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Gita al Faro. Assaggi d’autore #3. Michela Murgia e Fabio Stassi

di eventi e segnalazioni

Il terzo appuntamento con le narrazioni degli scrittori che parteciperanno a Gita al Faro, ci porta ad incontrare Michela Murgia e Fabio Stassi.

Michela Murgia è la forza di una terra ancora (per fortuna) molto sconosciuta. Ha saputo parlare di destini recenti  e di storie antiche con la stessa forza. Della Sardegna non ha mai smesso di dare un’immagine che, a tratti, le assomiglia: chiusa e splendente, terrigna ed evanescente, sacra e acquosa. Bella e dolorosa. Testimone di memorie e trasformazioni.

Il frammento che segue è tratto da Ave Mary. 
E 
la
 Chiesa 
inventò 
la 
donna – 
Einaudi – 2011.

“Memorie cattoliche.

Io e mio marito abbiamo attraversato diverse tappe rituali prima di arrivare a sposarci con rito religioso. Prima abbiamo convissuto per un anno, poi abbiamo scelto di sposarci civilmente rimandando ancora l’altare con grande scorno delle parentele. «Sposarsi civilmente» nel mondo in cui sono cresciuta è una frase che non significa niente. Mia zia, assai delusa, si rifiutò di darmi il prezioso corredo che aveva accumulato come una formichina in anni di speranze nuziali, tenendolo come ostaggio in attesa del «vero matrimonio». Mia madre minimizzò le nozze sentenziando che non poteva essere un legame stabile quello benedetto da un maestro elementare (il sindaco che mi sposò insegnava ai bambini). Un giorno, mentre ero in fila alle poste per pagare un bollettino, incocciai la mia catechista di cresima che mi ammoni severamente in merito alla voce scandalosa che correva in paese sul mio conto: «Non è questo che ti ho insegnato». Mi informarono che qualcuno stava addirittura raccogliendo delle firme perché mi fosse sospesa la rubrica editoriale sul settimanale diocesano, almeno fintanto che non fossi uscita dalla mia situazione spiritualmente irregolare.

Chi voleva mostrarsi indulgente con me dava la colpa a mio marito, immaginando che quel miscredente continentale ostruisse con il suo corpo la santa via per giungere all’ altare. Per quanto il panico perbenista fosse divertente, non fu per questo che rimandammo le nozze religiose per così tanto tempo. I motivi dell’attesa erano di natura teologica e non derivavano da una sottovalutazione del sacramento. Era  piuttosto vero il contrario:  io e  mio marito abbiamo sempre preso talmente sul serio il potenziale creativo del rito religioso che non eravamo affatto sicuri di voler correre il rischio di vederlo realizzato nella nostra vita per quel che davvero sembrava significare. Il matrimonio è infatti all’origine di molte situazioni nelle quali non è bene infilarsi prima di averci riflettuto molto, molto tempo.

Parli ora o taccia per sempre.

Gianni e Francesca sono fidanzati e covano da tempo l’idea di sposarsi. È probabile che, come tutti, abbiano visto molti film americani con trame nuziali o scene di matrimonio prima di assistere a delle nozze in chiesa. Da Quattro matrimoni e un funerale a Il matrimonio del mio migliore amico, da Il padre della sposa a Se scappi ti sposo, il genere «wedding story» sforna evergreen a cui neanche il più accorto riesce mai del tutto a sfuggire. Con questo consistente immaginario alle spalle, partecipare a una vera cerimonia cattolica potrebbe rivelarsi una colossale delusione. La prima cosa che scopriranno è che nessuno dei due deve dire: «Finché morte non ci separi», e questo già toglie molto pathos alla promessa. La seconda è  che nessuno pronuncerà discorsi commoventi; ma il colpo peggiore arriverà loro dall’ attesa vana che il prete pronunci la fatale frase: «Se qualcuno ha qualcosa in contrario a che quest’uomo e questa donna siano uniti in matrimonio, parli ora o taccia per sempre». Non accadrà, perché i matrimoni cattolici, quelli veri, non offrono la possibilità di svicolare in extremis per interposta persona. Suppliscono le molto meno scenografiche pubblicazioni che hanno preceduto di almeno quindici giorni la data delle nozze proprio per evitare che dai convenuti alla cerimonia arrivino sorprese spiacevoli sull’altare. Non è escluso però che le brutte sorprese a Gianni, e soprattutto a Francesca, arrivino dall’ altare stesso.

