Il teatro è, soprattutto, un sentimento. Un sentimento multistrato fatto di vari sentimenti poliaccoppiati, praticamente un contenitore che racchiude la liquidità di altri sentimenti ancora – quelli che scegliamo di analizzare, raccontare, interpretare. Insomma, il teatro è una specie di Tetra Pak emotivo.
E non lo dico perché spostando la “a” e aggiungendo una “o” a Tetra Pak si può creare l’ibrido linguistico Teatro Pak, ma perché, dopo il laboratorio di scrittura che io e Carlotta Corradi abbiamo tenuto insieme al Teatro di Tor Bella Monaca grazie al progetto Storie di Periferia, non posso più pensarla diversamente. Il merito (o la colpa) è di uno dei partecipanti che ha scelto questo deonimico quando Alessandro Riceci, ospite del nostro ultimo appuntamento, ha chiesto quale parola ognuno si sarebbe portato via dai nostri giorni insieme.
“Tetrapak”, ha detto quella voce, trasformando il cerchio in cui eravamo disposti in un poliedro convesso.
Per i quattro incontri del laboratorio, io e Carlotta abbiamo deciso di partire da un tema, la vergogna, e di srotolarlo per poter arrivare ovunque la drammaturgia e la scena ci avrebbero portate. L’unica cosa di cui eravamo certe è che saremmo stati sempre tutti sul palcoscenico, a sperimentare il teatro con due diverse posture.
La prima, in piedi: per agire, reagire, muoversi, creare con il corpo il proprio spazio e poi metterlo in connessione o in contrasto con quello degli altri, usando la vergogna come muraglia da decostruire.

Il primo ospite che ha lavorato con il gruppo in questo senso è stato Andrea Collavino, regista e formatore, che ha trasformato i ragazzi e le ragazze in corpi, nomi, lettere, mani, un’unica catena umana, diversi ritmi vitali, accorciando lo spazio tra pensiero e azione e rendendo l’azione un movimento scenico.
L’altro ospite che ha lavorato in piedi è stato Alessandro Riceci, attore, che ha lavorato per ultimo con il gruppo, sostenendo il gruppo nel lavoro sui corpi per arrivare a mischiarli con le parole scritte traghettando i testi che erano stati prodotti in messa in scena, restituzione delle intenzioni, posizionamenti nello spazio.

In mezzo a loro c’è stata la scrittura che ha richiesto una postura diversa: da in piedi ci siamo messi seduti ad ascoltare, leggere, capire, parlare e poi scrivere. Siamo partiti dal testo “Due fratelli” di Fausto Paravidino, attore, drammaturgo e regista, anche lui ospite del laboratorio, che ha generato, nella stasi dei corpi e nella spinta alla comprensione dei meccanismi drammaturgici, dei desideri, degli obiettivi e dei fallimenti dei personaggi, un incredibile movimento interno, di pensiero, che i ragazzi e le ragazze hanno usato per scrivere una sola scena, quindi unità di luogo e di tempo, con quanti personaggi volevano.
Il tema, ovviamente, era la vergogna e le vergogne dovevano essere le loro.
Quello che abbiamo fatto con Paravidino, quindi, è stato fargli scrivere di cosa si vergognavano, in forma anonima, su dei fogli che poi abbiamo ridistribuito alla rinfusa, in modo che ogni partecipante si sarebbe dovuto occupare della vergogna di un altro.
Sul foglio, insieme alla vergogna, avrebbero dovuto scrivere anche quattro parole chiave che il destinatario della vergogna avrebbe dovuto usare per scrivere una scena che sarebbe stata discussa e lavorata con il nostro sostegno per arrivare a una lettura scenica.
Sono state molte e diverse le vergogne raccontate: fisiche, famigliari, di comportamento, emotive; e sono state diverse anche le parole chiave che quelle vergogne si portavano a corredo, alcune erano prevedibili, semplici, razionali, altre erano stupefacenti, provocatorie, complesse.
Ovviamente, Tetra Pak era una di queste parole, forse l’ha scritta la stessa persona che poi l’ha scelta come parola da portarsi via dal laboratorio, forse l’ha scelta chi l’ha dovuta usare nella scena, o forse, chissà, qualcun altro ancora.
Quando è risuonata insieme alle altre parole nell’ultimo cerchio che abbiamo formato sul palco con ragazzi e ragazzi, docenti, organizzatrici, ospite e noi due, io e Carlotta ci siamo guardate.
Carta, polietilene e alluminio, tenuta ermetica, sistema integrato, materiali riciclabili.
Ecco cosa ci portiamo via da questo laboratorio noi che l’abbiamo tenuto: un ricordo talmente tangibile da diventare un oggetto di scena nella nostra memoria, un contenitore di tanti di quei visi, di quelle mani, di quei gesti, di espressioni, sorrisi, pensieri, idee da diventare un sentimento, proprio come il teatro.
Elisa Casseri è una scrittrice, sceneggiatrice e drammaturga. Tra i suoi ultimi progetti, i libri La botanica delle bugie (Fandango 2019) e Grand Tour sentimentale (Solferino 2022), l’ideazione e la scrittura della serie TV Amazon Prime Antonia (Nastro d’Argento SIAE per la Sceneggiatura) e del film Marko Polo di Elisa Fuksas, la sceneggiatura di Diamanti di Ferzan Ozpetek (David di Donatello dello Spettatore). Nel 2015, ha vinto la 53° edizione del Premio Riccione per il Teatro con L'orizzonte degli eventi – testo successivamente pubblicato in antologie negli Stati Uniti, in Spagna e in Portogallo.








