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Design. Evoluzione sociologica o disastro antropologico. Strategia etica

Premessa
Pordenone: Dalla Design Week agli “International Design Days”

Si è conclusa da poco la 15a edizione della Pordenone Design Week, anche quest’anno con ottimi risultati ed un diffuso spirito di felicità condiviso. Accanto ai WP orientati ai desiderata delle aziende in questa edizione abbiamo rilanciato con più vigore delle tematiche di scenario su alcune sfide emergenti che hanno ottenuto altrettanto successo ma soprattutto che confermano la giustezza di alcune intuizioni e di alcuni segnali per il futuro. La Des. Week dell’ISIA a Pordenone nasce su di un progetto collaborativo sistemico tra cultura e produzione con una impostazione culturale molto solida che la mette al riparo dall’effimero del populismo e dalla rigidità dell’accademia, tocca persino temi di politica culturale, poiché insegna a fare sistema in un paese dove questa parola incontra sempre molte difficoltà.

Tuttavia alcune riflessioni ci hanno dato lo spunto per pensare un po’ più in grande e proiettare le tante potenzialità insite in questo evento per estenderlo, compatibilmente, nello spazio e nel tempo. Stiamo pensando a come crescere nel futuro e abbiamo perciò lanciato un nuovo brand culturale il cui nome è: la “Città del Design”, che avrà tra vari e funzioni il lancio dei Pordenone International Design Days, e come sottotitolo, Biennale del Design per il Social Change. Una attività pensata per le scuole e che vedrà protagonista la ricerca e la pedagogia del design a scala internazionale a cominciare da quelle con cui ISIA di Roma condivide alcuni prestigiosi network internazionali come Erasmus e Cumulus. Questa direzione a carattere marcatamente internazionale nasce dalla consapevolezza di fare qualcosa a contrasto del mix attuale che viviamo tra il forte inverno demografico e la drammatica migrazione giovanile che subiamo come paese.

Il mondo attorno a noi

Una corretta lettura del presente ci dice che la Transizione ci mette tutti dentro uno stesso vortice, lo stesso scrivere di design oggi comporta alcuni rischi intellettuali che suggeriscono una certa cautela mentre sta progressivamente crescendo un sapore millenarista un po’ da anno zero che comunque lo si voglia vedere lascia intendere che l’impatto dell’IA cambierà tutto. La PDW ha prodotto una mostra diffusa molto interessante dal titolo “Arcipelago Design” proprio per illustrare la condizione esistenziale che vive il design, oggi attento osservatore e attore in vari contesti, anche difficili, con più strumenti più coscienza e meno ideologia. Dal design dei sistemi ad un nuovo prodotto sostenibile al design cosiddetto Indipendente 5.O al centro di tutto sta, detto semplicemente, il timore che l’IA si sostituisca alla nostra capacità di pensare il mondo e di realizzarlo, e questo articolo che comunque è situato all’interno di uno spazio giustamente delimitato, con tutta l’umiltà possibile e immaginabile vorrebbe occuparsi proprio di questo e nel farlo come vedrete si porrà molte più domande di quante risposte possa offrire e tuttavia parleremo proprio di questo, del mosaico che si muove dentro al cambiamento del sistema design tra scienza tecnica e impresa e del ruolo che il pensiero svolge nella configurazione del nostro ambiente rispetto a tutto il vortice tecnologico apparentemente inarrestabile.

Un nuovo ecosistema culturale

Oggi la merce-segno-dei-tempi si chiama informazione e dati, è alla base della rivoluzione industriale in corso e soprattutto non si può far finta di non vedere che c’è un contenzioso mondiale in cui oramai siamo tutti coinvolti e che verte su cosa sia Intelligenza. Siamo affascinati dalle conquiste della IA ma spaventati dal fatto che quelle stesse conquiste stanno già mettendo una data di scadenza sulla nostra presenza al tavolo di comando. Da qui la contraddizione insita nel titolo di questo articolo, che pone di fronte in modo simmetrico il fattore Molare, individuato nello scenario sociologico che evolve grazie alle scoperte della tecnologia, che ora punta molto più sulla competenza che sulla conoscenza, con il fattore antropologico di tipo “Molecolare” che vive a scala del “villaggio” meno ottimista e più allarmato con i suoi rituali primari fatti di pensieri emotivi più semplici e diretti ma non meno profondi della famosa ad esempio, “distruzione-creatrice” teorizzata da Shumpeter, [1] con una attenzione particolare alla illuminante interessantissima costruzione teorica del “pensiero lento e pensiero veloce” di Daniel Kahneman, sempre più appropriata alle grandi trasformazioni dei tempi che viviamo. [2]

Quindici anni

Per chiudere trovo sia un grande successo che il territorio friulano in cui operiamo con Triennio, Biennio, PhD, e Pn Des Week possa contare sempre su di una scuola come l’ISIA di Roma. Esperienze analoghe in Italia nel passato non sono mancate, sono però finite relativamente presto perché questo tipo di realtà è facile da lanciare ma è oggettivamente molto difficile da mantenere e crescere. Comporta il superare ostacoli di tutti i tipi, materiali, logistici, burocratici, economici e psicologici, ed oltretutto ha un costo “energetico umano” molto alto. Ospiti e ospitanti sono sottoposti ad un supplemento di stress generale dovuto al fatto di costruire un qualcosa il cui esito nasce già incerto e senza troppe protezioni, e in fondo dipende solo da loro. Perciò quello che abbiamo costruito sinora in quindici lunghi anni, è un record veramente ammirevole ed il merito va assolutamente ripartito equamente. Per questo sentiamo il dovere di dire grazie alla città, ed al grande contributo professionale e umano di tutti i docenti partecipanti e dei più giovani tutor, e infine al Consorzio Universitario di Pordenone, un vero city manager della formazione a Pordenone, raro in Italia, grazie al quale ISIA di Roma può continuare a mettere in campo la sua opera di disseminazione e di presenza nel territorio. Buona lettura.

