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Gita al Faro. Assaggi d’autore #2. Evelina Santangelo e Tommaso Pincio

di eventi e segnalazioni

Eccoci al secondo appuntamento con una nuova coppia di scrittori che parteciperà al Festival Gita al Faro quest’anno: Evelina Santangelo e Tommaso Pincio.

Evelina Santangelo, sguardo ad un mondo che potrebbe ancora sognare, in Sicilia, la Sicilia a cui appartiene. Con o senza mafia, poveri, emigrati, migranti, dolori, orrori, ma sempre con occhi di cuore: ragazzini e ragazzine, giovani, tutti in viaggio verso un sogno perchè, alla fine, tutte le storie sono semplici e vale la pena di parlare, di raccontare, di crederci.

Il frammento che segue è tratto da Non va sempre così – Einaudi – 2015

“La prima a franare era stata la sedia norvegese. Una Stokke multi balans con la postazione in ginocchio. Un sollievo per la schiena, diceva la pubblicità sul volantino. Un peso per le tasche, quando era stato il momento di pagarla. Era durata, però. Dieci anni di onorata carriera. Le aveva garantito una postura perfetta davanti al tavolo dello studio e un dolore leggero alle ginocchia.

Seduta su quella sedia, aveva scritto un bel po’ di relazioni sui ragazzini diversabili che aveva seguito, quando ancora di anno in anno, miracolosamente, si vedeva rinnovato un incarico annuale da precaria cronica in quella che impropriamente chiamava la sua scuola.

Poi era stata la volta del frigorifero che aveva riempito con il suo ronzio perpetuo il silenzio di certe infinite notti d’insonnia. Era morto in un istante dopo un paio di mesi d’agonia. Un brontolio sordo accompagnato da accessi di vibrazioni che lei aveva attribuito agli sbalzi di tensione che funestavano il quartiere, facendo impazzire i sistemi di allarme. Non avrebbe mai immaginato che le sarebbe mancato a tal punto quel suo frigo ribattezzato «Parkinson» (da sua figlia, per la precisione), quando si era decisa ad acquistarne uno nuovo a rate con tecnologia total no frost e compressore lineare inverter, «ecosostenibile e di una silenziosità finora mai vista», diceva il dépliant pubblicitario.

Uno dei ganci che reggevano il bastone della tenda in camera da letto, invece, aveva ceduto senza alcun preavviso. Un crac sul lato sinistro della parete, ed era precipitato in una pioggerella d’intonaco, lasciando il bastone sospeso a mezz’aria. La tenda, obliqua contro la porta a vetri che dava sul balcone, le aveva insinuato un senso vago di nostalgia. Se lui fosse stato ancora lí, l’avrebbe rimessa su in quattro e quattr’otto. Scala, trapano, tassello. Cose di una vita fa della cui esistenza ormai dubitava persino, come del fatto che l’avrebbe messa su in quattro e quattr’otto, visto che, in verità, non ricordava una sola cosa che lui avesse messo a posto nei tre anni passati insieme dopo la nascita della bambina.

Si era fatta aiutare da Matilde per staccare il bastone dall’altro gancio, prendendosi un «Mamma, che palle però! Tutto che si rompe…»
«E già», aveva risposto, pentendosi di aver tradito un senso intimo di sconforto. «Cose che si possono rimediare», aveva aggiunto per non darla vinta a quella sensazione di deriva.

Aveva appallottolato energicamente la tenda stringendola al petto e l’aveva infilata nello sgabuzzino insieme alle altre cianfrusaglie ormai irrecuperabili, quasi tutti regali di nozze andati in malora nel giro di qualche anno: un aspirapolvere a bidone, «una cosa utile», aveva detto porgendoglielo un prozio di cui non ricordava nemmeno il nome; un aspira briciole; un aspira pelucchi; un frullatore anni ’60, dissepolto tra gli oggetti da collezione di un negozio vintage per intenditori; un tostapane e un portamarmellate-girevole a forma di porcellino e porcellina, «le cose simpatiche» scovate apposta per l’occasione dagli amici piú allergici al matrimonio, per metterli in guardia dalla rogna del tran tran coniugale.

