Per raccontarvi questa storia, vorrei partire dalle polpette al sugo che ho mangiato da “Bruno”, in una viuzza ai margini del corso principale di Caivano.
O, per non fare torto agli amici vegetariani, dalla parmigiana di zucchine che, sempre nella medesima tavola calda, è possibile gustare con altrettanto ludibrio. No, non è la puntata di una sgangherata rubrica gastronomica di provincia, ma il tentativo di riflettere su ciò che, insieme alla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, con il sostegno di Enel Cuore, abbiamo realizzato con una sessantina di studenti di diverse scuole dell’hinterland napoletano, nell’ambito del progetto “Storie di periferie”.
In genere, con quella posa un po’ boomer e colpevole, si tende a dire che i ragazzi sono i veri protagonisti di un progetto dedicato a loro. In questo caso, però, penso di poter affermare che i ragazzi siano stati attivi destinatari e coprotagonisti, insieme a tanti altri soggetti: la scuola, i docenti, la libreria, i libri, le persone che lavorano per la Fondazione Bellonci, le scrittrici e gli scrittori coinvolti, quelli evocati durante gli incontri e anche il sottoscritto, tutor-scrittore dell’iniziativa.
Torniamo da “Bruno”.
Partire dalle polpette al sugo e dalla parmigiana di zucchine è necessario per diversi buoni motivi. Non solo perché si tratta di piatti davvero buoni, ma soprattutto perché lì, nella spartana e silenziosa sala di una tavola calda di provincia, sono cominciati i discorsi con le scrittrici e gli scrittori ospiti del laboratorio di scrittura, che poi sono proseguiti nel pomeriggio con le studentesse e gli studenti. Una sorta di travaso della chiacchierata informale all’interno della sala grande, al piano terra del liceo Braucci.
Abbiamo condiviso le polpette e le parmigiane con: Sabrina Efionayi, Paolo Di Paolo e Domenico Dara, tutti molto generosi nel raccontare, dopo il caffè, la loro esperienza di autrici e autori ai giovani partecipanti. Anche se non fisicamente presente, al convivio ha preso parte anche Domenico Starnone, magister tra i magister, il cui romanzo “Vita mortale e immortale della bambina di Milano” è stato fornito a ciascun ragazzo dalla libreria “L’acrobata” di Mugnano, diventando una sorta di guida alla lettura durante il percorso.
(Breve nota: a Caivano non c’è una libreria, la più vicina si trova all’interno di un centro commerciale ad Afragola.)
L’incipit del romanzo di Starnone, come accade spesso nella sua produzione letteraria, è in prima persona, e ha il merito di trascinare il lettore dentro la storia, testimoniando – con la sola presenza di quell’io narrante – la veridicità del “cunto” che sta iniziando. Il lettore accoglie con fiducia incrollabile il racconto, mentre il narratore ne dice di cotte e di crude. Come due amici – narratore e lettore – che dividono la tavola e un pezzo di pane.

D’altronde, iniziare un discorso sui libri in maniera conviviale mi è sempre sembrato il modo migliore per parlare di storie, di come scriverle, delle tecniche che talvolta si rendono necessarie per sostenere il possibile portato letterario del nostro vissuto e della nostra cultura. Tuttavia ciò non deve far credere che sia tutto un divertissement, guai a pensare che la letteratura non sia un fatto serissimo, la scrittura richiede una disciplina e un impegno fuori dal comune, leggere richiede disciplina e impegno, eppure sono convinto che il convivio sia un momento necessario, l’atto comunicativo che sintetizza in una forma non cattedratica tutto lo sforzo che scrivere un libro comporta.
Nella mia esperienza di scrittore – come per molti colleghi – la propensione alla narrazione nasce a tavola, dai racconti di avi ormai scomparsi, la gran parte dei quali non sapeva tenere una penna in mano, ma che, davanti a un ricco piatto di spaghetti al pomodoro fresco, sapeva tirar fuori aneddoti che avrebbero fatto invidia a Calvino, a Volponi o ad Achille Campanile.