Design:
Evoluzione sociologica o disastro antropologico? la strategia etica

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Icy and Sot, An Open Door, 2018 – Ostend, Belgio

1 – Post umano, a che punto siamo

Come l’Italia anche il gigante cinese vive attualmente grandi e complessi problemi demografici.

Un declino che inverte decenni di crescita, crea pressioni su forza lavoro sistema sanitario e fondi pensionistici nonostante gli incentivi governativi. Al forte prolungamento della vita nella terza età non ha corrisposto una altrettanto robusta crescita della popolazione giovanile che da diversi anni oramai vede il ripetersi degli indici più bassi. Si sa che il progresso di vita del mondo anziano è un grande successo sociale ma al tempo stesso al non verificarsi di alcune condizioni, può generare problemi rilevanti ed ecco allora che in Cina entra in vigore un esperimento che più che interessante, possiamo dire epocale.

Si tratta di Agent Hospital, la creazione di un Ecosistema Digitale Ospedaliero in funzione attualmente in otto ospedali virtuali cinesi con ventuno reparti clinici, gestiti interamente dalla IA come risposta all’invecchiamento della popolazione che richiede sempre più risorse con i relativi costi delle cure sempre più alti e con il bisogno di medici, infermieri e strutture ospedaliere. [3] I pazienti si rivolgono ai medici virtuali attraverso il cellulare e i medici virtuali rispondono con una precisione diagnostica che supera il 93 % di casi risolti, si tratta di una svolta per la sanità pubblica a scala mondiale. L’Agent Hospital non è un edificio fisico, ma un Ecosistema Digitale interamente popolato da agenti intelligenti: nelle simulazioni prodotte Il sistema può gestire in pochi giorni fino a diecimila pazienti, un volume di casi che richiederebbe circa due anni a un personale medico umano. Chiudiamo dicendo che una tale esperienza quanto meno fa pensare perché qui i numeri contano e contano molto, poiché si opera alla identica scala del problema, ossia alla grande dimensione, una mossa chiave per capire se siamo già nel futuro oppure no, e ad occhio e croce sembrerebbe di si. L’irruzione dunque sulla scena del mondo delle ultime avanzatissime tecnologie cognitive come l’IA collegate a tutto un universo fatto di robotica, nanotecnologie e interconnessione in rete, riattualizzano e rilanciano i discorsi sulla società cosiddetta post-umana, e il design, come tutti i mondi della progettazione a vocazione tecnologica complesso-creativa, se non vuole sparire, deve accettarne il suo coinvolgimento alla pari, da cima a fondo.

immagine per Agent hospital

2 – Da quadro a mosaico

Socialmente parlando più che un quadro preciso abbiamo davanti a noi un mosaico in costruzione, e di questo mosaico il design occupa oggi diverse tessere e direzioni, e comunque volendo tentare una definizione del termine post-umano potremmo dire che si tratta di un processo di mutazione antropologica in cui la distinzione tra naturale e artificiale, tra biologico e meccanico, incluso maschile-femminile, si sfuma aprendo la strada a nuove forme di esistenza, a scenari ibridi e meticci tra la sempre più complessa e affollata zona umana e la sempre più affollata età delle macchine, era in cui oramai la IA regna sovrana, e quello che ieri era il nostro incontrastato dominio, se non altro per unicità, oggi quantomeno è in coabitazione, non solo ma le quotazioni in favore delle macchine crescono parecchio.

In realtà di post umano se ne parla già da tempo, la stessa teoria della Singolarità Tecnologica [4] ne è stata un grande amplificatore, ma la super-domanda è se l’avvento dell’IA possa essere accolto come fu per la scoperta dell’America o per l’invenzione della stampa, cioè se si tratta di quelle scoperte che imprimono una direzione irreversibile alla vicenda umana come lascerebbe intendere l’esperimento cinese, oppure no. Certo mi rendo conto che pronostici in questa direzione sono estremamente ardui, tuttavia l’enigma di come vivremo domani sta diventando piuttosto pressante, anche perché la parola stessa “domani” in era di disruptive innovation scandita nella frenesia del tempo esponenziale ha perso molto di quel peso semantico che ne faceva una parola carica di fascino, mistero, e persino timore, diventando più un elemento decorativo che altro in qualunque discorso. Comunque lo si voglia vedere o definire appare qui un primo e concreto campanello d’allarme poiché ora per la prima volta è più visibile il sintomo di una flessione della nostra supremazia intellettuale, e forse sarà anche il caso di iniziare a convivere con questo stato d’animo che, oramai si è capito, va ben oltre il tema della perdita, già attesa, di posti di lavoro, qui si tratta di ben altro.

immagine per Andrea Amaducci
Degrado 4 all – Andrea Amaducci – Gall. Cloister Ferrara ph. Federica Casetti

3 – Continente vs Arcipelago: due rivoluzioni in un solo giorno

Ieri non era così, ma in effetti è vero che ogni giorno che passa la focale si autocorregge facendo apparire paesaggi sempre più precisi e che potremmo sintetizzare con il passaggio da Complicato a Complesso.

Luciano Floridi, uno dei massimi esponenti della filosofia italiana contemporanea fa un ragionamento molto appropriato ed utile in questo scenario che riguarda la struttura del rapporto che lega bisogno, funzione e fruitore, o utente, e che lui chiama l’essere “tra” [5] come dire che tra il sole e gli occhi stanno gli occhiali o tra la pioggia e il viandante sta l’ombrello. Quindi tra un bisogno e un fruitore sta una tecnica, una tecnologia che risolve il bisogno e che all’inizio in situazioni più semplici è “suggerita” in modo diretto dal bisogno stesso che funge praticamente da suggeritore.

