste una responsabilità d&#8217;artista? E se si, in cosa consiste? &#8220;L’arte è un linguaggio universale, e l’artista ha una responsabilità perché ha la possibilità di esporsi su un podio e comunicare, [...]]]></description>
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		<title>Bertolucci, Pio Monti, la bella Tea Falco e l&#8217;Ermafrodito Vitruviano</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 06:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Arcidiacono</dc:creator>
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		<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[cinema tv media]]></category>
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		<description><![CDATA[Sulle note di Ragazzo solo ragazza sola, versione italiana di Space Oddity, con testo &#8211; un po&#8217; così &#8211; di Mogol e interpretata nella nostra lingua dallo stesso David Bowie, si è inaugurata lo scorso 8 maggio alla Galleria Pio Monti a Roma la mostra L’Ermafrodita Vitruviano. Il brano fa parte della colonna sonora del film di Bernardo Bertolucci Io e te; uscito lo scorso anno, girato in gran parte nello studio di Sandro Chia, il film ha per protagonista Tea Falco che, assieme al pittore Ottavio d’Ots, presenta presso la nota galleria capitolina una serie di opere, in prevalenza fotografie, la cui apparenza ironica nasconde l’ambizione di indicare i processi di trasformazione, di unione tra maschile e femminile; una ricerca durata qualche anno, questa, il cui spirito si sposa alla perfezione con l’arguzia del navigatissimo e spensieratissimo gallerista. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. La freschezza scherzosa e un po’ ingenua della Falco traspare anche dai suoi scatti e da come sono stampati sull’acciaio, segno che all’artista piace il contrasto e sollecitare qualche lieve provocazione. Ne deriva una certa energia, che vuole raccontare ricerche tutt’altro che semplici ma non si vergogna di proporle con divertimento e leggerezza. La mostra, così  sostanziata e concepita, ha regalato il gusto di un’atmosfera più vivace del solito nell’affollato vernissage. Tra parrucche, abiti colorati e serissimi attestati dati in premio ai fortunati in grado di azzeccare la chiave giusta per “cambiare forma” &#8211; un gioco performativo connesso all&#8217;esposizione &#8211;  è stato possibile cogliere qua e là dei dialoghi surreali: Bernando Bertolucci, alla richiesta concitata di un giovanissimo visitatore (cronista per caso) che gli domandava &#8220;Maestro, maestro, la prego, ci vuole commentare la morte di Giulio Andreotti?&#8221;, dopo qualche istante di attesa, ha risposto, sospirando, con un largo sorriso, un lapidario &#8220;No.&#8221;. Info mostra L&#8217;ermafrodita vitruviano Tea Falco Ottavio d&#8217;Ots  Pio Monti &#8211; Arte Contemporanea piazza Mattei, 18 &#8211; 00186 Roma fino al 16 maggio 2013]]></description>
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		<title>Corrado Giaquinto: Bari, Pinacoteca Provinciale</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 19:36:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[beni culturali]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[sabato 11 maggio 2013, alle ore 17.30 presso la Pinacoteca Provinciale “C. Giaquinto” sarà presentato il restauro del dipinto di Paris Bordon Madonna con Bambino tra S. Enrico d’Uppsala e S. Antonio da Padova e inaugurata la mostra Paris Bordon in Puglia Un restauro e due scoperte 11 maggio – 30 giugno 2013 Catalogo Marsilio Editore, Venezia a cura di Clara Gelao Il dipinto Madonna con Bambino tra S. Enrico d’Uppsala e S. Antonio da Padova è stato restaurato da Gabriella Bozzi (2012/2013) Indagini diagnostiche: Inez D. van der Werf  e Alessandro Monno Direzione restauro:  Clara Gelao Alta sorveglianza: Soprintendenza PSAE della Puglia Precederà una conversazione di MAURO LUCCO sul tema Paris Bordon. Problematiche Cronologiche Per informazioni: Pinacoteca Provinciale “Corrado Giaquinto” Via Spalato 19 / Lungomare Nazario Sauro 27 –   70121 Bari tel. 080/5412421-2 &#8211; 4 &#8211; 7 sito web: www.pinacotecabari.it pinacotecaprov.bari@tin.it Ingresso libero in occasione di inaugurazioni, cerimonie e particolari iniziative in programma. Orario: dal martedì al sabato: 9.00 -19.00; domenica: 9-13; lunedì e festività infrasettimanali chiuso Ufficio Stampa Pinacoteca: Tel.080/5412427  Fax 080/5583401 pincorradogiaquinto@tiscali.it pinacotecaprov.bari@tin.it]]></description>
