Gita al Faro ritorna.
Il festival letterario più speciale d’Italia (e anche replicato in “altri altrove”) sta per riaprire le porte dell’isola di Ventotene agli appassionati della scrittura.
Della migliore scrittura.
Perchè a Ventotene non si arriva perchè si è famosi o si è stati visti in TV. Si arriva perchè si scrive bene, ma bene davvero. E solo per quello si è diventati famosi. O anche no.
Ideato da Lidia Ravera ed organizzato dall’ Associazione Culturale Tùrbìne e studio mun in collaborazione con il Comune di Ventotene, con la direzione artistica di Loredana Lipperini, Gita al faro ospita ogni anno un coraggioso drappello di militanti della letteratura che si recano a trascorrere una settimana sull’isola per scrivere un inedito ispirato a e da Ventotene.
Il festival si pone l’obiettivo di trasformare il “confino letterario” sull’isola in un laboratorio creativo, che permetta agli autori e al pubblico di vivere la scrittura e condividerla nel momento stesso in cui il pensiero diventa parola.
Sono quattro scrittori e quattro scrittrici che non si sfidano, ma si amalgamano con la parola, la narrazione e l’ambiente. Quest’anno l’avventura sarà vissuta da: Beatrice Masini (Fanucci), Letizia Muratori (Adelphi), Michela Murgia (Einaudi), Marco Peano (Minimum fax), Tommaso Pincio (NN Editore), Evelina Santangelo (Einaudi), Fabio Stassi (Sellerio) con la partecipazione straordinaria di Zerocalcare.
In attesa della magica giornata d’inizio, quando attraverseranno il mare per raggiungere l’isola che è stata luogo di molta storia antica e recente, art a part of cult(ure) invita i suoi lettori a conoscere da vicino gli autori che parteciperanno alla manifestazione attraverso brani dei loro libri.
Cominciamo con Beatrice Masini e Marco Peano.
Beatrice Masini scrittrice per ragazzi il cui immaginario sembra non avere mai fine. Elabora e ricama nuove storie e nuove possibilità per tutti i ragazzi alla ricerca di fili sicuri per intraprendere un percorso curioso e saldo.
Il frammento che segue è tratto da Solo con un cane – Fanucci Editore – 2011
“Fa molto freddo. La notte è buia. Capisco per la prima volta che cosa vuol dire buio pesto: è come se ti avessero pestato gli occhi fino a gonfiarli, tanto che non riesci nemmeno a tenerli socchiusi. E quello che vedi è solo il nero delle tue palpebre con sopra un velo di sangue, nero anche quello. Un nero che non ci si crede, così concentrato da sembrare vuoto. Io gli occhi li tengo aperti. Ma in questa parte di mondo hanno spento le stelle, e la luna non sanno nemmeno cos’è. Quindi non vedo niente.
Ma sento. Sento il mio respiro. Il gelo della pietra su cui ho disteso il sacco a pelo.
Però non ho paura. Forse ne avrei se fossi solo. Ma non sono solo. In un certo senso sì, però anche no. Sono solo con un cane. Solo con un cane non vuol dire che sono solo. Sono con un cane, quindi no che non sono solo. E comunque non è un cane e basta. È il mio cane.
Si chiama Tito ed è per lui che sono qui, solo tranne lui, appunto, dentro la notte più nera del mondo. E siccome ho idea che oltre che nera sarà una notte lunghissima, tanto vale che me la racconti tutta, questa storia. Per bene. Dall’inizio. Senza dimenticare nemmeno un dettaglio. Per ricordarmi come mai non sono a casa mia, nel mio letto, con un cane di nome Tito accoccolato ai miei piedi, sopra la coperta. O magari da solo, senza nessun cane sopra i piedi, piedi gelati dentro le lenzuola rigide, un vuoto al posto del cuore. Poteva anche andare così. Bastava che lo volessi. Ma è andata in un altro modo perché l’ho voluto io. Potevo volere solo questo: questa solitudine immensa di due esseri dentro il mondo, in un posto oscuro, lontano da tutto quanto conoscono. Non c’era altra scelta. No.
Lo dico tante volte, continuo a ripeterlo perché c’era, un’altra scelta. Solo che non era possibile. Non per me.
Non per Tito. Non per Tito e me insieme.
Un Cane è contento.