Nel tempo però si genera una complessità crescente dipendente dalla specializzazione dei bisogni che fa si che il famoso essere “tra” diventa indiretto come l’esempio che lui riporta tra cacciavite e vite, nessuno dei due è risolutore da solo, ma l’insieme fa si che la tecnica adottata funzioni, e infine accade nel terzo caso che la sorgente del bisogno sia essa stessa una tecnologia, fatto che avviene con più chiarezza quando entriamo in contatto col mondo dei sistemi. Il bisogno in questione non è più un bisogno diretto ma indiretto, tipo un algoritmo che governa un fondo di investimenti, e riguarda tutto un sistema di azioni e procedure che nel tempo acquisiscono autonomia e un significato in relazione non più ai bisogni reali delle persone, ma per la capacità di risposta alle leggi dell’alta finanza. Ed ecco che la perdita di controllo umano appare molto più evidente e il nostro pensiero emerge insufficiente a governare un processo il cui essere-tra è fra macchina e macchina. In altri termini: siamo già fuori dai giochi.

Ragionando alla scala della nostra storia recente il passaggio verso una maggiore complessità è cominciato quando si è chiusa alle spalle in modo definitivo l’era Fordista, fondata su un modello sociale cosiddetto a “Continente”, dove vaste aree sociali, tendenzialmente omogenee, si riconoscevano in una lista di bisogni basici ed il cui soggetto protagonista indiscusso era la famiglia mononucleare affettiva, quella che dal proletariato ai ceti medi è stata creata inizialmente per sottrarre la giovane forza lavoro dall’egemonia del vecchio clan patriarcale onde convogliarla al sistema industriale e assecondare il cambiamento verso il moderno per poi per generare direttamente una cultura più articolata della modernità, cultura di cui in effetti è stata una grande protagonista. Oggi sociologicamente parlando stiamo vivendo un processo più complesso che si alimenta almeno di due enormi sorgenti collegate fra loro. Da un lato la società è caratterizzata da cambiamenti rapidi e continui che rendono sempre più obsolete le grandi architetture sociali e le grandi infrastrutture culturali della modernità. Le norme, le regole e le identità sono sempre meno stabili sottoposte ad un processo di decostruzione che crea un senso di insicurezza, ansia e l’impossibilità di pianificare a lungo termine, la cui genesi teorica è rintracciabile nel memorabile contributo di Zigmunt Bauman [6] che ha definito questa società come “liquida” ed il cui protagonista ora è “il soggetto”, il singolo individuo o il micro gruppo, portatore di bisogni di beni e servizi molto diversificati da persona a persona, ben articolati e delineati, ma anche molto frammentati, un teorema della decostruzione del “tutto” che oggettivamente tende al caotico.

Accanto a questo poi stiamo risalendo verso la cima della famosa piramide dei bisogni di Maslow [7] la quale superata la fase dei bisogni primari, evidenzia progressivamente quelli relativi alla realizzazione del “sé”, del singolo, e per forza di cose amplifica il mondo più molecolare delle diversità e dei mezzi e metodi per raggiungerla. Del resto l’industria 4.0 nasce proprio per dare risposte alla mutazione profonda della produzione contemporanea che fra i molti plus annovera anche la capacità di dare risposte industriali anche a domande non necessariamente seriali ma di nicchia estrema se non addirittura sartoriali superando tutta una serie di ostacoli precedenti. Fatto sta che la società al termine del XX° secolo nonostante alcune costanti, si presenta in un modo completamente diverso dal suo inizio e poche cose come il design lo testimoniano in modo diretto. Siamo passati attraverso ben due rivoluzioni sociologiche, dal “popolo delle cose” pasoliniano, materico, a-sistemico, tradizionale e contadino, presente in alcune belle descrizioni nel libro di Vittorio Gregotti (“Il disegno del prodotto industriale”. Italia [1860-1980], Milano, Electa Mondadori, 1986) ; al “sistema degli oggetti” descritto da J.K: Galbraith prima e J. Beaudrillard dopo, e quindi da quello stesso sistema degli oggetti alla “Società in Rete” su cui a cavallo del millennio è nata una letteratura oltremodo illuminante, vedi Manuel Castells, Donald Harvey, Derrick De Kerchkove, e Jeremy Rifkin [8] il tutto in una manciata di anni.

immagine per piramide dei bisogni di Maslow
La piramide dei bisogni di Maslow

4 – Lo sviluppo del pensiero, il nodo delle tecnoscienze

La relazione fra scienza e tecnica ha avuto dal Seicento in poi con il metodo galileiano un processo di continuo avvicinamento per arrivare oggi ad una vera e propria sintesi dove non esiste più una distinzione netta: la scienza non può progredire senza tecnologie avanzate (come i supercomputer o gli acceleratori di particelle) e la tecnologia appare sempre più come scienza applicata, ma questo risultato coinvolge molti altri aspetti e implicazioni sociali ed economiche che rendono molto opaca questa relazione in cui si moltiplicano i rischi derivanti principalmente dal fatto che oggi la nostra capacità di fare ( potere tecnico ) ha superato di gran lunga la nostra capacità di elaborare, immaginare e anche prevedere ad es. le conseguenze a lungo termine, che è anche un altro modo di fare scienza. Questo sbilanciamento non solo crea pericoli che toccano la sfera etica, sociale, ambientale e antropologica ma identificano in modo abusivo i risultati del potere tecnico con le vette del pensiero scientifico cosa non vera e poi mai così meccanica. Nel saggio “Tecnologia e Responsabilità” Hans Jonas afferma che l’etica tradizionale non riesce più a stare al passo con la velocità della tecnica. Spesso i comitati bioetici intervengono quando una tecnologia è già ampiamente diffusa, rendendo quasi impossibile fermarne l’applicazione, è stato chiamato Turbocapitalismo da Luttvak ed ovviamente esiste una opposizione piuttosto forte a tutto ciò. Dunque accade che nel diluvio tecnologico le tecnoscienze si trovano anche a gestire tutti i valori legami e collanti sociali fra cui il modello simbolico che tiene unite le comunità, come dire che il business non solo rappresenta la nuova scienza, ma anche la nuova religione, e allora credo sia il caso di aprire meglio gli occhi.