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		<title>La solitudine del maratoneta di Alan Sillitoe. Occasione perduta per un adattamento di avanguardia culturale</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 18:02:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Moroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[teatro danza]]></category>

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		<description><![CDATA[In una società soffocante ed oppressiva, in cui il fastidio della folla ovunque, si sta facendo sempre più evidente, l’informazione collettiva sempre più invadente ed i luoghi comuni una costante, la parola solitudine diventa sollievo, leggerezza, fuga. E quale miglior esempio di questa evidente attuale dicromia folla-solitudine è oggi la maratona, le tante maratone che attraversano il globo, dalle più note fino a quelle dei più piccoli paesi della terra. Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. La maratona in cui si parte in decine, centinaia, migliaia, ma poi ognuno è solo e solitario nella sua corsa e nei suoi pensieri e nello scorrere del tempo riacquista, attraverso un meccanismo di percezione cognitiva, le sue sensazioni, le sue emozioni ed attraverso queste rivive finalmente quello che lo circonda in una dimensione rinnovata e non logorata. La semplice respirazione, il ritmo fisico che accompagnano la corsa cullano il pensiero e lo portano verso quel sentimento di grande pace, che è nella speranza di ogni essere vivente, immerso invece in una società frenetica e nevrotica. Prima di andare a vedere lo spettacolo La solitudine del maratoneta (che Alan Sillitoe scrisse nel 1959) al Teatro Argot con la regia di Nicola Pistoia, ho calzato le vecchie arcinote e contestate Nike e sono andato a correre, anche per raccontare nel web creato dallo stesso regista La mia solitudine le mie sensazioni nella corsa. Con queste premesse sono andato a La solitudine del maratoneta. Nella rappresentazione classicheggiante e datata, Colin Smith un uomo elegante in scena, racconta la sua vita da giovane teppista, in riformatorio, mentre un alter ego in mutande lo rappresenta nelle sue corse. Perché il Direttore, essere abbietto e orrendo di fuori e di dentro, in questa prigione inglese sperimentale e rieducativa, vorrebbe fare di Colin Smith un maratoneta professionista. Quello di cui si parla forse troppo in questa rappresentazione, in cui si intersecano i racconti dei due doppi e di una invadente sorella (la famiglia) sono le vite grame e squallide delle periferie, con un padre che si gioca tutto e muore ricco, una madre che si fa subito un’amante, e degli amici con i quali si compiono piccoli furti fino ad arrivare al carcere. Il momento della grande corsa, della maratona in cui l’interprete dovrebbe vincere per il Direttore, per il riscatto degli altri prigionieri e per orgoglio personale, in una solitudine da elegia, si trasforma invece solo in una rabbiosa contestazione delle turpi e strumentali aspirazioni degli altri. E mentre, scambiandosi gli abiti, Alfredo Angelici (Colin Smith) si trasforma in Dimitri D’Urbano (se stesso) e viceversa, si narra la storia di piccoli furti passati e futuri, sempre in una logica da fuorilegge in fuga dalla polizia. In una apologia del vizio, del denaro, della degradazione e della libertà di fare di se stessi quello che aggrada, anche impiccarsi, come l’uomo visto da Colin da bambino ed impresso per lui come un esempio senza giustificazioni (perché? è la domanda, perché mi piace è la risposta). Innestando in questa storia retrò alcune tirate attuali contro il potere, come quella vieta sul governo che si elegge e poi non fa nulla per la gente perché segue altre regole (quelle del