Pappa niente ma un Bambino sì.
Un Cane adesso dorme con un Bambino.
È bene.
Da che mi ricordo, ho sempre desiderato un cane. La mamma mi raccontava che era la prima parola che avevo pronunciato. Insomma, una specie di parola: metà Ca. Diceva anche che andavo pazzo per i cani, quando per la strada ne vedevo uno tendevo le mani come per prenderlo. Non avevo paura, solo una gran voglia di toccare, conoscere, giocare. Avevo tanti pupazzi a forma di cane, praticamente non mi regalavano altro: erano tutti i miei preferiti e la sera li mettevo in fila sul cuscino, proprio sopra la mia testa. Così non facevo torto a nessuno. Ma lo sapevo che erano finti, non è che ci parlassi. Io aspettavo.
Aspettavo di essere grande abbastanza da avere un cane vero.
Nel Regno i cani erano importanti. Aiutavano nel lavoro, nella caccia, nella custodia delle case; c’erano cani da tiro, cani da fiuto, cani da riporto, ovviamente cani da guardia e da compagnia. Non c’era niente che un cane non potesse fare. E per questo non c’era famiglia che potesse farne a meno. In ogni casa ce n’era uno, se non di più; le case senza cani erano considerate bizzarre, come se mancassero le finestre, o il camino in cucina.
Quando ero nato io, nella nostra famiglia c’era Arundel, un grosso pastore dal pelo bianco arruffato. Io non l’avevo mai conosciuto per davvero, era morto quando avevo solo due anni, e non avevo trattenuto ricordi di lui. Sapevo quello che mi avevano raccontato: era coraggioso e giocherellone, si stendeva davanti alla mia culla e non lasciava avvicinare nessuno, a meno che non fossero la mamma o il papà a dirgli di stare tranquillo, che quello non era un nemico o un rapitore di bambini. Se n’era andato una sera e non era tornato più, ma era già vecchio, e i cani vecchi a volte preferiscono fare così, cercare un posto per morire da soli, senza dare fastidio a nessuno. Mi piaceva pensare ad Arundel, lo rimpiangevo anche se non era stato il mio cane; ma sapevo che era solo questione di tempo. I miei genitori non si erano procurati subito un altro cane perché volevano aspettare che fossi abbastanza grande da occuparmene io, da farlo crescere insieme a me.
E quando è arrivato Tito, ero pronto. Era lui che volevo. Proprio lui. Non so come sia questa cosa: di tutti i cani al mondo, di tutti i cani possibili, proprio lui. L’avrei riconosciuto ovunque. Quando l’ho visto la prima volta, nel recinto del canile, insieme ai suoi tre fratelli e alle sue due sorelle, minuscolo, confuso, il pelo arruffato, le zampe grosse, la testa grossa, gli occhi grandi, tutto tremante di quel tremito da cucciolo, lui ha guardato proprio me. Davvero. Sul serio. Se anche avessi avuto qualche dubbio, basta. Finito. Era lui.
Ho dovuto aspettare più di un mese prima di portarmelo a casa, era troppo piccolo per lasciare la mamma. Intanto gli ho preparato tutto: una cuccia a forma di corona, morbida come un cuscino, un tondo in mezzo per stare comodo e tutte le punte intorno, rosse. La cuccia di un piccolo re. Poi le ciotole per la pappa e per l’acqua, uguali, anche quelle con la corona impressa sul fondo. Un tappetino per poggiarcele, in modo da non fare disastri. Il primo collare, fatto con un nastro a quadretti bianchi e rossi. Un guinzaglio di cuoio, serio, da cane serio. I giochini: una palla bianca e rossa, di gomma dura, e due dei miei vecchi cani di peluche, i più piccoli, perché non si spaventasse. C’era tutto. Mancava solo lui. Mi sono preparato: ho letto tre volte tutto il Dizionario uomo-cane, da cima a fondo. Sapevo anche recitare le voci a memoria. Ho imparato un sacco di cose. Sapevo tutto.