Ora siamo dentro un bivio più chiaro, per poter sopravvivere in un pianeta affascinante e accogliente ma d’altro canto oltremodo difficile ed anche pericoloso, la specie umana ha dovuto attuare un processo di antropizzazione estesa spesso anche radicale dell’ambiente, forzando la nostra vita reale psicologica e culturale ad interagire sempre di più con ecosistemi meccanici o meccanizzati e sempre più complicati.

Con la IA questo modello fa un salto di scala che ci mette in seria difficoltà concettuale e anche psicologica. Abbiamo creato un enorme libretto di istruzioni di sopravvivenza in cui non sempre siamo a nostro agio ma che pur tuttavia è parte assolutamente integrante della nostra cultura umana. Alla base di tutto c’è che noi non abbiamo un libretto di istruzioni naturale come gli animali noi non abbiamo connaturato un codice associato al nostro essere biologico che funzioni in automatico, stranamente noi umani per vivere dobbiamo essere prima istruiti a vivere e poi “vivere”, questo accade solo attraverso il linguaggio, la prima tecnologia, come la chiama il famoso filosofo italiano Carlo Sini, non solo, ma il suo apprendimento e il suo rituale richiedono anche parecchio tempo. La meccanizzazione dell’ambiente non è perciò una devianza dalla nostra natura, ma esattamente il contrario, come spiega anche Umberto Galimberti, filosofo famosissimo [9] che ha speso parole importanti al riguardo sulla relazione fra uomo e tecnica e sulla differenza di ruolo e significato degli istinti tra animali e specie umana. Oltretutto nonostante una manipolazione della natura così radicale, nonostante stiamo trattando gli oceani come una pattumiera, non mancano voci di negazionismo climatico, anche se la messa in discussione delle politiche ambientali (incluso il buco dell’ozono in passato) sono quasi sempre motivati da bassi interessi lobbistici molto precisi e altrettanto scandalosi, per lo più legati a lobby energetiche.

MAST - Anthropocene_J. Baichwal, E. Burtynsky, N. De Pencier_Discarica di Dandora (frame dal film)_ph. Federica Casetti
MAST – Anthropocene, J. Baichwal, E. Burtynsky, N. De Pencier, Discarica di Dandora (frame dal film) ph. Federica Casetti

5 – Design: dalle cose, alla relazione fra cose

Alain Findeli, professore e studioso canadese, propose anni fa una interessante analisi critica [10] in cui sottoponeva al microscopio la metodologia razionalista del problem-solving in qualche modo connesso comunque alla forma-funzione che procedeva da un bisogno considerato come un punto in una mappa in cui tale bisogno veniva rappresentato e identificato tra ascisse e ordinate, e dove il progetto di design in pratica al di là di tutto quello che si può argomentare, alla fin fine consisteva nella sostituzione di quel punto con un altro punto, presupposto migliore, nuovo o più aggiornato, ed anche formalmente più accattivante. Questo tipo di progettazione è effettivamente tipica della metodologia del Problem Solving e sappiamo essere stata definita come Sintomatica in quanto come la medicina lavora sul sintomo più che sull’insieme a cui tale sintomo appartiene. Findeli aggiungeva a questa anche un’altra considerazione estremamente interessante, e cioè che era possibile considerare quel punto famoso come un elemento ideogrammatico di un insieme strutturato, in breve rappresentava” lo stato A di un sistema” e che la soluzione del bisogno in questione non sempre doveva passare per la sostituzione di pezzo su pezzo, ma consisteva nel passare ad esempio da uno stato A ad un altro stato chiamato B, fatto questo che includeva la nozione di sistema e di complessità, ma soprattutto che ventilava una strategia che non legava il cambiamento del sistema alla materialità dei suoi componenti, ma magari il tutto si poteva risolvere anche secondo processi di sottrazione o meglio ancora di riconfigurazione, non solo sempre e soltanto tramite addizioni. In modo molto sintetico ma siamo in zona della metodologia basica del design dei Sistemi praticato anche in ISIA da tempi non sospetti. Tutto ciò lascia intravedere una immagine che racconta come il design di domani non dovrebbe interessarsi più di tanto alle cose quanto alla relazione tra cose.

immagine per Pietro Ruffo, Antropocene 77, Rome Under the Sea, 2024 -ph. Giorgio Benni
Pietro Ruffo, Antropocene 77, Rome Under the Sea, 2024 -ph. Giorgio Benni

