Ho letto Contro le mostre di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione con colpevole ritardo. Ciononostante, ho accettato con piacere l’invito di scriverne giunto da parte di Barbara Martusciello a seguito di un mio post Social in cui abbozzavo qualche veloce notazione sul libro. Infatti, benché siano passati quattro anni dalla sua pubblicazione, per Einaudi, non sono certo venute meno le ragioni del pamphlet, né ha perso smalto la lucida critica condotta al sistema espositivo del nostro paese.
Ho pensato quindi di mettere insieme qui una serie di considerazioni che la lettura del saggio mi ha stimolato, considerato che, da addetto ai lavori, mi è capitato frequentemente di scrivere per quotidiani e riviste su alcuni dei temi che i due autori hanno affrontato.
Contro le mostre è diviso in sei capitoli alternativamente scritti da Trione e Montanari, cui seguono delle conclusioni realizzate a quattro mani. Mentre il primo studioso si concentra sull’arte contemporanea (con focus sui modelli di biennale e sul crossover antico/contemporaneo), il secondo prende di mira le mostre in sé e la mercificazione del patrimonio.
Nel complesso il libro fa un’analisi delle cause che hanno condotto il nostro paese a essere un orrendo “mostrificio”, spiegando come la grande maggioranza degli eventi espositivi – spesso su autori evergreen decontestualizzati e buoni per tutte le stagioni – non nasce, come ci si aspetterebbe, da ragioni scientifiche, nuove scoperte o ipotesi interpretative culturalmente significative. Sono invece la smodata ricerca dell’evento, alimentata dagli appetiti di operatori privati, e un’idea distorta di valorizzazione dei beni culturali, dei quali la politica si serve quasi esclusivamente per creare consenso e profitto, le principali cause che hanno messo per gli autori l’Italia in un cul-de-sac.
Il sistema museale è così stretto da una forte crisi causata dagli esigui finanziamenti pubblici, da proposte di cassetta, da scarsa tutela – si continuano a ignorare i rischi che derivano dal continuo spostamento opere fragili – e da una politica cialtrona che nomina dei direttori proni alle volontà di chi li ha nominati.
Il libro, che nasce idealmente sotto le stelle di storici dell’arte come Roberto Longhi e Francis Haskell, fornisce un’immagine insieme realista e apocalittica del sistema espositivo italiano, in sintonia col pensiero espresso da intellettuali quali Marc Fumaroli, Jean Clair o Salvatore Settis.
Puntuale nel denunciare la mediocrità di molte delle proposte realizzate e nel delineare le responsabilità della politica nazionale (la riforma sui grandi musei attuata dal Ministro della Cultura Dario Franceschini è un cavallo di battaglia di Montanari), Contro le mostre ha forse la mano troppo leggera coi molti amministratori locali di città capoluogo e con le fondazioni di origine bancaria, che hanno valutato e sostenuto i progetti esclusivamente sulla performance numerica (si pensi per esempio ai contratti che premiavano gli organizzatori in base alla quantità di visitatori delle mostre).
Infatti la politica locale, col sereno compiacimento di molti funzionari, ha spesso usato le mostre per andare sui giornali e insieme creare consenso negli ambiti del commercio e della attività turistico-alberghiere. Sono nati così fenomeni come Marco Goldin – un inarrivabile genio del marketing – e tante altre società che operano in sovrapposizione o contrapposizione al sistema dei musei e delle aree archeologiche, realizzando mostre chiavi in mano. Sono di frequente, anche se non sempre, progetti scarsamente irrilevanti che non dialogano con contesto né in alcun modo lo valorizzano, limitandosi a dislocare delle opere e ad allestirle in un contesto. Sono prodotti culturali, spacciati per popolari (ma nel senso deteriore del termine), pensati non tanto per i cittadini ma per le ricadute sull’indotto economico.
Ugualmente, va notato però che, sebbene non sia mai apertamente dichiarato (e siano riportati esempi che si contrappongono a questa lettura), il libro soffre del pregiudizio ideologico statale=buono, privato=affarismo, una contrapposizione che non coglie sempre lucidamente le responsabilità degli attori in campo.
A mio avviso, nel complesso Contro le mostre assolve troppo facilmente i funzionari, i dirigenti pubblici e i direttori di musei che, in un momento di vergognosa contrazione dei trasferimenti destinati alle attività culturali avvenuta negli ultimi vent’anni, non hanno saputo rivolgersi ad altri attori in campo, in primis fondazioni o altre realtà economiche private.
Pur non mancando le eccezioni (si pensi per esempio al Guggenheim di Venezia, ma è un museo privato…), i musei, in base anche alla mia personale esperienza, sono stati frequentemente monadi che hanno condotto le proprie attività in una sorta di autoisolamento rispetto ai contesti in cui operano, facendo conto essenzialmente solo su disponibilità accordate per via pubblica.