Vissero felici e concupiscenti.

Dal momento che Gianni e Francesca sono credenti, si sono presentati all’altare con la convinzione che sia stato Gesù Cristo in persona a istituire il sacramento che sta per unirli come marito e moglie. Si sbagliano. Il loro è un pregiudizio senza fondamento: il matrimonio è l’ultimo dei sette sacramenti a essere stato codificato come tale nella dottrina e nella liturgia. I sacramenti come oggi li conosciamo sono il frutto di una lunga elaborazione nella storia della Chiesa e anche se per semplicità e necessità di legittimazione si insegna ai bambini che sono stati istituiti tutti da Gesù, non è vero per tutti i sacramenti allo stesso modo. Per il matrimonio non è vero per niente.

Il matrimonio non è nato con Cristo e ha faticato non poco a essere ricompreso nella spiritualità del primo cristianesimo. Come ci testimoniano le più antiche lettere di san Paolo, nei primissimi anni il problema neanche si pose: i cristiani credevano che Gesù sarebbe tornato nell’arco della loro stessa generazione, quindi non ritennero di doversi occupare di questioni a lungo termine come il matrimonio o la compravendita di beni immobili. Quando, con il passare degli anni, il ritorno immediato di Cristo apparve sempre meno imminente, i ritmi normali del vivere ripresero il sopravvento e il matrimonio pose subito un problema.

Inizialmente nella società romana in cui vivevano i primi cristiani le conversioni avvennero a macchia di leopardo: si convertiva una donna e non suo marito, oppure il contrario. L’intelligenza pastorale suggerì quindi di riconoscere validità alle unioni contratte secondo il diritto latino, in modo da consentire al coniuge credente di restare nella sua condizione sponsale (e magari convertire il partner non ancora credente). Il che non voleva dire rinunciare alla visione cristiana della vita matrimoniale, benché spiritualmente nessuno la tenesse in particolare considerazione. I primi padri della Chiesa furono infatti piuttosto concordi nell’affermare il primato del celibato e della verginità su tutti gli altri stati di vita. Questa lettura era figlia di una visione filosofica fortemente duale: da un lato erano poste le cose spirituali, l’ascesi e l’anima, dall’ altro le cose materiali, la bassezza degli istinti e la viltà del corpo. Il primo ordine era direttamente apparentato alla sfera del sacro, il secondo sembrava invece quanto di più distante da Dio fosse possibile immaginare; la Chiesa si limitò a ribadire questa distanza, stabilendo che il matrimonio era un cedimento dello spirito alla carne, la concessione a chi non sapeva vivere in castità, una sorta di male minore per dare una copertura istituzionale alla libidine. Gli scrittori cristiani, soprattutto Agostino, ispirandosi al passaggio paolino della prima lettera ai Corinzi ‐ «Ma se non sanno vivere in continenza, si sposino: è meglio sposarsi che ardere» ‐ continuarono per secoli a vedere il matrimonio come remedium concupiscentiae. Va detto per giustizia che Paolo di idea sul matrimonio ne espresse poi tutt’ altra nella lettera agli Efesini, dove lo definì (forse un po’ cripticamente) un «mistero grande» da comprendersi in relazione all’unione di Cristo con la Chiesa; ma da quell’orecchio i teologi cristiani non ci sentirono proprio.