profitto). Altre parti poco giustificate nel contesto (attualizzazione ed universalità del concetto greve e ripetuto del delitto come modo di vita). Allora la maratona diventa solo il pretesto per contestare quella vittoria voluta solo dai suoi carcerieri. E la parola solitudine non è la parola giusta per un romanzo d’epoca, oggi diversa e piena di significati molteplici per i tanti maratoneti. Per attualizzare culturalmente il concetto che Alan Sillitoi aveva espresso nel 1959, ed è ancora oggi valido, forse si doveva trovare il coraggio di parlare della lotta contro la omologazione dilagante, il pensiero collettivo sociale del successo e del denaro. Contro il pensiero comune dominante, per trovare una propria opinione sul senso della vita e la ricerca della felicità. E’ mancata invece la spiritualità, la raffinatezza del pensiero filtrato dall’aria nei polmoni, che va a nutrire, più che i terragni ricordi, la leggerezza dell’essere, che parla di nuovo con la natura e con quel se stesso naturale. Diventando erba e cielo e uccelli e fiumi e ghiaccio e freddo. Nella sua progressione vincente si libra nell’aria quasi volando sui sentieri rarefatti della fantasia, sulle ali del sogno del volo umano. E’ mancata soprattutto la poesia in una realizzazione teatrale, che attraverso il web è stata anche apprezzata da molti maratoneti. Perché ormai anche nella corsa prevalgono le ideologie e le dietrologie. Ormai nelle maratone manca quella buona, sana, antica solitudine che rendeva l’uomo più infantile, più pulito dentro ed il tempo (passato, presente, futuro), quel tempo che ormai ci opprime, si compattava in una sola sensazione, vivere come un’astrazione di se stessi, nell’aria nebbiosa dei primi mattini del mondo. Più sogno e meno realtà, meno cronaca nera fatta di furti e di pistole, di poliziotti alla Hitler, direttori di carcere dagli occhi acquosi a dalle pance enormi, di madri senza pudore, padri che si giocano tutto e colpi che fanno ricchi finché non tocca ricominciare. Non è con il rifiuto di fare la nostra parte che si riesce ad essere liberi ma con quel ritmo sincopato che assume il nostro cuore quando pompa felicità alla materia cerebrale, senza neanche sapere se si va a vincere qualcosa né per chi o che cosa. La solitudine del maratoneta non è l’inutile atto negativo di rabbia verso la società, ma l’aspirazione ad un atto d’amore verso se stessi, fuori dalla folla e dalle convenzioni sociali. Bisogna avere il coraggio di continuare a riflettere sul problema delle carceri e dell’ambiente che fa l’uomo ladro, ma occorre anche adattare il problema della solitudine alle realtà emergenti nel momento particolare della nostra società, che è in un secolo diverso. Gli stessi interpreti giovanili che faticano a ‘sentire’ le storie ormai abusate di un vecchio mondo in cui non credono più, non possono poi trasmettere ‘sensazioni’ nella loro recitazione, che è sembrata inerte,convenzionale, come priva [...]]]></description>
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		<title>Buon compleanno Palazzo Barberini</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 15:18:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini e Il Gioco del Lotto vi aspettano Sabato 11 e domenica 12 maggio Buon compleanno Palazzo Barberini Una grande festa per la città di Roma a Palazzo Barberini, la Galleria apre a tutti gratuitamente con visite guidate e laboratori per bambini. La festa continua con spettacoli di musica ad ingresso libero con la partecipazione dell’OGMM, Orchestra Giovanile Monte Mario e della JuniOrchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Nel 2013 ricorre il 60° anno di vita della Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini, aperta al pubblico in questa meravigliosa sede barocca il 21 maggio 1953. Lo Stato aveva infatti acquistato questo complesso dalla nobile famiglia romana nel 1949, proprio per farne sede di un grande museo nazionale. Con la riapertura completa della galleria, anche grazie al contributo de Il Gioco del Lotto, si è conclusa la piena rinascita del museo, che conta ora 34 sale