La rivoluzione nella pancia di un cavallo

La rivoluzione nella pancia di un cavallo: 25 marzo prossimo, al Teatro Ugo Tognazzi di Velletri, prima del tour che toccherà diverse città.

Incontrare la malattia fuori dalle etichette e dai codici: Franco Basaglia e la sua “cura” per una psichiatria al passo coi tempi.

Per parlare di Franco Basaglia bisogna iniziare dalla premessa. Non, però, intesa come prologo esplicativo ad un tipo di ragionamento sul personaggio, bensì alla base concettuale che lo psichiatra veneziano ha gettato per la rivoluzione che sarebbe scaturita di lì a poco.

È infatti fondamentale il lavoro impostato e messo in campo da Basaglia per far cessare quello scandalo umano e morale rappresentato dai manicomi: se non si vuole dare a colui che ha prestato il nome alla Legge 180 il merito complessivo del cambiamento, senz’altro è doveroso riconoscergli di aver creato i presupposti per lo stesso.

Nel 1978, con l’approvazione della legge del 13 maggio 1978, n. 180, in tema di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, si afferma un modo di pensare differente, diffuso grazie al lavoro del professionista, del medico e dell’uomo Basaglia.

Soffermarsi sul vuoto emozionale che un paziente prova quando viene immesso in uno spazio nato apposta per renderlo inoffensivo e avere il coraggio di dire che luoghi come i manicomi sono costruiti per l’annientamento dell’individualità fa risaltare ancor meglio la contraddizione in termini di ciò che consuetamente era tollerato, avallato, non combattuto.

«La malattia mentale» – afferma Basaglia – «è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, e nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento».

Oltre a stridere con la logica della riabilitazione, del recupero, il malato nella visione proposta dal modello Basaglia perde lo status di degente in un’accezione negativa e terminale, diventando un paziente ma soprattutto un essere umano, con il pieno diritto di uscire dallo schema «istituzionalizzante» per entrare nel suo, personale, privato e intoccabile.

Dall’espressione e dall’identità all’arte, il passo è breve, se non automatico. Ecco spiegati alcuni dei motivi che hanno portato al progetto intitolato “La rivoluzione nella pancia di un cavallo”, nato da un’idea della psicoterapeuta e cantautrice Daniela Di Renzo, ed espressione teatrale e musicale di una storia che, tra fantasia e reale, si ispira liberamente a Franco Basaglia e alla diffusione della psichiatria critica in Italia.

Quaranta anni dopo la promulgazione della legge che ha comportato il superamento della logica manicomiale, un gruppo di professionisti ha deciso di proporre un lavoro innovativo che coinvolge le strutture sanitarie e gli addetti ai lavori, ma si rivolge a tutti per far conoscere una storia che merita di essere approfondita.

Il cast è composto dall’autrice, deus ex machina e voce Daniela Di Renzo, da Marica Roberto (volto) Emiliano Begni (pianoforte e voce), Stefano Ciuffi (chitarra acustica), Francesco Consaga (sax soprano e flauto traverso), Ermanno Dodaro (contrabbasso), Sofia Bucci (fotografia e collaborazione al testo teatrale) e ha l’ambizioso intento di portare in giro per l’Italia la voce di Basaglia e la sua rivoluzione, che anziché riempirsi di retoriche frasi svuotate di senso ha fatto dei suoi pilastri la dignità della persona e l’aspetto civico e umano connaturato alla società.

Lo spettacolo si avvale del supporto dell’Associazione Psichiatria Democratica, direttamente coinvolta in qualità di partner del progetto, e del CSM di Tor Marancia, nonché della Cooperativa Integrata Radio Fuori Onda, con il quale è stato sottoscritto un accordo per la realizzazione dell’Ufficio Stampa Nazionale.

Questa sinergia tra enti, che per la data zero si avvale del patrocinio del Comune di Velletri e del sostegno dell’Associazione Culturale Memoria ’900, è stata quasi naturale visto il comune denominatore, rappresentato dalla svolta di Franco Basaglia e da ciò che esso ha simboleggiato nel Novecento.

Parole cardinali nella composizione della parte artistica, che si è avvalsa della sensibilità musicale e poetica abbinata alle competenze professionali della psicoterapeuta Daniela Di Renzo, trovano sintesi proprio in alcuni punti del manifesto programmatico di Psichiatria Democratica, non a caso parte integrante del progetto.

«Continuare la lotta all’esclusione, analizzandone e denunciandone le matrici negli aspetti strutturali (rapporti sociali di produzione) e sovrastrutturali (valori e norme) della società; continuare la lotta al “manicomio”, come luogo dove l’esclusione trova la sua espressione paradigmatica più evidente e violenta, rappresentando insieme la garanzia di concretezza al riprodursi dei meccanismi di emarginazione sociale».

A distanza di decenni dal 1973, anno in cui Basaglia ha fondato l’Associazione Psichiatria Democratica, resta immutata la volontà di mantenere vivo l’impegno etico-politico contro «l’emarginazione, l’esclusione, la segregazione dei pazienti con problemi psichiatrici». Ciò che sembrava una chimera, termine che rievoca e non poco Dino Campana, altro genio internato che nei suo Canti orfici ha lacerato l’anima dei posteri con struggimento ed evocazioni, Basaglia ha lavorato per svuotare gli ospedali psichiatrici e collocare i pazienti in un percorso di crescita consono all’interiorità e alle esigenze dell’io.

Una nuova cultura, intesa nel raggio più ampio del termine, per trattare in modo diverso (celebre è proprio l’affermazione sul nuovo modo di «affrontare la questione») il disagio mentale, vissuto in prima persona da chi non sa difendersi e va quindi supportato nel re-inserimento sociale, non nell’emarginazione in una prigione dorata.

“La rivoluzione nella pancia di un cavallo”, allora, trova la giusta ispirazione, libera come avrebbe voluto il Maestro Basaglia, ancora nelle parole dello psichiatra che aprì i cancelli, alti e spinosi, dall’altra parte dei quali – parafrasando una canzone di Simone Cristicchi – si trovava, secondo ‘matti’, la risposta:

«La nostra azione di rovesciamento ha avuto inizialmente questo significato: smascherare la violenza dell’istituzione psichiatrica, dimostrare la gratuità ed il carattere puramente difensivo delle misure repressive manicomiali, attraverso l’edificazione di una dimensione istituzionale diversa, dove il malato potesse gradualmente ritrovare un ruolo che lo togliesse dalla passività in cui la malattia, prima, e l’azione distruttiva dell’istituto, poi, lo avevano fissato. In questo senso l’avvio ad una nuova dimensione terapeutica doveva passare attraverso la distruzione della realtà manicomiale in quanto autoritario-gerarchico-repressivo-punitiva, per giungere a costituire un’istituzione dove la libera comunicazione fra malati, infermieri e medici avrebbe sostituito le mura e le sbarre, nell’azione di sostegno e di protezione per i malati»
(Le contraddizioni della comunità terapeutica, a cura di Franco Basaglia, 1970).

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