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ARIA d’estate… Un fresco tuffo nelle arti contemporanee

Un caldo viaggio, direzione Formia, inseguendo una boccata d’ARIA e nella testa il desiderio di tuffarmi nelle sue fresche acque, rompendo questa afa che attanaglia. “ARIA [rivista d’artisti]” e acqua si incontrano in estate nella località marittima ai confini di Lazio e Campania, dando luogo, col patrocinio del Comune di Formia ed il suo Assessorato alla Cultura, ad un performante tuffo estivo nell’arte contemporanea: all’incrocio tra terra, mare e cielo si staglia la suggestiva Torre di Mola e nella sua ombra l’accogliente combriccola di artisti cerca refrigerio in un momento di pausa. Per questa occasione, e per la prima volta, tutti gli artisti della redazione partecipano all’evento con un non usuale affiatamento condiviso anche con le new entry del gruppo.

Una mostra ricchissima si snoda lungo i muri curvi della Torre esponendo nei lavori di 27 artisti, molti dei quali realizzati ad hoc per l’evento, un ventaglio di linguaggi diversificato (fotografia, video, pittura, scultura, installazione, performance) e concentrato sulla ricerca delle possibili formalizzazioni e le più diverse interpretazioni del fenomeno tuFFFo.

Dalla dimensione agonistica alla giocosità, dalla ritualità che implica l’attraversamento, all’accento sulla fisicità del gesto, dal movimento acrobatico alla plasticità sospesa dell’attimo.

“Il tuffo simboleggia l’unione completa tra l’uomo e gli elementi vitali; saldamente radicato in terra: il corpo viene lanciato a librarsi nell’aria per poi frangere la superficie ed avvolgersi d’acqua. Un breve istante in cui si racchiudono le infinite mutazioni della specie umana, un attimo in cui ripercorrere i continui cambiamenti di prospettiva ai quali l’uomo si è adattato, finendo per rivestirsi di una natura duttile, proteiforme, incessantemente protesa verso il cambiamento.”

Immediatamente si nota la tendenza dell’allestimento a trovare una relazione profonda con lo spazio architettonico. Esemplari sono certamente le installazioni audiovisive di Iginio De Luca, Paolo Assenza, Lino Strangis e Ali Assaf.

Iginio De Luca inaugura la sua prima partecipazione ad una esposizione a Formia, sua città natale, con il video Nato a Formia e residente a Roma realizzato nel 2010. L’opera racchiusa all’interno di una sala curva che rimanda, grazie anche alla sua acustica, ad un ventre materno, divide lo spazio orizzontalmente attraverso la giustapposizione di due inquadrature, due paesaggi uno dritto l’altro capovolto. I luoghi di ripresa di questi orizzonti, appartenendo alla sua nascita (l’ospedale di Formia – in basso) e alla sua attuale residenza (il terrazzo condominiale del suo studio da cui si vede una parte di Roma), costituiscono un viaggio interno ed esterno all’autore. Dalla congiunzione delle immagini in movimento, che esplorano scorrendo il paesaggio, nascono inusitati raccordi, consonanze e dissonanze nella relazione dei tre elementi (aria, terra, acqua) che ne compongono gli orizzonti.

Paolo Assenza si è aggirato in tutti gli spazi della Torre nei giorni afosi precedenti alla mostra con A bagnarola rossa chiedendo a chi incontrava (persone del luogo, artisti – e non solo – partecipanti e in visita) di bagnarsi con l’acqua ristoratrice della sua bacinella. Il risultato è un video-ritratto di luoghi, momenti, gestualità, di persone messe a confronto con l’acqua e con l’immergervisi consapevoli di contribuire ad un’opera relazionale che costruisce percorsi all’interno degli spazi esplorati e li impregna di presenze e vita.