Uno degli eccessi di zelo nel propugnare il celibato come prima scelta spirituale consistette nel denigrare il più possibile la fonte della tentazione al matrimonio, cioè il corpo della donna, le cui armi di seduzione nella mente dei vigilanti oratori medievali si concretizzavano soprattutto attraverso le attrattive fisiche. Ancora intorno all’ anno mille il santo abate Odon de Cluny ritenne di dover illustrare agli uomini l’orrore nascosto nel corpo in apparenza mirabile delle donne:

La bellezza del corpo si limita alla pelle. Se gli uomini vedessero quel che è sotto la pelle, cosi come si dice che possa vedere la lince di Beozia, rabbrividirebbero alla vista delle donne. Tutta quella grazia consiste di mucosità e di sangue, di umori e di bile. Se si pensa a ciò che si nasconde nelle narici, nella gola e nel ventre, non si troverà che lordume.
E se ci ripugna di toccare il muco o lo sterco con la punta del dito, come potremmo desiderare di abbracciare il sacco stesso che contiene lo sterco?

Non stupisce che fosse difficile decidere di definire sacramento l’inspiegabile inclinazione di un uomo probo verso un sacco di sterco, e infatti in quegli anni ci si guardò bene dal farlo. Il fatto che non esistesse un rigido rito ecclesiale per sposarsi aveva però anche i suoi vantaggi: per esempio ci si poteva adattare ai cambiamenti culturali con notevole velocità, qualora si fosse reso necessario.

La Chiesa subisce l’ingiusta fama di essere un corpo inamovibile e rigido, ma basterebbe studiarne la storia con occhio darwiniano per scoprire con quanta intelligenza quel corpo abbia attraversato i secoli conformandosi con sbalorditiva agilità alle situazioni che di volta in volta lo richiedevano. Mentre il grande Impero romano veniva giù pezzo a pezzo, il cristianesimo varcava la soglia del Medioevo facendo il salto della quaglia, almeno in materia. matrimoniale, dal diritto latino al diritto germanico benché quest’ultimo contenesse norme che contraddicevano quelle precedenti; per esempio l’assenso libero degli sposi smise di essere indispensabile e si riconobbero come valide anche le unioni contrattate dalle famiglie. Non si rinunciò però a cercare di imporre un’etica cristiana, scoraggiando per quanto possibile i divorzi e il concubinato, che invece il nuovo diritto considerava legittimi. Fu solo nel 1215 che il Concilio Lateranense IV strutturò un minimo di rituale ecclesiale che prevedeva sì il consenso, ma non ancora la presenza del sacerdote. Perché il matrimonio divenisse quel che è oggi bisognò attendere fino al 1563, allorché il Concilio di Trento trasformò in sacramento quella che fino a quel momento era stata solo la presa d’atto di una consuetudine umana. Lungi dall’essere uscito tal quale dalle mani di Gesù Cristo, il matrimonio come lo conosciamo esiste quindi da meno di cinquecento anni, neanche un quarto della lunga storia della cristianità.

Ma che ratio teologica si è seguita per passare dallo stadio concettuale di remedium concupiscentiae alla consapevolezza che il matrimonio cristiano è quel «grande mistero» annunciato da san Paolo? La risposta contiene la prima brutta sorpresa per la sposina trepidante sull’ altare.”

[Michela Murgia ha esordito nel 2006 per ISBN con Il mondo deve sapere, diario tragicomico di una telefonista precaria dal quale Paolo Virzì ha tratto spunto per girare il film Tutta la vita davanti. Nel 2008 è uscita per i tipi di Einaudi la guida narrativa Viaggio in Sardegna, undici percorsi nell’isola che non si vede, che offre suggestioni su un’isola sconosciuta alle guide per turisti. Nel 2009 ancora per Einaudi pubblica il romanzo Accabadora, con il quale vince il premio Dessì, il Super Mondello, il premio Viadana, il premio Alassio, il premio Città di Cuneo e il Super Campiello. Nel 2011 pubblica il saggio teologico Ave Mary. Nel 2012 pubblica il racconto L’incontro e il diario Presente, scritto a otto mani con Giorgio Vasta, Andrea Bajani e Paolo Nori e nel 2013 assieme a Loredana Lipperini L’Ho uccisa perché l’amavo (Laterza). I suoi libri sono tradotti in più di venti lingue.]

