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Palazzo Lucarini – Galleria Cinica #8. Legami Deboli di Amedeo Abello e Cinzia Delnevo. Intervista alla curatrice Celeste Ricci

Inconsueta ma ponderata è la tematica su cui si basa la settima mostra presentata a fine dicembre a Palazzo Lucarini per Galleria Cinica: Amedeo Abello e Cinzia Delnevo: Legami Deboli.

L’esposizione, a cura di Celeste Ricci, immerge lo spettatore in due mondi paralleli ma non del tutto affini. Sono gli universi di due giovani artisti le cui attività prendono le mosse da ricerche e linguaggi differenti senza porsi l’esigenza di approdare a comuni risultati. Le opere proposte, infatti, evidenziano la singolarità e la distanza esistente tra l’idioma fotografico di Amedeo e la poliedricità tecnica di Cinzia. Un netto distacco ribadito anche nei loro curriculum.

Amedeo Abello, classe 1986 (Torino – vive e lavora a Venezia), dopo essersi laureto in Progetto Grafico e Virtuale presso il Politecnico di Torino, si è inscritto al biennio specialistico in Comunicazione Visiva e Multimediale allo IUAV di Venezia. Grazie al programma Erasmus, ha trascorso un anno presso l’Ecole Superièure des Arts Saint-Luc di Liège in Belgio. Nel 2012 ha fondato, in collaborazione con Riccardo Banfi, edizioni LUCKYSHOES. Nello stesso anno ha esposto alla prima edizione di Venice International Performance Art Week di Venezia. Recentemente ha partecipato alla mostra collettiva TO-NYC / Breaking Boundaries presso il Superbudda a Torino.

Cinzia Delnevo, nata a Parma nel 1982, attualmente vive e lavora a Londra, metropoli in cui si è trasferita dal 2011. Nel 2007 si laurea all’Accademia di Belle Arti di Bologna per poi specializzarsi nel 2011 in Progettazione e Produzione delle Arti Visive presso l’Università IUAV di Venezia. Ha esposto in numerose mostre a Bologna, Ferrara, Parma, Venezia e Londra. Nella capitale inglese ha partecipato a Identity, a cura del corso Introduction to Curating di Jeremy Akerman, presso la Central Saint Martins University of Arts. Tra le mostre personali più recenti: Dodici | Esperienze non lineari del tempo, Museo Casa Ariosto, Ferrara (2011); Cinzia Delnevo | Loving Speech, a cura di Marco Turco, The Box, Parma (2009).

Difformità espressive e contenutistiche sono immediatamente riscontrabili nella prima sala, dove sulla parete di sinistra è collocato il lavoro di Amedeo, mentre al centro e sulla destra sono disposte le opere di Cinzia. Se il primo convoglia la sua attenzione, attraverso la manipolazione dello strumento fotografico, sul rapporto tra realtà concreta e realtà virtuale evidenziando comunanze fra due mondi tradizionalmente ritenuti contrapposti; la seconda pone al centro della sua riflessione la salute del corpo e dell’anima con la volontà di intrecciare e mettere sullo stesso piano vita artistica (fare pubblico) e vita privata (fare quotidiano) attraverso una pratica artistica versatile ed in continuo mutamento, che esige il diretto coinvolgimento del pubblico. Nella seconda stanza, invece, è stata creata una camera oscura per fruire al meglio l’opera di Abello, costituita da semplici negativi. Un’ambientazione in cui FILE/LIFE diventa protagonista dell’esiguo spazio, catturando l’attenzione dello spettatore ed immergendolo in una realtà altra.

Per approfondire abbiamo intervistato la curatrice della mostra, Celeste Ricci.

La mostra prende spunto dal saggio La forza dei legami deboli (1973) del sociologo Mark Granovetter (Jersey City, 1943), dove l’americano afferma che i weak ties (legami deboli) che s’instaurano tra noi e i nostri conoscenti non devono essere considerati come relazioni minori poiché sono il ‘ponte’ – ovvero il collegamento cruciale – tra gruppi differenti di persone. Ed è proprio sulla distanza artistica ed espressiva esistente nei lavori di Cinzia e Amedeo che l’esposizione vuole far riflettere e, al contempo spiazzare, il pubblico. Celeste, com’è nata l’idea di realizzare una mostra incentrata sulla distanza piuttosto che sulla comunanza tra i due artisti?

