Un nuovo Storytelling fotografico. Accompagnare il fotografo nella genesi del suo racconto

Al Bunker, associazione fotografica casertana, si è tenuta la prima edizione di un nuovo laboratorio, che ha avuto l’obiettivo di seguire, con particolari attenzioni, i fotografi nella genesi dei loro racconti.

Occorre dare particolari attenzioni a quella infinita gamma di esperienze culturali, emotive e di consapevolezza che ogni fotografo, a mio avviso, dovrebbe compiere, prima, durante e dopo l’approccio con il suo strumento fotografico.

Pur vivendo dentro le velocità dettate dalle tecnologie digitali e nelle suspersoniche connessioni web, sono molto convinta della validità del mio “anacronistico” elogio della lentezza, da leggere come unico strumento possibile per lavorare con passione e con intensità, che riesce a dare piena voce alle proprie pulsioni e al proprio animo.

Con questa premessa, mi sono rivolta ai miei corsisti, disegnando un piano di lavoro che è iniziato con la conoscenza della storia della fotografia, passando per l’ascolto di se stessi ed è approdato al consapevole possesso degli strumenti della composizione fotografica.

Manca, all’appello, la parte relativa alla conoscenza della tecnica fotografica, poiché questo nuovo percorso si rivolge a un pubblico che lavora espressamente sugli strumenti della propria comunicazione attraverso la fotografia e quindi, quando elabora nuove curiosità per specifici aspetti della tecnologia, è in grado di risolverle in piena autonomia.

Il punto nodale risiede in un importante dettaglio, ovvero nel fare in modo che ogni fotografo, per dirla alla Ghirri, consideri se stesso un interprete della realtà e non solo un suo riproduttore e che, quindi, lavori massimamente sul suo piano comunicativo.

Da questa importante consapevolezza è partito il mio laboratorio di Storytelling, ponendosi l’obiettivo di mettere tutti i suoi partecipanti nella condizione perfetta per poter dare luce i loro racconti.

Eppure c’è qualcosa che non quadra in quello che ho scritto fino a qui, perché è lapalissiano questo ragionamento: tutti i racconti si mostrano,o suppongono di mostrarsi, al pubblico, con una patente di autenticità.

Lavorando da tanti anni con aspiranti narratori di storie fotografiche, ho scoperto quanto sia difficile trovare le giuste forme per esprimere sé stessi, senza ricorrere ai filtri dell’accondiscendenza verso il gusto imperante e senza trincerarsi dietro le barriere delle protezioni emotive.

Tutto il lavoro di espressione fotografica, spesso corre il rischio di assumere una sorta di forma stereotipata che, alla lunga, finisce per non parlare più a nessuno.

Quando, per l’ennesima volta, ho riscontrato questo piccolo cortocircuito, tra le intenzioni e le azioni dei miei narratori, ho sentito il bisogno di andare oltre e di cercare qualcosa che mi permettesse di aggiungere un nuovo strumento nella “cassetta degli attrezzi” del fotografo.

Sono partita allora da una considerazione, forse un po’ autobiografica, che girava attorno al mio piacere nel fare e nel leggere fotografie, per poi arrivare alla necessità di abbracciare il principio di autodeterminazione.

Per avere una certa dose di benessere, un individuo deve provare a soddisfare: i suoi bisogni di autonomia, di competenza e di relazioni.

Questi bisogni possono essere soddisfatti se si riesce a sviluppare una forma di autodeterminazione, ovvero una combinazione di abilità, conoscenze e convinzioni, che permettono all’individuo di adottare comportamenti autoregolati, autonomi e diretti verso il proprio obiettivo.

L’autodeterminazione, quindi,conduce le persone a impegnarsi in comportamenti agiti con scelte consapevoli e non seguendo schemi autoimposti.

Arrivata in questo punto del ragionamento, mi sono convinta delle mie intuizioni e, attraverso uno studio approfondito, sono approdata alla conoscenza della fotografia terapeutica, che, nel mio lavoro di arteterapeuta, ho visto come una immensa possibilità per permettere ai fotografi di ottenere dei risultati più soddisfacenti nelle loro storie fotografiche

Con il termine fotografia terapeutica, si intendono, innanzitutto, determinate attività basate sull’uso della fotografia, nelle quali non è prevista la presenza di un terapeuta precedentemente formato.

Trovo molto interessante la definizione elaborata da Antonello Turchetti, direttore del Festival di Fotografia Terapeutica di Perugia:

«La parola terapia significa avere cura, quindi con la fotografia terapeutica parliamo di quell’agire che non cura ma ha cura, che non guarisce ma che aiuta.»

Possiamo, in tal senso, considerare la fotografia terapeutica come un mezzo per acquisire consapevolezza di sé stessi, del rapporto con gli altri e con l’ambiente che ci circonda e, al tempo stesso, anche un importante attivatore di benessere emotivo.

Joseph Zinker afferma:

«Il processo creativo è terapeutico in sé perché ci permette di esprimere e di esaminare il contenuto e le dimensioni della nostra vita interiore.Viviamo una vita piena, nella misura in cui riusciamo a trovare una gamma completa di mezzi che concretizzano, simboleggiano ed esprimono in maniera varia le nostre esperienze.»