E poi, quando siamo andati a prenderlo, ho dovuto disimparare tutto e mettermi ad ascoltare. Ascoltarlo, guardarlo, osservarlo. Capire da lui che cosa dovevo fare, e quando, e come. La sera, la prima sera a casa, l’ho messo nella cuccia, con una copertina che mi aveva dato la donna del canile prendendola dal posto dove dormiva la sua mamma con tutta la cucciolata: ha il suo odore, mi aveva detto, serve a tranquillizzarlo. Lui si è addormentato quasi subito, i cuccioli dormono molto. L’ho guardato a lungo prima di spegnere la luce e mettermi a dormire anch’io. Poi, nel cuore della notte, mi ha svegliato un piccolo verso, un gemito. Ho aperto gli occhi di colpo, mi sono ricordato che c’era lui lì vicino, da qualche parte, per terra. C’era la luna, non ho dovuto accendere la lampada. Era sveglio anche lui e stava lì sulle quattro zampe, tutto un po’incerto, e dalla gola gli scappava quel verso minuscolo. Come se piangesse, ma piano, per non disturbarmi. Sono scivolato giù dal letto e l’ho preso in braccio. Allora quasi mi stava dentro una mano. Ho annusato il suo odore di pelo caldo e notte, il suo odore di cane. Mi ha leccato la mano. Quella lingua piccola come un sospiro. Ho sentito il cuore contro il mio palmo: batteva sottopelle, sembrava che volesse balzare fuori. Così veloce, così vivo. Ho deciso. Il Dizionario diceva che i cani devono abituarsi fin da subito ai luoghi sì e ai luoghi no. Il letto del padrone è un luogo no. Noi l’abbiamo fatto diventare un luogo sì.
Si è riaddormentato subito, stretto vicino a me, sotto la coperta, tiepido come le braci di un piccolo fuoco. Quella notte non ha pianto più. E da allora dorme sempre con me.
Il Bambino è l’Uomo da piccolo.
È meglio dell’Uomo.
Se puoi scegliere scegli un Bambino.”
[Beatrice Masini è nata a Milano, dove vive e lavora. Giornalista, traduttrice (tra i suoi lavori i libri della saga di Harry Potter), editor, scrive storie e romanzi per bambini e ragazzi. I suoi libri sono stati tradotti in quindici Paesi. Ha vinto nel 1999 il Premio Castello di Sanguinetto con il romanzo La casa delle bambole non si tocca (Salani), e nel 2004 il Premio Pippi con Signore e signorine – Corale greca (Einaudi Ragazzi), il Premio Elsa Morante con La spada e il cuore – Donne della Bibbia (Edizioni EL) e il Premio Andersen come miglior autrice.]
Marco Peano è al suo esordio con un libro dalla scrittura dolorosa e perfetta. Chiara e dura come l’argomento di cui tratta: malattia, morte, devastazione. Una madre con il cancro. Amore.
Il frammento che segue è tratto da L’invenzione della madre – minimum fax – 2015
La festa
La madre sarebbe tornata. Dopo più di un mese in ospedale, tutto a casa era pronto per accoglierla: Mattia e suo padre avevano curato ogni dettaglio.
Era martedì 1° febbraio 2005 e l’aria era fredda, ma c’era il sole. Ogni cosa sembrava leggera.
Fermi in piedi, fuori dalla stanza di un ospedale di provincia, stavano in attesa i barellieri: volontari – forse segnati da un lutto personale – che regalano il proprio tempo ai bisognosi. Hanno il compito di predisporre la lettiga per il trasporto del paziente da casa all’ospedale (e questo è un viaggio triste) o, come ora con la madre di Mattia, dall’ospedale a casa (e questo è un viaggio allegro). Si muovono rigorosamente in coppia – uno dei due di solito ha più esperienza, l’altro cerca di imparare.
Quella volta i barellieri erano un ragazzo e un uomo anziano, e agli occhi di Mattia persino il colore squillante delle loro divise sembrava voler festeggiare la fine del ricovero. Con mille attenzioni avevano protetto sua madre avvolgendola in una coperta pesante, ruvida al tatto. Non doveva prendere freddo.
L’ambulanza avrebbe raggiunto la casa della paziente appena dimessa. Un movimento speculare (ma al rallentatore, aveva pensato Mattia) a quello che l’aveva condotta fin lì.
Dopo aver compiuto un’ultima ispezione alla stanza – nulla di lei doveva restare lì dentro, neppure un fazzoletto –, Mattia seguì la madre. Spinta in barella con molta prudenza dal ragazzo in divisa, attraversarono insieme i corridoi, poi l’ascensore e infine raggiunsero l’uscita.