6 – Da Antropocene a Meccanocene: la sostituzione

Sono davvero molte e in continua crescita le attività in cui l’umano viene sostituito da dispositivi molti dei quali ancora disegnati da designer, robot, chatbot, interfaccia intelligenti, automi, schermi, visori etc. non è difficile capire le potenzialità di questo mondo, praticamente illimitate, perciò dobbiamo decidere di smettere di considerare l’epoca in cui viviamo come lo stiramento gommoso magari lunghissimo ma dell’era precedente. A ben vedere sono molte di più le differenze che le similitudini, il paradigma esistenziale è mutato e oramai le nuove generazioni vivono città e ambienti in modo diverso, e assumono come seconda natura acquisita il proprio mondo macchina, cioè il “loro” mondo macchina, per capirci quello dei “Non Luoghi” mondo che, e qui sta anche un ulteriore salto quantico, non è percepito come mondo linguistico fatto di segni strutturati portatori di una volontà di linguaggio, come era il precedente nostro mondo macchina, e come era normale per noi vivere. Oggi che i cinema sono stati retrocessi a multisala dunque non luoghi, ed lo stesso concetto di Non Luogo è ampiamente proliferato, sono il risultato perfetto della cancellazione del sistema ambiente come contesto linguistico, oggi un cinema è una funzione comunicativa, una estensione residuale di un sistema il cui cervello potrebbe essere Netflix, un mondo pragmatico che si occupa di comunicazione e basta.

Svincolare il film dalla sala cinematografica, ha anticipato lo svincolare la foto dalla macchina fotografica per poi consegnare tutto al cellulare, è stato come dunque separare un prodotto (filmico) dal contesto spaziale apposito in cui è fruito ed ha significato una azione enorme a livello simbolico ossia togliere ritualità e cerimonia ad un gesto che ora non è più collettivo ma prettamente individuale, che non avendo più un suo spazio di cerimonia ne ha de-teatralizzato il valore di topos, nel mentre ne ha moltiplicato per mille le opportunità di guadagno. Anche qui vi è un passaggio, e forte, da continente ad arcipelago.

Il sistema degli oggetti certo esiste ancora ma credo che tenderà a coprire sempre più un ruolo di Discorso Apparente se così si può dire, nella funzione di guida dei comportamenti umani mentre il Discorso Reale è costituito dall’universo digitale in rete, e un mondo materiale è sostituito da uno immateriale che, attenzione, non presume né richiede una educazione visiva o una cultura dell’immagine o dell’immaginario; e anche qui il design ha una nuova complessissima sfida da affrontare anche perché il design è Forma (da qui il suo potere) mentre l’informatica non ha bisogno di forma per esistere ed esprimersi, (da qui il suo super-potere)

A proposito di sistemi: Advanced Machine Intelligence (AMI), è la nuova startup parigina cofondata da Yann Le Cun, ex Ceo di Meta e super brillante premio Turing, che ha annunciato il 9 marzo scorso di aver raccolto oltre un miliardo di dollari per lo sviluppo dei cosiddetti world model, sistemi di intelligenza artificiale in grado di comprendere il mondo. Un World Model (modello del mondo) secondo Yann Le Cun è un’architettura di intelligenza artificiale progettata per comprendere e simulare il funzionamento della realtà fisica, superando i limiti degli attuali modelli linguistici (LLM) come ChatGPT. Cosa succede in sintesi: mentre un LLM apprende il mondo solo attraverso testi, un World Model mira a “imparare la fisica” osservando dati visivi e interagendo con l’ambiente. Il modello WM non si limita a prevedere la parola successiva, come fa il LLM ma anticipa lo stato futuro del mondo a partire da un’azione. Ad esempio, può prevedere cosa succederà se si sposta un oggetto o se un robot compie un determinato movimento, dando vita a delle vere e proprie capacità predittive. Un salto in avanti enorme che forse interessa meno chi come CHAT GPT si muove sul terreno testuale ma per chi opera nella realtà fisica ad es usando robot come Toyota e Samsung, non a caso soci in questo investimento, è tutto. La tecnologia si chiama JEPA – Joint Embedding Predictive Architecture La differenza fondamentale di modello è che questo impara come impara un bambino quando compie delle azioni e genera una simulazione reale di come funziona il mondo generando delle astrazioni e poi quando un Robot apprende il risultato non resta confinato in se stesso ma trasferisce quello che ha appena appreso ad un server centrale e da li viene trasferito a migliaia di robot in tempo reale. Insomma lo scenario della nonna che si fa aiutare nelle faccende domestiche dal robot androide non è più fantascienza, sono in molti oggi a dire che o troviamo un sistema per assecondare una sintesi uomo-macchina, o ci autocondanniamo da soli alla inutilità.

immagine per Machine Mosaic di Daniela Rus (MIT Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory)
Machine Mosaic di Daniela Rus (MIT Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory)

7 – Fermate il mondo, voglio scendere

Nel business il tempo è tutto ed oggi è all’avanguardia nel bruciarlo materializzandosi con margini di decimi di secondo. Certo, purtroppo i protagonisti del business sono cento mentre i malcapitati impiegati residuali del business sono decine di migliaia ma del resto che facciamo? Vogliamo restare al palo? Oggi i tempi medi accettabili per decidere una cosa di una certa importanza sono una manciata di secondi eppure a quanto pare si può fare di meglio: si chiamano HFT High-Frequency Trading si tratta di algoritmi sofisticati e computer ad alte prestazioni che operano sui mercati finanziari, eseguendo un numero elevatissimo di ordini in frazioni di secondo, spesso tenendo le posizioni per tempi brevissimi. È esattamente per questo rischiamo il disastro antropologico quando un principio studiato per il business comunque diventa il principio ispiratore di un modello accettabile di vita su tutta la linea antropologica, questo diventa non solo il comune sentire, ma una legge non scritta, una prassi acquisita che si diffonde nello spazio e nel tempo, verso tutto e tutti. Dobbiamo rispolverare un approccio filosofico per affrontare un problema che attacca le radici stesse del senso della nostra presenza nel pianeta e la nostra esistenza in quanto umani perché tutto oramai ci fa sembrare inadeguati e in un certo senso ci stiamo sfrattando da soli.

