Non più GNAM, non solo Galleria Nazionale. Intervista a Cristiana Collu

GNAM Galleria Nazionale Arte Moderna, Roma

Lo smontaggio dell’opera di Alfredo Pirri che occupava oltre ogni proroga tutto l’ingresso della Galleria Nazionale di Roma è stato il primo segno d’autorità della nuova direttrice Cristiana Collu. Alla riapertura del museo, Cristiana Collu ha spiazzato tutti eliminando le divisioni tra mostre permanente e temporanea, mescolando opere della collezione e prestiti, giocando su associazioni estetiche piuttosto che rispettare la cronologia.

In cosa consiste questa transizione? Cristiana Collu ribalta il rigore istituzionale e filologico cambiando le regole, invitando gli artisti e il pubblico a ridimensionare la funzione del museo. Il riallestimento della Galleria Nazionale ha, così, acceso il dibattito artistico e sollevato tanta polemica. In parte perché la scelta di accostamenti non cronologici pone un problema di anacronismo. Così le chiediamo:

questo tipo di scelta (e di mostra: Time is out of joint è in corso sino ad aprile 2018) va contro la Storia?

No, la Storia si può riscrivere tenendo conto di cose che sono state trascurate. Nel presente non esiste un dispiegamento cronologico, ma degli eventi che incidono più o meno sulla realtà che però non cambiano il corso per esempio di una guerra. La sala sulla guerra qui dice che gli artisti se ne sono occupati (non certamente con grande piacere) ma questo non ha impedito alla gente di fare delle guerre. L’arte tende a guardare oltre, l’orrore della guerra lo restituisce un documento, una foto non artistica, l’arte invece tende a riconfigurare una possibilità piuttosto che insistere sull’orrore.

Le mostre non cronologiche sono diventate un nuovo standard…

Credo che in effetti ci sia una tendenza e, come sempre, l’aspetto della ricerca e dell’indagine porta a trovare delle nuove strade per raccontare le cose. In qualche modo le tendenze sono fatte dalle generazioni, questa è fatta da gente della mia età che vede le cose in un altro modo.

Il punto è quello di inserire giovani artisti o è di valorizzare la Storia?

L’idea è che non esiste un racconto già decodificato che va solamente in un binario cronologico, ma è un racconto che è fatto della vita e del tempo delle persone in un’epoca che le ha viste protagoniste.

Perché non aspettare che gli artisti emergenti qui esposti insieme a Burri e Fontana diventino a loro volta storici per meritarsi un tale accostamento?

Secondo me questo aspetto non esiste più perché il museo non è più un punto d’arrivo per gli artisti.

E cosa è, allora? Che cos’è il museo per gli artisti oggi?

Il museo è un luogo senz’altro determinante ma non assicura necessariamente il successo e non garantisce un posto nella collezione. Il sistema dell’arte è cambiato non è più monolitico e forse non lo è mai stato, ma oggi è indubbio che si siano moltiplicati i centri di diffusione e irradiazione di un’opera.

Perché non lasciamo la Storia nei depositi allora? E non facciamo entrare direttamente gli artisti emergenti?

Perché in questo museo non è possibile, fa parte della missione. Non condivido questa visione del museo e neanche la visione gerarchica e assolutistica del valore degli artisti. Non sempre chi è stato protagonista di alcune stagioni mantiene la sua ricerca allo stesso livello, in diversi casi è successo che la carriera di un artista sia stata oggetto di revisioni così come di riscoperte. Inoltre, ripeto, il passaggio in un museo non equivale ad entrare a far parte della collezione di quel museo. E comunque anche in una collezione storica ci sono artisti cosidetti minori che in qualche misura testimoniano autorevolmente della temperie artistica del proprio tempo

Perché non mettere i nuovi artisti in sale separate?

Perché non avrebbe alcun senso, se dubitiamo del valore di un’artista è giusto non invitarlo ma se reputiamo che la sua opera abbia un senso e sia capace di aiutarci ad interpretare il nostro tempo o a chiarire qualcosa della ricerca artistica contemporanea è giusto non richiuderlo in una sorta di riserva dorata. Si tratterebbe di una falsa apertura. I giovani artisti non sono separati dal resto del mondo. Così come nessuno di noi lo è, mi viene in mente un esempio semplice, perché mi sembra importante e riflette una mia idea più generale, cioè che io vivo con mia figlia che ha 11 anni e condividiamo esperienze, spazi, tempi, modi.

Sorprende l’accostamento tra Burri e Guttuso, uno era avanguardistico e l’altro un artista di Stato.

Burri ci ha consegnato le sue opere non le sue memorie. Burri e Guttuso erano artisti diversi ma attivi nello stesso periodo, appartengono ad una Storia che è anche questa contrapposizione.

Se non è cronologico né per importanza, qual è l’ordine di una mostra come Time is out of joint?

Il principio di questa mostra è che non c’è solo un ordine precostituito, sennò vorrebbe dire che tutto è già stato fatto prima di noi.

Non aspettiamo più che gli artisti diventino storici?

Secondo lei un artista più giovane non può avere la stessa importanza di quelli già storici?

Cerco di capire se ci sono dei parametri intanto nella scelta degli artisti emergenti, e poi negli accostamenti tra questi nuovi artisti e quelli storici.

Lei pensa che in questa operazione ci guadagni solamente l’artista emergente?