espositive con un percorso che va dal XI alla fine del XVIII secolo. Un museo moderno, in contatto con partner di tutto il mondo che intende ora far vivere l’istituzione attraverso una fitta attività di eventi per i giovani, le famiglie e gli appassionati d’arte. Per celebrare questo anniversario la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma, diretta da Daniela Porro insieme a Il Gioco del Lotto, in sinergia con il Museo da lungo tempo, propongono una grande festa per la città di Roma, curata da Anna Lo Bianco, direttore del museo, volta a mettere al centro dell’attenzione il palazzo e la sua collezione. La festa inizia sabato 11 maggio con l’ingresso gratuito al museo dalle  9:00 alle 24:00 (la biglietteria chiude alle 23:00) e le visite guidate gratuite con giovani storici dell’arte ogni 15 minuti dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 18:00; sempre dalle 10:00 alle 18:00  visite guidate per le persone sorde in collaborazione con l’associazione Kiasso onlus, per informazioni inviare un sms al numero 327-3590412 oppure una email a kiasso.tis@gmail.com. A conclusione della serata si esibiranno i giovani talenti dell’OGMM, Orchestra Giovanile Monte Mario, diretti dal compositore e direttore d’orchestra Alfredo Santoloci, docente al Conservatorio S. Cecilia. L’ensemble proporrà lo spettacolo Allegro con Fuoco, un emozionante viaggio musicale attraverso immortali capolavori dei grandi maestri, da Vivaldi a Mozart fino alle vivaci note del jazz e del funky. L’esecuzione avrà luogo nell’elegante cornice del  Salone di Pietro da Cortona alle 21:00 con una replica alle h. 22:00. Domenica 12 maggio la festa continua con l’ingresso gratuito al museo dalle  9:00 alle 19:00 (la biglietteria chiude alle 18:00); le visite guidate per tutti ogni 15 minuti dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 15:00 alle 17:00; i laboratori Io gioco con l’arte per i bambini dai 5 ai 10 anni ogni 15 minuti dalle ore 10:00 alle 12:00 e dalle 15:00 alle 17:00. Per i genitori è prevista una visita guidata del museo. La partecipazione ai laboratori è prevista anche per i bambini sordi grazie a operatori specializzati nella lingua dei segni attraverso l’associazione Kiasso onlus, per informazioni inviare un sms al numero 327-3590412 oppure una email a kiasso.tis@gmail.com Durante i laboratori i bambini saranno coinvolti in una visita interattiva mirata all’esplorazione dei ritratti presenti nella collezione di Palazzo Barberini, da La Fornarina di Raffaello Sanzio al Ritratto di Erasmo da Rotterdam di Quentin Metsys. Alle 11:00 e alle 16:00 suoneranno quattro Ensemble dei giovani musicisti della JuniOrchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che il Gioco del Lotto sostiene dal 2005. Le Sezioni delle Arpe, degli Archi, degli Ottoni e dei Legni animeranno gli spazi più suggestivi di Palazzo Barberini dalla Loggia Esterna alla Sala Pietro da Cortona, con un repertorio che attraversa tutta la storia della musica, da Monteverdi, Purcell, Corelli, Vivaldi, Mendelsshon, Mozart, Gounod, Albeniz, Orff, per arrivare al sapore leggero della musica di Stevie Wonder. Il museo e tutte le attività sono a ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili. Per maggiori informazioni  www.giocodellotto.it e sulla pagina  Lottoeventi di facebook e twitter. UFFICIO STAMPA Soprintendenza Speciale per il PSAE e per il Polo Museale della Città di Roma Anna Loreta Valerio Email:sspsae-rm.uffstampa@beniculturali.it UFFICIO RELAZIONI ESTERNE E COMUNICAZIONE Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini Simona Baldi- tel. 06/4824184 Email: simona.baldi@beniculturali.it UFFICIO STAMPA LOTTOMATICA Sabina De Mauro &#8211; tel. 06/51899450 Email: ufficiostampa@lottomatica.it &#160;]]></description>
