Nella omologazione del mondo ipertecnologico dell’inizio del terzo millennio la valenza partecipativa di questa deriva della pratica artistica assume valenza assolutamente a-sistemica diventando cura, sia in senso filosofico-esistenziale che direttamente clinico-relazionale. L’artista ed il fruitore si confondono intervenendo l’uno sull’altro in cui la produzione dell’oggetto-opera diventa lo spazio di intersezione fra i due sistemi umani; è la zona di confine fra artista è pubblico quella che partorisce l’opera ed è proprio questa relazione che stabilisce il senso della necessità creativa.
D’altra parte nelle sue pratiche di arte partecipativa, Mimmo Martorelli si nasconde all’interno del territorio stesso dell’opera finale essendone da un lato motore progettuale e dall’altro finalizzatore della espressione artistica delle persone che partecipano, appunto, alla concezione ed alla realizzazione stessa dell’opera.
Ciò che a noi appare come una sintesi casuale nella ricerca della bellezza è, in realtà, molto meno istintuale di quanto possa sembrare.
Prima di realizzare l’opera l’artista ha un progetto estetico-filosofico che si sostanzia sulla superficie di una tela, nella forma di una scultura e, oggi, attraverso una installazione, un video se non, addirittura, nella costruzione di uno spazio immateriale tecnotronico.
Nel caso di questa operazione artistica, Martorelli fa un passo indietro, rinuncia all’egocentrismo tipico di buona parte del sistema dell’arte per porre la propria condizione creativa al servizio del vero pensatore dell’opera stessa: il cittadino.
Attraverso il medium-Martorelli, la persona rivendica la sua funzione creativa ridefinendo gli spazi concettuali dell’opera e usando, come sua stessa estensione, le abilità tecniche, le competenze di sintesi formali dell’artista.
Il lavoro dell’artista, in questo caso, non è più discendente, ovvero l’artista che crea l’opera e, con essa possono entrare in relazione i fruitori, è, piuttosto, il tramite attraverso il quale l’opera, sia essa frutto del pensiero di un singolo sia essa collettiva, assume una struttura formale e si realizza.
Da questo punto di vista Martorelli anticipa la mutazione dell’arte immersiva che sarà possibile da qui a pochi anni (ammesso che essa non sia delegata all’intelligenza artificiale).
All’artista, in quel caso, sarà delegata la creazione di una piattaforma immateriale mutogena e l’opera stessa subirà questa mutazione proprio attraverso interrelazione con il fruitore che, esattamente con il suo movimento immateriale (attraverso un avatar o forme diverse di autorappresentazione) determinerà la forma del progetto artistico.
Tutto è rinchiuso in questa dicotomia conflittuale che prevede da un lato il concetto di Arte come Bene Comune e, dall’altro, il controllo dell’immagine artistica tipico di una forma sociale assolutamente elitaria.
Su questo conflitto, considerando che viviamo nell’infosfera che ricopre l’intero pianeta, che si gioca buona parte della costruzione sociale dei nuovi rapporti umani. Prima ancora della definizione dell’uso delle nuove tecnologie (limiti e regolamentazione delle AI in testa) il dilemma è morale e, di conseguenza, etico; in questa operazione è evidente lo schieramento di parte, attraverso le competenze dei cittadini l’etica comunitaria diventa parte fondamentale dell’intera operazione; artistica, sociale e clinica.
La cooperazione sociale, attraverso l’arte partecipativa, soppianta il termine di collaborazione sociale; da osservatore passivo, seppur coinvolto in qualche modo nel processo di creazione, il cittadino diventa il determinante dell’opera.
Il modello sociale che ne consegue è, necessariamente, rivolto non soltanto verso la creazione di una nuova forma estetica ma è, soprattutto, legato ad un nuovo modello sociale che si impone come necessario nelle sfide imponenti dell’intero pianeta. Attraverso l’arte, attraverso l’ottimizzazione delle proprie competenze anche l’essere umano comune, quello della strada diventa compartecipe della creazione di una forma sociale più adatta al terzo millennio.
Anziché subirne le trasformazioni le governa autodeterminando da se stesso il proprio ruolo nel mondo. La necessità di progetti come questo di Mimmo Martorelli, inserito nel progetto IPACS sulla Competence Economy risulta evidente proprio nel momento in cui riporta il cittadino nel confronto con il territorio; rileggere la mappatura della strada diventa il rapporto emozionale (e di memoria) che noi abbiamo con il luogo, con gli spazi che ci circondano e con le versazioni affettive che noi stessi attribuiamo a questi spazi.
Alla fine la fotografia della persona che rilegge empaticamente la strada stampata sul plexiglass è solo il terminale visuale dell’intero pogetto creativo. In realtà la vera opera consiste, come è avvenuto a Roma, a Taranto o nel Cilento, consiste nell’intero svolgersi del lavoro; dalla definizione delle persone, le interviste, la scelta della strada, nel reading performativo e nella mappatura di tutti questi punti nodali inseriti, alla fine un una vera e propria mappa interattiva.
In fondo la consapevolezza del sé, della propria appartenenza ad un territorio ed alla propria funzione sociale rappresenta la vera sfida nel mondo in cui la realtà sparisce sotto l’eccesso di realtà delle reti elettroneuronali.