Ma noi, siamo pronti a passare da una IA di servizio che adegua in automatico il volume dei termosifoni in inverno mentre guida automobili e treni, ad una IA di consulenza e gestione che stabilisce con una certa rigorosità la programmazione della nostra vita sentimentale per i prossimi tre anni? Detta così la risposta è no, ma, vista nel futuro e posta in modo più ragionato e meno brutale, dopo un adeguato periodo di preparazione, chi lo può dire?

immagine per Andreas Gursky - MAST - Kamiokande (part.) -ph.Federica Casetti
Andreas Gursky – MAST – Kamiokande (part.) -ph.Federica Casetti

8 – “Se siete in ascolto, siete la resistenza” l’educazione progetto etico:

C’è un motivo valido per ritornare un attimo allo sviluppo del pensiero. L’inizio del ‘900 ha visto il nascere e affermarsi di tutta una serie di scienze dette scienze umane che hanno fatto la differenza e indagato in profondità l’aspetto relazionale olistico che sta alla base dei processi biologici e cognitivi e che guidano tutti i restanti processi nella vita ed il concetto stesso di relazione. Costruzioni intellettuali come la Teoria del Campo di cui il Design è debitore, non sarebbe stata così importante senza il contributo della Fenomenologia, della Gestalt, della Psicanalisi e la Psicologia. Ora noi sappiamo che come tutte le discipline e le professioni Il design è fatto di Competenze e Conoscenze, ovviamente entrambe necessarie alla progettazione, poiché ogni attività richiede la sintesi di molti saperi e competenze di cui molte anche specifiche. Resta il fatto che le competenze oggi sono sempre più fluide aleatorie acquisibili velocemente in Internet e altrettanto velocemente rimpiazzabili, i master si sprecano, ma sono quelle su cui si punta mentre il fattore intellettuale rimane una costruzione molto più lunga e complessa ma anche se è quello che nel tempo fa la differenza è percepita come sostanzialmente ridondante, ed è quello su cui l’impresa l‘industria, la politica, il professionista stesso storce il naso.

Veniamo al punto: il lavoro di Memphis o di Alchimia può piacere o meno ma una cosa è certa: tutti quegli oggetti impossibili, terribilmente sgrammaticati, non lo erano perché i loro autori non possedevano le competenze geometriche necessarie ad una corretta sintassi, ad esempio insita nel gestire il principio di simmetria in un prodotto, bensì per una chiara “volontà di discorso” che aveva una intenzione destrutturante della logica e della funzionalità tradizionale, che poi è lo stesso impulso che porta Duchamp ad assemblare un paio di elementi quotidiani per farne una macchina celibe, la famosa ruota di bicicletta o la altrettanto famosa latrina rovesciata. Non esiste nessun fattore di necessità o bisogno da semantizzare ma una urgenza di segnalazione che il nulla è alle porte di casa, un nulla in cui proprio il processo di semantizzazione del mondo macchina delle avanguardie moderne rischiava di cadere, ovviamente secondo Marcel Duchamp.

Fuorisalone 2023- Memphis (phLTraversi)

Sono opere che nascono non per suscitare un sentimento o una sensazione di benessere o malessere o contemplare o assorbire, potremmo tentare tutto il dizionario ma non esiste un verbo associabile ad un comportamento logico per analogia o per contrasto, sono opere che oggi si definirebbero estreme che nascono sostanzialmente per inceppare un meccanismo, cosa che fa aumentare notevolmente in complessità il progetto artistico–concettuale, dunque hanno una loro funzione che aumenta l’entropia nello sguardo sul mondo. Questo agire dentro i gangli della società aiuta il design a diventare un ottimo osservatore delle cose del mondo e anche un buon organizzatore nel muoversi con rispetto e circospezione su vari tavoli perché in ossequio a quelle illuminanti pagine delle scienze della complessità abbiamo capito come non esistono più delle linee d’ombra che mettono il progettista al riparo da contraddizioni, ora siamo tutti coinvolti, ecco perché tra Competenze e Conoscenze anche se le prime specie quelle informatiche sono molto richieste ed immediatamente spendibili, le seconde hanno un reale potere narrativo e progettuale che qualcuno, fra cui chi scrive, si ostina a difendere.

La strategia etica non è buonismo o moralismo, è l’ultima frontiera, ieri il design affrontava il mondo, oggi ne deve affrontare diversi e per poterli affrontare si dice che deve diventare sempre più ”intelligente” ma forse il problema vero sarà come diventare più sensibile. Forse meno emozionale ma più affettivo. Non possiamo più leggere il mondo come un fatto unitario, ormai siamo già nel labirinto di Babele, alla fine comunicheremo attraverso suoni e colori, come per gli “incontri ravvicinati del III tipo”, e non possiamo più essere arbitro e giocatore allo stesso tempo come nella modernità dove come intellettuale occidentale si godeva di una certa benevolenza. Quello scenario è passato ma non significa che quella volontà di linguaggio e di discorso, oggi non sia ancora un valore da difendere su cui continuare a spendere le proprie energie. Penso che serva una intelligenza etica, ossia: infrastrutturale e multipla, frutto di un lavoro esplorativo-speculativo importante più che mai, che con una mano sappia leggere il mondo delle strutture ampio lento e legislativo e con l’altra sappia parlare al mondo più mutevole e disinibito delle sovrastrutture, con le sue domande scomode ma cruciali, per certi versi anche prigioniero delle proprie emozioni. E poi per filosofi del calibro di Gilles Deleuze questa prigionia non appariva mai come mancanza ma come una letteratura sociale decentrata liberatoria, potenzialmente rivoluzionaria.

immagine per Marcel Duchamp. Ruota di bicicletta, 1913 (ready-made)
Marcel Duchamp. Ruota di bicicletta, 1913 (ready-made)

9 – Il design e le strategie narrative

Stiamo passando dai problemi formali di ieri orientati a disegnare una stella (design apparente, film apparente, romanzo apparente) a quelli di oggi orientati a disegnare una costellazione (design reale). Con la variante che i problemi formali all’interno di un gioco dei linguaggi plurimo, di una gamification infinita, sono apparsi finalmente per quello che oggi sono realmente, dei non-problemi, scalati a metaproblemi, mentre restano quelli invece nella casella dei problemi ideologico-narrativi. Progetteremo perciò probabilmente delle Sceneggiature progetteremo dei “Contesti”, e qui servirà moltissimo l’apporto meta progettuale, che ci consentirà anche un notevole risparmio energetico mentale.