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		<title>Alice nel paese della Marranella</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 15:13:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alice nel paese della Marranella Arte, musica, cinema, artisti di strada, danza, alla scoperta del Villaggio Urbano SABATO 11 MAGGIO &#124; VIA DELLA MARRANELLA E PIAZZA PERESTRELLO Sabato 11 maggio dalle 15 alle 24, via della Marranella e dintorni si vestiranno a festa per offrire un assaggio del quartiere e della “città che vogliamo”, come recita la call della Biennale dello Spazio Pubblico, cui l’evento aderisce, per la promozione di spazi pubblici più accoglienti e inclusivi. Per un giorno quindi le strade di questo popolare e affollato quartiere si liberano delle macchine e del traffico, per mettere in scena lo spazio ritrovato e riempirlo di melodie, colori ed emozioni. Così uno degli snodi storici di Torpignattara ospiterà un grande evento a cielo aperto in cui tutte le espressioni artistiche: pittura, scultura, cinema, musica, danza, artigianato, troveranno dimora e visibilità nelle strade e nei piccoli negozi. L’arte come magia, come strumento evocativo del senso di appartenenza alla comunità e ai luoghi, come collante per riscoprire e condividere il piacere di stare insieme. Questo sarà “Alice nel Paese della Marranella”, un&#8217;allegra avventura nel quartiere per svelarne le meraviglie, per sbandierarne il bello e il buono e pretendere che queste qualità vengano riconosciute, protette e nutrite. Un programma fitto di eventi, con adesioni importanti come quella della galleria d’arte contemporaneaWunderkammern che prevede, tra i vari contributi, una installazione e due performance, di cui una collettiva, pressol’ex Cinema Impero, in omaggio alla battaglia che il comitato di quartiere porta avanti da anni per restituire una sala cinematografica e un polo culturale al territorio. Oltre 50 i pittori esposti lungo il tratto pedonalizzato di Via della Marranella, accompagnati dalle note musicali di artisti come il percussionista Massimo Carrano  e il coro gospel Peace choir del clarinettista Sebastiano Forti. Presente anche Studio54, altra realtà del quartiere attiva in ambito artistico, che allestirà le opere dei propri artisti presso i negozi alimentari e le botteghe tipiche della zona. Piazza Bartolomeo Perestrello, cuore del popolare rione, sarà lo scenario di performance di danza da tutto il mondo con la partecipazione delle comunità cinese e bangladese, e la compagnia La paranza di Testaccio con musiche e balli del centro-sud Italia. A conclusione della giornata, il cinema torna per una volta nel quartiere con l’arena in piazza a cura di Karawan Fest, nato proprio a Torpignattara e dedicato alle commedie per parlare di immigrazione, integrazione e incontro tra culture in modo ironico, divertente e festoso. Lo schermo si accende dunque alle 21.30 per la proiezione della commedia italiana rivelazione dell’anno: Tutti contro tutti di Rolando Ravello, che tratta con i toni agrodolci del realismo comico popolare la questione ancora irrisolta del diritto alla casa e tocca corde molto vicine al contesto sociale del quartiere di Torpignattara. Il regista e attore Rolando Ravello interviene per incontrare il pubblico. Parallelamente alle performance artistiche, si faranno strada narrazioni e percorsi ludici ed espressivi per la restituzione dello spazio pubblico ai bambini, a cura di Asinitas, CEMEA del mezzogiorno e Dynamis. Anche i pattinatori del Pincio animeranno la via con performance free style curate dal negozio Free Move. Sarà una gioiosa e civile opportunità fatta su misura per un quartiere multietnico come il nostro, aperta a tutti gli abitanti e alla città intera che sarà documentata dal regista Angelo Loy in un breve reportage e presentata alla BIENNALE DELLO SPAZIO PUBBLICO il 17-18-19 maggio. L’iniziativa è promossa da Marranella Villaggio Urbano e dal CdQ Torpignattara in collaborazione con associazioni e comitati del territorio. Mostra di pittura con la presenza di 50 pittori Performances e installazioni a cura di Wunderkammern: PAM 11052013  performance  di Naoya Takahara; Emoticon-Greenheart, installazione di Franco Ottavianelli; Seconda Visione, performance-Omaggio al Cinema Impero, di artisti§innocenti ed ex-taxxisti, di Giusti Piacentini. Una performance collettiva da spettatori in pigiama in uscita da un cinema che si sogna in