Non avrebbe più scordato l’esattezza con cui i raggi del sole, appena la porta scorrevole si chiuse dietro di loro, colpirono il volto della madre. La luce era perfetta, moltiplicava il biondo dei capelli radi e le illuminava i lineamenti come una carezza; lei sorrise, poi disse qualcosa di dimenticabile su quella giornata.
La festa proseguì a casa. Il padre di Mattia aveva invitato alcuni amici: coppie con cui negli anni lui e la moglie avevano condiviso esperienze – fra cui avere figli, tanto che c’erano persino un paio di coetanei di Mattia. E ovviamente c’era la sua ragazza.
Erano tutti in cucina, attorno al tavolo su cui stavano dei bicchieri colmi di spumante (il servizio delle grandi occasioni, quello che la madre non voleva mai usare perché l’occasione non sembrava mai grande a sufficienza) e una torta con il nome di lei fatto di lettere di cioccolato, seguito dalla scritta bentornata. Quel nome che qualcuno, sbagliandosi, pronunciava mettendo una o dove c’era una a.
La nonna di Mattia – l’unica che gli era rimasta, un po’ acciaccata ma ancora lucida – era accompagnata dalla badante. Durante il ricovero della figlia le sue condizioni le avevano permesso di farle visita in ospedale soltanto un paio di volte, e adesso sedeva orgogliosa a capotavola: si tormentava il foulard con la mano malferma, e la badante glielo risistemava sibilando nella sua lingua fatta di spigoli qualcosa che suonava come un rimprovero bonario. La ragazza che da qualche anno si prendeva cura di lei verificava di continuo che la vecchia fosse presentabile. Soffiandosi il naso per la commozione di aver riabbracciato la figlia aveva sbavato un po’ il trucco leggero con cui aveva preteso d’imbellettarsi. E adesso doveva fare attenzione affinché non si sporcasse con la torta.
Poi alla spicciolata gli amici dei genitori se ne andarono, la sua ragazza pure, e anche la nonna scortata dalla badante tornò a casa sua. Rimasero loro tre, in cucina, fra bicchieri di spumante mezzi vuoti e piatti sporchi. Padre e figlio in piedi, la donna seduta sulla poltrona.
Hai visto, disse lei non si capiva rivolta a chi, c’era anche l’ingegnere.
Perché ti vogliono bene, rispose con eccessiva sicurezza il marito.
Mattia fece sì con la testa.
E poi la madre tentò di alzarsi, senza riuscirci.
Fu allora che Mattia scattò, quasi gettandosi su di lei: Fai attenzione, disse. Forse dovremmo… Poi rimase in silenzio, fulminato da uno sguardo del padre.
La presero sottobraccio, disponendosi uno a sinistra e uno a destra, e con pazienza inesauribile – un passo dopo l’altro, la sedia a portata di mano quando lei diceva di essere stanca – l’accompagnarono di là.
Qualche ora prima, quando erano arrivati gli ospiti, la madre si era fatta trovare già seduta in poltrona. Fra chiacchiere e ricordi inoffensivi tutto aveva suggerito un’idea di normalità.
Ma niente più avrebbe avuto i contorni rassicuranti di una festa in famiglia: la leggerezza esibita quel giorno era artificiosa, Mattia e suo padre erano i principali responsabili di quella e delle tante farse che sarebbero seguite.
Perché se era vero che la madre di Mattia era tornata a casa dall’ospedale, era altrettanto vero che ci era tornata per morire.
Dorme ancora
Ogni giorno, Mattia si sveglia con la certezza e con il timore che quella che è diventata la quotidianità – una quotidianità che in altri tempi non avrebbe tollerato – stia per svanire.
Se ha dormito nel suo letto, c’è un momento sospeso che gli permette di fingere che nulla esista. Ma quando poggia i piedi a terra, il contatto col pavimento di legno della sua cameretta di bambino lo riporta all’oggi. Ignora consapevolmente la stanza da letto dei suoi genitori – vuota – e mentre scende di sotto incontra per primo il gatto, che gli si struscia affettuoso sulle gambe per dargli il buongiorno; poi vede se stesso nello specchio del bagno. Per ultimo ritrova il padre in cucina: un caffè davanti bevuto per metà, la tv accesa sulle previsioni meteo e una sigaretta già spenta a impuzzolentire il posacenere.
