Fukushima no Daimyo. Alessandro Tesei

Fukushima no Daimyo
di Alessandro Tesei

In conclusione della mostra DISSOLVENZE, un omaggio video dell’AOCF58 Galleria Bruno Lisi, alla capacità di trovare l’Arte anche in un fatto tragico. Solo per un finesettimana. Questa volta vi aspettiamo di venerdì!

PROIEZIONE VIDEODOCUMENTARIO
FUKUSHIMA NO DAIMYO
di ALESSANDRO TESEI
venerdì 24 FEBBRAIO 2017
 ore 18,30

AOCF58 – GALLERIA BRUNO LISI
Via Flaminia 58 – 00196 Roma
Tel. 06 3610411 – aocf58@virgilio.it – www.aocf58

a cura di ANNALISA FILONZI
solo per un finesettimana: dal 24 al 26 febbraio ore 17.00 – 19.30

  • Artista ALESSANDRO TESEI
  • Titolo FUKUSHIMA NO DAIMYO
  • A cura di Annalisa Filonzi
  • Sede AOCF58-Galleria BRUNO LISI, via Flaminia 58 – Roma
  • Inaugurazione 24 febbraio 2017 – ore 18.00
  • Periodo dal 24 al 26 febbraio 2017
  • Orario venerdì sabato e domenica ore 17.00 –19.30 

Da quando nel 1965 uscì sul mercato la prima telecamera portatile e il primo videoregistratore della Sony, l’applicazione principale di questi strumenti nel campo dell’arte – prima di diventare sperimentale nel senso di ricerca come nuovo linguaggio – fu quello di testimoniare il presente delle azioni artistiche, e quindi tutte quelle performance e azioni del periodo Concettuale di cui con le sole foto si sarebbero perse componenti essenziali, come l’audio e il movimento.
Ora quello di testimone è un ruolo che si disegna bene intorno al regista Alessandro Tesei, fin dal suo esordio esploratore di contesti urbani e sociali guardati dopo il disastro, in situazioni in cui l’abbandono diventa un monito per una rovina che è solo responsabilità dell’uomo.
Alla Galleria Bruno Lisi viene dunque presentato, a cura di Annalisa Filonzi, un videodocumentario dal titolo Fukushima no Daimyo (Il Signore di Fukushima) (2014, 20’) che è una testimonianza del disastro ambientale e sociale avvenuto in Giappone dopo il terremoto del marzo 2011.
È stato girato circa due anni dopo, accedendo alla zona proibita, e mostra una natura che prende il sopravvento rispetto agli edifici e agli altri oggetti costruiti dall’uomo, che oggi non li abita più. Nelle immagini in bianco e nero delle strade deserte, l’unica forma di vita è quella artificiale: l’illuminazione elettrica che al crepuscolo si accende e la voce meccanica di un altoparlante, che ripete nel vuoto il messaggio di abbandonare l’area contaminata.
Ma l’intento di queste immagini, sebbene studiate sia nella scelta dell’inquadratura che nell’elaborazione del colore, non è poetico nella volontà dell’autore, ma di denuncia. La vera poesia sta nello sguardo e nell’azione di resistenza di Masami Yoshizawa, il signore di Fukushima, un allevatore della zona, ripreso in un’intervista che si intreccia alle immagini quasi statiche dei luoghi, il quale non ha mai lasciato la zona di evacuazione, continuando ad allevare gli animali, e decidendo di dedicare il resto della sua vita a far conoscere le conseguenze della radioattività, per un Giappone libero dal nucleare.

Kibou si chiama la sua fattoria, “speranza”, per un’umanità non più dominata solo da interessi economici.
Masami in questo senso compie, con la sua vita, pur inconsapevolmente, un atto artistico, cioè simbolico.
Non ha alcun senso continuare a svolgere il suo lavoro in quelle terre: ma Masami è consapevole che, se lo farà, potrà mostrare, nel futuro, le conseguenze delle scelte sbagliate dell’uomo sulla natura.
È un atto programmato, consapevole, l’azione di un artista relazionale, più che di un allevatore. “È giusto poter scegliere” dice nel video, riferendosi agli anziani che non potranno più tornare nelle loro case, e neanche più onorare i propri avi. La sua scelta è forse collocabile più vicino alla saggezza popolare, alla cocciutaggine del contadino, alla spontaneità di chi con la natura è abituato a convivere, sebbene sappia che è lei la più forte, rispetto all’uomo. Eppure il suo volto e le sue parole, mostrati oggi in galleria, insieme agli scatti che costituiscono lo storyboard del progetto, che mostrano insieme il dentro e il fuori delle conseguenze dell’incidente, non sono solo una documentazione diretta di una poetica postnucleare, ma riportano attenzione sul ruolo dell’artista come testimone e osservatore attento della realtà e quindi di denunciatore di situazioni di estremo pericolo della società e, potenzialmente, di provocatore di reazioni.
Annalisa Filonzi

