Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato. Il mio idolo è morto. Il mio idolo di sempre, e l’unico a dire il vero. Anche se, in realtà, lui è stato qualcosa di diverso per me. Avrei sempre voluto conoscerlo, Jean-Paul Belmondo (Neuilly-sur-Seine, Francia, 9 aprile 1933 – Parigi, 6 settembre 2021) ringraziarlo per essere stato, senza saperlo, al mio fianco fin dall’adolescenza.
Di lui conoscevo tutto, guardavo tutto, eppure non ero un suo fan. Di un suo autografo non me ne sarei fatto nulla, poiché non era l’attore, il personaggio pubblico a interessarmi, ma la figura da filosofo pratico presente nei suoi film (alla quale credo aderisse anche nella vita quotidiana) ad avermi conquistato, ad avermi salvato dalla malinconia e trasportato in un luogo in cui la vita ha avuto tutto un altro sapore.
Su di lui scrissi il raccontino che allego qui sotto.
La foto con la margherita gialla in bocca (n.d.R.: 1966, di Jean-Marie Périer) è quella che tenevo nel portafoglio come un talismano.
Ho quindici anni. Sono in campagna insieme ai miei genitori. Quando è sera accendiamo la televisione. L’antenna non c’è e lo schermo è disseminato di puntini luminosi che sembrano tanti insetti. Insomma, non si vede un bel niente. Poi, però, le immagini incominciano a seguire più chiaramente le voci e un film fa la sua comparsa. È un film francese. Una commedia interpretata da Jean-Paul Belmondo. Fino a quel momento non ho mai visto un film con lui. Non ho nemmeno mai saputo della sua esistenza. Invece ecco che lui appare, proprio mentre io sono lì che mi annoio a morte nel silenzio assoluto che circonda il casale di campagna. Lui appare, e la mia vita d’improvviso cambia. Mi sento inondare di benessere e tranquillità. Un film buffo, e nemmeno dei suoi migliori, ma che mi fa sorridere per una settimana di seguito. È come quando riconosci qualcuno fra mille. Non ti puoi sbagliare. E Jean-Paul Belmondo si manifesta, attore mito della Francia anni ’60 che io non conosco affatto, ma che misteriosamente riconosco. In un attimo comprendo che bisogna affrontare la vita così come fa lui, o meglio i suoi personaggi. Prendendola di petto, con completa fiducia in sé stessi e nel mondo. E che bisogna essere, proprio com’è lui, incompleti. Perché Jean-Paul Belmondo non è un eroe che non mostra mai debolezze o fragilità. Non è il tipo che i pugni li dà e basta. È anche quello che cade giù da una scarpata in mare, poi si rialza e prende a pugni l’aria come se avesse sempre un avversario invisibile davanti a sé. Come se, una volta umiliato, non gradisse e volesse rivalersi, anche quando questo è impossibile. È quello che scivola in acqua dopo aver finto di provare il trampolino per sedurre una bella donna, e che una volta in piscina si fa soccorrere da un ragazzino. Insomma, è uno spaccone che fa il passo più lungo della gamba e inciampa, ma poi si rialza sorridente. Di lui leggo che prima di essere un attore è stato un pugile e uno stuntman. Sì, le fa tutte lui senza controfigura, quelle scene pericolose in cui si rischia l’osso del collo. Gli anni passano. Belmondo resta. Diventa la fotografia che mi sorride dal portafoglio con una margherita in bocca e mi dice: “Non preoccuparti” prima delle interrogazioni e prima di conoscere una ragazza. Gli anni ’60 e ’70 cominciano ad allontanarsi e i film con Jean-Paul, che ormai sembra un mio cugino lontano, si trovano solo in tv e spesso agli orari più impensati. Dunque mi metto la sveglia in piena notte e lo guardo, sospeso a un elicottero, sfondare la vetrata in cima a un grattacielo e sorprendere una banda di criminali. Lo ammiro nelle sue giacche sgargianti e nella sua guida sicura. Salvo poi fare sempre qualche figuraccia o distruggere l’auto in modo ridicolo. Lo osservo mentre entra nell’Hotel Danieli a Venezia direttamente in motoscafo vantando una prenotazione a suo nome. Un giorno un mio compagno di liceo mi dice: “Sai, ieri c’era Belmondo vestito da pagliaccio, tutto di bianco, che girava la scena di un suo film proprio sotto casa mia, in centro.” Per poco non lo uccido. Ma come, c’è il mio adorato cugino mai conosciuto, quello che mi ha insegnato l’arte del sorridere alle cose, e il mio amico non mi chiama?
Il tempo ancora passa. Belmondo lo vedo giovane che sfugge alla polizia di mezza Francia, poi già anziano che gira il mondo in incognito, con passaporto falso a voler ricominciare una vita da capo. Mia madre va a Parigi e, solo per raccontarmelo, va al teatro Marigny a vedere lui che si tuffa da una balconata appeso a una liana e fa mille capriole in costume da spadaccino. Belmondo si sposa le donne brutte perché gli portano fortuna ma poi s’innamora delle loro sorelle più belle. Belmondo fugge dall’arrivo inaspettato di un marito, con un lenzuolo che avvolge il suo corpo nudo come quello di un antico romano, e marcia scalzo e deciso sugli Champs-élysées. Belmondo ha un debole per le cravatte e basta un annuncio di un negozio messo ad arte su un giornale per trarlo in inganno, anche se è un inafferrabile bandito. Belmondo sa sedurre le donne come il suo pubblico, con tenerezza e assenza di dubbi.
Una notte mi addormento e lo sogno. Sogno che indossa un cappello di paglia stile Panama, fuma un sigaro sottile e mi sorride. “Cugino carissimo”, vorrei dirgli, ma parla prima lui e mi blocca sul nascere. In uno sbuffo di fumo riassume tutto il suo insegnamento. Quello che aveva cercato di darmi per mezzo di tutti quei film.
Apre bocca e dice così:
“Sappi scivolare su una buccia di banana”
Mi sveglio e finalmente capisco: io sono la buccia sulla quale scivolo. Io sono il pavimento sul quale cado quando inciampo e l’aria in cui sempre mi risollevo dritto in piedi. Io sono il cugino di Jean-Paul Belmondo.
Ha lavorato a lungo come pubblicitario per network internazionali, ha pubblicato il romanzo “La memoria degli alberi” con Piemme e “La pittura e la pizza” con Castelvecchi. Scrittura e arti visive sono sue passioni da sempre. Ha aperto un piccolo e innovativo ristorante a New York, città dove attualmente vive.




