La lunga stagione del condor. All’est e all’ovest c’è ancora lavoro (ma anche a sud e a nord)

I successi più grandi non vengono dalle operazioni di spionaggio condotte nell’ombra e nel mistero ma nascono dalla paziente lettura, per ore ed ore, di periodici tecnici altamente specializzati. Essi (i ricercatori della Cia, animati da patriottismo e senso del dovere), sono veri e propri studiosi professionali e la loro opera è tanto oscura quando inestimabile.
 – Lyndon B. Johnson, Presidente degli Stati Uniti

“Dunque si cambia: gli 007 devono essere donne, non uomini, appartenenti a minoranze etniche, non bianchi; più bravi a muoversi nei social network, su Facebook e Twitter, che a sorseggiare Martini…”
– da Repubblica del 26/10/2016


Capitò a Malcom ne I sei giorni del Condor di preferire Nero Wolfe a Don Chisciotte, ma delle sue predilezioni non prendemmo nota, perché nella rastrematura cinematografica del romanzo di James Grady, di giorni ne rimasero solo 3 al personaggio interpretato da Robert Redford per sventare attentati e arrivare alla verità senza essere eliminato lui stesso.
Un passacarte diveniva agente su campo e metteva in scacco le mele marce dell’organizzazione.

I tre giorni del condor, Robert Redford

Sono trascorsi più di 40 anni, ma la stagione del condor non è ancora finita e i poli li tocca tutti, con serie tv efficacissime (come Homeland) e soggettisti del calibro di Gideon Raff.

Ma all’inizio fu un inglese, Ian Fleming, a regalare agli 007 la fama di eleganti sciupafemmine.

A quanta gente sarebbe piaciuto divenire un agente segreto?

Conservo un’istantanea nella memoria, ritrae una giovane donna con indosso un cappotto rosso che ha acquistato a Zurigo. È a tutta ruota, con il collo di volpe, stretto in vita da un’alta cintura con fibbia color melograno; i capelli raccolti sotto una parrucca mogano, a caschetto, con i tirabaci; una spilla con una farfalla e un fiore sbalzati in oro, appuntata sul rever. A guardarlo da vicino, il pistillo di quel fiore oscilla sopra una minuscola molla: l’antenna di una ricetrasmittente.

Avida lettrice di romanzi di spionaggio, mia madre osserva divertita il mio stupore di bambina e, accomiatandosi, annuncia di doversi recare ad un meeting dell’FBI.

Drammatici reticoli, castelli di carte, vicende rocambolesche: eppure tutto sembrò finire quando il muro fu abbattuto e i creatori di pirotecnici racconti su Kgb, Cia, Intelligence Service, Mossad e via enumerando, sembrarono ritirarsi con le pive nel sacco.

Niente di più sbagliato.

Frederick Forsyth, Ken Follett, Tom Clancy e John Le Carré, gli autori che avevano dato vita alla leggenda degli agenti segreti “autentici”, quelli che a James Bond strizzavano l’occhiolino dalle poltrone delle buie sale dei cinematografi, preparavano la riscossa. Qualcuno di loro lo fece tracciando scenari nuovi, dove il Medio Oriente poteva ancora fruttare tramutando romanzi mozzafiato in valuta pregiata, ambita non solo dai colonialisti dei nostri giorni.

In questa carrellata di maestri delle trame, lo scrittore John le Carré, lungi dall’essersi spento all’alba della fine della Guerra Fredda, è divenuto un autore di rango, mantenendo un’alternativa al suo Circus dello spionaggio britannico, che aveva delineato con una psicologia sua propria, un linguaggio definito, una scrittura notevolissima (almeno in inglese, tradotta in moltissime lingue) e in grado di stravendere le copie dei suoi romanzi.

Un mondo, quello di le Carré, sulle cui tracce puoi risalire alle memorie segrete del celebre Dottor Watson che Sir Arthur Conan Doyle non volle raccontare. Vi si ricollegò M&M Harwick in Vita privata di Sherlock Holmes sul cui soggetto Billy Wilder girò un film godibilissimo (ma non tanto quanto il libro).

