Fosco Valentini Visionaria 1986-2018

E’ sul connubio tra filosofia, scienza e arte che si fonda la trentennale ricerca di Fosco Valentini di cui la mostra Visionaria 1986-2018 curata da Giovanna dalla Chiesa presso l’ex Mattatoio di Roma offre uno spaccato di particolare densità concettuale e poetica.

Alla base dei numerosi cicli che costituiscono il corpus dell’intero lavoro di Fosco Valentini c’è, fin dai primi anni del 2000, un unico filo conduttore: disoccultare l’antica essenza dell’uomo ripristinando la sapienza magico-alchemica che fino al Rinascimento è stata il fondamento del rapporto tra l’uomo e il cosmo.

A tal fine l’artista intraprende un percorso conoscitivo fondato sull’interazione e sulla partecipazione all’arcano del mondo attraverso un’iniziazione scandita da molteplici tappe, di cui i diversi cicli in mostra recano testimonianza.

L’anamorfosi e la tecnologia lenticolare sono le soluzioni adottate spesso dall’artista per accompagnare il suo viaggio iniziatico. La proiezione distorta che prende il nome di anamorfosi, già nota nel Rinascimento, suggerisce infatti la necessità di scegliere il punto di vista giusto per poter vedere, esigendo da parte di chi vede una precisa scelta: nulla nel cammino verso la sapienza può essere facile o scontato.

L’intera mostra, anch’essa una tappa lungo tale percorso, esige dallo spettatore una lettura partecipata e sapiente, capace di sintonie profonde con le opere esposte.

Nei disegni, la visione è il premio concesso per chi voglia mettersi alla prova e affrontare ciò che all’apparenza si dà come incomprensibile. Alighiero Boetti, di cui Fosco è stato amico e collaboratore, ha detto in proposito:

“E’ solo questione di conoscere le regole del gioco: chi non le conosce non vedrà mai l’ordine che regna nelle cose”.

La ricerca artistica di Valentini si qualifica, pertanto, come  lavoro rifondativo  dell’intero sapere, a partire dall’opera intitolata L’ordine delle cose (2000) documentata in mostra dalla fotografia in movimento in cui l’artista si rappresenta con la testa capovolta all’interno di uno spazio sidereo, dove elementi di natura vegetale e animale persistono accanto ad elementi linguistici ispirati dall’alfabeto universale dei sordomuti.

L’invito a rivedere canoni e modelli di lettura è esplicito anche nel trittico su tela del 2011: La Statua, La Statua in rosso, Statue in blu e in nero in cui l’anamorfosi suggerisce la necessità di un confronto tra l’oggi e il mondo  classico. Nel 2011, la tecnica lenticolare rende la visione più enigmatica sollecitando lo spettatore a spostarsi per scegliere il punto di vista migliore da cui l’immagine gli si riveli.  Risale al 2011 anche il primo video dell’artista, Sol lapis Philosophorum, dove il riferimento all’alchimia è presente già nel titolo: Pietra (Lapis) filosofale, ma si esplicita poi nei disegni da cui nasce l’animazione che mostra il fanciullo divino nel suo percorso di ascesa cosmica dopo essersi svincolato dalla zavorre terrene.

Ricorrente in tutta la mostra è l’immagine del bulbo oculare, metafora della visione in bilico tra ciò che si cela o si rivela. Le scienze matematiche con quelle filosofiche fanno parte integrante dell’apprendistato dell’artista, lettore appassionato di Spinoza dopo aver seguito, negli anni ’70, le lezioni di Aldo Braibanti, amico e maestro.

Alla frequentazione filosofica, Fosco Valentini ha accostato quella di Keplero e di Paracelso cui sono dedicati due cicli delle opere esposte. L’antologica mette pertanto in scena un intreccio tra il pensiero filosofico, astrologico, alchemico e medico.

A Keplero, astronomo, nonché astrologo e matematico è ispirato il video (2016) proiettato sulla parete ultima del Padiglione e il ciclo del 2012, Il Sogno di Keplero che trae ispirazione dall’opera Somnium, un saggio divulgativo simile a un racconto di fantascienza in cui lo scienziato tedesco immagina di cavalcare il cono d’ombra che durante un’eclisse la Luna proietta sulla Terra. Un pretesto, allora come ora, per ricongiungere arte, scienza e magia.

Da questo momento Fosco si concentra sempre più sulle mappe celesti, dando vita nel 2012 all’opera Zodiaco, dove si confronta con le scoperte degli astronomi americani inserendo la nuova costellazione dell’Ofiuco tra lo Scorpione e il Sagittario. Nello stesso anno realizza una scultura in resina in cui le parti del suo corpo smembrate e riprodotte in calco vengono affiancate, evocando con Dioniso Zagreo e Gesù Cristo l’eterno ripetersi di vita e di morte, sacrificio e rinascita, con un esplicito riferimento alla figura dell’artista che, attraverso il dono-sacrificio dell’opera, partecipa al processo di trasformazione alchemica dell’arte.

La mostra prosegue con altri pannelli lenticolari Optical del 2013, dove Valentini si ispira alle tavole optometriche degli oculisti e si autorappresenta in abiti seicenteschi in posa da giocoliere sul cono rovesciato della visione, ma si tratta di un equilibrio instabile poiché spostandosi da destra verso sinistra e viceversa, in Pompeiani dello stesso anno, quelli che apparivano amorini alati diventano giovani servi torturati.

L’anno dopo l’archetipo del sesso è protagonista dell’opera il Pene ciclopico (2014), due disegni su fondo nero e su fondo bianco montati su specchio che visualizzano l’occhio destro di Valentini dove è impressa la forma di un fallo che ne occlude la vista. La rimozione dell’ostacolo avviene grazie all’opera allestita di fronte: una scultura rituale africana Matriarcale/Penelope (2014) in cui maschile e femminile si fondono nell’intreccio dei capelli di donna che formano il fallo.

L’ultimo capitolo dell’antologica comprende tre pannelli dal titolo: Solidi. Onde di probabilità (2018) dedicati a Spinoza, come pure l’edizione d’arte, in 200 esemplari, del volume Baruch Spinoza disegnato dall’artista e curato da Giovanna dalla Chiesa, pubblicato per questa occasione.

Essa contiene i disegni originali dell’artista di cui il lettore può variare la sequenza in base alla sua interpretazione del racconto. E’ ancora una volta un omaggio al concetto di ”accomodamento” sostenuto da Spinoza con l’intento di restituire a ciascuno la libertà interpretativa del testo.

La visita alla mostra si sta concludendo, ma non prima di aver ascoltato con attenzione il sottofondo sonoro che ne scandisce tappe e tematiche, tra cui riecheggiano le note di un concerto per violino e orchestra di Stravinskij  e, al fondo della sala, la vibrazione di un’onda marina che cattura lo spettatore nel flusso di energia sprigionatosi dalle opere.

Fino la 24 marzo 2019

Anna D'Elia

Anna D'Elia

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