Adesso le dava fastidio quel punto interrogativo nero rimasto conficcato nel muro.
Stava proprio contemplando il gancio nudo e solitario contro la parete quando aveva ricevuto la telefonata di una compagna di scuola che non vedeva almeno da dieci anni, da quando cioè si erano ritrovate, fianco a fianco, a una tavolata di ex compagni in una rimpatriata che nemmeno le battute del piú caciarone della classe, allusive e di un’oscenità studiata, erano riuscite a rianimare.

Aveva osservato per tutta la sera il bottone rosso che minacciava di liberarsi dalla strozzatura dell’asola cucita sul basso ventre di quello che era stato una sua vecchia fiamma, il piú bel ragazzo dell’intera sezione c, e forse anche della b e della a. Non capiva proprio come avesse potuto versare tante lacrime quando lui l’aveva lasciata dopo l’ultimo viaggio d’istruzione della sua vita scolastica. Per la delusione, aveva rischiato di compromettere la lode della maturità e quella che, a detta di tutti, era l’estate piú bella della vita, la piú promettente dopo anni piantati a fare piú o meno le stesse cose: sveglia alle sette, cinque ore a scuola, altre cinque ore di compiti a casa. Una studentessa modello, promettente pure lei, come l’estate… Aveva pasato l’intera serata a fissare ora il bottone ora il proprio riflesso sul vetro che salvaguardava dalla polvere una decrepita natura morta, benedicendo le ditate che qualcuno vi aveva lasciato stampate sopra.

Era stata in grado di dire solo: «Ciao», dunque, quando dall’altro capo del telefono aveva sentito la voce squillante di Chiara, che adesso non riusciva piú a fare a meno di associare alle immagini del bottone rosso strozzato e del proprio riflesso impiastricciato e smorto. Forse perché le si era attaccata all’orecchio, come una zecca, per tutta la cena, commentando l’inesorabile disfatta dei corpi e passandosi compiaciuta la mano sul collo ancora liscio.
Aveva risposto: «Cosí cosí. Un po’ di mal di testa da influenza» al suo «Come va?» nel timore di un nuovo invito per un qualche anniversario che non aveva nessuna intenzione di celebrare e nemmeno di ricordare.
Si era rilassata solo quando Chiara l’aveva travolta con il suo entusiasmo, spiegandole che doveva parlarle di una cosa importante e improrogabile. «Allora ti aspetto a casa mia, mi raccomando. Puntuale! Si tratta di scegliere se restare lí dove sei o dare una svolta alla tua vita, capisci?»
Aveva chiuso la telefonata con un «Sí, va bene» senza fare domande.
Non se l’era sentita di chiedere a Chiara, di cui ricordava la pelle liscia del collo ma a stento il viso, «Perché? Dove sono?»

Con quella domanda sulla punta della lingua, aveva chiamato suo padre. – Ti va se porto Matilde a cena da te?
– Allora la lasci a dormire qua! – aveva detto lui con quell’allegria che non riusciva a dissimulare tutte le volte che aveva una ragione in piú per uscire e andare a comprare qualcosa. – Dille che non c’è bisogno di prendere dentifricio e spazzolino. Chiedile solo se vuole yogurt o latte per colazione. Anzi, non chiederle niente. Prendo latte, yogurt, un paio di spazzolini… Penso a tutto io.

«Pure alle mie scarpe…?», aveva pensato lei poco dopo, osservando i sandali dell’anno prima con la suola leggermente scollata sulla punta. Se solo avesse avuto voglia di domandarglielo, si sarebbe ritrovata con una collezione intera di sandali di ogni colore, e la sensazione sgradevole di approfittare di quella mania che da un po’ di tempo aveva preso suo padre e che l’ultima volta si era sfogata su una serie di cornici d’argento, o simil argento, va’ a sapere. Adesso stavano lí, allineate sul comò dove lui gliele aveva fatte trovare. «Le davano in offerta», si era scusato quando lei aveva esclamato: «Ma papà…!», senza riuscire a dissimulare l’angoscia dinanzi a quelle facce uguali di Matilde che la fissavano con aria sorniona.