Ecco, provare a discutere con sessanta ragazzi di cose importanti (i libri che ci hanno accompagnato, le scrittrici e gli scrittori che hanno cambiato il nostro sguardo) cercando di mantenere la genuinità delle conversazioni da tavola calda è stato un modo naturale per affrontare un laboratorio di lettura e scrittura. Un laboratorio pensato per coinvolgere ragazze e ragazzi, invitandoli a raccontare le proprie storie e quelle dei territori in cui vivono.
Il territorio. Le periferie. La propria storia.
Qui il campo si fa minato.
Nella mia vita sono stato molte volte a Caivano, quasi sempre di passaggio. Quando mi sono fermato, l’ho fatto per motivi professionali. Una volta lavoravo a un libretto che mi aveva chiesto Goffredo Fofi, dal titolo “Una città che ammazza i ragazzini”: mi concentrai sul racconto della micro e macro criminalità che stava devastando questa parte di mondo.
Un’altra volta scrivevo una sceneggiatura per un film che, in chiave poetica e delicata, si ispirava alla tragica vicenda della piccola Fortuna Loffredo: entrai così nel Parco Verde, per vedere con i miei occhi ciò che in pochi osavano documentare. Ci sono tornato più volte: per un documentario di Sky, ancora su Fortuna, e per un reportage per il Corriere della Sera dopo le terribili violenze ai danni di alcune ragazze, che hanno portato al famoso Decreto Caivano e a tutto ciò che ne è seguito.
Insomma, da quando faccio questo mestiere, tutte le volte che sono stato a Caivano l’ho guardata dal buco della serratura del male e delle sue conseguenze, soprattutto sui più giovani. Eppure, ogni volta che ho cercato di cogliere le caratteristiche salienti di questo eterno presente ammalato, alla fine ho dovuto volgere lo sguardo indietro, verso il passato.
Ci vorrebbero analisi ben più articolate di quanto sia possibile fare adesso, ma in sintesi posso affermare che non c’è storia, qui, che non abbia una relazione con il “peccato originale” successivo al 1980: l’anno del terremoto in Irpinia e Basilicata, quando migliaia di sfollati napoletani furono trasferiti nei palazzoni di cemento costruiti nel nulla, e lì lasciati per anni. Zero servizi, zero collegamenti, zero dignità.
Alla fine, il Parco Verde è diventato ciò che sappiamo: un’enclave invivibile, segnata da droga e promiscuità, distante dalla stessa città di Caivano, una sorta di cratere lunare in cui oggi si prova, faticosamente, a rimettere ordine per farne un pianeta abitabile.
Tuttavia, ogni volta che, soprattutto sui media, si parlava di Caivano – e in generale delle periferie della mia città – ho provato fastidio per una narrazione che filtrava ogni cosa con parole come “disagio”, “degrado” e simili.
Mi chiedevo: anch’io vengo da una periferia, nemmeno così distante. Anch’io, come chi cresce nel disagio e nel degrado, ho avuto la mia normalità, la mia felicità.
Ecco la domanda cruciale: si può essere normali e persino felici a Caivano?
Oltre a permettermi di vedere anche il bene, i ragazzi del progetto “Storie di periferie” mi hanno ricordato che sì: si può essere felici anche qui. Si può vivere nella normalità. Perché non dovrebbe essere possibile?
Ho sottomano i loro elaborati – i racconti con cui i ragazzi hanno provato a descrivere le proprie storie, le leggende familiari dentro cui sono cresciuti, il modo di vedersi durante i nostri incontri – e solo ora mi rendo conto di quanta palpitante vitalità e quanti mondi infiniti ci siano in ciascuno di loro.
C’è chi li ha mostrati in maniera più evidente, chi ha esibito maggior talento nella scrittura, chi meno. C’è chi ha avuto paura di aprire la porta dietro cui si annidavano le paure più profonde, e chi ha avuto il coraggio di denudarsi in piazza. Una giovane scrittrice ha scritto un ironico monologo su se stessa, sul suo corpo, facendone oggetto di un “auto” body shaming ai limiti della ferocia, riuscendo con il gesto letterario a disinnescare le offese e gli imbarazzi, offrendo ai lettori la possibilità di vivere nello spazio di un paio di pagine una vita che non è la sua, da cui è impossibile uscire uguali a come si era entrati. Non è questo che fa la letteratura?
