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Dna: sbarca a Napoli la mostra delle dee dell’acqua, l’artista Beatrice Zarvas, in arte Arwen

data dell'evento
7 Novembre 2026

luogo
Napoli

L’artista tedesca Beatrice Zarvas, in arte Arwen, sarà nella Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo a partire da sabato 7 novembre con la mostra Dna.

Si intitola Dna, la nuova personale di Beatrice Zarvas, l’artista tedesca, in arte Arwen, celebre per le sue figure femminili che sono un ibrido tra origine, mito e tecnologia.

Dopo Germania, Medio Oriente e Stati Uniti, Arwen sbarca a Napoli, a partire dal prossimo mese di novembre, con una mostra davvero unica nel suo genere, fortemente voluta dal curatore Fabio Maietta.

“Abbiamo deciso di portare proprio a Napoli, città simbolo di passaggi, miti e tradizioni, l’ultimo lavoro di questa artista internazionale conosciuta, davvero, in tutto il mondo – spiega Maietta -. La sua ricerca artistica porta, per la prima volta, nel cuore della città partenopea, una ricerca visiva capace di intrecciare psicologia, mito e sperimentazione attraverso un linguaggio moderno, tecnologico e, decisamente, contemporaneo”.

Le figure femminili, 12 sirene per 12 marinai, non sono semplici rappresentazioni ma codici originari, matrici simboliche che attraversano la storia del mito, a iniziare  dalle origini.

“Le sue – spiega il curatore – sono cariatidi — ispirate alla serie Karyatiden. Hommage à Francesca Woodman —  non sono figure piegate dal peso o dall’età. Esse sono vere e proprie dee contemporanee, autonome, mobili, immerse nell’acqua, limbo leggero che sospende la gravità e restituisce al corpo potenza e possibilità di metamorfosi.

L’acqua diventa così luogo di passaggio, spazio vitale dove il corpo si libera e si riattiva come archetipo vivo, come sequenza genetica della nostra memoria culturale”.

Le cariatidi, che lei immerge in quello stato di grazia che è l’acqua, sono ben lontane dalle dee greche, sono piuttosto figure contemporanee che sembrano uscite dalla mitologia del duemila.

Ed ecco, allora, Afrodite, che al posto dello specchio, ha uno smarthphone, Diana che caccia in uno spazio digitale, Elena che sembra la bellezza stereotipata prodotta in serie, Nike che accende la fiamma della vittoria, che non è più un evento conclusivo ma permanente. E poi c’è Anfitrite, il cui mare è ormai imperfetto e sconvolto dalla mano dell’uomo. E persino le muse, Talia e Melpomene, custodiscono il linguaggio, a tratti inquinato, dei media.

Prima di approdare a Napoli, questa mostra, tanto surreale quanto tecnologica che trae ispirazione dalle origini del mondo raccontato in chiave moderna, è stata presentata lo scorso anno al World Art Dubai, allo Spectrum di Miami e ad Atene; oltre che in una trilogia di mostre personali, in Italia, riunite sotto il titolo “Pillars” (Matera – Palazzo Arcieri e Palazzo Malvini Malvezzi e Potenza –  Museo Archeologico Provinciale).

L’artista tedesca, che si è formata come psicologa clinica, ha presentato in questi luoghi un approccio interdisciplinare, che unisce fotografia subacquea, sospensione e rinascita. Scenografie dipinte a mano, costumi originali e interventi di intelligenza artificiale che trasportano il visitatore dentro un linguaggio visivo, che si colloca tra percezione, identità e memoria culturale, dove la femminilità, che rimanda alla bellezza delle origini, diventa spazio di rivelazione, forza e trascendenza.

Tutto il processo creativo avviene, sempre, all’interno di quell’elemento naturale che ci ha visto nascere: nell’acqua, o meglio, in vasche riempite di acqua e da lei appositamente progettate. Le sue modelle, le sue dee, danzano con scenografie fisiche e digitali. Da quella danza, immortalata con migliaia di scatti, alcuni anche in apnea, nascono poi i suoi quadri: opere d’arte su fogli di un alluminio, realizzato ad hoc in territorio tedesco.

Per Arwen si tratta: “di un vero e proprio stato di trance una esperienza di kaiors”, dal greco, quell’attimo giusto dove tecnica, arte e casualità si allineano lungo lo stesso asse. Il riferimento a Platone e al suo mondo delle idee è immediato. L’artista lo definisce come “un sogno condiviso che ci porta oltre la realtà visibile”.

Attivare il Dna non significa, infatti, copiare il passato ma piuttosto prendere la forza che esso possiede e trasportarla nel presente: “Perché la memoria culturale – conclude Maietta – non è passiva. Essa può evolvere, resistere, rispondere ma, soprattutto, può generare, senso di responsabilità”.

  • La mostra, che sarà esposta a Napoli nella Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo a partire da sabato 7 novembre fino al 17, aprirà col vernissage del sabato alle ore 19.
  • Sarà  visitabile, gratuitamente, dal martedì al venerdì dalle 10 alle 18; mentre il sabato e la domenica solo la mattina: dalle 9.30 alle 14.30.