«Matilde dice che messe cosí sembrano un’opera di quell’americano che faceva le cose in serie», aveva precisato suo padre nel tentativo di giustificare la convinzione con cui si era deciso a comprare l’intero stock da un rigattiere del suo amatissimo mercatino delle pulci.

«Andy Warhol, intendi?», si era divertita a chiedere.
«Sí, proprio quello lí, – aveva risposto lui con una gratitudine che evidentemente doveva esser rivolta a quel Warhol Andy in persona, il cui catalogo era comparso in salone pochi giorni dopo, accanto alla collezione di macchine fotografiche… – Questo pubblicitario è un gigante!»

In bagno, si era truccata con cura, cercando di coprire le rughe ai lati delle labbra che certi giorni le davano un’aria particolarmente stanca, «attempata» avrebbe detto Matilde per prenderla in giro.

Aveva dovuto gesticolare un bel po’ infine per catturare l’attenzione di sua figlia, distesa sul letto, con gli auricolari incollati alle orecchie, che muoveva la testa a un ritmo sostenuto ma dolce, battendo le mani sul materasso in una sorta di trance febbrile da cui era emersa con un’aria stralunata.
– Che c’è, ma’? – le aveva detto togliendosi le cuffie e mettendosi a sedere in un modo che le aveva ricordato l’adolescente di Kirchner, quella Marzella dalla pelle rosata con un enorme fiocco bianco a pesarle sulla testa, quella insondabile Marzella che se ne stava seduta sulla punta di un letto minuscolo, ma come ripiegata nel bozzolo colorato della sua stanza, annichilita nella sua nudità acerba. Non che Matilde fosse nuda, e oltretutto da qualche tempo aveva sviluppato anche un piccolo seno rotondo, ma aveva accavallato le gambe stringendole al pube in un modo del tutto simile, mentre gli shorts le segavano la carne tra le cosce nude, arrosandola.

– Tutto bene?
– Sí, ma’, – le aveva risposto Matilde, raccogliendo da terra il suo cane di pezza bianco e mettendolo accanto a sé, seduto pure lui, ma con le zampe aperte che mimavano un abbraccio vuoto. – Si è rotto qualcos’altro? – aveva aggiunto ironica.
– Direi di no. Il fatto è che… avrei un appuntamento… con una mia amica. Il nonno ti aspetterebbe per cena… e per colazione.
– Nel senso che devo dormire da lui?
– Ti va, no?
Matilde aveva valutato la cosa con un’aria tra il furbo e il malizioso. – Cosí magari gli chiedo di aggiustarmi gli occhiali da sole, – aveva detto, congedando definitivamente ogni traccia di quella Marzella che doveva essere una sua coetanea, meno sviluppata però.
– Ma se te ne ha comprati un paio tre giorni fa… perché li avevi lasciati chissà dove.
– Appunto, – aveva concluso Matilde, sollevando la sacca da terra per infilarci dentro il cane di pezza e il pigiama.
– Non mi sembra proprio una cosa giusta approfittare…
– Allora me li compri tu? – era stata la controrisposta di
Matilde. – Come regalo di licenza di seconda media?
– Non esiste la licenza di seconda media… – Si era avviata verso la porta. – Andiamo, – aveva aggiunto.”

[Evelina Santangelo è nata a Palermo. Presso Einaudi ha pubblicato nel 2000 la raccolta di racconti L’occhio cieco del mondo (con cui ha vinto i premi Berto, Fiesole, Mondello opera prima, Chiara, Gandovere-Franciacorta), i romanzi La lucertola color smeraldo (2003), Il giorno degli orsi volanti (2005), Senzaterra (2008), Cose da pazzi (2012) e Non va sempre così (2015). Suoi racconti sono apparsi nelle antologieDisertori, Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi, Stile libero),Principesse azzurre 2 (Oscar Mondadori) e Deandreide (Rizzoli Bur). Per Einaudi ha tradotto Firmino di Sam Savage e ha curato l’edizione di Terra matta di Vincenzo Rabito.
Il suo sito è www.evelinasantangelo.it.]