Fukushima no Daimyo
(Il Signore di Fukushima)

  • 2014
  • Durata 20’
  • Riprese, sceneggiatura, regia, montaggio: Alessandro Tesei
  • Fotografia: Alessandro Tesei, Pierpaolo Mittica
  • Traduzioni e consulenza linguistica: Nao Ishiyama, Michele Marcolin
  • Ost: Satami Yanagibashi “Lascia ch’io pianga”, Giulio D’Agostino “Canon in D Major”
  • Supporto basistico: Michele Marcolin, Mikiko Kobayashi, Katsuhiro Yoshida, Mutsumi Yoshida
  • Calligraphy artwork: Massimiliano Giorgi
  • Special partner: Mondo in Cammino

Alessandro Tesei

Cresciuto nella splendida regione delle Marche, in Italia, si diploma in Arti visive e multimediali all’Accademia di Belle Arti di Macerata, con tesi sul documentario sociale. Ispirato da maestri come Herzog, Pasolini, Ciprì e Maresco, decide di intraprendere la strada del documentario sociale. Trascorre alcuni anni sperimentando varie discipline artistiche, come la scultura, la performance, il teatro, e prendendo parte a diverse mostre, tra cui il 52° Festival dei due Mondi di Spoleto. Nel 2008 si trasferisce in Irlanda, dove collabora come fotografo e videomaker con il famoso artista Kevin Sharkey.

Nel 2011, dopo l’incidente di Fukushima, decide di indagare e di raccontare la storia delle persone che vivono nelle zone contaminate. Da questa esperienza nasce il lungometraggio documentario “Fukushame – Il Giappone perduto”, vincitore dell’Energy Award al “Festival del Cinema Verde” (USA) e del prestigioso Yellow Oscar all’ “Uranium Film Festival” (Brasile).

Nel 2012 ritorna nella prefettura di Fukushima, per documentare la riapertura di una parte della zona evacuata e intervistare uno degli uomini simbolo del disastro, l’allevatore Masami Yoshizawa, che è il protagonista del cortometraggio “Fukushima no Daimyo”, vincitore di numerosi festival in Italia e all’estero.

Nel 2013, per la Onlus italiana “Mondo in Cammino”, si reca, insieme al fotografo umanista Pierpaolo Mittica ed al ricercatore Michele Marcolin, nella regione di Chelyabinsk, in Russia, luogo di uno dei maggiori incidenti nucleari della storia, per studiare le conseguenze della contaminazione radioattiva prolungata sul corpo umano e sulla nuove generazioni, e creare il documentario “Behind the Urals – The Nightmare before Chernobyl”.

Sempre in Russia, sviluppa un reportage su Karabash e Magnitogorsk, due fra le città più inquinate al mondo.

Attualmente sta lavorando su vari progetti documentari, con il governo Maltese sulla figura della donna e l’emancipazione femminile a Malta, con il giornalista Andi Radiu ad un nuovo progetto riguardante la massiccia emigrazione dei cittadini romeni nei paesi europei, e con l’Associazione Mondo in Cammino per due documentari su Chernobyl.

Conferenze:

  • 2014 – Carmagnola (TO): “Non tacere”, conferenza sul giornalismo e reportage in zone di guerra o inquinate
  • 2015 – L’Aquila: “I giorni di Fukushima”, conferenza sulla situazione giapponese dopo Fukushima.
  • 2015  – Tunisi: World Social Forum come relatore sui rischi dell’energia nucleare.
  • 2015 – San Benedetto del Tronto (AP): “Scatti dalle No Go Zones”, conferenza sul lavoro di reportage nelle zone inaccessibili.
  • 2017 – Jesi: “Nucleare a chi?”, conferenza sull’attuale situazione italiana e globale delle centrali nucleari
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E’ un magazine nato con l’intento di trattare in maniera agile e approfondita, di promuovere, diffondere, valorizzare le arti visive e più in generale la cultura della contemporaneità nelle sue molteplici manifestazioni

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