Vergine Orante del fiammingo Jan Matsys acquisita a Venezia dall’Abbazia di San Giorgio Maggiore. Caretto & Occhinegro

Riceviamo e pubblichiamo di questa straordinaria acquisizione da parte dell’Abbazia di San Giorgio Maggiore di Venezia – e con il contributo della Benedicti Claustra ONLUS –  della magnifica opera del fiammingo Jan Matsys: una intensa, dolcissima e bellissima Vergine Orante dipinta ad olio su tavola, databile al 1552.

Così i galleristi, Massimiliano Caretto e Francesco Occhinegro. della Caretto & Occhinegro (che ci assicura di essere… non la solita galleria):

“Il perfezionamento dell’acquisto è avvenuto a seguito di una meticolosa trattativa, coronata con la consegna dell’opera alla comunità benedettina da sempre custode dell’Abbazia di San Giorgio Maggiore a Venezia e dell’abbazia di Praglia situata nelle vicinanze della città di Padova.

La comunità monastica dell’Abbazia di san Giorgio Maggiore, nell’intenzione di continuare ancor oggi la tradizione secolare della trasmissione e valorizzazione del patrimonio culturale del passato, ha inteso incamerare nelle sue Collezioni l’importante opera d’arte fiamminga, in continuità con l’apertura culturale e l’interesse per l’arte internazionale da sempre dimostrato in Laguna, fin dal collezionismo del ‘500.

Non mancano, infatti, a Venezia i nutriti esempi di arte fiamminga quali l’Ecce Homo di Quentin Matsys (padre di Jan) e le Visioni dell’Aldilà di Hieronymus Bosch. Tuttavia, la presenza presso istituzioni museali italiane di opere di Jan Metsys è fatto raro, essendo presenti unicamente tre opere presso i Musei di Strada Nuova di Genova.

L’acquisizione, pertanto, si configura ulteriormente come un evento eccezionale per importanza e specificità, rientrando in un più ampio progetto di respiro internazionale, volto a ricollegare l’antica tradizione religiosa mecenatistica col presente, seguendo l’esempio recente di altre istituzioni pubbliche e ecclesiastiche

L’importante dipinto, oltre a godere dell’unanime consenso attributivo da parte della comunità scientifica internazionale, verrà inserito nel catalogo ragionato di prossima pubblicazione a cura di Maria Clelia Galassi.

Universalmente riconosciuto come una delle figure più eminenti della pittura fiamminga del ‘500, nativo di Anversa e figlio del celebre Quentin Matsys, Jan trascorse diversi anni fuori dalla patria, ove si ristabilì solo a partire dal 1555 con alternanza di viaggi costanti, fino alla sua morte nel 1575. 

Lo stile pittorico di Jan Massys è tra i più singolari e caratteristici di tutto il periodo, capace di assorbire le più eclettiche esperienze figurative e di influenzare a sua volta alcuni dei più diffusi linguaggi internazionali pre-manieristi. Alla “stranezza” del suo stile si accompagnò quella della sua vita, ancora oggi poco documentata e ricca di zone d’ombra che rendono difficile un chiaro ordine cronologico delle sue opere, se non su base stilistica e grazie alle rare opere firmate, che stabiliscono un terminus post quem per dare una direzione al suo stile: da quello più tradizionale, di ispirazione paterna, via via verso una sempre maggior esacerbazione di stilemi, temi e forme espressive.

Per predilezione dei soggetti femminili e per il modo di trattarli, Jan Massys può giustamente essere definito come il “Cranach fiammingo”, perfetto esempio di quella ossessione per il mondo femminile e le tematiche a sfondo erotico che fu tipico della più alta cultura internazionale del tardo rinascimento.

La Vergine orante è strettamente connessa proprio al periodo pre-anversese, in cui lo stile di Jan prende vita da quello paterno, pur rivelando molto presto alcune tipicità che non abbandoneranno mai l’autore.

Il dipinto è stato concepito in pendant con un Cristo Benedicente, probabilmente simile a quello oggi conservato al Kunstmuseum di Winterthur, in Svizzera: è un utile raffronto per comprendere la produzione di questi dittici a carattere devozionale che prevedevano sempre la coppia Cristo/Maria. Tuttavia, il dato di maggior interesse è l’autonomia iconografica della Vergine che, a differenza degli altri dipinti di Jan databili al primo periodo, non risulta essere una copia/ derivazione da un prototipo paterno, bensì una delle prime concezioni del tutto autonome, che collega il dipinto direttamente alle prime opere maggiori, quali la Madonna col Bambino conservata a Palazzo Bianco di Genova e datata 1552, la Adorazione del Bambino (dello stesso anno) e la Caritas sempre conservata a Genova.

La fisionomia femminile è la medesima dei quadri citati, così come lo stile della capigliatura, l’acconciatura e l’aspetto del velo ricamato: la comparazione stilistica risulta talmente stringente da poter azzardare con relativa certezza la data 1552 anche per l’esecuzione del nostro dipinto. Se così fosse, saremmo di fronte ad un documento fondamentale nella produzione dell’autore, con un’importante aggiunta al catalogo del “periodo genovese” di Jan Massys.

Come accennato, la questione dei suoi rapporti con Genova non è del tutto chiara e, probabilmente, legata alla sua fuga da Anversa ed ai suoi rapporti con quei circoli culturali di ispirazione gnostica che, sotterraneamente, percorrevano tutta l’Europa del ‘500. I grandi capolavori, come la Flora conservata oggi a Stoccolma e recante una dettagliata veduta di Genova sullo sfondo, ci parlano di un complesso universo di rapporti simbolici ed intellettuali che Jan esibisce con insistenza nei suoi dipinti, anche attraverso uno stile volutamente allusivo.

L’opera denuncia l’imprinting massyssiano nel leggero accenno di sorriso, nella lirica vivacità degli occhi, animati da uno spirito mutevole ed enigmatico, nell’affusolata architettura della mani quasi prive di ossatura e, soprattutto, nell’incarnato di porcellana che caratterizza l’intera figura, quasi si fosse al cospetto di una statua infusa di spirito e levigata in quella perfezione formale che è cifra inconfondibile del maestro anversese.

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