Trovo quindi appropriato citare qui un interessante contributo di Nicolas Bourriaud padre della “estetica relazionale” intitolato “Postproduction” dove spiega senza scandalo né peccato come oggi nell’universo del linguaggio non si tratta più di “elaborare una forma sulla base di materiale grezzo ma di lavorare con oggetti che sono già in circolazione sul mercato culturale, vale a dire oggetti già informati da altri oggetti“

Il concetto della creazione originale ossia ex-origine, non svanisce del tutto in un nuovo paradigma culturale in cui la società stessa nel suo complesso totale è oramai diventata un nuovo esteso “repertorio di forme”, e poi attenzione, dire “design apparente” non significa affatto che non si tratta di design o di un buon design, no, si tratta solo del fatto che non sarà lì che andremo a cercare senso e significati del nostro tempo, perché non avremo più opere in senso tradizionale, e bisogna ammettere tuttavia che si tratta anche di una grande liberazione.

Rimane il fatto che il concetto di associare a scopo sintattico oggetto e informazione messi assieme è un passo avanti molto interessante nella prassi progettuale per sistemi poiché, non so quanto volontariamente, ma libera il segno dalla costrizione dell’innovazione del prodotto a tutti i costi, un incubo che hanno affrontato e risolto per noi le generazioni precedenti come i padri del made in Italy.

immagine per Leandro Erlich - The cloud (2012)
Leandro Erlich – The cloud (2012) Digital ceramic ink printed on ultra-clear glass, wooden case, and LED lights Dimensions variable and different series

10 – “Ora l’inverno del nostro scontento”

La presenza di un progetto semiotico, di cui in genere il design si fa portatore, crea quel fattore narrativo che nel processo di produzione determina un’ulteriore valenza detta “cultura” un plus, un valore aggiunto di enorme importanza e di difficile quantificazione poiché superiore alla pura utilità o funzionalità, ma perché accade tutto ciò?

Perché il linguaggio produce un orizzonte di senso sulle cose, oltre la Téchne, che ne è l’apparenza visibile poiché la Téchne è ciò che “appare” in alcuni casi anche come esteticamente rilevante, e diventa così Téchne Eleutheriai. Il discorso della Poiesis invece non è per tutti perché è un a-priori nascosto dentro la tecnica ed oltre la tecnica. Non a caso era relegato nella musica o nella danza.

Si intuisce o si percepisce grazie alla capacità di saper leggere i significanti che nella Poiesis sono più complessi che negli oggetti, i quali da puri utensili o congegni, grazie ad un linguaggio evoluto diventano “altro” anche un pezzo dell’album di famiglia.

Proprio come l’intreccio complesso fra Téchne e Eleutheria tenta di diventare Poiesis. In un certo senso il Design costruisce pezzi della nostra memoria oltre l’evidenza ma anche restituisce la capacità immaginativa, rendendo il sistemaprodotto una scena attoriale fatta di rituali e comportamenti non solo intelligenti ma soprattutto sensibili, più vicini alla nostra antropologia e perciò più complessi, messaggio questo manifestato in modo eccellente ad esempio dalla vicenda creativa di E. Sottsass.

immagine per Installation view della mostra Ettore Sottsass. Mise en scène. Foto Delfino Sisto Legnani- DSL studio © Triennale Milano
Installation view della mostra Ettore Sottsass. Mise en scène. Foto Delfino Sisto Legnani- DSL studio © Triennale Milano

Tutto questo corrisponde ad una affermazione importante dell’Antropologia Strutturale di Levi Strauss che dice che l’essere umano non risolve i problemi per via tecnica ma per via culturale, una via che prevede la tecnica ma la supera attraverso un linguaggio concettualmente più complesso e metaforico, tipico delle scienze del linguaggio o dell’arte. Il mondo naturale è perciò un flusso continuo e caotico che l’uomo “risolve” imponendo delle strutture mentali precise e dinamiche (categorie, miti, regole di parentela). In breve: per l’antropologia strutturale, noi non abitiamo semplicemente il mondo come fanno tutte le altre forme di vita, ma lo “pensiamo” per poterci vivere, trasformando i limiti fisici in opportunità di significato. Per questo per noi umani è così importante “nominare” le cose. Qui sta la differenza e su questo che nasce il linguaggio e la sua necessità, forse non sarà poi così assurdo immaginare che prima o poi possa arrivare il momento in cui si porrà il dilemma di chi pensa chi. Sarà L’IA un qualcosa cui dovremo trovare un posto e un nome, o viceversa? Oggi i luoghi concettuali dove andarsi a prendere i linguaggi sono molto più numerosi del passato e l’intreccio fra Téchne e Poiesis è più evidente ma semplicemente perché per prima cosa i materiali, i semilavorati semiotici, i sintagmi, sono infinitamente di più di quanto avessimo allora a disposizione e secondo un nuovo concetto di Poiesis e di Téchne oggi sono molto più aperti e fluidi di allora dato il passaggio di tre rivoluzioni industriali, ma salta agli occhi che questa volontà-necessità di linguaggio è veramente solo e soltanto un problema umano, la nostra scialuppa di salvataggio.

