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Diario di viaggio. Les Santes Maries de la Mer – Camargue Gens du Voyage

Introduzione

Camargue, sud della Francia, una regione tra Marseille, Arles e Montpellier, costituita dal più grande delta fluviale dell’Europa Occidentale, quello del fiume Rodano. Una pianura comprendente vaste lagune di acqua salata divise dal mare da banchi di sabbia e circondate da paludi ricoperte da canneti, a loro volta circondati da pascoli e grandi aree coltivate.

Les Saintes Maries de la Mer, un piccolo centro di circa duemilacinquecento abitanti sospeso tra mare, terra e cielo, è il capoluogo e punto di riferimento dell’intera regione.

Famosa per i fenicotteri rosa che camminano lentamente nell’acqua bassa, per i maestosi tori neri che pascolano nella brughiera, per i cavalli bianchi di razza camarguais che ancora vivono allo stato brado, per il riso coltivato con l’acqua salmastra, per le bianche saline, per le praterie dal suolo anch’esso salato, per i campi di lavanda di mare, per il Mistral, il vento impetuoso del nord e per i tramonti mozzafiato, questa terra affascinante è da tempo meta di turismo internazionale.

Anche Vincent Van Gogh, che nel 1888 risiedeva ad Arles, a pochi chilometri, decise di trascorrere un breve periodo della sua tormentata vita in questo tranquillo paesino di pescatori creando alcuni dei suoi più famosi dipinti e disegni ispirato dalle bellezze naturali di questa regione.

È in questo fantastico scenario che si svolge il mio viaggio alla ricerca del senso e delle motivazioni, anche storiche, del pellegrinaggio che porta qui, ogni anno, migliaia di gitani, gens du voyage, provenienti da tutta Europa.

Quelli che seguono sono i miei diari di viaggio e gli appunti scritti in quei giorni conversando con chi ha preso parte al pellegrinaggio.

Day 1, 22 maggio – Gitani, Gens du Voyage

Sono da tempo affascinato dalle popolazioni nomadi, ovunque nel mondo, e ho cominciato prima ad osservarle e poi a studiarle via via sempre più approfonditamente.

Sarà perché siamo tutti un po’ nomadi dentro, sarà forse perché il nostro DNA ci riporta a quando eravamo tutti nomadi cacciatori-raccoglitori, sarà perché probabilmente hanno uno stile di vita affascinante e totalmente diverso da quello di noi sedentari, che le popolazioni nomadi esercitano un’attrazione irresistibile a molti.

Per questo ho deciso di andare a scoprire più da vicino la cultura rom unendomi a loro nel raduno annuale a Saintes Maries de la Mer, in Camargue, dove ogni anno, il 24 e 25 maggio, festeggiano la loro Santa protettrice, Sara la nera.

Così ho colto al volo l’invito, fattomi da un rom conosciuto alcuni anni fa, ad unirmi a questa festa anche per comprendere il “perchè” di tanti pregiudizi che attanagliano la nostra mente, in relazione alle popolazioni gitane, e che suscitano in noi tanti timori e tanti sospetti per via del loro stile di vita così diverso e alternativo al nostro.

Il Gypsy Pilgrimage è infatti una fantastica occasione per conoscere da vicino i popoli rom radunati per onorare la protettrice dei nomadi.

Una tradizione solida, secolare, ininterrotta sin dal medioevo, che si tiene nell’ultima settimana di maggio, come avviene dal 1484.

Tre giorni di festa e celebrazioni in cui la tranquilla cittadina della Camargue, considerata un’estensione in suolo francese della Catalogna, si anima e popola a dismisura.

Canti, balli, abiti tradizionali, piccole orchestre alcune organizzate e altre improvvisate, indovini,artisti da circo, animali da monta al seguito, carrozze dalle forme tondeggianti e le ruote larghe, tutti ingredienti, ricercati e pittoreschi, che nel loro insieme, spesso vanno a costituire l’immaginario intorno al quale ruota la percezione che abbiamo delle popolazioni nomadi europee.