No anzi, forse ci perde quello storico.

Secondo me non perde nessuno dei due invece, guadagnano entrambi.

Parte dal presupposto che il pubblico sappia chi sia Burri?

Questo per me non è importante, è tremendo che il pubblico giudica un’opera solo dopo aver letto la didascalia e quando sa che è di Burri.

Cosa dovrebbe fare il pubblico quindi?

Il pubblico dovrebbe passeggiare nel museo e guardarsi attorno, come fa in altri luoghi, quando si trova nel paesaggio o nella città. Il problema è che il museo è un dispositivo, e noi entriamo e stiamo dentro questo dispositivo che espone e ci espone. Infine – l’ho già detto in una recente intervista – ritengo che il pubblico abbia il diritto di accostarsi ad un’opera anche uscendo dagli schemi pedagogici preconfezionati della vulgata scolastica, che possa e debba avere la possibilità di negoziare una propria via per accostarsi ad un’opera. Con Jacques Rancière penso che l’emancipazione dello spettatore cominci “quando comprendiamo che guardare è anche un’azione”. Lo spettatore non subisce supinamente quello che gli si presenta, “anche lo spettatore agisce, […] osserva, sceglie, paragona, interpreta. Collega ciò che vede a molte altre cose che ha visto in altre scene, in altri luoghi”

E come arriva il pubblico alla conoscenza storica?

Lo può fare con tanti strumenti, non solo con un unico strumento.

Il museo non ha più questo ruolo?

Non esclusivamente. La nostra conoscenza storica è limitata, alla fine arriva sempre qualcuno che può riscrivere la Storia.

Possiamo scrivere la Storia di artisti che emergono oggi?

Non possiamo limitarci a farne solo la cronaca. Questo progetto per me aveva una certa urgenza, era urgente fare una mostra così, in questo tipo d’impianto, per scardinare una certa modalità di visione che è legata ad un’ortodossia che riconosco solo in parte.

A quale ortodossia sta pensando, quella che separa il passato dal presente?

Sì, quella che dispiega nelle sale del museo un libro di storia dell’arte. Un libro di storia dell’arte è una cosa, il museo è un’altra cosa. Quello che va bene in un libro non basta nello spazio, io non lavoro per gli esperti ma per le persone che visitano il museo. Qui ho 20.000 opere, ne ho scelte 500. Quante mostre si possono fare? Non esiste un solo racconto, con questa eredità possiamo fare molti racconti. Questa mostra è una delle possibilità, è la mia modalità, porto la mia visione. Se poi entro in una tendenza è perché vivo nel mio tempo. L’importante è che non ci sia più una versione dei fatti prestabilita, unica. Lo faccio anche pensando di rispondere ad una tradizione femminile di presa in carico delle responsabilità.

Che cultura difende la Galleria Nazionale oggi?

È difficile dirlo, l’arte è una domanda. Il museo pone delle domande che oggi possono avere un valore e domani non averlo più. Quando le domande sono riferite alla Storia dell’Arte di solito non sono delle domande, sono più una sorta di racconto per immagini. L’ideale sarebbe avere un megamuseo, avere contemporaneamente una serie di mostre che dicono che il museo pur prendendo ogni volta parte (come parzialità) ad un racconto, è avvertito di una serie di questioni come la storia dell’arte, la riabilitazione di un artista, l’emergenza di nuovi artisti etc. Sarebbe molto interessante restituire, con le giuste condizioni economiche, questa complessità.

Come pensa di aprire la Galleria Nazionale alle nuove proposte?

Abbiamo per esempio creato uno spazio di dialogo con la città perché non credo che il museo consacri più nulla, è una piattaforma dove possono essere raccolte delle cose. E questo spazio di via Gramsci è uno spazio di collaborazioni con altre istituzioni, con altri progetti che non sono necessariamente i nostri. Vorrei rendere il museo più poroso, più flessibile, più attento, vorrei non avesse una posizione escludente in un contesto di una tale complessità. L’attitudine giusta del museo oggi è di sapere che esiste qualcos’altro. Ovvio che bisogna essere anche conseguenti e arrivare a dei risultati interessanti.

Quali mostre vorrebbe fare prossimamente alla Galleria Nazionale?

Ci sono delle tematiche che mi piacerebbe proporre, ma a volte ci sono delle priorità. Per esempio nel 2014 quando dirigevo il Mart di Rovereto c’era una ricorrenza (quella della Prima Guerra Mondiale) che avrei preferito evitare ma poi è diventata motivo di riflessione: l’arte più radicale, l’estetica più brutale come la pedofilia denunciata dai fratelli Chapman, è sempre meno della pedofilia realmente praticata. Ci sono poi delle tematiche legate alla gioia che mi piacerebbe molto affrontare. Quando un curatore, Peter Weiermair, mi disse che voleva fare una mostra sul desiderio, gli risposi che anch’io volevo farne una sul desiderio, e lui mi disse di farla, che sarebbero state due mostre sul desiderio completamente diverse. Quello che conta è il racconto che si basa non solo sulla storia dell’arte ma anche sulla propria esperienza.

Raja El Fani

Raja El Fani

Franco-Tunisina, vive a Roma e per la sua ricerca ha bisogno di rimettere insieme "i pezzi" dell'arte italiana contemporanea che, infatti, segue con passione.

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