funzione…nell’occasione della scopertura di un segnale turistico dedicato al futuro della sala. La performance vede la collaborazione della Refectory Brass Band. Cinema in piazza: Karawan fest Colonna sonora: Akeboni, Massimo Carrano, Titubanda Street Band, Peace Choir di Sebastiano Forti, Refectory Brass Band,Sushmita Sultana Tiziana De Angelis, Torpigna Blues, Trio La Trina Coreografie etniche: Ilze Žeregela, Mukta Roy, La paranza di Testaccio, Valentina Manduchi Teatro di Strada: Famiglia Pittalunga Laboratori e racconti per bambini: Asinitas, CEMEA del Mezzogiorno, Dynamis Pattinaggio Free Style: Free Move Allestimento spazi espositivi: Consulta Giovanile Architetti &#8211; Roma, Giovani Architetti -Terni Allestimento tecnico e audio, cinema in piazza: Punto di Svista Escursioni nel quartiere anche per disabili. AGAT-Associazione Geografica Ambiente e Territorio In collaborazione con: Lab. Aquattro, Spazio Interiore, ELSE, Arte e Creatività, Big Night.]]></description>
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		<title>Cake. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente / The dessert culture between Arabic and Western traditions</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 09:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>artapartofculture redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[libri letteratura e poesia]]></category>
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		<description><![CDATA[Cake è un libro d’arte e cucina / Cake is an art &#38; food book Artisti / artists: Hassan Al-Meer, Paolo Angelosanto, Yto Barrada, Beatrice Catanzaro, Maimuna Feroze-Nana, Parastou Forouhar, Maïmouna Patrizia Guerresi, Susan Harbage Page, Reiko Hiramatsu, Uttam Kumar Karmaker, Silvia Levenson, Loredana Longo, MAD_Angela Ferrara e Dino Lorusso, Şükran Moral, Ketna Patel, Pushpamala N, Anton Roca, Jack Sal, Larissa Sansour Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire. &#160; a cura di / curated by Manuela De Leonardis promoters Marimo – brandlife designers and M.Th.I. Music Theatre International editore / publisher Postcart (www.postcart.com) ISBN 978-88-98391-08-0 Cake è un progetto non-profit a sostegno di BAIT AL KARAMA. Tutti gli artisti, gli autori dei testi e del progetto grafico, i partner e mediapartner hanno contributo a titolo volontario alla realizzazione del progetto con la finalità di sostenere la Cooperativa di donne palestinesi di Nablus che hanno dato vita alla prima Scuola di Cucina Palestinese (presidio Slow Food in Palestina) insieme a Fatima Khaddoumi, Cristina Bottigella e Beatrice Catanzaro / Cake is a non-profit project in support of BAIT AL KARAMA. All the artists, authors of texts, graphic design, sponsors and media partners have donated their efforts to the project with the aim to support the cooperative of Bait al Karama. The Nablus Palestinian women who have given birth to the first Palestinian Cooking School (Palestinian Slow Food Convivium in Palestine) along with Fatima Khaddoumi, Cristina Bottigella and Beatrice Catanzaro. BOOK LAUNCH &#8211; CAKE: VENEZIA &#8211; giornate inaugurali della 55. Biennale di Venezia – Caffè Quadri (31 maggio 2013) ore 10,00 / VENICE – opening of the 55. Biennale di Venezia – Caffè Quadri (May, 31 2013) at 10 a.m. ROMA – evento conclusivo della III edizione di Cerealia &#8211; Doozo (10 giugno 2013) / ROME – closing event of  III edition of Cerealia &#8211; Doozo (June, 10 2013) TRIGGIANO (BARI) – III edizione del festival letterario ANTIFESTIVAL (dedicato al Vizio) organizzato dall’Associazione Culturale “magARi” &#8211; piazza centrale di Triggiano (28 giugno 2013) / – TRIGGIANO (BARI) – III edition of book festival Antifestival (dedicated to Vices), organized by the Cultural Association “magARi” &#8211; central square, Triggiano (June, 28) NEW YORK – galleria White Box (luglio 2013) / NEW YORK –White Box gallery (July 2013) BOLOGNA – evento nell’ambito di Arte Libro &#8211; galleria OltreDimore (19-22 settembre 2013) / BOLOGNA – event during Arte Libro (Book Fair) &#8211; OltreDimore gallery (September, 