Nomadi che, orgogliosamente, mettono in mostra i pilastri della loro cultura e delle loro tradizioni, tramandati oralmente, e li condividono con i viaggiatori che di proposito si ritrovano tra i vicoli stretti di questa cittadina del sud della Francia, non lontana dalle zone acquitrinose dove si produce il famoso sale della Camargue e dove i fenicotteri rosa riposano dopo lunghe migrazioni.

Tuttavia, questa gente troppo spesso viene discriminata ed emarginata con pregiudizi infondati.

Tralasciando quelli a sfondo razziale, culminati nell’olocausto attuato dai nazisti durante l’ultimo conflitto mondiale dove morirono oltre mezzo milione di nomadi, i rom negli ultimi decenni sono stati additati spesso con attributi privi di fondamento come “ladri” e “delinquenti” o addirittura “rapitori di bambini”.

Giudizi sommari, ma purtroppo ben radicati, frutto prevalentemente dell’ignoranza e della diffusione a macchia d’olio di stupidi luoghi comuni.

Un’occasione preziosa, quindi, non solo per assistere a questo evento unico religioso, folkloristico e culturale, ma anche per riconsiderare il ruolo di questa gente nell’Europa attuale e, magari, provare ad abbattere qualche pregiudizio.

Day 2, 23 maggio – Nomadi europei

La voglia di arrivare quanto prima a Saintes Maries de la Mer è tanta e non appena atterro a Marsiglia mi precipito a ritirare l’auto al rent a car e velocemente percorro i 120 chilometri di strada che è mi separano alla meta, multa per eccesso di velocità inclusa.

Già prima dell’arrivo, alcuni chilometri prima, lo spettacolo di campi, tende e roulotte è impressionante.

Ci sono proprio tutti: romanì, provenienti principalmente dalla penisola balcanica e dalla Romania, manouches francesi, kalè iberici e tziganes ungheresi sono solo alcune delle principali etnie che ogni anno raggiungono Saintes Maries de la Mer.

Tutti popoli accomunati dalla stessa terra d’origine, le zone settentrionali del subcontinente indiano come il Punjab e il Rajahstan, dove venivano continuamente perseguitati.

Mi incuriosiscono certamente anche per la loro contiguità geografica e culturale all’India che ho visitato di recente.

Altri antropologi indicano la loro origine nell’antico Egitto. Da qui il nome “gitani”, gypsy in inglese, che suona quasi come “egyptian”, egiziani.

In ogni caso queste genti, dopo lunghe migrazioni, giunsero nell’Europa continentale dove tuttora si spostano da un estremo all’altro. Con il passare dei secoli, infatti, non hanno perso la loro natura nomade.

Sono tanti i gruppi etnici, le minoranze, le piccole carovane, i clan familiari e quelli più allargati che appartenenti allo stesso campo.

Non si contano nemmeno i gitani che ogni anno, puntualmente, si danno appuntamento qui con al seguito le loro roulotte o case mobili, alcune dotate di tutti i comfort.

Nonostante alcuni tentativi da parte dei governi europei di garantire loro una sistemazione stabile, la maggior parte continua a vivere in campi allestiti provvisoriamente, spesso per lunghi periodi, ai margini delle periferie delle nostre città.

Anche le loro attività sono strettamente legate alla loro natura itinerante. Oltre all’allevamento, molti si dedicano all’arte orafa, alla danza, al riciclo di materiali, alla lavorazione del ferro battuto, alla costruzione di strumenti musicali a corda, all’intrattenimento con arti musicali e circensi.

I rom, infatti, si identificano innanzitutto con il loro ambito lavorativo e con la loro cultura, prima ancora che con la loro religione.

Questa, infatti, non viene rimarcata specificatamente e, a seconda delle etnie, abbraccia vari culti tra cui il cattolicesimo, il protestantesimo, l’ortodossia e, in misura molto minore, il giudaismo, l’induismo e l’islamismo.

Ci sono troppi pregiudizi da abbattere sui rom e la festa di Santa Sara, oltre che un evento religioso con i suoi esuberanti e caratteristici aspetti folkloristici, è una buona occasione per approfondire la conoscenza dei popoli gitani e dei loro costumi.