Di Lino Strangis il Tuffo… refrigerio e sospensione del giudizio. All’interno di tre televisori appesi a grappolo e collegati ad una proiezione che, squarciando il centro della torre, diffonde il suo fascio luminoso di taglio lungo le pareti fino ad ancorarsi al muro che da sulle scale, in modo da rendere possibile una visione vertiginosa, anche dal basso. La sequenza in multivisione immortala una tuffatrice impegnata in un vorticoso movimento acrobatico che si protrae in un tempo circolare per cui l’intervallo di sospensione tipico del tuffo (quello che intercorre tra il salto e l’impatto con l’acqua), è prolungato all’infinito. Del tuffo viene individuata quindi una delle tre fasi, quella centrale, frangente emblematico di uno stato di transizione in cui il giudizio (inteso in vari sensi) è momentaneamente, come dal titolo del lavoro, “in attesa” (con voluto riferimento – lo riferisce l’artista – anche alla situazione giudiziario-politica dei giorni intorno all’inaugurazione della mostra). Una coreografia perfettamente integrata nello spazio architettonico, in fondo semplice, ma di grande impatto sia sul piano percettivo che su quello delle stratificazioni di senso.

Anche Narciso, l’opera di Alì Assaf, trova nella relazione tra audio-visione ed architettura la possibilità di evocare (ben oltre richiamata sala museale che pur apparterrebbe al Caravaggio da cui l’opera deriva l’iconografia) uno spazio privato, intimo, in cui un Narciso in là con gli anni, si specchia nell’acqua ma, nel guardare il suo riflesso, da questa vede emergere e scorrere i suoi ricordi materializzati in foto ed oggetti attraverso cui ripercorrere la sua vita. Un tuffo mancato, un innamoramento di sé che in età matura si trasforma in conoscenza di sé, ma anche in ricordo e forse in nostalgia.

La dimensione installativa permette di indagare anche il coinvolgimento dei cinque sensi che nel passaggio di stato vengono stimolati.

Attraverso le opere si snoda un percorso sensoriale che va dalla vista all’udito nello “Spartiacque” di Roberto Piloni. L’artista genera un’atmosferica soglia puramente sonora nello spazio liminale tra due ambienti e li pervade con il suono – o meglio il tonfo in acqua – di un tuffo che giunge sempre improvviso e spiazzante.

L’installazione di pittura, luce e audio “RiflessiONE utopicA” di Francesco Impellizzeri proietta sul soffitto la frase, composta al contrario con cerchietti di colore bianco su lastra di vetro, “un bel tuffo utopico dona sano refrigerio nell’afosa assenza di puro senso creativo” accompagnandola con una dolce melodia marinara registrata.

Nel percorso troviamo l’olfatto dello “Spazio Privato” di Cristiana Pacchiarotti, delimitato da un delicato profumo di rose i cui veri petali sono stati cristallizzati e sospesi in un manto trasparente che segna il confine tra due ambienti o, come fa altrove, dischiude la luce esterna di un piccolo finestrino ellittico all’apparizione dei piccoli petali rosa.

Ci si imbatte ancora nell’olfatto e poi pienamente nel gusto con Andrea Lanini il quale nell’installazione interattiva (ed itinerante) del “Di vino pozzo” ricostruisce in cartone di riciclo una opulenta vera da pozzo che ricolma di vino, a cui gli astanti possono attingere. Genera così, ovunque si trovi, un centro di partecipazione e di incontro, una piazza, perfettamente rispondente alla convivialità dell’inaugurazione e, pure, del finissage della mostra.

Nel tuffo inteso come percorso e scelta si possono ritrovare sia l’opera di Daniele Villa “C’è sempre una via d’uscita” che, mostrando una stratificazione di immagini, conduce il suo tuffatore a una sorta di bivio che è in realtà un viaggio attraverso fauna e flora marina, sia l’approccio più materico di Arianna Bonamore in cui il colore si tuffa nelle scaglie di legno pressato dell’opera intitolata “Animalia” penetrando nelle maglie della tavola, facendone emergere attraverso linee sottili forme nuove e suggestive, riportandole incessantemente ad una vita in perenne divenire.

Il concetto di “sospensione”, nelle sue infinite possibilità di senso, è uno dei protagonisti indiscussi di questa mostra… Appesi alla torre e mossi dal vento i sacchi di Riccardo Caporossi – in “Ineffabile” – ne ridefiniscono i profili e ne evidenziano la relazione tra cielo, mare e terra.

