Lello Lopez e il deposito del senso. Contributo

È una parola. Perché il tempo, per Lello Lopez, e con Lello Lopez, non è qualcosa che puoi stabilire punto e basta. Beninteso, niente a che vedere con la puntualità di orologi e calendari, ma con la sensazione che lui, nel suo procedere interiore, vada avanti per divagazioni e cambi di rotta, tracciando un itinerario sfuggente e misterioso.

Sarà che Lello stesso si diverte a confondere le acque. Profondo conoscitore dell’arte e dei fatti dell’arte, appassionato cultore di filosofia, ne discute con pari disinvoltura dentro un museo come davanti a un piatto di alici sode “come l’acciaio”.

Dalla luce raffinata della galleria al profumo salato di un tuffo, in quel tratto di costa flegrea che ormai gli amici conoscono come la sua spiaggia. Da un lato le cozze carnose e il bicchiere appannato dal vino; dall’altro Beuys, Derrida, Kosuth, Agamben, Giordano Bruno, il popolo armeno, i discorsi complicati, a volte un pochino contorti.

Con Lello Lopez insomma si cammina e si va in giro, una flânerie che riflette un nomadismo dell’anima, una curiosità non esibita ma sempre all’erta, sottotraccia.

Il suo sguardo è fisicamente abituato a spaziare in un orizzonte limpido e aperto (quel tratto di costa flegrea…); e la sua intransigente fede nell’arte, il rispetto per il mestiere dell’arte, convive con un umore disincantato, ironico e talvolta caustico.

«Guardo il mare… guardo sempre un mare che è un orizzonte di arrivi, di nostalgie, di ricordi. Abito sul mare, organicamente con lui: seducente, incantevole, gentile; talvolta violento, aggressivo, prepotente. Mi piace pensare al mare solcato dalle feluche, a mani brune e abili che arrotolano reti e funi, a tuniche bianche che passano tra spezie e coralli, ambre, unguenti e venditori di stoffe con fregi in oro e bisso».

Così il tempo si dilata, e le cose e le vite iniziano a galleggiarci dentro. In costante stasi, in un’attesa rassicurante, protettiva.

C’è chi s’industria a raccogliere oggetti e a catalogarli, disponendoli in bell’ordine dentro una teca o nel mobile buono. Sul vetro che li separa e protegge lo spettatore incontra il proprio viso. La memoria, o l’artificio di questa, sfarfallano in un gioco dei riflessi.

Lello Lopez «col ricordo di uno smarrimento sempre diverso» ha fatto esperienza di idee, immagini, parole, collezionato incontri e persone (compreso se stesso). Ha filmato, disegnato, dipinto, scolpito, scritto.

Ma il suo Deposito materiale di senso ha una cifra velata di pudore, come se il contatto tra artista e pubblico non potesse mai diventare troppo intimo. Un diaframma difficile da attraversare anche quando a entrare direttamente in scena sono i ricordi di famiglia, o quando il lavoro si sviluppa nelle forme più esplicite della narrazione (con penna spedita e felice.

Le relazioni, del presente e del passato, ispirano, sono materia viva, ma nella misura in cui possono poi essere lasciate fuori dalla porta dello studio, fagocitate da un consapevole distacco dalla chimera delle certezze.

«Mi piace osservare la gente, ascoltare la banalità di un dialogo o l’incredulità e ancora la meraviglia dello sguardo rapito o anche infastidito. E incrociare per qualche istante gli occhi delle persone…per gioco, pensando a ipotetiche esistenze che non conoscerò mai».

Sarebbe corretto affermare che la poetica di Lello Lopez si ispira a quella del correlativo oggettivo? Su questo punto, invece delle categorie usate, conviene lasciar emergere una proposta: la parola “progetto”. Pedissequamente, si possono rammentare delle passate opere con la rete da cantiere, quella traforata, robusta, arancione.

Oppure osservare come il modus operandi di alcune installazioni (Assioma della memoria, Companion) sia improntato alla costruzione di strutture dal cui nucleo potrebbero in ogni momento originare e svilupparsi altre prosecuzioni e diramazioni.

Anni fa, nel lessico dei critici d’arte era di moda un vocabolo, preso in prestito dalla chimica: precipitato. Un’altra parola che potrebbe rivelarsi utile per leggere, nel complesso, questo Deposito materiale di senso, dove le cose, i ricordi, non sono stratificati né amalgamati, ma alla fine del processo restano isolati nella propria dimensione.

«Se penso ai ricordi, penso lontano. Con nostalgia penso alla giovinezza che passa e a tutto quello che poteva essere e non è stato. Penso a quei momenti, a quegli incontri, agli sguardi dei genitori, a quando avevano l’età che ho adesso, ai luoghi delle prime volte, alle persone, alle voci…».

Lello Lopez – Deposito materiale di senso

 

Echi, tracce, risonanze di una sensibilità acuta e introspettiva, che riserva a sé stessa l’ombra taciturna del mondo, per restituirla all’esterno sotto forma di sfondi puliti e cieli azzurri, di distese increspate da onde e ciuffi rigogliosi spuntati nel sole. Aria e spazio, geometria e combinazioni ermetiche per sopperire con razionalità ed eleganza agli squilibri della storia e al caos interiore. Alla ricerca del senso perduto, con la sicurezza, con la speranza, che non sarà facile ritrovarlo.

Info mostra

  • Lello Lopez – Deposito materiale di senso
  • Fino al 31 ottobre 2020
  • Shazar Gallery, Napoli
  • www.shazargallery.com
Anita Pepe

Anita Pepe

Anita Pepe è nata nel 1972 a Torre del Greco. Si è formata presso l'Università degli Studi di Napoli “Federico II”, laureandosi con una tesi su Jusepe de Ribera. Vive a Casale Monferrato, dove insegna materie letterarie nella scuola pubblica. Giornalista pubblicista, ha scritto testi per progetti espositivi ed editoriali, articoli e recensioni per quotidani, siti e riviste di settore. Insieme all'artista Concetta Modica, ha pubblicato nel 2018 il libro di poesie "Di sogni e di chimere".

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