Purtroppo, spesso intere popolazioni vengono identificate come gitani quando, in realtà, le loro origini si trovano da tutt’altra parte come nel caso dei romeni e degli shqiptari dell’Albania, oltre che dei vari popoli dei Balcani.

Basta sentire in televisione o leggere sui media una di queste nazionalità per puntare il dito immediatamente verso i nomadi quando, in realtà, pochi sanno che il popolo nomade è diffuso maggiormente in paesi come Italia, Francia e Spagna e buona parte di queste persone detiene una di queste tre nazionalità.

Scardinare le proprie convinzioni e assumere un punto di vista più obiettivo va a toccare delle corde piuttosto sensibili e mette in discussione la propria accettabilità sociale.

Per molti è meglio tralasciare quindi e venire a Saintes Maries de la Mer per prendere parte a questa festa solo animati da buon umore, curiosità e spensieratezza.

Il culto di Santa Sara la nera e la sua origine meritano un’attenzione specifica tanto sono affascinanti e domani inizia la sua festa.

Day 3, 24 maggio – Santa Sara la nera

È una storia che si perde nei secoli, quella di Sara la nera, la santa protettrice dei rom.

Le celebrazioni di Saintes Maries de la Mer fondano le proprie origini nella religione.

Il nome di questo paesino fa riferimento alle tre “Marie”, cioè tre esuli palestinesi che rispondono al nome di Marie Jacobè, Marie Salomè e Marie Sara. È proprio in onore di Marie Sara che i rom giungono in pellegrinaggio fin qui.

Un punto in comune tra le popolazioni romanès è infatti il culto di Santa Sara, detta “Sara la Kali”, “Sara la nera”.

Secondo la leggenda, dopo la crocefissione di Cristo, le discepole di Gesù, Maria Salomè e Maria Jacobè, furono abbandonate al largo delle coste della Palestina su una barca senza vele e senza remi.

Le salvò la loro giovane serva egiziana dalla pelle scura, Sara, che le portò fino alla foce del fiume Rodano, nel luogo dove sarebbe poi sorta Saintes Maries de la Mer.

La storia di Sara, di cui esistono diverse versioni, è tratta dai Vangeli apocrifi ed è un simbolo adottato da tutte le popolazioni romanès, che adorano questa umile viandante come fosse una di loro per via delle sue origini nomadi.

Saintes Maries de la Mer è così diventata una meta di pellegrinaggio di tutte le popolazioni gitane.

La prima traccia scritta della presenza dei gitani a Saintes Maries de la Mer risale al 1855. Un diritto molto antico dava loro la possibilità di venerare l’effige e le reliquie di Sara in chiesa, ma non di accompagnare in processione la statua. Fu grazie al marchese Folco di Baroncelli, che, a partire dal 1935, i gitani ottennero di partecipare anche alla processione fino al mare.

La Chiesa permise loro di portare la statua in processione ogni 24 maggio, rendendo questa data il principale raduno dei gitani d’Europa.

La processione di Santa Sara, nonostante non sia riconosciuta canonicamente dalla Chiesa, è officiata dal Cardinale ed è officiata come una vera e propria processione religiosa tradizionale.

Nel santuario vi è dedicata una cripta sotterranea dove i pellegrini vanno a renderle omaggio ogni anno subito dopo il loro arrivo in paese.

La tradizione prevede l’accensione di una candela da parte dei fedeli che, insieme alle centinaia già intente ad illuminare la piccola grotta, serve per chiederle miracoli e grazie.

L’adorazione della Santa si manifesta anche attraverso la sua vestizione con tanti mantelli sovrapposti dai colori sgargianti, drappi d’oro ed una corona in testa che i fedeli nomadi donano ogni anno.

Nella processione guidata dai cavalli bianchi Sara la Nera sfila per le vie del paese vestita dei mantelli colorati donati dai fedeli, mentre tra canti e urla di giubilo tutti cercano di toccare e baciare la statua.

Quando la processione arriva in spiaggia i devoti si immergono nel mare fino alle ginocchia, un atto di purificazione, certamente un retaggio della religione induista, come il nome Kali, la cui tradizione vuole che i fedeli si bagnino nelle acque del fiume Gange per purificarsi.