Una think tank, quella del fratello di Sherlock, che in questioni di sicurezza era stata la più antica del mondo, istituita addirittura dal Duca di Wellington nel 1831: Royal United Service Institute. La serie tv Sherlock, ambientata ai nostri giorni, ne offre un insight intrigante.

 Non tutto è fantasia.

Incrementato sotto la dicitura MI5 (meno noto come SIS, ovvero Secret Intelligence Service), dopo l’attentato a Londra del 2005, il servizio di antiterrorismo lavora di concerto col GCH, che equivale alla NSA americana, ovvero il servizio di spionaggio elettronico. I servizi segreti inglesi hanno aperto il reclutamento fino all’anno in corso, preferibilmente a coloro che siano vivaci sui social, senza tatuaggi, meglio se di altre etnie, omosessuali e lesbiche ( il servizio segreto più antico del mondo è uno dei mestieri più gay friendly che esista). Così anche la sezione dell’MI6, quello dei Bond bianchi e anglosassoni, si rinnova.

Una realtà da romanzo, ti viene da dire, ma è questo lo scenario di cui le Carré non perde un colpo.

Il suo vero nome è David Cornwell, una leggenda tra gli autori di storie di spionaggio, oramai ottuagenario vive in un luogo fantastico prossimo alle ultime scogliere della Cornovaglia (di cui possiede un tratto). Assistendo al recente film Cena con delitto, al cinema, ho pensato che il regista si fosse ispirato a lui per il personaggio principale, oltre che ad una sceneggiatura di Anthony Perkins e a certi libri della Christie. Niente è più affascinante del reale, sopratutto se un autore ha vissuto una vita da romanzo come le Carré. Fu lui stesso agente del servizio segreto di Sua Maestà, fin quando la sua copertura saltò a causa di un agente doppiogiochista del KGB (!)

Il mondo di le Carré potremmo definirlo balzachiano: possiede un linguaggio perspicuo, una logica stringente e, a suo tempo, riuscì a contrapporre il braccio di ferro tra due superpotenze in lotta tra loro, due mastini con i pechinesi di contorno.

Una visione mai manichea, inequivoca, della categoria dei buoni e dei cattivi, espediente con cui aveva prefigurato il crollo di certe adamantine certezze. Cortine e muri che si andavano sgretolando e che ora purtroppo si stanno rialzando, assieme a quella guerra fredda che sembra riemergere dal baillamme della politica internazionale, sconfinando nelle proxy war.

Nella malinconia dei suoi romanzi, La casa Russia e La spia perfetta, i tempi de La spia che venne dal freddo sembrano già lontani.

immagine per immagine per le Carré
La casa Russia, Sean Connery

Tutto stava sfumando, non c’erano vincitori e vinti:
A volte un vincitore non c’è e nessuno ha bisogno di perdere, aveva dichiarato George Smiley ne Il visitatore segreto.

Il personaggio principe dei romanzi di le Carré aveva proseguito asserendo “che non bisognava farsi ingannare dalle apparenze perché era stato il loro imperatore ad avere la grinta di dichiararsi nudo, non il nostro”.

Un imperatore nudo a cui è stato fatto uno scherzo assai brutto.

Per chi sia troppo giovane per ricordarlo, la frase di Smiley si riferisce a quella pronunciata da Mickhail Gorbachev per annunciare la fine della guerra fredda.

Ma a dispetto di ogni previsione, quel mondo fittizio che tanto fittizio non è, sta ancora in piedi, come dimostra Il sarto di Panama, in parte tributo a Il nostro agente all’Avana di Graham Greene, in cui un sarto provoca una crisi internazionale.

Il sarto di Panama, Pierce Brosnan

O The constant gardener-la cospirazione che divenne un film nel 2005, liberamente tratto dallo scandalo in cui incorse una casa farmaceutica. In A most wanted man (Yissa il buono) l’accento viene posto sulla contemporaneità nei suoi risvolti più ambigui: un immigrato turco di terza generazione ad Amburgo, incontra un ragazzo gracile, Yissa Karpov; è un profugo ceceno, fuggito da una prigione russa, entrato clandestinamente per studiare medicina. Ma non tutto è come appare. Il lettore finisce per vivere la stessa esperienza clandestina, passando in rassegna, assieme a le Carré, le consuetudini più diffuse, volte a giudicare e ghettizzare. Un romanzo che evidenzia le contraddizioni della grandi democrazie occidentali e la loro arroganza di potere esercitata sui popoli più deboli.

