Palazzo Lucarini – Galleria Cinica #12. Jose Iglesias Gª-Arenal, Facebook Pavillon. Con Intervista all’artista

A Trevi, dopo il tempo della spremitura delle olive, è il momento di nuove aperture artistiche. A Palazzo Lucarini primeggiano svariati eventi: da Fabbrica Lucarini_Palazzo Lucarini si racconta_Storie. Memorie. Identità a cura di Maurizio Coccia – esposizione multidisciplinare ideata con lo scopo di precisare il ruolo dell’edificio che ospita l’omonimo Centro per l’Arte Contemporanea e contenete opere di svariato genere di Diego Barletti, Andrea Casciu, Andrea D’Ascanio, Fabrizio Segaricci – passando per #chiaveUMBRA – progetto incentrato su spazi eccezionalmente aperti per ospitare la ricerca artistica contemporanea umbra come la Cappella di Privata della medesima sede in cui è accolta l’opera di Fabrizio Segaricci (a cura di Mara Predicatori e Maurizio Coccia) – fino a Facebook Pavillon dello spagnolo Jose Iglesias Gª-Arenal, mostra proposta nelle sale di Galleria Cinica e curata da Carla Capodimonti.

Ora sono qui, di fronte alla porta di Galleria Cinica. Entro lasciandomi alle spalle la confusione e le chiacchiere del numeroso pubblico accorso per i vari avvenimenti. Nastri di nylon di colore celeste piovono dal soffitto della bianchissima stanza discendendo fino a terra mentre un rumore di sottofondo, riferibile alla vibrazione di un cellulare cui nessuno risponderà, continua incessantemente: una dimensione altra, differente da quella reale, appositamente ricreata da Jose con l’intensione di investigare le reazioni che ciò può scatenare nell’utente. Molteplici i selfie realizzati con smartphone e tablet… Unico elemento inserito in tale allestimento, in contrasto con gli innovativi mezzi tecnologici appena citati, è un televisore con tubo catodico poggiato a terra e sintonizzato su un’immagine fissa, nota ai frequentatori di uno dei social network più gettonati: un’incolore schermata di facebook, il cui tipico blu è fuoriuscito dallo schermo per approdare nella realtà quotidiana, aumentando il senso di spaesamento già prodotto nello spettatore dall’intera messa in scena. Al confine tra due vani l’artista ha fissato il suo smartphone, in cui una fotografia mostra un bacio celato, un avvenimento accaduto nel passato appena trascorso e reso visibile in tutta la sua semplicità. Solo nella seconda e più piccola sala è riposta, in parte, la soluzione dell’enigma attivato grazie a svariati tomi-dispense, occultatrici dei segreti  virtuali di Jose. Qui si palesa l’invito dello spagnolo a riflettere sul labile confine che oggi esiste tra spazio privato e pubblico, tra intimo e popolare, tra ciò che dovrebbe rimanere occultato e ciò che è spudoratamente svelato, tra passato e presente.

Jose Iglesias Gª-Arenal (Madrid, 1991), artista e curatore, si laurea in Arte all’Università di Siviglia.

Durante la sua formazione frequenta corsi con l’artista Isidoro Valcarcel Medina, la curatrice Margarita de Aizpuru, il performer e manager culturale Rubén Barroso; vince una borsa di studio per ARTIFARITI (International Art and Human Rights Meeting in Wester Sahara, 2012) e un Erasmus di un anno all’Academia di Belli Arti di Perugia. Approfondisce la pratica artistica della performance, l’arte concettuale e relazionale, realizzando installazioni, ideando spazi e atteggiamenti per riflettere sull’affettività, i luoghi di relazione, e i codici di linguaggio utilizzati; tutto ciò lasciandosi fortemente ispirare dal pensiero filosofico di Beatriz Preciado.

I suoi lavori sono stati esposti in diverse occasioni: CONTENEDORES (Muestra Internacional de Arte de Acción de Sevilla, 2011); Z I e Z II (Jornadas de Arte Contemporáneo de Montalban de Cordoba, 2012 e 2013); mostra collettiva Il grado zero dello sguardo (MuseoLaboratorio, Città Sant’Angelo, 2013); mostra personale THE WORLD IS YOUR BATTLEGORUND (Espacio GB, Siviglia, 2013); progetto 8 donceles llorando (DMencia XV Jornadas de Arte contemporáneo de Doña Mencia, Cordoba, 2014); prossimamente a SINLUGAR (Feria del Libro de Artista y las Ediciones Singulares, Huelva, 2014).