Il fulcro delle celebrazioni è rappresentato dalla messa nella centrale e particolare chiesa di Saint Michèl.

Una funzione religiosa animata dall’alternanza di canti malinconici all’inizio e altri più allegri e ritmati a seguito della benedizione finale da parte del vescovo.

Tutto è nomade qui, anche i celebranti della funzione religiosa che si aggirano tra i fedeli nella navata unica per officiare il rito dell’eucarestia.

Nella chiesa gremita di gente, la cassa contenente le reliquie delle due Sante Marie viene calata a mano, dalla nicchia posta in alto, lungo tutta l’altezza della navata con un antico sistema di corde.

Man mano che la cassa scende, alle corde si legano i mazzi di fiori portati dei fedeli che assistono al rito tenendo tra le mani una candela accesa e intonando un canto rituale.

Al termine della liturgia prende corpo la parte più interessante e attesa, la processione a mare.

La statua in legno di Santa Sara, curiosamente caratterizzata dalla dimensione sproporzionata del corpo rispetto alla testa, al grido di “Vive Saint Sara” viene scortata meticolosamente dai guardiàn a cavallo in abito tradizionale e con il tridente in mano.

Sono mandriani dediti all’allevamento dei tori che montano esclusivamente cavalli bianchi, a simboleggiare la purezza d’animo.

Il corteo si sviluppa dalla piazza principale dinanzi la chiesa fino alla spiaggia e in questo peregrinare l’aspetto religioso lentamente si fonde con quello folkloristico.

La tradizione vuole che chi riesce a toccare il mantello della Santa nel tragitto dalla chiesa al mare, godrà di benedizioni e fortuna durante il corso di tutto l’anno.

Occorre però toccare la statua solo una volta all’anno, per non incappare invece nella sfortuna.

Ecco come all’improvviso sacro e profano si mescolano assieme, un aspetto tipico della tradizione gitana, unito a musica, balli e preghiere cantate.

La processione si conclude sulle spiagge di sabbia arenaria della Camargue, appena fuori il centro abitato di Saintes Maries de la Mer.

I pellegrini concludono il loro cammino percorrendo le ultime decine di metri con i piedi immersi in acqua.

Il rituale prevede anche il versamento ripetuto tre volte della stessa acqua di mare sul volto.

Un gesto che ricorda quello praticato dagli induisti quando si purificano nel fiume Gange, a ulteriore conferma delle origini indiane dei gitani.

Domani, 25 maggio, i festeggiamenti religiosi toccheranno a Maria Salomè e Maria Jacobè e la processione a mare si ripeterà.

Al rientro dalla processione nella minuscola Chiesa di Saint Michel ci si preparerà poi per un nuovo rito il prossimo anno.

Alla luce di infinite candele accese, la cassa in legno finemente decorata con le reliquie delle due Sante Marie sarà sollevata per essere ricollocata nella sua sede originaria, la cappella alta sulla navata, fino all’anno successivo.

I fiori appesi e donati dai pellegrini saranno restituiti e conservati dalle loro famiglie come una preziosa reliquia.

Oggi la giornata è stata emozionante e lunga e la fame è tanta.

La quasi inesistente e poco riconoscibile tradizione culinaria gitana mi delude, perchè amo lo street food etnico, e tende ad abbandonarmi tra le mani degli chef francesi della Camargue.

Succede però che, mentre sono alla ricerca di un posto dove cenare, camminando lungo un campo nomadi fatto di tante roulotte e caravan, vengo chiamato da un gruppo, riunito intorno ad un falò, intento a grigliare uno spiedone di carne.

Sono gente manouches in vena di socializzare e mi invitano a stare con loro.

Si mangia, beve, suona, balla e la festa continua fino a tardi…

Day 4, 25 maggio – Cultura gitana

I gitani li riconosci subito, a prescindere dal gruppo etnico di appartenenza.

Che siano Romanes, Manouches, Coradores, Sinti, Kalé o Rom, balzano subito all’occhio anche se qui è difficile “non notarli” tanto sono in minoranza i “sedentari” in occasione della festa di Santa Sara.