Perché non aprirsi alla cosiddetta società civile o alle aziende attive nei diversi territori? Perché non fare delle campagne di coinvolgimento delle più significative realtà economiche? A mio avviso andrebbero fatte, infatti, anche delle riflessioni sulle capacità di attrazione e coinvolgimento, spesso scarse, delle istituzioni, attività rispetto alle quali le aziende che producono eventi sono invece spesso molto più attrezzate.
Capita, così, che l’intraprendenza, il savoir-faire o il modo di dialogare degli attori privati, di certo per necessità attenti più al lato economico che a compiere ricerca (pur con le dovute eccezioni), conducano a una operatività maggiore, pur producendo mostre seriali e proposte culturali prevedibili.
Mentre invece il settore pubblico finisce a soccombere per il suo scarso appeal, perché non dotato di quella forma mentis e di quegli aspetti seduttivi che possono stimolare la politica o attrarre finanziamenti per produrre attività di valore culturale elevato. Vero è che i musei sono degli imprescindibili presidi che si occupano di conservare, studiare e valorizzare le opere, e che dovrebbero essere più dotati finanziariamente, ma è opportuno che ripensino se stessi, con altre logiche e con modalità socialmente inclusive, che non sono certo il rischioso prostituirsi (difficile non scorgere questo per esempio nel caso, citato nel libro, delle opere di Brera rovinate per il freddo durante una sfilata di moda).
Personalmente credo quindi che le responsabilità di una certa decadenza – data per certa e irrimediabile la mediocrità della politica – non siano da attribuire in forma esclusiva alla presenza del privato, ma che siano in parte anche il frutto della rigidità della parte pubblica. Esempi virtuosi non mancano.
Un’altra riflessione stimolata da Contro le mostre è relativa alla percezione che i due autori hanno del mercato, in particolare del contemporaneo. Mercanti e gallerie sono rappresentati nel saggio come un moloc di spregiudicati assetati di denaro, dei bricconi disposti a tutto pur di fare affari, piazzare artisti negli spazi pubblici o rifilare opere a ignari collezionisti.
Il giudizio può essere vero solo in parte, ma nei termini positivi della questione: chi opera nel contemporaneo sa che il mercato, pur essendo un filtro deformante o che sfalsa la comprensione del valore degli artisti in campo, non è a detrimento degli artisti e dell’arte, ma ne può essere un sostegno fondamentale, tanto più in un paese come il nostro in cui storicamente il supporto dalla parte pubblica è minimo.
Certo, non mancano speculatori e operatori interessati unicamente a far cassetta, ma vi sono invece numerosi attori molto più onesti e generosi di quanto si possa pensare in astratto (e posso testimoniarlo anche in prima persona). Se sono nella condizione di farlo, la maggior parte delle gallerie sostiene gli artisti, anche per progetti istituzionali, pagando cataloghi, trasporti, produzioni.
Contrariamente a quanto capita di leggere frequentemente negli scritti di intellettuali e accademici (spesso animati da pregiudizio nei confronti di tutto ciò che è privato), le gallerie e il mercato possono essere infatti dei partner preziosi che permettono di realizzare dei progetti o di arrivare dove il pubblico non riesce, non dei nemici. Similmente al lavoro che può svolgere le case editrici nel campo dell’editoria, che non a caso sono molto meno criticate.
Come ultima considerazione, devo ammettere che mi sono trovato invece molto in sintonia con gli autori rispetto alle critiche rivolte ai progetti, spesso modesti, di tanti curatori del contemporaneo, alcuni dei quali – anche blasonati e coinvolti in progetti istituzionali importanti – hanno perfino difficoltà a scrivere in un buon italiano.
Se nelle principali istituzioni pubbliche c’è spesso più attenzione e controllo, altrove, nelle gallerie e negli spazi no-profit, mi chiedo di frequente come sia possibile che nessuno legga i testi o i fogli sala. Nessuno che si accorga delle sintassi traballanti? Degli ignoranti forestierismi? Delle citazioni a caso? O dell’imbarazzante mediocrità delle riflessioni?
Daniele Capra è critico d’arte e curatore indipendente. Ha seguito con particolare attenzione la giovane arte italiana e la scena concettuale dell’Est Europa, collaborando con gallerie e istituzioni quali MART di Rovereto, MoMAD di Dubrovnik, Villa Manin a Codroipo, Reggia di Caserta, CAMeC della Spezia, Galleria Comunale di Monfalcone, MMSU di Rijeka, la Galleria Nazionale di Tirana, la Fondazione Dena di Parigi, il Museo di Arte Moderna Ca’ Pesaro a Venezia, la Galleria Civica di Trento.
foto di Antonio Guiotto







Una risposta
Ringrazio il critico d’arte Daniele Capra per le sue condivisibili, in parte, osservazioni sul testo analizzato .
marilena amato