Lavora come curatore nello spazio culturale privato Sala Guirigai (Los Santos de Maimona, Spagna), dove dirige il programma di residenze per artisti. Realizza inoltre progetti curatoriali sperimentali come Un Asunto Triste (ciclo di mostre allestite nella sua casa a Siviglia), e Una cartera, portfolio composto da mostre individuali di diversi artisti, che porta sempre con lui.

Attualmente è impegnato nella preparazione di un programma radio per PlanetaAguaRadio. Ha una collezione di più di 450 sedie.

Per approfondire ancora meglio, abbiamo intervistato l’artista.

Da qualche anno l’invasione dei social network all’interno del vivere quotidiano è divenuto così ossessivo da spingerti a riflettere sul ruolo che essi svolgono nella vita di ognuno di noi. In primo luogo hai messo in gioco te stesso ed il tuo profilo facebook col fine di realizzare un immenso archivio cartaceo costituito da moltissimi fascicoli contenenti conversazioni private, post, etc. Una corposa e inusuale ricerca nata dal workshop “Nuevos monócromos” realizzato nel tuo appartamento privato di Siviglia nel mese di giugno di quest’anno. Vuoi parlarcene?

 “Sì, questo workshop inizia con la decisione performativa di utilizzare la mia informazione privata digitale come materiale fisico per lavorare. “Nuevos monócromos” funzionava anche come una performance dove si iniziava mostrando l’archivio di dati stampati e dicendo “Questo è Facebook! Questo sono io là!”. Dopo iniziava un processo di lavoro e dibattito senza dimenticare il valore fisico del testo e il valore testuale delle nostre identità.”

Quali sono stati i risultati del workshop?ossia i membri che hanno partecipato al workshop come hanno risposto alla domanda “è possibile avere un atteggiamento artistico nel web 2.0?”

 “Non c’era tanto la ricerca di risposte come creare un luogo dove parlare, creare uno spazio relazionale e critico. Lo scopo non era tanto di sapere se è possibile un atteggiamento artistico o critico nel web 2.0 come direttamente avere quest’atteggiamento.”

Con questo progetto sembra che tu abbia preso alla lettera ciò che afferma Nicolas Bourriaud in Estetica Relazionale: «spazi-tempo relazionali, esperienze interpersonali che tentano di liberarsi dalle costrizioni dell’ideologia della comunicazione di massa; in qualche modo, producono luoghi in cui si elaborano modelli di partecipazione sociale alternativi, modelli critici, momenti di convivialità costruita.» (Nicolas Bourriaud, Estetica Relazionale, 2010, Postmedia Books, Milano, p.46).

 “Effettivamente, l’influenza di Estetica Relazionale è chiarissima. Infatti, Carla Capodimonti, la curatrice di Facebook’s Pavillion, ha scelto questo stesso paragrafo per il testo critico della mostra; elemento che successivamente, insieme a un collage effettuato utilizzando un testo della scrittrice Remedios Zafra, ha dato luogo ad un’ulteriore opera nell’installazione.”

Entrando nella prima stanza di Galleria Cinica l’utente è spaesato, spiazzato da quest’ambientazione insolita che, tuttavia, gli ricorda qualcosa.. stessa sensazione provata anche davanti al monitor in cui è proiettato il video FILM MONOCROME. Facebook o la rete sociale 2.0 sembrano regnare incontrastate in quanto sono ovunque: il colore blu, tipico del social network, fuoriesce dallo schermo per approdare e invadere la realtà effettivamente abitata dall’utente. Qual è stata la reazione del pubblico di fronte al tuo progetto?

“La prima sensazione è di sorpresa e di gioia innocente per l’effetto plastico dei nastri.
Dopo aver letto l’opera “Columna (Lost File)” o guardato l’Archivio Facebook c’è una comprensione dello spazio, non si vede tanto come un oggetto se non come un’architettura.
Prima dell’inaugurazione ero molto preoccupato per due domande: la mostra piacerà agli utenti? e se piace il risultato generale di tutta la mostra, arriverà il messaggio sul testo e l’identità digitale? 5 minuti dopo l’inaugurazione le paure erano finite.
La mostra fondamentalmente è uno spazio per essere vissuto, per questo l’analisi dei visitanti è stata la parte più interessante di questo processo. La tua riflessione è vera: gli elementi di Facebook’s Pavillion ricordano qualcosa, ma, cosa? È tanto vicina a noi, è tanto nostra che è difficile da guardare.”

Ti hanno fatto domande particolari?