 

Letteratura e immagini ed arte segnano il percorso multiplo e curioso di Tommaso Pincio. Le sue storie sembrano nascere da domande impastate di ricordi dell’adolescenza e di immaginari costruiti con le passioni, gli stupori, i ricordi. E poi anche i problemi della vita che si ritrovano, a volte, ad essere dentro le storie, sempre un po’ noir che scrive.

Il frammento che segue è tratto da Panorama – NN Editore – 2015

“«Ho letto di un’accidia maligna, di un umore come di animali stroncati su un fianco nel sonno da calura, di leoni e bufali indifferenti alle mosche, offerti  alla morte pomeridiana, al sogno di diventare scheletri».

Ottavio Tondi,
Memorie delle cose lette prima  di dire m’addormento

(appunto n. 103)

Mai, la parola chiave è mai. Il resto può discutersi, ma quanto al punto nodale, al nocciolo,  un fatto è pacifico: in quei quattro anni Ottavio Tondi non ha mai incontrato Ligeia Tissot. Mai, neppure una volta. L’ha vista in foto, questo sì, in molte foto. L’ha vista ritratta in immagini del passato, del tempo in cui lei era ancora adolescente e sgraziata, e in foto più recenti, scattate in quei quattro anni o poco prima, foto che lei, almeno nei primi tempi, gli spediva in continuazione e nelle quali appariva già donna e padrona della sua bellezza; foto in cui poggiava sui palmi il viso imbronciato o sedeva sull’erba di un parco, illuminata dal sole, o se ne stava in piedi e infreddolita, di notte, a fumare in strada, avvolta in uno scialle che pareva una coperta militare; foto in cui era sempre spietatamente giovane e sempre elegante, sempre con quella sua luce nello sguardo, una luce irruenta e folle, da assassina. Le tante immagini che Ligeia gli ha spedito in quei quattro anni di scambi epistolari sono tuttavia nulla al confronto del numero di ore trascorse da Tondi a osservarle; un numero enorme, insano.  A forza di guardarle, non soltanto perse la cognizione del tempo, le trasformò. A un tratto, sotto i suoi occhi, quelle foto smisero di essere semplici foto per diventare ricordi, foto interiori, scatti della sua mente, di una memoria immaginaria nella quale la persona di Ligeia era ricomposta in ogni dettaglio, inclusi quelli che non poteva conoscere, l’odore della pelle, dei capelli, il calore dell’alito.

Ma anche questo spreco di tempo è niente se paragonato all’abisso di accidia, alla scriteriata infinità di ore che Ottavio Tondi dissipò guardando il letto sempre sfatto di Ligeia Tissot; ammesso  e non concesso che “guardare”sia il verbo appropriato e che il letto fosse davvero quello in cui dormiva Ligeia Tissot. I suoi occhi vivevano per quel giaciglio in disordine. Lo fissavano, lo contemplavano, lo studiavano, lo sorvegliavamo. Ci fosse un verbo che raduni queste quattro azioni sotto il senso di un’estenuante attesa, quel verbo renderebbe un’idea di cosa volesse dire, per Tondi, guardare. Aspettava lei, ovviamente; aspettava di vedere Ligeia Tissot infilarsi sotto quelle lenzuola e scompigliarsi i capelli sopra quei cuscini. Ma non è mai successo.

Non gli è mai capitato di vederla. Né lei né nessun altro. In compenso ha visto una gran quantità di oggetti, le cose con le quali lei si era coricata e che lasciava lì dopo essersi alzata, cose di ogni sorta e sempre diverse, prove incontestabili che qualcuno occupava quel letto, anche se a lui non è mai riuscito di vedervi altro che oggetti inanimati. A detta di Ligeia, l’entropia del letto non era senza ragione. È per gli acari, gli scrisse il 4 gennaio del secondo anno di corrispondenza. Hanno bisogno di umidità, ricavano l’acqua dall’aria, gli spiegò.