Basta un dettaglio, un indumento, un accessorio, un gioiello, il trucco, le unghie, un tatuaggio, le scarpe, la pettinatura o lo sguardo libero, profondo e fiero e li riconosci all’istante anche se non riesci a comprendere subito il gruppo di appartenenza.

Le spesse gonne a frange delle donne, contornate da paillettes e lustrini, insieme alle lunghe trecce scure e gli spigolosi tratti somatici del volto pesantemente truccato anche con brillanti e piercing, comunicano l’inconfondibile appartenenza etnica nomade.

Non sono da meno gli uomini, che esibiscono ricercate geometrie dei baffi e delle basette. Camicie bianche e colorate, a fantasia o a quadri, cappelli di cuoio e stivali squamati dalla punta di ferro, e poi ancora anelli, collane e bracciali massicci completano il loro inconfondibile look.

Il loro stile è la fusione di tutto quello che hanno assimilato nel loro viaggiare nel mondo, declinato a modo loro, e le varie etnie gitane, oltre che per i loro vestiti tradizionali indossati per la festa di Santa Sara, si distinguono sempre anche e soprattutto per la loro musica.

I popoli gitani hanno infatti una grande tradizione musicale, con nomi del calibro dei Gipsy Kings o Django Reinhardt, straordinario chitarrista jazz che, nonostante due dita paralizzate, quando si esibiva a Roma, rifiutava i comodi alberghi per dormire in uno dei campi nomadi della città.

Le melodie dominanti sono quelle dettate dai violini, le fisarmoniche, le chitarre e vari tipi di strumenti a fiato, spesso improvvisate da piccole bande in stradine e slarghi del paesino.

A dominare la scena è sicuramente il flamenco, il genere musicale che da sempre accompagna le popolazioni nomadi.

Il battito ritmico delle mani è solo un vano tentativo di seguire quello delle nacchere.

Al suono, si affiancano anche i movimenti armonici e sinuosi delle gitane fino a notte fonda che con il loro sguardo magnetico ammaliano e catturano come poche altre il cuore di chi le osserva.

È una musica che ti prende dentro e ti trascina via, una musica che porta con sé il “sentire” della vita della Gente di viaggio, des Gens du voyage.

Non mancano nemmeno giocolieri, circensi, acrobati e altri artisti specializzati in arti figurative.

Al di fuori del paese, adiacenti ai campi appositamente allestiti, l’intrattenimento serale è garantito dai giostrai, altra professione molto diffusa tra i gitani.

Tra le stradine di Saintes Maries de la Mer invece i numeri da circo e le immancabili indovine e veggenti che leggono la mano e i tarocchi completano la festa e rendono impossibile a chiunque di ignorare il proprio destino.

Mi convinco sempre più che essere “figli del vento”, come li chiamano da queste parti, è uno stato interiore, prima ancora che un’appartenenza etnica.

Zingari si nasce, difficilmente si diventa, ed è per sempre!

Sentirsi liberi nel mondo, in armonia con esso, ospite di tutti e tutto senza lasciare tracce, è nel dna di tutti, ma il progresso dell’umanità lo ha quasi cancellato, ma non del tutto, e riemerge con forza quando l’inquietudine prevale sullo stile di vita che conduciamo.

Forse per questo in tanti di noi sentono il desiderio irresistibile di partire, evadere dal proprio dove per venire qui ogni anno alla ricerca di un altrove.

Probabilmente per questo qui tutto e tutti si mescolano, si mangia, si beve, si canta, si balla e si prega insieme, a prescindere dall’etnia e dalla religione, dall’essere stanziale o gitano.

Sacro e profano sono allo stesso tempo due facce della stessa sottilissima medaglia che qui si fondono in piena armonia.

I gitani purtroppo però continuano ad essere un popolo di cui quasi nessuno sa niente, ma su cui tutti hanno un’opinione, quasi sempre negativa, specie da noi in Italia.

Al di là dei pregiudizi, il vero problema sembra essere il loro stile di vita: il voler vivere con determinazione in una società senza appartenervi, cercando di resistere all’assimilazione.

Perché mai dovremmo impedirglielo?