E come non sorprendersi della più recente trasposizione cinematografica di Our kind of traitor (Il traditore tipo), che tratta della mafia russa e dei risvolti del riciclo di favolose somme di denaro in attività al di là di ogni sospetto?

Our Kind Of Traitor, Ewan McGregor

Il thriller, prodotto dai figli dello scrittore, si avvale della consulenza di Federico Varese, professore di criminologia all’università di Oxford, che, a suo tempo, illustrò al grande autore un ventaglio di storie assolutamente plausibili riguardo la criminalità russa.

E non solo. Nello scrivere i suoi libri, le Carré allestisce una sua personale memoria storica: a volte sembra che certi personaggi siano superflui perché abbozzi di vicende aleggiano su fatti senza spiegazione. Ma poi li ritrovi in romanzi successivi e ti è richiesto lo sforzo di raccordare gli avvenimenti. Escamotage geniali conducono la narrazione facendo del lettore l’affidatario di quei ricordi letterari: non già fantapolitica, ma un allenamento a più reali paragoni. Abilità da grande romanziere, degno del Nobel. E non solo vicende intricate, ma anche amore e sofferenza: come quella storia della bimba cambogiana, prostituta per scelta ideologica, e del gigante ex gesuita, in cui riecheggia Cuore di tenebra di Conrad. E qua e là, è tutto un florilegio culturale che, a ben guardare, può andare dalla Divina Commedia a Graham Greene, fino a Truman Capote e Robert Musil.

Una realtà internazionale che l’autore descrive dagli anni 60 del secolo scorso, annotandone finemente i cambiamenti: ora lottiamo contro tycoon ricchi e potenti, che commerciano armi e sovversione e le guerre scoppiano per interessi (armi, petrolio). Gente grama a cui le manette ai polsi non scatteranno, perché affiancati da un’attività perniciosa a largo raggio.

Andata la vecchia schiera di spie, i tempi diversi richiedono gente nuova, anche se a me vien voglia di tornare laggiù, dietro il sipario di Cambridge Circus, a cercare tra le sue grisaglie e il borbottante understatement di quelle figure in pensione, qualche appassionante schidione narrativo.

Vi prego non chiamatemi più” prega in un romanzo un elusivo George Smiley.

Lo ascolteranno i nuovi 007, marezzati di glaciale durezza, cresciuti da genitori yuppi negli anni 90?
Quale sarà il loro campo di operazione?

Se un tempo si smascheravano i gregari, tra trabocchetti e fine psicologia, sospettandoli di doppio gioco, ora che il mondo è cambiato, quelle figure finiranno per essere inghiottite dalle sabbie del tempo?

Come nell’ultima fatica dello scrittore, del 2019, dove Nat, una spia al servizio di Sua Maestà, torna in patria dopo anni all’estero, constatando di trovarsi in un paese fatto sbandare dalla Brexit…

Addio grillo parlante di una logica dell’equilibrio di forze che non c’è più. Che bello poter dire di aver ucciso il drago e che ora il mondo è più bello. Ma non si può. Non più.

I libri (e i film) tratti da le Carré, narratore fine ed elegante, ostile alla logica del profitto a danno dei deboli, hanno finito per stratificarsi come un millefoglie: nessun personaggio o azione sono mai come appaiono o come sarebbero potuti (o dovuti) essere…

La smetta di provocare torbidi nei Balcani o in Africa (dice Ned, personaggio di le Carré) di arricchirsi su guerre che scoppiano solo perché qualcuno ha armi da vendere: quali conseguenze, in termini di disequilibrio internazionale e di autentiche migrazioni di massa abbiano come risultato simili traffici nel mondo reale, è sotto gli occhi di tutti”.

La replica dell’altro non tarda: “Con i miei traffici do da lavorare a tanta gente”…

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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