 

Fabio Stassi è un incantatore. Le sue storie avvolgono a spirale tutti coloro che vogliono perdersi nel racconto per poi trovare frammenti, spunti, tracce di ricordi… quella visione che non si è mai più potuta cancellare dalla memoria anche se tutto il resto ha perso i suoi contorni. Personaggi quasi antichi in luoghi quasi sconosciuti che diventano più che compagni di strada. I fianchi del lettore e del personaggio spesso si toccano con rispetto e stupore. Scrivere così non può che fare del bene.

Il frammento che segue è tratto da Come un respiro interrotto – Sellerio – 2014

“19 dicembre 1970

Presi la decisione di togliermi la vita sul regionale Ancona-Roma Termini delle 13.43 il 19 dicembre 1970. La notte prima avevo fatto l’amore con una ragazza appena conosciuta nella minuscola cabina della nave che da Spalato ci riportava in Italia, mi ero letto un Diabolik dal titolo A ferro e fuoco alla luce ocra di una lampadina, avevo centrato lo spigolo del letto superiore con la fronte, poi ero uscito sul ponte a fumarmi una Camel in mezzo all’Adriatico. Il vento umido mi spegneva continuamente il fiammifero prima che lo portassi al tabacco e ne avevo sprecati molti. Un primo proposito suicida mi era balenato in quel momento, osservando la scia bianca del traghetto. A che vale vivere se non si è capaci di portare a termine un’operazione così elementare? A parte l’interesse che qualche ragazza dimostrava per me, ero convinto che ogni cosa mi congiurasse contro. Respirai forte. La salsedine mi bruciava il naso. Era evidente che anche per me il fuoco stava per spegnersi. Alla fine brillò una fiammella rossa sulla capocchia della mia sigaretta e rimandai ogni decisione.

Il pensiero tornò prepotente qualche ora dopo. Il treno si era fermato senza motivo al centro di una campagna assolata. Riconsiderai quello che avevo fatto negli ultimi giorni. Insieme a mio zio ero partito per la Jugoslavia  una settimana prima, alla ricerca di un amore di guerra. Mio zio non tornava in Montenegro da ventisette anni, e adesso che era andato in pensione gli era venuta la curiosità di rivedere i luoghi della Grande Avventura della sua vita. Diceva che fosse stato per lui, quella volta non sarebbe più rientrato a casa. Non sapeva neppure cosa aveva lasciato dietro di sé, magari un figlio.
La prospettiva di un cugino o di una cugina iscritti alla Lega dei comunisti di Jugoslavia aveva eccitato la mia fantasia. Eravamo andati con la sua Citroën, una Ami6 dalle sospensioni così sensibili che non aveva smesso di molleggiare per tutto il viaggio. A ogni buca, mio zio malediceva i Balcani e sputava fuori dal finestrino. Con il suo permesso, avevo attaccato come portafortuna l’adesivo di un capo indiano sul cruscotto. Dopo mille chilometri, la polvere bianca di molte strade, le curve rocciose e mozzafiato dei fiumi, le zanzare del lago di Scutari e il profilo nero delle montagne dell’Albania, avevamo finalmente raggiunto un piccolo paese di montagna che produceva una birra popolare in tutta la zona. Mio zio si era ravviato i capelli bianchi e pettinato le sopracciglia davanti allo specchietto retrovisore, poi era entrato nell’unico bar della piazza. Lo avevo trovato mezz’ora dopo che cantava Bella Ciao con un gruppo di vecchi in piedi al centro del bancone. Dopo essermi sorbito per ore l’intero repertorio delle canzoni di guerra della nona armata e gli inni del defunto impero d’Italia, quello spettacolo mi aveva procurato un crampo allo stomaco. Forse era stato lo squallore del locale. O forse l’occhiolino che mio zio mi aveva rivolto quando anche io ero entrato nel bar, tutta la disinvoltura di quel sorriso, la fiducia nel suo irresistibile potere di seduzione, l’eterna messinscena di chi è sempre sicuro di come si sta al mondo. Promisi a me stesso che se, appena risalito in macchina, avesse detto Matteo, hai visto come me li sono messi in tasca quei ciucchi marci di partigiani? sarei sceso all’istante dalla sua Citroën, dal Montenegro, dalle mulattiere di macadam, dall’odore di polvere da sparo e calze di nylon che avevano i ricordi degli ex militari, e non mi sarei più fermato fino alla costa. L’ultima cosa che sentii alle mie spalle fu la voce acuta del più alto tra gli uomini dettare l’indirizzo di Draga Djukanovic: si chiamava così la bella cameriera dell’estate del 1943.