Dopo due giorni, non mi fa più “strano” vedere tanti gitani intorno a me e sentirmi minoranza.

Non avverto discriminazione e la mia mente ritorna indietro nel tempo a quando, ritornando da scuola, attraversavo il campo rom accanto al fiume nei pressi della strada, allora periferica, dove abitavo.

Già allora inconsciamente mi affascinavano i gitani, lontani dal mio modo di vivere, ma così vicini nel mio bisogno interiore di viaggiare e osservare il mondo.

Day 5, 26 maggio – Orgoglio e discriminazione gitana

Il pellegrinaggio volge al termine ed io avverto il magone come quando, da adolescente, a fine estate salutavo con malinconia i nuovi amici che forse avrei rivisto solo l’estate successiva o mai più.

I gitani invece mi salutano e si salutano sorridenti, felici di riprendere il loro cammino secolare nel mondo in una diaspora di libertà e serenità.

Battezzati i neonati, concordati i nuovi matrimoni, risolte le vecchie dispute e definiti i conti in sospeso, possono tranquillamente ripartire.

Le roulotte e i caravan uno alla volta, in una lunga interminabile fila, lentamente e in ordine ripartono per chissà dove.

Io provo a rimettere ordine nei miei appunti annotati a mano o sul telefonino per dare un senso alle tante frasi scambiate con perfetti sconosciuti gitani in questi giorni.

Emerge tra i gitani la comune paura per l’avanzata in Europa delle destre xenofobe e nazionaliste che li porta a nascondere la loro etnia per paura di perdere casa e lavoro nei luoghi dove si sono temporaneamente stabiliti, anche quando non vivono in roulotte o camper.

Rico ha i capelli ricci e tinti neri, i baffi che arrivano al mento e la passione per le collane d’oro. Vive nella periferia di Parigi e lavora come meccanico in aeroporto. Ai colleghi non ha mai detto di essere un gitano.

Passando accanto alla sua roulotte mi aveva chiamato ed invitato a cenare con la sua famiglia condividendo con me il caprone che stavano arrostendo su un falò acceso con della legna in un bidone di lamiera tagliato di fianco.

Sorridendo dice che “…lo sanno solo i miei amici più cari. Ho la cittadinanza francese, ma sono nato a Siviglia. Sarebbe bello poter dire di essere un kalé dell’Andalusia, ma ormai sono abituato a nascondere le mie origini: non ho più voglia di crearmi problemi”.

“L’aggressività nei nostri confronti è sempre più forte”, dice Payou un kalé francese di origine catalana, un omone di 56 anni con una giacca scura e la collana d’oro al collo che mi ha invitato a mangiare una fetta di torta per festeggiare il suo compleanno.

Dice, scherzando e ridendo, che “Anche se sono gitano ho una casa con un televisore e sono pure su Facebook”.

Ma poi ritorna subito serio “…molti gitani devono nascondere la propria identità perché il Front National di Marine Le Pen dice in televisione che siamo tutti delinquenti e i francesi ci credono. Trovare casa e lavoro è sempre più difficile”.

Continua dicendo che “…per questo la Festa di Santa Sara è così importante per noi gitani: perché possiamo mostrarci come siamo veramente, un popolo di cultura variegatamente cristiana che ama suonare e divertirsi insieme a tutti”.

Tra i soggetti più attivi che ho incontrato c’è Esmeralda Romanez, la presidente della Fédération européenne de femme romanès et de voyage.

Figlia di un violinista manouche imprigionato nel campo di Dachau durante la Seconda guerra mondiale, Esmeralda vive in una roulotte vicino ad Arles e combatte da una vita contro le discriminazioni della gente gitana.

“Le discriminazioni ci accompagnano ogni giorno della nostra esistenza. Basta guardarsi intorno”, esclama allargando le braccia per indicare i tanti negozi chiusi a metà pomeriggio. “Tutti gli anni la stessa storia, anche in un giorno di festa i commercianti non ci vogliono”.

Esmeralda afferma che “Le popolazioni romanès sono tra le più bisognose di diritti di tutte le comunità in Europa”.

