La fisica ci somiglia. Jim Al Khalili a Pordenonelegge

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Jim Al Khalili

La fisica fa paura, sembra lontana, sembra altro da noi. Eppure, sentendo parlare Jim Al-Khalili, fisico teorico e divulgatore, ci si ricorda che la fisica è per sua natura l’oggetto che racconta la realtà. E quindi ci mette di fronte anche ai nostri desideri: primo fra tutti, il bisogno di una teoria  che permette di spiegare tutto.

Avere una teoria del tutto è un’esigenza emotiva o logica? Si domanda Chiara Valerio, incalzando Al Khalili a Pordenonelegge. «Vent’anni fa, pensavo che fossimo riusciti a comprendere l’universo attraverso la matematica, era logico che si cercasse una spiegazione più semplice, che unifichi. Adesso penso ci sia un livello più profondo».

Nel suo ambito di studio, spiega il fisico britannico, ci sono due protagonisti: la meccanica quantistica e la relatività. L’una analizza il micro, l’altra i grandi oggetti della realtà, il macro; in generale, i due aspetti non si conciliano. La prima, ad esempio, presuppone che un elettrone possa trovarsi contemporaneamente in due posti diversi, la seconda che la materia causa una curvatura nello spazio tempo in cui è collocata. Se sono vere le due cose, significa che lo spazio può essere curvato in due punti contemporaneamente.

Una possibilità del genere, evidente che abbiamo un bisogno di unità, dirci che tutto l’universo deve seguire le stesse regole; e allora abbiamo bisogno di capire, fare quello che ci rende umani.

Così come meccanica e relatività non si conciliavano fino a qualche decennio fa, così si guardava con sospetto chi coniugava ricerca fisica teorica e divulgazione. Ma, sorride Al Kahlili, le cose sono cambiate: «Cosa serve scoprire i segreti della tecnologia per tenerli per sé?».

Per lui, spiega, «la ricerca è fondamentale perchè voglio sapere come funziona il mondo, ma anche provare il piacere di spiegare a qualcuno le cose che ho imparato come se le conoscesse la prima volta. Perché così anche per me è come conoscerle la prima volta».

Nascono così saggi come Il mondo secondo la fisica (Bollati Boringhieri) e incontri come questo, in cui, commenta Valerio, il fisico nato a Baghdad offre il suo sapere con la cura con cui lo farebbe un antico mercante di pietre preziose, dall’alto del suo sapere ma con l’empatia sufficiente ad essere disposto ad affidarle alla persona giusta quando la riconosce.

Ed è con la fascinazione con cui si osservano le gemme che il pubblico di Pordenone assiste a questo denso incontro di intelligenze, in cui temi che basterebbero per portare a casa una laurea vengono discussi con limpida leggerezza. Così si comprende, ad esempio, che non solo nella fisica teoria e pratica sono due aspetti della stessa necessità, perché ogni modello va testato.

Così come in fisica si specchiano l’uno nell’altro quelli che Khalili chiama tenebristi e lampionisti. L’esempio è immediato. È sera, torni a casa e ti accorgi di aver perso le chiavi lungo la strada: le cerchi soltanto dove c’è luce o a tentoni anche fuori dal cono di luce dei lampioni?

Nel primo caso sarà certo più facile, ma la possibilità di trovarle senz’altro  minore. Nel secondo caso è più difficile ma se troverai quello che cerchi avrai compiuto qualcosa di straordinario. La metafora è presto sciolta: i lampionisti sono i cosmologi, che portano alla fisica teorie ancora non verificate sperando che un giorno qualcuno le provi, che tra le loro idee pazze ce ne sia una giusta.

Non solo: L’astrofisico ci porta tecnologie per esplorare i confini dell’universo, ma anche il dettaglio del funzionamento.
La domanda, a fronte di un saggio che fa il punto sullo stato dell’arte della fisica, è inevitabile: esistono altre vite? La risposta del fisico inglese è netta: «L’universo è tanto grande che è logico ritenere che esistano altre vite, ma non sappiamo come sono. Perché dovrebbero autodistruggersi  o dovremmo farlo prima di entrarci in contatto? Certo, potrebbe trattarsi di civiltà molto avanzate, e forse non li abbiamo incontrati solo perché troppo lontani».

Accostando un fisico e una matematica, impossibile non interrogarsi su analogie e differenze. Non già nello stretto recinto degli strumenti delle discipline, ma piuttosto – come suggerisce il saggio di Valerio sulla relazione tra matematica e politica, per quanto riguarda la loro capacità di essere strumenti per tutti per conoscere la vita.

Secondo il fisico, «i matematici sono più liberi dei fisici, possono esplorare le conseguenze delle equazioni slegate dalle conseguenze sul mondo reale. Ai fisici interessano solo i modelli che possono effettivamente spiegare la realtà». Eppure, entrambi sanno insegnare una postura di vita, che ha a che fare con il metodo scientifico. Non solo con i numeri, il dovere è agire il dubbio, discutere ogni teoria e saperla abbandonare se non spiega il mondo. «I matematici hanno il vincolo della logica, possono svilupparle anche per la bellezza».

Ed è questo modo di procedere che permette di essere persone migliori, facendo di due materie scientifiche, concordano, due prassi civili, allenamenti al pensiero critico e logico.

E poi, ancora una volta, l’educazione alla centralità dell’errore, l’orrore del contemporaneo. In politica, ad esempio, ammettere un errore significa mostrarsi debole. Nella fisica è un punto di forza.

Anche questo occorre insegnarlo. Anche quando, ad esempio, Al Khalili si accorge, durante un documentario di aver sbagliato un errore logico. Secondo l’attitudine diffusa, il committente invita a correggere. Il fisico rifiuta, perché si tratta dell’esempio perfetto per spiegare il funzionamento di una teoria. «Andava lasciato così, e volevo che fosse aggiunto in coda il punto in cui correggevo l’errore».

Così dall’antichità procede la scienza e la divulgazione, chiamata da sempre a rispondere a esigenze pratiche. Ci sarà sempre un committente contrario, pronto a spiegare che la nostra reputazione, di fisico o di cittadino, ne uscirà danneggiata. Ma, chiude Al Khalili, in entrambi gli ambiti «l’errore riconosciuto fa progredire. Così in politica, non è solo un tema di onestà. Ha, piuttosto a che fare con la possibilità di correggere,  generando un’occasione di progredire per tutti».

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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