Contai quanti passi c’erano tra il bar e la macchina. Arrivato a quarantadue, aprii lo sportello, mi sedetti al volante e mentre mi allungavo per abbassare la sicura dall’altro lato vidi la bocca di mio zio aprirsi dietro al finestrino. Le prime parole non riuscii a distinguerle, ma udii le altre, lievemente raschiate. …

isto come me li sono messi in tasca quei ciucchi marci di partigiani?
Ammirai la precisione con cui il Dottor Destino si manifestava sempre con me.
Trent’anni fa li avrei messi al muro secondo gli ordini del nostro Governatore, ma li ho fatti parlare lo stesso, anche senza fucile. Ora so dove abita, fece ancora in tempo a dire, sventolando trionfante un bigliettino di carta.
Salutai Geronimo che mi guardava muto dal cruscotto. Poi scesi dalla macchina. Il sole bruciava la pelle a quell’ora. Dopo la guerra, zio Bruno aveva messo su un’azienda di trasporti, avrebbe saputo guidare anche un camion, se necessario. Se la sarebbe cavata.

Avevo trovato una corriera fino a Mostar e con un paio di autostop fortunati ero arrivato a Spalato. L’ultimo me lo avevano dato un gruppo di ragazzi italiani che tornavano a casa. Abitavano a Macerata, la città dove era nato mio padre. Erano in quattro, e per farmi posto si erano dovuti stringere. Per due ore, le gambe nude della ragazza che mi sedeva vicino mi avevano dato una rassicurante sensazione di euforia. Erano abbronzate e ben proporzionate e non potevano fare a meno di toccare le mie. Sulla nave acquistai un posto in una cabina vuota, ma fu la ragazza a ritirare le chiavi dalle mani rosee di un marinaio. Mi salirono le lacrime agli occhi per quello che giudicai il gesto più bello di tutto il viaggio.
Ma il pomeriggio successivo il treno si fermò senza motivo nel deserto familiare della campagna italiana e io capii di essere perduto. I miei compagni di scompartimento, un militare di leva in licenza e un uomo con degli occhiali alla Gandhi, si alzarono contemporaneamente per affacciarsi dal corridoio. La coppia di giovani davanti a me continuò invece a baciarsi. Da fuori arrivò un fischio. Un si bemolle calante. Quello che non andava in me era proprio il mio orecchio. La natura mi aveva dotato dalla nascita di questa capacità di riconoscere anche i microtoni. I miei amici musicisti mi invidiavano. Per tutti, io non ero che un grande orecchio assoluto deambulante. Non vedevano altro: il resto, per loro, non aveva importanza. Anche mio fratello, a cui avevo telefonato la sera prima da una caffetteria di Spalato con gli ultimi spiccioli, non mi aveva chiesto il perché del mio ritorno anticipato, o se zio Bruno avesse trovato finalmente l’amore perduto della sua giovinezza, e se la Citroën fosse sopravvissuta alla Jugoslavia, non mi aveva chiesto niente di tutto questo, aveva detto soltanto Ci vediamo domani sera al Folkstudio, porta il contrabbasso. Quanti pezzi dobbiamo suonare questa volta, avevo domandato con rassegnazione. Tre, aveva risposto Lorenzo. Chi canta? Vedrai, sarà una sorpresa, ho scovato un canarino, non arrivare in ritardo. E aveva attaccato. Il clic del telefono era risuonato in modo lugubre in fondo al mio timpano destro e solo le circonvoluzioni notturne di quella ragazza ne avevano cancellato l’eco.