Un letto rifatto appena dopo il risveglio è il loro ambiente ideale. Lasciandolo in disordine, cuscini e lenzuola perdono l’umidità accumulata nella  notte, gli acari si disidratano e muoiono. I contatti di Ottavio Tondi con Ligeia Tissot non andarono oltre la corrispondenza digitale, i messaggi più o meno lunghi scambiati su Panorama, in quei quattro anni, acari a parte. Fu una corrispondenza a tal punto intensa e ricca di reciproche rivelazioni che l’aggettivo “intimo” riferito al loro rapporto non suona fuori luogo, malgrado nei toni che entrambi usavano non si scorgono mai, se non per brevi periodi e in maniera comunque ambigua, gli accenti di una vera intimità.

D’altra parte, considerate le tante cose che lei gli diceva di sé e le tante foto che lei gli spediva assieme ai messaggi e la miriade di oggetti che lei lasciava sul letto sfatto e che lui inventariava con metodo ossessivo, Tondi riteneva di conoscere quella ragazza meglio di chiunque altro o comunque abbastanza bene da indurlo a dare per verosimile questa sua fantasia: che sarebbe bastato un nonnulla, un incontro o poco più, perché il loro rapporto virtuale sfociasse in ciò che biblicamente si intende con intimità. Tondi restò a lungo persuaso che questo nonnulla fosse una possibilità nell’ordine delle cose, uno sviluppo pressoché inevitabile della loro corrispondenza, una logica conclusione che solo il caso, anzi no, lui stesso aveva impedito.

Da dove traesse un simile convincimento è un mistero. Nella realtà, Tondi non impedì alcunché. A parte un paio di battute e un vago accenno a  una sua venuta a Roma, Ligeia non gli propose mai di incontrarsi né manifestò concretamente un simile desiderio. Lui non fu da meno. Non propose nulla, non manifestò niente. Il solo effettivo ostacolo che si frappose all’eventualità di un appuntamento fu la totale mancanza di iniziativa, peraltro espressione tipica dell’inazione propria di tutti quegli individui marginali che, come lui, amavano leggere, ma che in lui acquistava un risalto emblematico, essendo lui non un lettore qualunque, ma l’epitome, l’incarnazione di una passione già rara in passato e oggi del tutto scomparsa. Se di molte persone, al semplice guardarle in faccia, si può dire che finiranno male, qualcosa di non molto diverso era possibile dedurre dallo speciale talento di Tondi nel non incidere sulle cose, per restare assente, inerte in ogni circostanza, a meno che non ci fosse in ballo la lettura di un libro. Da una persona così era folle aspettar-si sviluppi diversi da una deriva irrefrenata degli eventi.

Tondi la vedeva in tutt’altra maniera naturalmente. Nei suoi pensieri, associava la mancata intimità con Ligeia Tissot al ricordo di una mostra d’arte visitata anni addietro. Tanto il nome dell’artista che quello della galleria li aveva scordati, ma l’opera, la sola esposta, gli era rimasta bene impressa: una parete bianca costellata di fori neri realizzati attorcigliando pezzi di gomma nera, la gomma delle camere d’aria. In particolare, Tondi ricordava l’odore che impregnava la sala, il profumo di quelle rose. Sapeva di polvere grassa e umidità, di penombra. L’odore che si respira nelle officine e che, alle narici pur non particolarmente sensibili di Tondi fece, chissà perché, l’effetto di un rimpianto. Non fosse stato per questa suggestione olfattiva non avrebbe mai perdonato all’artista lo stucchevole titolo dell’installazione,

Le rose che non colsi. Eppure è proprio in termini tanto stucchevoli che Tondi ha finito col pensare alla sua Ligeia: un fiore spuntato dal nulla soltanto per lui e nel nulla infine appassito perché lui si era guardato bene dal coglierlo.  Per dirla in altri termini, Tondi si era persuaso che, almeno nei primi tempi, Ligeia aspettasse solo un suo passo e che fosse stato lui, col suo tergiversare, a raffreddarle l’anima, a tenerla a distanza, indirizzando la loro corrispondenza su un binario morto. Per molti versi, non sbagliava. Non si può infatti negare che abbia fatto di tutto affinché l’ipotesi di un amore sopravvivesse nell’unica forma per lui conveniente, un lento appassimento. Quale altro senso si potrebbe cercare nel tono dei suoi messaggi? Fosse stato per loro, per lui e i suoi messaggi – quei messaggi sempre gentili, affettuosi anche, e però sempre troppo composti, misurati malgrado le allusioni scherzose, le ambiguità – l’appassimento sarebbe durato in eterno. Del resto, al punto della vita in cui era  giunto, Tondi tendeva a vedere ogni cosa sotto quella luce. Era l’umore, la sensazione che puntualmente l’assaliva al risveglio, restandogli incollata addosso fin quando non tornava a letto e ripiombava nel sonno, cosa che nonostante l’età, le ansie e le scarsissime attività che riempivano le sue giornate seguitava a risultargli facile.