C’è chi ha scritto tanto, chi poco, chi ha già uno stile e una voce chiara; c’è chi ha trasferito l’afasia di un’interrogazione in classe sulle pagine scritte in cui avrebbe potuto liberarsi; c’è chi invece ha sciolto la timidezza in racconti interminabili, a tratti logorroici. Qualcuno non ha scritto, ma ha disegnato. A volte ho trovato eccessivo il sentimentalismo tra le pieghe di alcuni racconti; altre volte mi ha commosso, e ne avrei voluto di più. Ho rivisto i miei pregiudizi su chi si siede sempre in prima fila: stavolta erano i più timidi a star davanti. Un mistero a cui non riesco ancora a contrapporre verità razionali.
Se c’è una cosa da sapere, senza scoraggiarsi, è che in un laboratorio numeroso c’è sempre una percentuale di allievi che, a un certo punto, molla la presa. Ma nella mia esperienza con l’insegnamento della scrittura creativa (ammesso che si possa insegnare), ormai posso dire che il fallimento – se accolto, non giudicato, e trattenuto entro quella dimensione conviviale di cui parlavo – può diventare un barometro utilissimo per misurare la pressione atmosferica della propria presenza nel mondo.
Mollando si può persino diventare testimoni oggettivi del percorso di crescita altrui, diventare notai che osservano da una posizione privilegiata l’applicazione degli altri. Anche questo, alla lunga, ti costringe a rimettere in discussione la tua scelta: forse mollare non è stata una buona idea. Alcuni riprendono ad applicarsi per far passare il tempo. La noia è un disastro, soprattutto quando si è soli. E così, a volte, ritornano.
Quando si parla di periferie, troppe volte si dimentica di lasciarle parlare.
Il diritto all’espressività dei giovani – i veri protagonisti! – dovrebbe essere scolpito nella Costituzione. O quantomeno perseguito con la stessa forza dell’obbligo scolastico.
Garantire a ciascuno di questi ragazzi un modo per esprimere il proprio mondo interiore – dal più pieno di cicatrici al più denso di imprevedibile normalità – dovrebbe essere un obiettivo di tutti noi.
Magari senza mettersi dall’altro lato della cattedra. Meglio ancora: seduti a tavola, a discutere di cose importanti, dividendosi il pane. O una polpetta al sugo. O una parmigiana di zucchine.
Scrittore, sceneggiatore e giornalista. Per anni ha lavorato come operatore sociale nel napoletano. Ha scritto diversi romanzi, tra cui, per Rizzoli, "L’americano", caso letterario in Cina, poi tradotto in Russia e Giappone, "Le creature" e "Il tempo delle stelle", da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale per la regia di Veronica Cruciani. Precedentemente, i suoi romanzi "Più male che altro" e "Arredo casa e poi m’impicco" - sempre per Rizzoli - hanno ricevuto diversi premi e riconoscimenti. Il suo ultimo romanzo, edito a giugno 2024 da Feltrinelli, è "Luci sulla città. Un’inchiesta per Matilde Serao", primo capitolo di una serie dedicata alla straordinaria figura della prima donna italiana a fondare e dirigere un quotidiano. Nel 2021 ha ricevuto la nomination ai Nastri d’argento per il soggetto del film "Rosa, Pietra, Stella" di Marcello Sannino. Sempre per il cinema, ha scritto "Due soldati" di Marco Tullio Giordana, "Nato a Casal di Principe" di Bruno Oliviero, "Fortuna" di Nicolangelo Gelormini e "Il ladro di cardellini" di Carlo Luglio. È autore delle docu-serie "Il sequestro Dozier. Un’operazione perfetta" e "La modella assassina", in onda sui canali Sky. Collabora con diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, il Corriere del Mezzogiorno, è autore del programma Zazà su Rai Radio 3 e insegna scrittura creativa e sceneggiatura per la Scuola Holden e Pigrecoemme Scuola di Cinema. Il secondo romanzo dedicato a Matilde Serao, "Buio sulla città" è in uscita a settembre per Feltrinelli.