Ma adesso quel clic era tornato a pulsare alle mie tempie come un metronomo. Si era mai accorto nessuno di quale condanna fosse sapere sempre, con esattezza, se una frase è dissonante, se qualcuno sta dicendo la verità oppure no, se una promessa verrà mantenuta? Essere certi che nessuna rivoluzione avrebbe cambiato l’Italia? Erano troppe le cose che potevo intuire di una persona attraverso il tono della sua voce. Sarà stato per la mancanza di sonno o per la fatica del viaggio, ma se i miei pensieri avessero potuto tracciare un disegno nell’aria, si sarebbe visto fluttuare nel vagone il guscio elicoidale di una lumaca, la cui bava avrebbe inciso sul vetro queste parole:

Perdonatemi, il mondo ha troppe stonature.

Sul momento, mi parve il migliore biglietto di addio che avrei potuto scrivere. Estrassi dallo zaino il taccuino che usavo come diario e lo appuntai su una pagina vuota. Lo rilessi. Nessuno lo avrebbe capito. Perfetto. Erano quasi le tre del pomeriggio. Decisi che sarei andato a Trastevere a suonare con mio fratello e che all’ultimo pezzo avrei rischiato un assolo di due minuti. Non un secondo di più né uno di meno. Due minuti andavano bene. Una piccola concessione retorica alla mia uscita di scena. Niente di memorabile, ma neppure l’esagerazione di un inchino in silenzio. Alla fine del concerto sarei salito in cima al Gianicolo con l’850 di seconda mano che mi aveva regalato mia madre, avrei parcheggiato sotto la statua di Garibaldi, collegato un tubo di plastica allo scappamento e lasciato il motore acceso. Speravo soltanto di non perdere i sensi sognando ex fascisti che intonavano Bella Ciao o i leader del movimento, invecchiati di un paio di decenni, trafficare cinicamente con le emozioni dell’elettorato.

Il Folkstudio era in fondo a Trastevere. Avevo avuto appena il tempo di cambiarmi e di mangiare una mela. Tu non dovevi essere in Jugoslavia, mi aveva chiesto in corridoio il ragazzo greco con cui condividevo una camera dalle parti dell’università. Sono tornato per un concerto, dissi, e troncai la questione. Non ti dimenticare le chiavi, mi ricordò il greco. Infilai il contrabbasso dentro la custodia e uscii.
Davanti al locale tirai il freno a mano. Non veniva nessuno dietro di me. Scesi e aprii lo sportello posteriore della macchina al centro della strada. Mio fratello avrebbe dovuto essere già lì ad aiutarmi, ma arrivò solo una ragazza. Tu sei Matteo, mi disse. Sì, sono io. Allora lei mise una mano nella mia e ve la lasciò un poco. Era una mano minuta e calda. Mi chiamano Sole, disse. Ecco il canarino che aveva scovato Lorenzo, pensai. Per la verità non mi fece una grande impressione nella luce sabbiosa di quella serata. Era dicembre, e stava per piovere. Ma di cantanti ne avevo viste tante e sapevo che non si può giudicare nessuna voce dal corpo che la ospita. Tirai fuori dal bagagliaio la borsa con i cavi per gli strumenti, la poggiai sul marciapiede dove c’erano già le altre chitarre, un amplificatore a valvole e la fisarmonica di Alfonso. Il contrabbasso lo prese Sole, con cura. Vai a parcheggiare, mi disse con una gentilezza strana, eccessiva, non proprio la gentilezza di chi vuole piacere subito. I suoi modi davano l’idea di qualcuno che sta per andare in pezzi da un momento all’altro. Non sapevo se lasciarla lì, con gli strumenti e tutto. Saltai in macchina ancora incerto e mentre staccavo la frizione la vidi muoversi nello specchietto. Il contrabbasso le copriva completamente la schiena. Aveva appena cominciato a piovere.