Per chiudere, è vero che oggi abbiamo furbescamente allargato parecchio il nostro concetto di design. In genere abbiamo seguito i bisogni ma a volte li abbiamo preceduti andando a costruire un vasto vastissimo parco giochi attorno a noi, e ritorna qui il tema dell’arcipelago e delle differenze da un lato, e della unificazione industriale del 4.0 dall’altro. Insomma non ci liberiamo dal dualismo di tutto; anima e corpo, funzionalità ed estetica, esprit de finesse esprit de geometrie. Siamo sempre più diversi e lontani, eppure sempre più interconnessi e uniti. Asia Africa Occidente mai stati così diversi e mai stati così vicini grazie quel dannato telefonino, chissà, forse siamo indispensabili l’uno all’altro e non lo sappiamo.

immagine per Agnieszka Mastalerz, Supports (Elisabeth I), 2021, fotografia, stampa a inchiostro pigmentato su Moab Entrada Natural Rag 300 gsm, 100x100 cm. Courtesy l'artista e eastcontemporary
Agnieszka Mastalerz, Supports (Elisabeth I), 2021, fotografia, stampa a inchiostro pigmentato su Moab Entrada Natural Rag 300 gsm, 100×100 cm. Courtesy l’artista e eastcontemporary

Note

1.  La Distruzione Creatrice è un concetto chiave introdotto dall’economista austriaco Joseph Schumpeter nel 1942, descrivendo il capitalismo come processo di mutazione industriale che produce innovazione incessante e che rivoluziona la struttura economica dall’interno↑

2.  Daniel Kanheman psicologo israeliano, vincitore, insieme a Vernon Smith, del Premio Nobel per l’economia nel 2002 «per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni di incertezza.↑

3. Un’innovazione epocale della Tsinghua University di Pechino che simula la cura dei pazienti con AI, trasformando la formazione medica e la gestione delle emergenze sanitarie. Di Cecilia Agostini 21/05/2025 – 1001 Ed. – Accademia di Belle Arti di Brescia Santa Giulia↑

4. Raymond Kurzweil è un celebre inventore, informatico e futurologo statunitense, noto per le sue previsioni audaci sulla singolarità tecnologica e l’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Kurzweil prevede che entro il 2045 raggiungeremo la singolarità tecnologica, il punto in cui l’IA supererà l’intelligenza umana, permettendoci di fonderci con essa↑

5. Luciano Floridi. Docente di Practice of Cognitive Science e founding director del Digital Ethics Center presso l’Università di Yale ha scritto parecchi volumi sulla filosofia e l’informazione “ La quarta rivoluzione, come l’infosfera sta trasformando il mondo” Cortina ed. 2017 Milano↑

6. Zigmunt Bauman (1925–2017) famosissimo: è stato tra i più eminenti pensatori, filosofo e saggista polacco naturalizzato britannico, noto a livello mondiale come teorico della “modernità liquida“. Ha analizzato la transizione da una società “solida” (stabile, definita) a una “liquida”, caratterizzata dalla precarietà dei legami sociali e dall’incertezza.↑

7. Abraham Maslow (1908-1970) è stato uno psicologo statunitense, padre della psicologia umanistica, noto per la “piramide dei bisogni”. La teoria ordina gerarchicamente le motivazioni umane dal basso verso l’alto: bisogni fisiologici, sicurezza, appartenenza, stima e autorealizzazione. Il soddisfacimento dei livelli inferiori è necessario per aspirare a quelli superiori↑

8. Manuel Castells, Donald Harvey, Derrick De Kerchkove, e Jeremy Rifkin eminenti studiosi che hanno fatto la storia del pensiero contemporaneo, analizzando in profondità i meccanismi alla base della società in rete e i suoi risvolti nell’economia nella politica e nella cultura.↑

9. Personalmente non sono in grado di dire se esiste una scuola filosofica italiana vera e propria ma certamente tutta la filosofia che conta per tutto il Novecento, da Heiddeger a Gunther Anders si è espressa molto duramente nei confronti della tecnica e della società improntata ai meccanismi utilitaristici Carlo Sini e Umberto Galimberti come anche Diego Fusaro nei loro profondi pensieri più di una volta si sono espressi in tal senso↑

10. Alain Findeli, “Rethinking Design Education for the 21st Century: Theoretical, Methodological, and Ethical Discussion” professore di design e studioso canadese, propose anni fa una interessante analisi critica della metodologia dell’approccio al progetto molto critico verso gli atteggiamenti cosiddetti scientifici↑

immagine per Giuseppe Marinelli de Marco
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Architetto, autore scrittore e docente universitario, esponente dell’architettura italiana e internazionale post razionalista degli anni settanta con il gruppo di architetti romani “Studio Labirinto“. E’ pubblicato in numerose riviste. Docente di Basic Design nella prestigiosa Accademia di Design ISIA di Roma di cui è stato a lungo Vicedirettore. E’ stato uno dei premiati della selezione del design internazionale SEIBU ART FORUM, giuria con Branzi e Mendini, con una ricerca sullo spazio cinetico e il colore. Ha tenuto conferenze di Teoria del Design e Scenari del Contemporaneo in numerose università in Europa e nel mondo, tra cui Usa Giappone India Israele. Nel 2012 crea la Pordenone Design Week, evento di Design tuttora attivo e premiato a Bruxelles nel 2014 basato sulla cooperazione sistemica tra la Formazione ISIA e il Sistema produttivo delle PMI del Nordest, e di cui è il Direttore Scientifico.
Vive e lavora tra Venezia e Pordenone

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