Il “Paracadute” (non a caso strumento che rende possibile il volo nella sua caduta assistita e che quindi serve a rimanere quanto più “sospesi” in aria) è un paracadute non utilizzabile, chiuso e celato com’è nel suo involucro di metallo che rende frustrante l’eventualità del salto e la sua unicità eroica ed esperienziale: un raffinato esempio di oggetto-opera insidiosa di Giovanni Albanese il quale propone una interpretazione metaforica particolarmente azzeccata del tema proposto dai curatori: “Tufffo… C’era una volta una volta sola”. Altrettanto azzeccata e significativa è la metafora insita nelle rosee mani congiunte, come in preghiera, di Laura Cionci (“Le vacanze intelligenti”). Affollate in una teca d’acqua queste non fendono la superficie con il loro ingresso a candela quanto galleggiano quasi sospese nell’acqua dando luogo a nuova forma organica. L’ “Uccello di fuoco” di Franco Troiani sospeso sulla parete in un volo obliquo crea uno sfasamento per cui sembra che il tempo sia sfumato e si concentri esclusivamente sull’evento potente e virtuoso del suo appena avviato lanciarsi nel vuoto. Sotto questa opera e nel mezzo della sala accentra l’attenzione “Zataniche” di Gianni Asdrubali, un grande cerchio appena rialzato da terra in cui pennellate blu rimandano alle onde del mare, un specchio d’acqua che sembra suggerire una infinita profondità sotterranea. Eppure la sua superficie, che si dà come luogo decantato, marcato nei gesti decisi, si impone come un passaggio di sublimazione, infatti questo filtro universale, nella sua perfetta circolarità si pone assoluto, come apparizione tangibile e ideale, a fare da centro evidente di ogni evento.

Altrove ancora un’immagine di tuffatore, stavolta fotografico, (di) Iginio De Luca “poggiante” sulla superficie dell’acqua. Il suo corpo sembra infrangere la gravità, “Io Dio”, colto in uno scatto irripetibile in sospensione tra terra e cielo, umano e divino..

La diversa natura-essenza di due elementi vitali alterni, il passaggio tra questi, è stata espressa metaforicamente da diversi artisti attraverso il contrasto tra il bianco e il nero che muove nelle opere anche un effetto di emersione o immersione delle forme.

Ne è un esempio l’opera di Naoya Takahara: le sue “Linee bianche” (della serie “Errore”) le propone storte e curvilinee variamente disposte ad attraversare come solchi, in verticale, uno sfondo nero, mentre Massimo Diosono ha ritualmente tracciato un “Ensō”, un cerchio nero aperto, una scia in cui si imprime la gestualità e l’indole dell’artista con il suo emblema di unicità e vitale prova di esistenza comune all’intera umanità.

Il micromosaico di Rita Mandolini fa immergere il “Tuffatore” di cristalli di sale incastonati nella morbida cera nera. La bianca figura permea la materia obliquamente dividendo uno spazio densamente sospeso in una metafisica memoria classica.

La figura dell’angelo, essere a metà tra l’uomo e il dio e quindi sospeso tra due dimensioni, ricorre in diverse opere: appaiono da un’oscura matericità i volti enigmatici dei due angeli caduti, ed esposti a terra di Simona Frillici, mentre l’angelo nero di Carlo De Meo (in “Piùomeno”, interessante lavoro fra segno grafico e utilizzo artistico della parola) che stagliandosi di profilo sulla tavola bianca si interroga ironicamente, zampillando dal suo sesso trasfigurato in volto, le parole circa le sue ali e di conseguenza i suoi “poteri”. Sempre Carlo De Meo presenta, a ridosso dell’entrata della Torre, l’installazione in bianco e nero, “Cablaggio scaglie”, un particolare tappeto appeso in verticale, composto di fascette per il cablaggio nere che, essenziali come tessere di un mosaico, formano una figura vibrante, sospesa a testa in giù, in un bianco stagliato sfondo.

Infine Franco Losvizzero che tinge di una venatura di rosso l’osmosi tra segni grafici neri tracciati organicamente e sospesi su una superficie candida in “Oceano mare”.

