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Il potere delle immagini: fotografia noir et blanc per i Rencontres d’Arles 2013

Se c’è un settore della ricerca artistica contemporanea che non teme il calo in termini di interesse da parte del pubblico, è quello della fotografia. In crescente sviluppo sul piano del mercato, con il vantaggio di non subire – forse? – troppe interferenze da parte del sistema, il mondo della fotografia gode di ottima salute.

A dimostrarlo è la feconda vivacità che ha animato la più importante manifestazione internazionale ad essa dedicata, Les Rencontres d’Arles (appena chiusasi; periodo: 1 luglio – 22 settembre 2013). F

ondata nel 1970 dal fotografo Lucien Clergue, lo scrittore Michel Tournier e lo storico Jean-Maurice Rouquette, la rassegna festeggia il suo 44° compleanno con una crescente affluenza di visitatori e l’affezione sincera professata dagli stessi francesi, se la prima serata di approfondimento – realizzata nella suggestiva cornice del Teatro romano – si è conclusa con entusismo e giubilo sulle (italianamente anacronistiche) parole Liberté, Égalité, Fraternité pronunciate dal sindaco.

Nell’anno di Marseille-Provence Capitale europea della Cultura, Les Rencontres d’Arles hanno offerto, sotto la direzione di François Hébel, la consueta ricca proposta di mostre, incontri, letture di portfolio, nonché cocktail e feste dalla francese allure (meno mondane e presenzialiste della Biennale nostrana), il tutto disseminato in chiese, capannoni industriali, teatri della cittadina che ispirò i periodi creativi più fecondi di Van Gogh.

Tema portante quest’anno è la fotografia in bianco e nero, anzi noir et blanc, la sua attualità o obsolescenza nella storia di alternativa fortuna che ha avuto nel corso del XX secolo.

Nelle sedi cittadine tanti i grandi maestri celebrati quest’anno, come Hiroshi Sugimoto, uno degli esponenti più accreditati (soprattutto in termini di mercato) dell’astrazione fotografica, con una serie inedita di paesaggi marini notturni e una limited edition realizzata con il sostegno della casa di moda Hermés. Al versante trés chic del giapponese fa da contraltare la prima retrospettiva dedicata a Sergio Larrain (1931-2012), storico reportagista della Magnum che dalla fine degli anni Settanta ha vissuto isolato nella sua casa di Tulahuén Chile, rifiutando a lungo l’idea di una sua mostra per cambiare idea, pare, solo negli utlimissimi anni. All’album di famiglia di Jacques Henry Lartigue dedicato all’amata prima moglie Madeleine Messager, detta Bibi, è riservata un’altra retrospettiva. Vi si legge la delicata evoluzione di una donna e di un amore, frammenti di vita privata e mondana sullo sfondo degli anni Venti.

Il percorso, connotato dalla cura scenografica che qualifica gli allestimenti d’oltralpe, si snoda poi nello spazio degli Ateliers, grandi edifici industriali ai margini della città riadattati a sede espositiva.

Dalla retrospettiva dedicata al celebrato enfant prodige tedesco Wolfgang Tillmans (vincitore del Turner Prize nel 2000), all’inedito lavoro di Gilbert Garcin, arrivato alla fotografia dopo la pensione, con una mise en scene surreale del proprio autoritratto in situazioni “filosoficamente implicate”; dalla lucida indagine sul paesaggio postindustriale di uno dei maestri della fotografia inglese e internazionale, John Davies, al sudafricano Pieter Hugo, i cui ritratti-identikit di amici e conoscenti provenienti da varie parti del mondo ma «gettati insieme entro i confini di una nazione dalle forze della storia», sono virati digitalmente a modificare la pigmentazione della pelle. Rimanendo in Africa il “sogno impossibile” di un programma spaziale avviato dalla Zambia nel 1964 è alla base del progetto Afronauts, di Cristina de Middel, mentre modernissimo risulta il racconto realizzato negli anni Trenta da Pierre Jamet tra i giovani del Fronte popolare.

Per quanto riguarda gli italiani due importanti partecipazioni: Giuseppe Penone, il cui rapporto empatico con la natura è documentato da fotografie, disegni e sculture, e il giovane promettente Alessandro Imbriaco, scatti da un conturbante giardino dell’Eden germogliato nella periferia romana.

Ancora negli Ateliers si trova, poi, uno dei più poetici e controversi sguardi sul mondo delle piccole cose: quello del belga Michel Vanden Eeckhoudt. Animali, oggetti, paesaggi, uomini: tutto vibra di un comune senso di dissonanza, di transitorietà, di imperfezione, di finitezza.

È la suggestiva chiesa dei Frères-Precheurs, però, ad ospitare il fiore all’occhiello della manifestazione: l’analisi toccante e acuta dell’artista cileno Alfredo Jaar dedicato ai significati, all’influenza e al potere delle immagini. Nella grande retrospettiva tematica La politique des images non un suo scatto è visibile, eppure l’ambiguo e difficile ruolo della fotografia di reportage emerge in tutta la sua carica contraddittoria. Tra i temi affrontati la dittatura cilena, la cattura di Bin Laden, le eroine dei diritti umani e ancora il rapporto della stampa americana con il continente africano in Searching for Africa in Life – composto dall’esposizione di centinaia di copertine della rivista – che fa da compendio all’opera dedicata al massacro sistematico di più di un milione di rwandesi nel 1994 nell’installazione Le Silence de Nduwayezu: un’indagine sulla natura delle rappresentazioni, quelle soggette all’inflazione espositiva della realtà mediatica contemporanea, quelle celate perché portatrici di verità scomode. Il potere delle immagini, dunque, e dietro di esso l’etica del fotografare, come nodo alla base della presunta obiettività del testimoniare: una riflessione sulla verità dell’immagine, sulla sua manipolazione e sul modo in cui attraverso di essa l’occidente costruisce i propri discorsi e le proprie narrazioni sul mondo.

A conclusione della manifestazione arlesiana, dunque, una conferma della virtù nobile della fotografia di rivolgere lo sguardo all’esterno per raccontare ora l’inquietudine atavica che si racchiude in ognuno di noi, ora l’inezia critica di un mondo viziato da troppe facili immagini.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

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