“Molti visitatori mi hanno parlato, però più per la necessità di riflettere che per fare domande particolari. Quello che ho imparato nel workshop Nuevos monocromos è che c’è necessità di parlare faccia a faccia su questi argomenti, commentare, apportare un po’ più al dibattito sulle nostre nuove identità. Funziona come un rituale di ‘sanazione’. Può sembrare che quando parliamo di social network ecc parliamo di cose molto futuristiche però sono paure quasi primitive.
Cosa sono io? Dove inizio? Dove finisco?
Mai c’è stata una domande del tipo: “cosa è questo?” o “che vuoi dire?”. Il messaggio della mostra è complesso ma diretto.”

Tutta la mostra e in particolare l’opera Small Glass – video in loop trasmesso tramite uno smartphone che mostra una coppia che si bacia – è un invito alla riflessione tra il sottile confine esistente tra pubblico e privato, tra passato e presente. Limiti ormai ignorati dagli abituali frequentatori della rete sociale 2.0 che postano di continuo fotografie, frasi, video personali senza curarsi della propria privacy.. Tu ti sei messo in gioco offrendoci il tuo immenso archivio di “segreti”… pensi che chi ha visto il progetto o chi ne è venuto a conoscenza, magari attraverso il web, possa cambiare atteggiamento e magari defilarsi dalla rete?

“Non ho voluto creare un discorso verso le rete sociale, Facebook’s Pavillion è infatti molto sottile, quasi oggettiva. Non proclama, ma segnala con il dito alcuni dati o gesti.
La mia posizione non è verso il divenire ultradigitalizzato dell’informazione e della soggettività, infatti questa è una cosa che mi sembrava molto attrattiva.
Però c’è un punto (fondamentale) che voglio segnalare come trascurabile: il dominio della nostra informazione e dei nostri affetti per una manciata di corporazioni private.
È necessaria una profonda e piana riflessione sul modo in cui noi siamo testo e come il testo si muove. Ma c’è un punto che non possiamo dimenticare e dove è necessario attuare immediatamente: un totale esproprio e l’organizzazione trasparente e pubblica delle industrie di soggettivazione virtuale. Non capisco come ancora non sia stata organizzata un’occupazione fisica di database tipo Facebook. Qui la metafora della nuvole digitale, eterea, onnipresente, libera, ultraterrena mi sembra più che un’immagine poetica una strategia per dimenticare il peso reale del testo (nostri testi). TUTTO è memorizzato in architetture molto reali e con spesse energetiche molto concrete. È necessario rendere questo più visibile.”

Una volta conclusa la mostra continuerai a riflettere su tali problematiche o pensi che il progetto possa dirsi concluso?

“Il progetto non è ancora concluso, fondamentalmente perché il problema continua.
Quando ho iniziato questo processo, quasi un anno fa, stampando per prima volta il mio profilo personale di Facebook, ho preso la decisione di lavorare in un modo performativo: la sperimentazione con la mia identità e la sua relazione con il testo.
Ancora c’è molto da trasformare, divenire e rivoluzionare, molte soggettività da domandare, distruggere, creare e atomizzare.”

Progetti futuri?

“Tanti!
Molte idee, molta energia, niente tempo e niente soldi!
Adesso sto lavorando a un progetto che è totalmente testuale: una conferenza sull’Archivo Facebook, questo è tanto grande che è illeggibile, per questo la conferenza sarà un flusso continuo che durerà ore, impossibile da ascoltare. Sto preparando una versione per la radio insieme al giornalista Jose Juán Martinez Bueso e Planeta Agua Radio (una radio libera di Extremadura, dove io abito) e un’altra versione, più fisica, che sarà la performance. Lavoriamo per una conferenza di 3 giorni!
Indipendentemente da questo, continuo il mio lavoro come curatore nella Sala Guirigai (Los Santos de Maimona, Extremadura) preparando mostre, il programma di residenze per artisti che facciamo nell’estate e un incontro di poesia e performance.
Il progetto più prossimo che ho è la curatela di Arquitecturas de Soledad, una mostra collettiva che sarà a Madrid il prossimo gennaio. È un progetto molto bello che funziona come un piccolo esercizio di archeologia prematura dell’attuale socialnetwork, un breve ritorno alla creazione del soggetto adolescente degli anni 80 e 90.”

Info mostra

Maila Buglioni

Maila Buglioni

Buglioni Maila è storico dell’arte e curatore di mostre. Fin da piccola ha manifestato un innato interesse verso ogni forma d’arte: dalle arti visive alla danza, dal teatro all’architettura. Dopo il diploma presso l’Istituto d’Arte Sacra Roma II, ha proseguito gli studi all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, dove ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’arte contemporanea. Ha collaborato con l’associazione turistica Genti&Paesi in qualità di guida turistica nella città di Roma. Collabora attivamente con altre riviste specializzate del settore artistico. Nel 2013 ha collaborato alla realizzazione di Memorie Urbane - Street Art Festival a Gaeta e Terracina.

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