Barbara Lalle artista non è scindibile, anzi è conseguente alla Barbara Lalle persona, con il suo bagaglio di esperienza e di dolore come terapista, come insegnante di sostegno alla ricerca dell’inclusione e dell’accoglienza.
Nelle performance non coinvolge professionisti del settore ma rende partecipi col corpo e con le emozioni individui portatori di vita vissuta, portatori esclusivamente della loro autenticità.
I suoi ambiti operativi non sono inscrivibili in confini definiti, ma sono stratificazioni linguistiche, tanto che l’artista ha collaborato sia con musei d’arte contemporanea, sia con la piazza. La sua esplorazione ha sconfinato verso le arti figurative, legate al tema del dolore.
I suoi inizi sono legati al Living Theatre con il quale ha portato laboratori, a donne e bambini, nei territori occupati in Palestina. Da quelle esperienze è nata l’esigenza artistica del coinvolgimento collettivo e della performance in strada senza limitazioni, valorizzando l’incontro con l’altro, casuale, individuale, che è al tempo stesso incontro sociale.
I confini artistici della sua azioni non sono individuabili immediatamente. È con la collaborazione di vari artisti, fotografi, musicisti, videoartisti, che le sue performance diventano esperienze sinestetiche. La commistione di linguaggi non sostituisce il dato concreto; l’utilizzo di materiali del proprio vissuto e la loro trasformazione attraverso il fuoco è un elemento ricorrente. Il fuoco non è mai distruttivo ma è trasformatore, anzi trasmutatore dell’oggetto in calore e luce, come nell’ultima performance, Habitus [1].
Se il teatro è rappresentazione e trasfigurazione, così la performance può essere considerata alla stregua di vita vissuta, esperienza in un luogo determinato, in un tempo limitato e irripetibile, come quello dell’esistenza dell’artista che espone attraverso la propria fisicità, le proprie sofferenze e la propria dimensione più intima.
Le parole delle curatrici, in prima battuta quelle di Michela Becchis, così dettagliano:
“La performance di Barbara Lalle è una riflessione che dialoga, in un calibratissimo quotidiano, con un pensiero che non condannò l’eccedente come elemento visibile di un eccesso negli stili di vita, ma ne sottolineò lo statuto di convenzione, consuetudine atta a frapporsi con la libertà di dire, quella che nel mondo greco era la παρρησία. Una libertà di dire che spesso vede il suo riverbero spento dagli oggetti che più ci appartengono, che più sono parte di noi (…)”.
A seguire, Roberta Melasecca scrive, definiscono con dotta precisione l’intento della performance che si è svolta in riva al mare, attendendo simbolicamente sia lo spegnimento della pira che l’oscurarsi del sole oltre l’orizzonte marino:
“La performance Habitus di Barbara Lalle non è un’accusa contro il consumismo e l’accumulo compulsivo, né una denuncia al materialismo, né l’avallo di una cultura dell’infinitamente poco. È, invece, una riflessione non istantanea sulla pura e semplice ricerca della felicità. Spinti dai desideri, mossi dai sogni, quanto più cerchiamo, più ci allontaniamo da quello che spesso confondiamo e identifichiamo con bisogni e necessità”,
Se in sociologia il concetto di Habitus costituisce un “sistema di disposizioni durabili e trasferibili, Strutture Strutturate, predisposte a funzionare come Strutture Strutturanti” per la maggior parte di natura inconscia, l’intervento performativo della Lalle ha avuto un intento più rivolto al proprio vissuto
Gli abiti erano disposti a semicerchio, per delimitare e riproporre lo spazio scenico come fosse un teatro greco, senza fondale aperto verso l’infinito mare. Se, in questa performance, ogni abito era portatore di vita vissuta, perché quei vestiti, quelle maglie, tutti quegli oggetti hanno mascherato (è lì che il concetto di habitus si sostanzia) il corpo dell’artista lungo tutta la sua vita trascorsa, la performer li rindossa come una riflessione freudiana su se stessa e poi si spoglia, se li toglie, se ne libera e li brucia.
Lo spiega la Melasecca:
“(…) E così ogni abito, prima debitamente e accuratamente ripiegato, diviene testimone di memorie passate e vissute, di felicità esigue e passeggere o indelebili e perenni; ogni abito, vestito e spogliato, è l’invenzione di vite, creatore di felicità che permangono e rimangono insite nella storia personale. Ogni abito è e non è più; è nel presente che immediatamente si tramuta in passato e proiezione del futuro in un sistema ciclico aperto e indeterminato”.
L’artista spoglia anche i manichini collocati, sulla spiaggia coperti in parte da quegli abiti, da quelle borse che hanno custodito i primi segreti, da quelle cinte che hanno stretto la vita e da quei cappelli che hanno cambiato l’espressione del viso. I manichini come periodi di vita dell’artista al termine della spoliazione vengono coricati e su di loro viene sparsa sabbia come sepoltura.
Intanto il fuoco brucia e sprigiona odori fetidi perché liberarsi del proprio passato è doloroso e l’arte non è decorazione.
La performance diventerà anche progetto fotografico realizzato attraverso gli scatti di Marco Marassi che ha seguito Barbara Lalle mentre intraprendeva, il suo percorso di vestimento e di spoliazione, un percorso tormentato, come si è detto, verso la libertà degli schemi sociali e soprattutto interiori e che ha trovato la sua conclusione catartica nello spegnersi lentamente del fuoco e nella dispersione al vento delle ceneri del suo passato mentre lei stessa si allontanava coperta di una bianca tunica verso il sole che andava scomparendo dietro l’orizzonte marino.
Note
1. Habitus, la performance di Barbara Lalle (a cura di Michela Becchis e Roberta Melasecca; con il patrocinio della Città di Santa Marinella; promossa da Interno 14 next in collaborazione con TAG Tevere Art Gallery e blowart, e con Marco Marassi e Daniele Casolino, e all’interno del progetto Dante 700 della Biblioteca Civica A. Capotosti realizzato con il sostegno di Regione Lazio per Biblioteche, Musei e Archivi – Piano Annuale 20-21 L.R. 24/2019), è avvenuta il 18 dicembre 2021 sulla spiaggia della Passeggiata di Santa Marinella, RM.↑
Roberto Cavallini, nato a Roma nel 1950, è fotografo e giornalista. Ha collaborato con numerose riviste italiane e quotidiani dal 1980 al 2005. È stato professore a contratto di linguaggi fotografici e fotografia della moda presso l’Università di Roma di Tor Vergata e presso l’Università la Sapienza di Roma. Ha esposto le sue fotografie in numerose mostre collettive e personali, in Italia e all’estero. Collabora con la rivista “Succedeoggi”. È critico fotografico e curatore di mostre e di eventi.