Ed il sito istituzionale del Consiglio d’Europa conferma le sue parole: “Affrontano ogni giorno discriminazioni e insulti razziali, vivono in estrema povertà e sono esclusi dalla vita normale che agli altri è data per scontata: andare a scuola, visitare il dottore, fare domanda per un lavoro o avere una casa dignitosa”.

Con Esmeralda c’è Roselita, la “Hija del viento”, che ha 12 anni e come lei porta lunghi capelli neri ornati da un fiocco rosso. “…sta con me da quando era piccola ed è rimasta senza genitori”.

E poi c’è Dijana Pavlovic, attrice rom nata in Serbia, cittadina italiana e fondatrice della Federazione “Rom e Sinti insieme”. Dijana non ha dubbi: “Negli ultimi mesi in Italia tira una brutta aria” e per questo sta conducendo la campagna “Se mi conosci mi rispetti” per il riconoscimento di rom e sinti come minoranza linguistica.

È salita agli onori della cronaca mediatica dopo la lite su La7 a Piazza Pulita con il leghista Gianluca Buonanno che ha definito i rom “feccia della società”.

Nel frattempo, Dijana è preoccupata perché “Nei campi rom di Milano la gente gitana ha paura: fanno le ronde di notte per assicurarsi che nessuno entri perché da fuori si sentono le urla “bastardi vi bruceremo tutti, vi lanceremo le molotov”. Anche mio figlio, che è un bambino di 6 anni, una volta mi ha detto di non far sapere in giro che è rom”.

I popoli gitani desiderano solo regole chiare per poter temporaneamente accedere, anche pagando, ai servizi di base di cui necessitano nelle nazioni dove transitano o decidono di stabilirsi anche solo temporaneamente.

Dove sono finiti i tanto decantati valori di inclusività, tolleranza, rispetto e non discriminazione di cui ci riempiamo di continuo la bocca in Europa?

È così complesso? Assolutamente NO: la verità è che i gitani ci fanno paura.

E ci fanno paura perché non sappiamo niente di loro se non un confuso insieme di luoghi comuni e stereotipate falsità.

Ci spaventano perché i gitani rifiutano quel sistema sociale che strenuamente difendiamo invece di esserci grati.

Li odiamo perché per noi sono il nemico perfetto e perché, in questo odio comune, forse ci sentiamo apparentemente più vicini pur nella nostra reciproca indifferenza.

Prologo

Il viaggio in Camargue è appena terminato, ma la voglia di andare oltre nella conoscenza dei popoli gitani è aumentata a dismisura.

Molti mi hanno chiesto se ho avuto problemi di sicurezza mentre ero tra i gitani, se mi avessero rubato qualcosa…

Assolutamente NO!!!

È un viaggio che consiglio davvero a tutti per la sua semplicità logistica e per la grande diversità culturale e le emozioni che trasmette.

Tornerete rinnovati nella vostra percezione des gens du voyage e capirete di quanti pregiudizi era avvolta la vostra mente.

Pregiudizi che arrivano da lontano e che hanno radici molto profonde nella nostra psiche.

Sono forme di difesa e di convalida del nostro sistema stanziale che purtroppo ci sta sempre più stretto e che ci porta a guardare quasi con invidia quello nomade per la sua libertà da rigidi schemi che soffocano sempre più il nostro inconscio e gli impediscono sempre più di “andare e fare”.

Un altrove agognato e impossibile per noi.

L’apparente solitudine e incertezza dei gitani in contrapposizione all’apparente socialità e sicurezza dei popoli stanziali.

Un confronto emozionante assolutamente imperdibile tanto è affascinante, diverso e ricco di arte e cultura.

immagine per Fabrizio D'Aloia
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Fabrizio D’Aloia, ingegnere elettronico ed ex imprenditore digitale seriale, è un appassionato viaggiatore, velista oceanico e subacqueo. Ama fotografare e scrivere durante i suoi viaggi, prediligendo luoghi insoliti e lontani dai circuiti turistici. Interessato all'arte contemporanea, design, architettura, storia dell’evoluzione umana, geopolitica e antropologia, porta una prospettiva unica nei suoi reportage.

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