19-22 2013) Testi / Texts: Prefazione e testi critici / Preface and critical texts Manuela DeLeonardis; Sulla via delle spezie /  On the spice road Antonio Marcianò; Tavole con le opere degli artisti + pagine del manoscritto (arabo/francese) + Ricette / Plates + pages of original manuscript (Arabic/French) + recipes; Biografie / Biographies Info tecniche / Technical information: formato 16,5&#215;23 / size size 16,5&#215;23  pagine 144 / number pages 144 rilegatura brossura cucita in filo refe 1.200 copie / 1.200 copies paperback with stitched binding; 200 deluxe con copertina bodoniana con dorso scoperto / 200 deluxe with hardboard cover and stitched open binding Lingua / Language: italiano/inglese / Italian / English Progetto grafico / Layout: Giampiero Quaini &#8211; Marimo brandlife designers Fotografie / Photographies: Enrico Caputo &#8211; CaroselloLab Traduzioni / Translations: Ihab Husni Mohammad Hashem (Arabo/Italiano / Arabic/Italian); Licena Lazzara (Francese/Italiano / French / Italian); Jack Sal (Italiano/Inglese / Italian / English) Sponsor: LuBo Fund, Atlanta / Piece of Cake Inc, Atlanta / Panella – L’Arte del Pane, Roma / Cantine Menhir – Minervino (Lecce) Partner organizzativi / Organizing partners:         Cerealia, Roma / Doozo, Roma / OltreDimore, Bologna / White Box, New York Media partner: art a part of cult(ure) / Diafa &#8211; Nur Edizioni Data di pubblicazione / Publication date: maggio / May 2013 Editore / Publisher: Postcart  www.postcart.com Tipografia / Printer: C.T.S. Grafica di Marcello Coltellini, Città di Castello (Perugia) Prezzo di copertina / Cover price: € 20,00 (deluxe € 40,00) ISBN 978-88-98391-08-0 Il ricavato della vendita del libro, tolte le spese di distribuzione/promozione sarà devoluto a BAIT AL KARAMA / The proceeds from the sale of the book, except for the costs of distribution / promotion will be donated to BAIT AL KARAMA Estratto dalla prefazione di Manuela De Leonardis: Cake è un libro di arte/cucina perché contiene, in dialogo con le ricette, le opere di diciannove artisti internazionali &#8211; Hassan Al-Meer, Paolo Angelosanto, Yto Barrada, Beatrice Catanzaro, Maimuna Feroze-Nana, Parastou Forouhar, Maïmouna Patrizia Guerresi, Susan Harbage Page, Reiko Hiramatsu, Uttam Kumar Karmaker, Silvia Levenson, Loredana Longo, MAD_Angela Ferrara e Dino Lorusso, Şükran Moral, Ketna Patel, Pushpamala N., Anton Roca, Jack Sal, Larissa Sansour &#8211; che si sono confrontati con il suo contenuto. Un viaggio colto che attraversa il sapere, contaminando linguaggi che si connotano di sapori, colori, profumi diversi.  L’idea nasce da un piccolo tesoro acquistato in un “charity shop” di Kensington High Street, a Londra, nel maggio 2012: un vecchio quaderno dalla copertina rigida scura, con i fogli a quadretti ingialliti, che misura 17x23x1 cm., le cui pagine sono fitte di scrittura a biro che cominciano a destra per procedere verso sinistra. Con l’inchiostro azzurro sono scritte meticolosamente, in arabo e francese (spesso gli ingredienti sono elencati in francese e le spiegazioni in arabo) oltre sessanta ricette di dolci &#8211; Mascot au chocolat, Koul Wal Ishkur, Pain d’Espagne, Amandine, Biscuits à l’Anis &#8211; molte delle quali associate a nomi femminili: Gateau chocolat Rose, Biscuit Ely, Croissant, Biscuit Linda, Sfouf Souad, Tarte Laurice, Kataif Souad, Gateau Tania, Tarte Hélène, Petits-fours Mary Karkalla… Oriente e occidente &#8211; mediati dall’azzurro del Mediterraneo &#8211; si rafforzano nelle pagine di questo manoscritto di cui non conosciamo la provenienza. L’analisi della scrittura araba lo mette in relazione all’area mediorientale, in particolare al Libano. Tra le ricette arabe, infatti, c’è quella del Sfouf, dessert tipicamente libanese. L’autrice ha annotato le sue ricette intorno al 1960/70. Questa voce femminile, che da singola diventa corale nel momento in cui traccia una mappatura di ricette trasmesse da altre donne (sorelle, mamme, zie, cugine, amiche o conoscenti), richiama un percorso analogo: [...]]]></description>
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