L’appassimento aveva attecchito anche nel mondo circostante, almeno ai suoi occhi. Tondi ne scorgeva segni un po’ dappertutto, nel disordine progressivo che governava la casa, nei cibi scaduti in frigo, negli strati di polvere che velavano i libri e ovviamente anche nei libri stessi, i libri che aveva smesso di leggere ma che ancora tappezzavano le pareti, malgrado molti, i più preziosi, le rarità da collezionisti, li avesse venduti per sbarcare il lunario. Perfino le notizie che giungevano dai mezzi di informazione gli parlavano di appassimento. L’economia ristagnava, la società invecchiava, la povertà aumentava. Alla guida del Paese erano subentrate facce nuove, figure energiche e brillanti, è vero, ma nella loro pochezza morale, nella loro mancanza di autentici ideali, Tondi intravedeva comunque lo stigma di un precoce appassimento. Quei politici gli sembravano destinati, se non intenzionati a fallire; uguali ai vecchi pur essendo giovani.

Simili giudizi rispecchiavano le considerazioni che Tondi faceva su di sé, oltre alla sfiducia cronica verso qualunque possibilità di cambiamento, uno scetticismo frutto della sua esistenza votata alla lettura. Fra le ragioni che lo indussero a mantenere un certo distacco con Ligeia, la più profonda e vera è da cercarsi proprio nei tanti libri che aveva divorato. Un’eventuale intimità rischiava di somigliare a romanzi dalla trama abusata. Ne aveva lette fin troppe di quelle storie dal finale annunciato e non felice (i finali annunciati non lo sono mai) per non sapere che la dignità letteraria e la nobiltà da tragedia che nei romanzi ammanta ogni sorta di nefandezza e miseria, non resistono all’impatto della realtà. Si prenda l’esempio di  quell’incarnazione del male assoluto conosciuta col nome di Nikolaj Stravogin. Avvolto nella tela di mistero che Dostoevskij gli tesse attorno, questo spregevole individuo che offende per il puro piacere di offendere ci incuriosisce e affascina. Non è affatto improbabile che i suoi capelli troppo neri, i denti come perle, le labbra come coralli, l’aria da maschera, repulsiva eppure magnetica come un dipinto, eserciterebbero un ascendente anche nel mondo reale. Nondimeno di un simile individuo, nel mondo reale, finiremmo per diffidare e lo terremmo a distanza. Leggendo I demoni, invece, non vediamo l’ora di incontrarlo e appena intuiamo che le sue apparizioni nel romanzo saranno soltanto saltuarie affiora in noi una punta di delusione, anzi molto più di una punta. E che dire di Gregor Samsa? Non siamo forse tutti mostruosi insetti, nel ritrovarci immersi nella Metamorfosi? Ma quanti di noi vorrebbero seguitare a essere un Samsa una volta posato il libro?

Quando gli spedì il primo messaggio, Ligeia Tissot aveva appena ventiquattro anni, la metà esatta dei suoi, la metà di quei quarantotto anni che lui non si capacitava di aver compiuto mal-grado ne sentisse tutto il peso. In quel dettaglio che gli era impossibile dimenticare vedeva i presupposti del più vieto e miserabile dei cliché.