“Ho conosciuto Amedeo e Cinzia all’incirca nello stesso periodo e ho iniziato a interessarmi ai loro lavori sin da subito. Poco dopo è nata questa possibilità di curare una mostra per Galleria Cinica e ho pensato che i due artisti potevano in qualche modo dialogare tra di loro e così è stato. L’aspetto che più risaltava osservando le loro opere era proprio la differenza. Pochi gli elementi in comune, ma entrambi rappresentano un’arte giovane e con una grande capacità di sperimentazione.
La mancanza di elementi comuni sul piano artistico mi ha portato a pensare o meglio a vedere con un occhio esterno quello che stavamo cercando di costruire. La mostra ha finito, quindi, per presentare un modello piuttosto che un tema che si basa sul concetto di rete e struttura sociale.”

È abbastanza facile individuare le differenze presenti tra i lavori di Amedeo e quelli di Cinzia: se il primo lavora sul rapporto analogico-digitale / realtà concreta – realtà virtuale; la seconda si concentra sulla relazione esistente tra corpo-anima / sfera pubblica – sfera privata. Quali sono, invece, ponti o analogie che emergono in Legami deboli e che, quindi, congiungono le ricerche dei due artisti?

“I ponti cui possiamo fare riferimento sono proprio quelli di cui parla Granovetter: i rapporti che si stabiliscono tra le persone. Sono stata quindi io il legame debole che ha unito, in questa circostanza, i due differenti mondi artistici rappresentati da Cinzia e Amedeo. Questo ha portato i due artisti a conoscersi, collaborare e osservare l’uno il lavoro dell’altro senza però l’obbligo di seguire una ricerca su una tematica comune.”

Le ricerche di entrambi gli artisti si caratterizzano per avere un approccio abbastanza sperimentale. Tuttavia, mentre Amedeo riflette sul mondo esterno – esemplare è l’opera Photomaton il cui risultato ultimo, contrariamente a quanto accade nella cabina fotografica standard, è una fotografia che impressiona la realtà esteriore anziché il soggetto che è al suo interno – Cinzia s’interessa della sua realtà interiore, come visibile in Penna a Sfera Nera su Carta, dove il ripetersi del gesto di tracciare in modo automatico elementi grafici di natura vegetale sul foglio corrisponde a un atto performativo ovvero a un’implicita ricerca di se stessa attraverso semplici gesti quotidiani e insieme artistici. In queste opere, oltre la presenza di concetti opposti – esterno-interno, mezzo meccanico (fotografia) e manualità – è opportuno evidenziare l’esistenza di un reciproco interesse nei confronti della casualità. Quanto conta l’imprevisto nel lavoro di entrambi? Quest’attenzione verso tale concetto è dovuta a un loro interessamento verso pratiche surrealiste?

“Credo che quest’aspetto sia molto importante per entrambi.
Per quanto riguarda Amedeo si capisce sin da subito come il suo lavoro è in bilico tra l’aspetto casuale e quello intenzionale. Se guardiamo a entrambe le opere presentate per Galleria Cinica è chiaro che l’artista lavora attraverso un errore programmato, alterando il normale utilizzo dell’apparecchio fotografico. Ovviamente è proprio a causa di questo errore che il risultato è soggetto alla casualità e quindi non calcolabile.
Dall’altra parte il lavoro di Cinzia, Penna a Sfera Nera su Carta, è fortemente legato alla scrittura automatica – metodologia usata in campo surrealista, come hai giustamente sottolineato – e alla ripetitività del gesto. Come l’artista stessa ha affermato, i segni registrati sul foglio sono tanto piccoli da non poter prevederne il risultato.
Tale aspetto può sicuramente rappresentare una similarità tra i due artisti sebbene l’imprevisto sia considerato e gestito in maniera poi differente.”