(Al risveglio, qualche secondo dopo aver aperto gli occhi, Mattia vorrebbe richiuderli per ignorare la giornata che lo attende. Ma basta un accenno di progresso – un guizzo inaspettato da parte di quel corpo metastatizzato, ad esempio – e la giornata viene subito rubricata come piacevole. Tanto che la sera cerca in ogni modo di ritardare il sonno: mangia dei biscotti, scambia qualche sms con la sua ragazza, fa ordine fra le sue innumerevoli videocassette.)
Com’è andata la notte?, domanda Mattia.
Il padre alza le spalle e fa una smorfia. Sembra Jean-Paul Belmondo invecchiato e ingrassato, pensa Mattia; poi si corregge, perché la somiglianza fisica non c’entra niente: sembra un uomo che da giovane si atteggiava a Jean-Paul Belmondo.
Mattia consuma la colazione in silenzio, mentre il conduttore del meteo dice che la primavera fa i capricci, ma non bisogna disperare.
Vado di là, dice poi, mettendo nel lavello tazze e cucchiaini.
Solo allora il padre si decide a dire le prime parole della giornata: Dorme ancora.
«Di là» è il modo convenzionale con cui Mattia e il padre hanno preso a chiamare il basso fabbricato che, dopo il ritorno a casa successivo all’ultimo ricovero, ospita la madre e la sua malattia. Un edificio costruito una decina d’anni prima nell’ampio cortile: accanto all’officina del padre, dove un tempo c’era un pollaio sorge una specie di dépendance dotata di bagno e cucina. Mattia adolescente ci faceva le feste, lì dentro, e in questo modo – sotto la custodia blanda dei genitori, rassicurati dall’avere il figlio in casa – riusciva a ricavarsi uno spazio di libertà e divertimento. È in quel fabbricato che Mattia ha iniziato a scoprire il mondo.
La madre, incapace di affrontare tre rampe di scale per raggiungere la camera matrimoniale, è ora confinata in quella dépendance. Come se mettendo pochi metri di distanza – quanti saranno, dieci? – dalla casa vera e propria, il dolore potesse essere contenuto. Di là. Sembra quasi mimare l’abitudine di pensarla «al di là».
Il basso fabbricato è diventato il luogo in cui padre e figlio, a giorni alterni, dormono sul divano-letto a fianco del materasso ortopedico dove la donna riposa. Vegliano la madre, la moglie, in un tempo che, anche se sembra averne tutte le caratteristiche, non sarà infinito.
(Si hanno testimonianze di sepolture fin dall’Età della pietra: si tenevano lontani i morti per timore che tornassero.)
Non appena esce di casa, Mattia incontra persone che gli chiedono notizie. Dopo quel breve pomeriggio in cui hanno festeggiato insieme il rientro della madre, nessuno – tranne le amiche che vengono a trovarla di tanto in tanto – l’ha più vista, e allora la gente fa congetture.
Il figlio come un alunno preparato gestisce quel piccolo assedio fornendo un resoconto preciso. Non si rende però conto di adattare ogni volta il responso: contraddice le aspettative dei suoi interlocutori, li depista. Tanto più negli occhi di chi ha davanti Mattia legge lo scetticismo verso l’idea della sopravvivenza, più tende a minimizzare la ferocia del morbo, snocciolando le probabilità di riuscita del trattamento. Tanto più l’altra persona sembra non percepire l’entità della malattia, più lui cerca di sottolineare l’assottigliarsi delle speranze, l’allontanarsi della possibilità di salvezza.
Nel tempo ha appreso strategie sempre più sofisticate per nascondere la verità. Mente alla madre, alla sua ragazza, alla nonna – forse l’unica a credere che tutto possa ancora risolversi –, persino a se stesso.
(Mattia ha ventisei anni. Ne aveva diciassette quando sua madre si è scoperta ammalata. Sono trascorsi nove anni – più di cento mesi – da quel giorno. Ora lei ha cinquantaquattro anni, e li avrà per sempre.)
[Marco Peano è nato a Torino nel 1979. Si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Einaudi. L’invenzione della madre (minimum fax – 2015) è il suo primo romanzo.]