Non era la prima volta che andavo a suonare dopo un viaggio e senza nemmeno una prova. All’organizzazione ci pensava Lorenzo. Al contrario di me, lui era sempre molto scrupoloso. Non sarebbe mai salito su un palco se non avesse avuto tutto sotto controllo, per quanto possibile. Era anche severo, con i suoi musicisti. Li strigliava per bene, fino a ottenere da loro il massimo impegno. Ma io conoscevo il repertorio a memoria, in gran parte lo avevamo arrangiato insieme, e poi in quegli anni ero così allenato che avrei potuto suonare all’impronta con chiunque. Agli altri facevo rabbia. Per te è troppo facile, mi dicevano. Ma uno come me serviva sempre, dava sicurezza.
Suonavo il contrabbasso, ma avrei potuto suonare qualsiasi altro strumento: la chitarra, il pianoforte, la melodica, le percussioni… Scelsi il contrabbasso perché richiedeva una grande forza fisica, e aveva i fianchi formosi di una donna e il senso di responsabilità di un albero: bisogna suonarlo in piedi, non c’è altro modo. Pensavo fosse giusto per me e per il talento involontario che mi era toccato in sorte assumermi una parte di quella fatica, e di quella responsabilità. Mi consentiva di restare un passo dietro alla ribalta, ma sostenendo tutti e guardando tutto, dalla mia postazione.
Il contrabbasso che avevo quella sera e che Sole si mise sulle spalle era un poco più leggero del normale. Lo usavo soprattutto per il jazz, aveva una sua flessibilità, e questo era ciò che cercavo sempre, nei miei strumenti. Stringevo tra le braccia un corpo legnoso, ma lo sentivo piegarsi insieme a me, sotto le mie dita, inclinarsi e muoversi come se la tastiera fosse elastica, e remissiva, e seguisse il corso della musica, e la cassa armonica fosse un polmone che si gonfiasse e si sgonfiasse, ritmicamente. Questa metamorfosi la portavo fino in fondo, battendo sul manico, e sulle fasce, a piccoli colpi, con il palmo e il dorso delle mani, correndo su e giù per le corde. I contrabbassisti che avevo ascoltato suonavano ancora ingessati, e duri, come pugili fermi al centro di un ring, in posizione di difesa, e a volte ottenevano degli effetti di una verità straziante, per il gelo che imponevano ai loro respiri, per tutto quel fiato che restava lì, rarefatto e trattenuto. Io no. Io suonavo con rabbia, con una rabbia che scoprivo di avere solo in quel modo.
Trovai un parcheggio qualche strada più avanti, vicino a una vecchia fontana di pietra. I marciapiedi erano pieni di foglie bagnate. Mi tirai su il bavero della giacca e mi avviai al locale. Lorenzo e gli altri ragazzi stavano portando dentro la roba.
Ciao Matteo, mi dissero, gran serata stasera.
Li salutai sollevando un braccio.
Sei in forma? mi chiese Lorenzo.
Avrei voluto spiegargli l’involontaria ironia della sua domanda.
Mai stato più vivo, risposi.”

[Fabio Stassi è uno scrittore italiano, di origine italo-albanese. Di origini arbëreshë della Sicilia, vive a Viterbo e lavora a Roma presso la Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza. Ha scritto le sue opere viaggiando in treno fra Viterbo, Orte e Roma. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007).  Per minimum fax ha pubblicato È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008) e Holden Lolita Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999) (2010) e La rivincita di Capablanca (2015). Per Sellerio L’ultimo ballo di Charlot (2012),Come un respiro interrotto (2014).]

 

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