La giocosità e la ludicità insite nel tema e nello stato d’animo che possono accompagnare il tuffo in momenti di svago attraversano le opere di Giovanni Albanese che nell’ “Apparecchio per parlare con Marylin” fa emergere l’emozione, il tuffo al cuore, che si proverebbe nel parlare con l’icona pop defunta e di Grumo Piacentini con “Incidente d’amore in cui incappò il tuffatore”. L’artista proprio sul tuffo al cuore ha costruito un rebus che attraverso la relazione degli elementi “messi in scena”, interrompe l’agonismo dell’azione del tuffatore facendo rimanere il supposto eroe incagliato nell’amo dell’amore, come un pesce. Nella “Vasca”, sempre di Grumo Piacentini, la dimensione ludica prende le mosse da “Momenti di trascurabile felicità” il libro di Francesco Piccolo e dalla sua copertina in cui appare le foto di un bambino che gioiosamente si tuffa. La bacinella a cui è ancorato il tascabile si veste da piscina olimpionica (con tanto di divisori tra le piste).

L’opera di Andrea Lanini il “Supplizio di Pipo” blocca con brio un tuffo forzato del protagonista, un cane-peluche, in una damigiana che conserva del vino rosso.

Le “Scarpe da mare (Kamasutra)” di Franco Ottavianelli è invece un gioco di parole, riferito a varie paia di scarpe in improbabili accoppiamenti, espresso dalle loro “sensuali” posizioni di contatto fisico, sfruttando ogni loro angolo, piega o insenatura, mentre Pino Boresta installa due dei suoi tipici manifesti che lo ritraggono engaged in posa lavorativa, quasi che l’artista possa assumere tutti i ruoli e mettersi a disposizione di chiunque, forse includendo la possibilità di imitare anche l’atleta, il tuffatore….

Insolite creature marine trovano spazio lungo il percorso: il “Pesce”, sbigottito e divertente peluche acquatico di Myriam Laplante, abita l’arco di una porta e fluttua in aria mettendo in realtà sottacqua il pubblico, mentre i “Tre pesci dal ciclo ‘Il Museo di Storia Innaturale’ ” di Dario Ghibaudo come pagine antiche di un libro illustrato (preziose tavole fuori contesto rinvenute chissà dove), si succedono lungo la parete.

Un caso particolare quello di Andrea Fogli che in “Coincidenze celesti, 28 luglio 2013 ‘Il tuffo’ ” partendo da una tragica notizia di cronaca avvenuta pochi giorni prima dell’inaugurazione, il volo di un pullman da un viadotto in cui persero la vita molti bambini, riflette attraverso simboli dorati, adottati come oggetti testimoniali, sulla trasmissione delle informazioni, sull’onere della memoria e sul complesso significato di eredità.

Oltre alla già citata performance di Andrea Lanini che offriva del rosso dal “Di vino Pozzo”, si è potuto assistere alla “Performance in barca” ideata da Tania Campisi e Cristiana Pacchiarotti in cui un barcaiolo porta il dicitore Grumo Piacentini, di bianco vestito, che serve del tè interpretando l’Ulisse della Divina Commedia ai due o tre passeggeri per volta. L’imbarcazione azzurra, dal porticciolo sotto la torre, conduce per mare il gruppetto, passando sotto la strada soprelevata e dirigendosi verso il mare aperto. L’eroe omerico, relegato da Dante all’inferno a causa della sua ubris, la tracotante volontà di conoscenza, nel corso del suo epico viaggio per mare verrà sommerso. In due diverse occasioni Francesco Impellizzeri (anch’esso vestito di mediterranei capi bianchi, ma di rimando all’immigrazione) ha fatto riecheggiare all’interno della torre la canzone d’amore marinara di Donizzetti, “Me vojo fa ‘na casa”, al cui termine fa piovere sul pubblico casette ritagliate nella carta.

Nel corso della mostra “TUFFFO” la redazione di ARIA ha programmato una serie di performance, a cadenza settimanale, tutte prodotte dal contesto rappresentativo della ricerca teatrale. E’ così che la Torre di Mola è diventata location d’eccezione per diverse azioni come l’evento di Roberta Nicolai – triangolo scaleno teatro con interprete il bravo Enea Tomei, dal titolo “Fronte/retro (trittico disPERSO)”, che, permettendo l’inconsueto palcoscenico scenografico di una terrazza soprelevata e, attraverso l’uso di uno specchio gestito direttamente da parte dell’attore, reindirizza agli spettatori riflessioni spaziali e di pensiero su di sé, tratti dalla pièce L’uomo senza contenuto. La roteazione dei luoghi rispecchiati all’interno della cornice dorata finiscono per trovare il pubblico che si vede proiettare ovunque tra cielo e pareti della torre, in una spiazzante triangolazione che riporta sempre alla dimensione interiore e insieme collettiva.