Nemmeno l’aura redimente della letteratura riusciva davvero a riscattare la storia dell’attempato sibarita che sbava sulla serica pelle di una fanciulla in fiore. Di romanzi di quel tenore ne aveva letti a bizzeffe: erano solitamente orribili, noiosi al massimo grado, mai memorabili. Salvava Lolita, ovviamente, e pure con scarsa convinzione, trovando il protagonista troppo esasperato, troppo sui generis per essere credibile. E comunque le qualità che lo rendevano più interessante o meno patetico di tanti altri personaggi a lui affini, vale a dire l’immoralità sfrontata e la caustica brillantezza, non erano alla portata di Tondi. Gli mancava il fisico per quel ruolo, ma soprattutto gli mancava la disinvoltura, l’assenza di remore. Era ossessionato dal giudizio sociale. Non gli riusciva di fare alcunché senza chiedersi cosa avrebbero detto gli altri, i vicini, i conoscenti, la gente. E cosa avrebbe detto la gente di un uomo prossimo alla cinquantina, per nulla piacente e caduto in disgrazia, che cercasse di entrare in intimità con una ragazza tanto più giovane di lui da poter essere tranquillamente sua figlia?

Non deve dunque stupire che Ottavio Tondi non abbia mai osato spingersi oltre i confini della convenienza quale lui la intendeva o, per meglio dire, la paventava. Di desideri e pensieri sconvenienti ne aveva. Quale uomo non ne avrebbe avuti al suo posto, davanti a una ragazza simile? Molte di queste voglie, di questi suoi sogni inconfessabili, traspaiono tra le righe della corrispondenza con Ligeia, e spesso in misura non meno evidente degli sforzi di reprimerli o dissimularli.

Alcuni slanci, in particolare quelli degli ultimi tempi, erano voluti, frasi chiaramente allusive ma mai davvero esplicite e alle quali si abbandonava ogni qualvolta avvertisse la sensazione che lei si stesse stancando di un rapporto tanto sterile, fatto unicamente di parole che non portavano a nulla. I passaggi in cui si tradiva erano tuttavia perlopiù involontari. I veri sentimenti li teneva per sé, coltivandoli e coccolandoli alla sua maniera, la maniera già detta, quella dell’eterno appassire.

Se è vero che l’evoluzione dell’umana specie può spiegarsi in virtù di una propensione in apparenza insensata a desiderare l’impossibile, a volere la luna, Ottavio Tondi era un essere umano come tutti gli altri, a parte una piccola differenza: lui, la luna, qualunque luna, che fosse Ligeia Tissot o una meta assai più raggiungibile, non soltanto non l’avrebbe mai avuta, non l‘avrebbe mai davvero desiderata. Sapeva che il suo posto era sulla Terra, il posto di chi è condannato a sospirare, a vagheggiare l’impossibile ammirandolo dal basso, da lontano. Sapeva pure che un giorno o l’altro qualcuno, per tentare l’impresa, si sarebbe levato in cielo a bordo di un razzo puntando alla luna, alla sua luna, quella che lui, per anni, si era limitato a guardare. Quel giorno Ottavio Tondi avrebbe fatto quel che faceva ogni giorno, sarebbe rimasto a osservare e, nell’osservare la scia vaporosa allungarsi verso l’impossibile, avrebbe vissuto sulla propria pelle quel che da lettore aveva vissuto per interposta persona, avrebbe cioè provato l’amarezza di una verità che in fondo conosceva da sempre: che la vera ragione per cui si vuole la luna è che nulla è eterno in questo desolato mondo, neppure l’appassimento.”

[Tommaso Pincio pseudonimo di Marco Colapietro scrittore e pittore di ritratti, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato M. (Cronopio 1999), Un amore dell’altro mondo (Einaudi 2002), La ragazza che non era lei (Einaudi 2005), Gli alieni (Fazi 2006), Cinacittà (Einaudi 2008), Lo spazio sfinito (minimum fax 2010), Hotel a zero stelle (Laterza 2011), Pulp Roma (il Saggiatore 2012), Acque Chete (Mirror 2014), Panorama (NN Edizioni 2015). Collabora regolarmente alla rivista Rolling Stone, alle pagine culturali del manifesto, e con il Venerdì di Repubblica. Sospeso tra infiniti universi paralleli, declina il suo linguaggio nella traduzione del romanzo del sogno americano per eccellenza: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald per minimum fax, oltre che di autori quali Jack Kerouac (Il libro del risveglio, Mondadori), Philip K. Dick (Mary e il gigante, Fanucci). Il suo sito è tommasopincio.net.]

 

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