Adrian Paci | Shafiur Rahman
arti visive a Narni città teatro
6 – 8 giugno 2025
Narni Città Teatro si arricchisce nel 2025 con una programmazione specifica legata all’arte contemporanea, affidata a Adrian Paci e Shafiur Rahman.
Una riflessione sul valore della vita, sulla sua fragilità e sulla forza che può derivare dall’affrontarla nelle videoperformance e nella azione inedita Chords di Adrian Paci, pensata appositamente per il festival. E nelle foto dei rifugiati Rohingya nella mostra curata dal documentarista Shafiur Rahman.

Antonella Liuzzi, che cura questa sezione, si è interrogata sul tema del festival giocare la vita. Ha esplorato i confini fragili tra casualità e destino, gioco dell’esistenza e sua potenza trasformativa.
«Il “gioco” – spiega Liuzzi – qui non è solo un atto di svago, ma una metafora di sopravvivenza, cambiamento e speranza. L’arte contemporanea diventa il mezzo per esplorare queste dinamiche e per stimolare una riflessione che va oltre la superficie delle cose.»
Dal 6 giugno alle ore 16.00 il programma di Narni arti visive racconta identità, memoria e trasformazione, attraverso le video performance di Adrian Paci. Visibili The Encounter (2011), Prova (2019) e Vajitojca (2002).
Ogni lavoro si confronta con la dimensione del corpo, del movimento e del tempo come elementi in continua evoluzione. Riflette su quello che resta dopo il passaggio della vita, sulle possibilità e le limitazioni di ogni gesto.
Sui concetti di equilibrio e limite, e sul corpo come strumento di comunicazione tra persone che provengono da contesti differenti, ma condividono un destino comune. O ancora sulla misurazione della nostra resistenza nell’affrontare le difficoltà della vita. Infine, raccontando viaggi molto attuali che sanno di speranza e resilienza, sulle dinamiche della solitudine e dell’attesa.
Narni Città Teatro ospiterà inoltre, nella giornata del 6 giugno alle ore 17.00, la performance-rituale inedita Chords, ideata per il Chiostro di Sant’Agostino di Narni. Qui Adrian Paci, che parteciperà attivamente all’azione, “offrirà al pubblico un’esperienza unica, coinvolgendo corpo, spazio e tempo in un dialogo fisico che celebra la connessione tra corpi dissolvendo i confini e le distanze, e invitando ad abitare uno spazio attraverso uno specifico gesto reale nel tempo, creando relazioni e un’unica entità”, spiega la curatrice.
L’azione, in dialogo partecipativo con un gruppo di uomini, che lavoreranno con l’artista nella sua costruzione, in un momento di connessione, attraverso la stretta di mano, che stabilisce un dialogo tra l’io, il noi, il corpo, lo spazio come misura, ma anche il luogo e la sua memoria, in una ridefinizione costante delle cose nella propria relazione con l’altro, con un messaggio forte di reciprocità e coesistenza.
«Non è la prima volta che scelgo la stretta di mano”, spiega Adrian Paci. “In The Encounter ho creato un grande momento di celebrazione per questo gesto.
Mi interessa per la sua semplicità quotidiana, ma anche per le implicazioni culturali e storiche. Viene usato nei funerali come nei matrimoni, quando si fa un accordo e quando si chiude un conflitto. È un gesto antico ma continua a persistere anche ai nostri giorni.
Chords invece, oltre che per il gesto della stretta di mano si caratterizza per la presenza fisica che disegna lo spazio. Il corpo attraverso il gesto si muove nello spazio e lo abita creando insieme ad altri corpi delle linee che disegnano lo spazio.
In generale mi interessano gli elementi semplici che contengono memorie e suggestioni e questo gesto secondo me ha queste caratteristiche.»
Antonella Liuzzi intervisterà Adrian Paci presso la Radio del Festival sabato 7 giugno h 17. Seguiranno le domande degli studenti del Liceo Gandhi di Narni Scalo, coordinate da David Pompili.

Completa il programma la mostra fotografica Oltre quel confine è la mia casa, curata da Shafiur Rahman, giornalista e documentarista con base a Londra. Rahman sarà protagonista di un talk domenica 8 giugno h 18 presso la Radio del Festival.
La mostra racconta i temi di esilio, diaspora, ma anche di resilienza e speranza, seguendo la ricerca che Rahman porta avanti dal 2016, ed è composta dalle foto dei rifugiati Rohingya documentandone l’esperienza di fuga, di perdita e di resistenza.
I Rohingya, minoranza musulmana perseguitata in Birmania, sono attualmente una popolazione senza Stato che risiede in Bangladesh e in una parte del Myanmar. Hanno subìto, a partire dagli anni ‘70, violentissime persecuzioni che li hanno costretti alla fuga, privandoli dei diritti di cittadinanza, della libertà di movimento, dell’educazione e di ogni diritto civile.
Ai danni dei Rohingya è stato messo in atto a più riprese un genocidio da parte delle forze armate del Myanmar, i Tatmadaw, prima tra l’ottobre 2016 e il gennaio 2017, e in seguito dall’agosto 2017 fino ad oggi. La maggior parte della popolazione oppressa è fuggita in Bangladesh, dando origine al più grande campo profughi del mondo, luogo in cui le fotografie in mostra sono state scattate.
L’oppressione ai danni dei Rohingya è stata denunciata dai media di tutto il mondo e definita dalle Nazioni Unite, dai Governi, dalle associazioni per i diritti umani come evento di “pulizia etnica”.
Le fotografie in mostra sono state scattate dai rifugiati durante il Covid per permettere loro di documentare le proprie condizioni di vita durante la pandemia e, principalmente, la realtà da loro vissuta dopo il genocidio del 2017. La maggior parte dei partecipanti al contest fotografico sono rifugiati post genocidio del 2017, altri lo sono dagli anni ‘90.
Shafiur Rahman ha pensato di dar loro parola ed espressione attraverso la fotografia, e di offrire al mondo una finestra sulla loro vita perseguitata e marginalizzata da anni. Le fotografie, infatti, sono state esposte in Italia presso il Museo, ora chiuso, del dialogo e della fiducia di Lampedusa curato dal Comitato 3 ottobre, e a Verona e Venezia, oltre che in Inghilterra, a Oxford e al British Museum di Londra.

Adrian Paci (Scutari, 1969) ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Tirana. È docente alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Ha tenuto lezioni e laboratori in Università, Accademie e Istituzioni artistiche internazionali.
Tra le mostre personali più recenti: Cukrarna, Lubiana (2024); Kunsthalle Krems (2019); National Gallery of Art, Tirana (2019); MAC, Musée d’Art Contemporain de Montréal (2014); PAC, Milano (2014), Jeu de Paume, Parigi (2013).
Shafiur Rahman è un giornalista e documentarista che si dedica a svelare storie complesse e poco raccontate, combinando giornalismo investigativo e narrazione visiva per amplificare le voci emarginate e denunciare ingiustizie sistemiche.
Nel 2018, il suo documentario Testimonies of a Massacre: Tula Toli è stato presentato in anteprima allo Sheffield Docs Festival ed è stato raccontato da BBC, CNN e altre emittenti oltre che presentato in numerosi festival in tutto il mondo. Il suo cortometraggio No Need to Hide Our Faces, un toccante resoconto delle lotte delle donne Rohingya, ha vinto un premio al Social Justice Film Festival.
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