Momenti dedicati al teatro di ricerca, come con la suggestiva “Improvvisazione Intermediale” firmata, per la seconda settimana di mostra, da Carlo Quartucci, Carla Tatò e Lino Strangis, nella sala circolare in cima alla torre. Dopo una introduzione appassionata e suggestiva di Quartucci, sulla parete frontale al pubblico, la proiezione delle ipnotiche audio-visioni di Strangis (in un montaggio realizzato ad hoc partendo da alcune sue opere). Carla Tatò, attrice di enorme potenza, con la sua vibrante voce, fa risuonare, in dialogo libero con la traccia audiovisiva (l’atmosfera sonora è quella delle opere di Strangis), brani tratti dal saggio sulle marionette di Von Kleist ed a seguire Borges, frammenti del progetto scenico Sueňa Quijano.

“Meditazioni nel sacco” per voce solista e tamburino ideata da Riccardo Caporossi con la partecipazione del duttile e coinvolgente Vincenzo Preziosa ha per così dire chiuso la mini rassegna, andando in qualche modo a coincidere con il distaccamento finale dei sacchi che sono restati appesi sul corpo della Torre di Mola per l’intero corso della rassegna d’arte. L’attore amabilmente conduceva la lettura di riflessioni e aforismi guidando intanto gli spettatori in una passeggiata di esplorazione attorno alla torre, rendendo partecipe il pubblico del “saccheggio” e della disinstallazione dei sacchi che si rivelavano detentori di segreti finalmente aperti alla condivisione.

Con Roberta Nicolai, Enea Tomei, Riccardo Caporossi e Vincenzo Preziosa, con Carlo Quartucci, Carla Tato’ e Lino Strangis si sono potuti apprezzare operatori che segnano il teatro d’avanguardia italiano combinandolo con tutte le espressioni delle arti visive, dimostrando ancora una volta che le vie dell’arte sono infinite.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Info

  • TUFFFO -c’era una volta, una volta sola
  • Mostra d’arte contemporanea
  • Artisti: Giovanni Albanese, Ali Assaf, Paolo Assenza, Arianna Bonamore, Pino Boresta, Tania Campisi, Riccardo Caporossi, Laura Cionci, Iginio De Luca, Carlo De Meo, Massimo Diosono, Andrea Fogli, Simona Frillici, Dario Ghibaudo, Francesco Impellizzeri, Andrea Lanini, Myriam Laplante, Franco Losvizzero, Rita Mandolini, Franco Ottavianelli, Cristiana Pacchiarotti, Grumo Piacentini, Roberto Piloni, Lino Strangis, Naoya Takahara, Franco Troiani, Daniele Villa; performance teatrali: Roberta Nicolai – triangolo scaleno teatro con Enea Tomei; Carlo Quartucci, Carla Tato’ e Lino Strangis; Riccardo Caporossi e Vincenzo Preziosa
  • Documentazione fotografica: Andrea De Meo e Gianni De Meo
  • A cura di ARIA[rivista d’artisti]
  • con il patrocinio del Comune di Formia – Assessorato alla Cultura
  • in collaborazione con le Associazioni: SEMINARIA e CALLIOPE
  • Complesso architettonico della Torre di Mola a Formia (LT)
  • 8 – 25 agosto 2013
  • ARIA [rivista d’artisti]
  • Direttore responsabile Maurizio Tatangelo
  • Direttore artistico Carlo de Meo
  • Responsabile di redazione Cristiana Pacchiarotti
  • Redazione: Arianna Bonamore, Pino Boresta, Tania Campisi, Francesco Nucci, Giovanni Piacentini

1 commento

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  • Grazie per le immagini, non ho potuto venire e ci tenevo molto a vedere la mostra , molto bello anche il testo di Veronica D’Auria che mi ha permesso di “leggere ” il lavoro di artisti che conoscevo, in qualche caso, solo di nome , grazie
    Per altro inserirò, la sua riflessione che riguarda i miei inchiostri in un libro sul Museo di Storia Innaturale che sta per essere editato da Allemandi, incrociando le dita dovrebbe essere pronto per Artissima, primi di novembre
    grazie a tutti voi, se venite a Milano vi aspetto
    ciao
    dario

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