Utilizzare la fotografia terapeutica con i fotografi significa, per me, fare in modo che i percorsi emozionali proposti ad ogni incontro nei miei laboratori, conducano verso una piena consapevolezza e si esternino fotograficamente, attraverso autentiche tracce di sé.

Provare a scardinare il timore del giudizio altrui, allontanarsi dalla facile strada dell’accondiscendenza verso il gusto imperante e imparare ad ascoltarsi,abbracciando tutto quello che viene fuori del proprio vissuto.
Queste sono state alcune delle tappe che i miei studenti hanno affrontato all’interno di questo nuovo percorso.

Ogni incontro ha seguito uno schema preciso: è iniziato con una parte teorica e/o pratica per poi passare ad una dedicata esclusivamente alle letture collettive dei portfoli, di volta in volta, elaborati.

Durante questi mesi, nel laboratorio, ho raccontato come si costruisce una narrazione fotografica per la costruzione di un Portfolio, come la composizione utilizzata con maestria e anche con una certa dose di “irriverenza” sia fondamentale per far parlare la propria lingua alle proprie fotografie e abbiamo, inoltre, studiato assieme il lavoro dei più importanti fotografi contemporanei, per cercare nuove ispirazioni, ma, indubbiamente, il fulcro di tutto questo articolato laboratorio si è manifestato, in misura maggiore, all’interno delle sessioni esperienziali di fotografia terapeutica, che hanno avuto il merito di abbattere qualche muro e di rendere visibili alcune realtà così come sono venute fuori, senza false attribuzioni di ruolo.

Molti esercizi di fotografia terapeutica, che ho proposto ai partecipanti di questo percorso, sono scaturiti da alcune mie elaborazioni delle teorie codificate dalla massima esperta in materia, la psicologa e arteterapeuta canadese Judy Weiser e, seguendo le sue linee guida, sono stati declinati sulle esigenze emerse dal gruppo, lavorando sempre senza alcuna forma di interpretazione dall’alto dei risultati ottenuti per poter restare dentro l’ascolto accogliente e non giudicante del gruppo.

Con tempi e modalità diverse, tutti hanno provato a mettere le mani nelle proprie pulsioni emotive, cercando di legarsi al proprio filo conduttore e stringerlo a sé, per costruire le proprie risposte fotografiche relative alle esigenze narrative e di conoscenza che si manifestavano.

Alla fine, del laboratorio sono venute fuori: storie delicate che hanno parlato di sport per raccontare la dolcezza dei gruppi familiari e sportivi, storie forti che hanno parlato di un attacco di panico per provare a guardarlo dritto negli occhi senza doversene più vergognare o spaventare e poi racconti di viaggi in India alla ricerca di una parte di sé perduta nel tempo, dentro gli occhi di gente lontana, ma nemmeno poi tanto, ci sono stati, inoltre, autoritratti gioiosi di se stessi per provare a venire fuori da momenti asfissianti,racconti di paesaggi incantati, sovrapposti a ricordi del lontano passato, immersi dentro una struggente nostalgia e poi storie di chi sente di essere diventato improvvisamente adulto e soffre al pensiero di non riuscire a stare comodo nel suo nuovo ruolo.

Il corso di Storytelling fotografico ha tracciato una possibile strada per costruire racconti fotografici, offrendo ai suoi partecipanti la possibilità di mettersi in discussione,di sentirsi autori a tutti gli effetti, di declinare in immagini le proprie emozioni, di ampliare i propri orizzonti, scoprendo nuove visioni,per arrivare, alla fine del percorso, alla realizzazione di una narrazione autentica, intesa come un segmento del proprio spazio creativo ed emotivo e come una impronta indelebile e personale sul proprio mondo.

Il percorso è stato lungo e laborioso e la luce talvolta ha funzionato ad intermittenza, alternando momenti di buio e di difficoltà, a momenti di grandi schiarite che hanno aperto il cuore di tutti i presenti alle emozioni.

L’idea di non farcela ad arrivare alla fine del percorso ha attraversato i pensieri di qualcuno, ma poi, sono convinta che una frase di Alejandro Jodorowsky abbia fatto la differenza: “Il primo passo non ti porta dove vuoi, ma ti toglie da dove sei”.

Credo che su questo desiderio di muoversi, di spostare aria e tante vecchie visioni, di cercare nuovi spazi da osservare dentro e fuori di sé e di poter raccontare nuove storie, abbia mosso il gruppo nel desiderio di procedere e arrivare al proprio obiettivo e abbia fatto diventare, tutti,ai miei occhi profondamente grati e commossi, dei grandi guerrieri di luce.

Quest’anno, sempre sotto l’attenta e lungimirante direzione del Bunker di Giorgio Cappiello, ripeteremo l’esperienza dello Storytelling Fotografico, avvalendoci, nuovamente, del lavoro di Marco Casciello, stampatore fine art, che alla sua professionalità ha aggiunto una forte capacità empatica verso tuttii racconti che ha visto e ascoltato, indirizzando ogni singolo fotografo nella scelta delle giuste carte,che hanno valorizzato al massimo i loro lavori, costruendoli con tanta certosina pazienza e con un forte carico di umanità.

Federica Cerami

Federica Cerami

Vivo a Napoli e mi occupo di fotografia. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici, scrivo di fotografia e conduco laboratori di fotografia terapeutica. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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