L’altra opera presentata da Cinzia è Overwhelmed Till the Yearning#2, dove il mezzo meccanico prende il sopravvento sulla gestualità presente in Penna a Sfera Nera su Carta. In Overwhelmed Till the Yearning#2, composta da innumerevoli scatti che hanno come soggetto orti botanici e giardini di Londra, la parmense pone l’accento sul concetto di ‘ultra-vicinanza’ di Walter Benjamin ovvero la tensione dialettica tra la percezione di massima distanza dalla continuità del dato reale e il forte desiderio di una coerente visione unificata dell’opera d’arte. La singola instantanea dell’elemento naturale rappresenta sia la sua traccia digitale sia il suo stato di essere vivente. Scopo ultimo del lavoro è offrire all’utente una fotografia che scatena un impulso desiderante che si ripete nella molteplicità dell’immagine. Overwhelmed Till the Yearning#2 dovrebbe, quindi, apportare benessere o un impulso desiderante non solo in colui che la genera ma anche in chi la osserva, giusto?

“Sicuramente il visitatore può trarre benessere dalle foto scattate o un impulso cosiddetto “desiderante”. Sta a chi guarda decidere. Lo spettatore è invitato a prendere in mano le foto e sfogliarle al fine di poter immergersi nella sequenza d’immagini raffiguranti piante di diverso genere.
La base del lavoro è costituita dal concetto di ripetizione meccanica, data dai 1056 scatti differenti, unita all’elemento naturale rappresentato dalla ricca vegetazione fotografata. Cinzia ha voluto porre l’accento su quest’aspetto che caratterizza la vita di ognuno di noi.”

Nell’installazione LIFE/FILE (lavoro realizzato con Federico Morando) Amedeo dà origine a un gioco tra due parole, l’una anagramma dell’altra, appartenenti a due campi semantici apparentemente lontani. I due termini sono composti attraverso negativi fotografici in cui è presente un errore programmato. Mentre in Photomaton, il torinese utilizza un errore minimo di disturbo, evidenziando l’impossibilità di eliminare del tutto l’elemento del caso dall’esistenza umana, sia pubblica sia privata. Lavori differenti che mirano a diversi obiettivi, vuoi illustrarceli?

“Con il lavoro Photomaton, Amedeo cerca di porsi ai margini della società per osservarla e rivelarne le contraddizioni attraverso l’alterazione della macchina per fototessere. Quest’ultima, infatti, è di solito utilizzata per scattare fotografie di un certo tipo che sembrano voler definire e stabilire per legge l’identità di chi è raffigurato. Su quest’aspetto l’artista si concentra e rivela la contraddizione dietro a questo pensiero poiché l’identità delle persone è mutevole e non necessariamente fissa. Da qui parte la ricerca dell’artista, che apre la macchina verso il mondo esterno catturandone persone e luoghi dall’identità non del tutto definita.
Dall’altra parte, invece, LIFE/FILE non presenta la contraddizione tra vita reale e realtà digitale, bensì vuole portare l’attenzione dell’osservatore sulla ormai totale vicinanza di questi due mondi. Attraverso una serie di scatti, l’artista presenta la propria vita reale e digitale.”

Oggi, nell’epoca della globalizzazione, ognuno ha a disposizione ogni cosa che desidera. Tuttavia, ciò comporta un disinteressamento generalizzato verso ciò che è nuovo e la scomparsa della curiosità, istinto innato nell’uomo che congiuntamente all’intelletto lo caratterizza e lo distingue dalle specie animali e vegetali. Ebbene, pensi che oggi l’utente che si reca a vedere una mostra debba essere spronato a ragionare? La riflessione potrebbe essere un modo per favorire e riattivare la curiosità nell’osservatore?

“Questo è una cosa cui credo fermamente e senza dubbio Legami Deboli ne è prova. Il lavoro del curatore dovrebbe essere quello di organizzare mostre che aiutino, o meglio, spronino il visitatore a soffermarsi a osservare e magari a leggere. Questo di conseguenza lo porterebbe a un ragionamento nei confronti di ciò che si trova davanti.
Per esempio, ho trovato la Biennale di Gioni un’ottima esposizione in tal senso. Al contrario delle passate Biennali, quest’ultima ha cercato di guidare il visitatore attraverso un discorso articolato e che richiedeva una rilevante capacità d’attenzione da parte di quest’ultimo.
Sicuramente l’arte non è più solo contemplativa, ma sempre più spesso richiede uno sforzo conoscitivo.”

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