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La parola al Teatro #48. Il sogno di AIDAS e Racconti d’autunno. E se la risposta fosse il teatro in strada?

di Marco Palumbo

Ormai lo abbiamo sentito dire anche troppo: questi mesi spingono a ripensarci. E a ripensare anche il teatro: interrogarsi sulle direzioni da prendere, sui modi per dare forma all’arte e la cultura. Il dibattito più acceso è stato quello sull’apporto dello streaming.

Spesso, però, se ne è parlato in relazione al pubblico. E se riguardasse gli artisti? È stato, ad esempio, il caso della Accademia internazionale delle arti e dello spettacolo, con sede a Versailles ma diretta dal maestro italiano Carlo Boso, formatosi al Piccolo Teatro.

È stato attraverso la rete che Boso ha formato la classe dell’Accademia di quest’anno, permettendo la nascita di un gruppo di artisti da tutto il mondo. Italiani e francesi, ma anche algerini, rumeni, equadoregni e cileni. Che attraverso la tecnologia hanno potuto formarsi, per mesi, fondando la propria ricerca sui dettami e le forme della Commedia dell’Arte.

Per arrivare a dar forma a un Sogno di una notte di mezza estate approdato a Racconti d’autunno, l’edizione autunnale del festival milanese Le mille e una piazza, organizzato dalla compagnia milanese Atelier Teatro, che arriva, però, dove non arriva lo streaming.

immagine per Racconti d'autunno - Atelier Teatro
Racconti d’autunno – Atelier Teatro

A portare il teatro a chi non lo cercherebbe, nelle piazze dei quartieri di periferia. Così, se la rete può servire a creare spazi nuovi, per gruppi di appassionati giovani come gli allievi di AIDAS (non tutti giovanissimi, e anche questo è un dato interessante rispetto ai limiti che a volte si dà chi coltiva l’ambizione della scena) è ancora lo spettacolo dal vivo a fare quello che lo streaming non fa. Ad andare incontro al pubblico, anche quello che non sa di esserlo.

Lo evoca proprio Boso quando si alza il (metaforico) sipario ai giardini di via Zanoia, davanti a un pubblico numeroso e appassionato, sul terzo fine settimana in scena per racconti d’autunno. Un’iniziativa che, come ha avuto modo di dire in conferenza stampa l’assessore alla cultura Filippo del Corno, permette a chi abita la città di riprenderne possesso, attivamente.

E, anche, di scoprire visioni nuove. Vale per tutti gli spettacoli in scena nel corso di Racconti d’autunno, quando Rosmunda e Alboino diventano gangster anni Cinquanta, Romeo e Giulietta vivono in Valtellina e in questo suggestivo classico Shakespeariano si parla francese, rumeno, arabo.

Perché la storia resta quella che conosciamo, con la cerimonia per lo sposalizio di Egeo e Ippolita, la rappresentazione dei popolani, la fuga di Ermia e Lisandro, i filtri d’amore, le fate e il folletto Puck.

Ma anche in quel che credevamo di sapere a memoria si possono scorgere sguardi nuovi che forse c’erano sfuggiti, e si può porre una nuova attenzione, ad esempio, sulla presa di posizione del Bardo sulla violenza contro le donne, sui passi in cui stigmatizza gli uomini e i loro «giuramenti sempre spergiuri».

Senza, per questo, farne un testo a tesi. Anzi, conservandone tutta la freschezza pur mantenendo il testo esattamente nella sua forma originale perché – è una delle scelte programmatiche di Atelier Teatro e dello stesso Boso, che della compagnia milanese è l’ispiratore – portare il teatro a chi non lo frequenta abitualmente non significa banalizzarlo.

Così la prima settimana ha visto uno spettacolo sull’inferno di Dante portato in scena nei quartieri con le parole del sommo poeta, e in questo Sogno il testo è una resa raffinata che non ha paura di usare il francese anche senza tradurre ogni passaggio.

A tenere tutto insieme, accompagnare, divertire e affascinare, rendendo quelli di Racconti d’autunno spettacoli veramente per tutti, c’è la commedia dell’arte, che trasforma anche frammenti di Shakespeare in una baruffa in una calle, aiutata – il lavoro sulle molte lingue del testo, come detto, è ampio e originale – dal dialetto di alcuni degli interpreti.

L’impegno di Noussaiba Bezzi, Angéline Andre ed Erwan Bleteau, Marika Daniele, Caterina Dalla Zuanna, Leonardo Fardin, Francesca Fatichenti, Salvatore Franco, Andrea Giaretta, Michela Lo Preiato e Bianca Holobut è nobilitato dalle affascinanti maschere di Stefano Perocco di Meduna e dai bei costumi di Agathe Helbo, che si mettono a servizio di un lavoro di grande cura sul corpo in scena.

Della Commedia dell’arte, infatti, non ci sono soltanto i lazzi e gli atteggiamenti, ma una precisa trama di pantomime (di Elena Serra), combattimenti scenici e coreografie che restituiscono, dopo lunghi mesi di assenza dei corpi, la sua centralità al movimento come protagonista della scena.

Un lavoro articolato e ambizioso, quello di AIDAS, che ben esemplifica il lavoro di un festival nel suo complesso per cui Boso (e le istituzioni cittadine) hanno speso più volte e con ragione la parola coraggio.

E necessità, anche, di continuare a fare esistere iniziative come questa, che conservano tutta la vivacità e la passione delle azioni dal basso (pur col sostegno del bando Lacittàintorno di Fondazione Cariplo) e riscoprono il valore autenticamente popolare del teatro, soprattutto quando prende vita in strada e alle strade restituisce vita.

Esperimenti come questi incuriosiscono e stupiscono, e allora, se il ripensarsi si deve, perché non guardare in questa, non banale, direzione? Perché sembrano parafrasare una vecchia canzone di Ivano Fossati: “Alzati che si sta alzando il teatro popolare. Se ha qualcosa da dire ancora, ce lo dirà”.

Se abbiamo la disponibilità di andarlo a cercare nelle strade e starlo a sentire, coi suoi tamburini.

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