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Plasmare una città. Innercity, città di cartone dell’artista Antony Gormley

di Simone di Biasio

«Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello d’un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo. In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne una città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un suo giocattolo in una sfera di vetro»

immagine per Antony Gormley, 2026 © the artist and GALLERIA CONTINUA Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio
Antony Gormley, 2026 © the artist and GALLERIA CONTINUA Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Non è questa la città disegnata dallo scultore britannico Antony Gormley (1950): è facile riconoscere, invece, una delle città invisibili di Italo Calvino, di quelle in rapporto al desiderio. Sorprende che, nel florilegio della sua immaginifica Fantastica, lo scrittore italiano non abbia immaginato una città di cartone, una città di cartoni come ha fatto invece Gormley a San Gimignano nella sempre fascinosa sede di Galleria Continua che ospita la mostra What hold us fino al 13 settembre 2026.

immagine per Antony Gormley, INNERCITY, 2026, cardboard, 15 figures, variable dimensions, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Copyright: © the Artist Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio
Antony Gormley, INNERCITY, 2026, cardboard, 15 figures, variable dimensions, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Copyright: © the Artist Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

L’impatto con Innercity, la monumentale installazione dell’artista inglese presentata all’interno dei locali del vecchio teatro sangimignanese, ridefinisce istantaneamente il confine tra spazio urbanistico e spazio interiore: un’egogeografia emerge da una mappa inesistente dentro il nostro stesso labirinto.

Come Fedora, la città dello scultore-architetto è stata metropoli di pietra grigia, è come in ogni tempo ciascuno la immagina e sarà un giorno un giocattolo.

Innercity è un paese di cartone che pulsa nel cuore dello spazio espositivo, muovendosi secondo logiche che ricordano le oscillazioni umorali e biologiche del corpo umano. Il centro di questo dedalo non è mai fisso: muta costantemente, evocando il funzionamento del muscolo cardiaco in cui il fulcro dell’impulso elettrico vitale – proprio come il nodo senoatriale in un cuore affetto da aritmia – migra continuamente.

È in questa simmetria tra centro abitato e centro cardiaco che Innercity si rivela per il visitatore una complessa “città interiore”. Riecheggiano le gesta del piccolo protagonista di Dentro me (2008) di Alex Cousseau illustrato da Kitty Crowther: la creatura si decide a scendere dentro il paese dentro di sé – «la sua capitale è il mio cuore», quando si accorge che «Prima di essere me, non ero dentro me».

L’architettura carturbana di Gormley sembra programmata per reagire a ogni eccedenza percettiva. La struttura è interamente composta da scatole e scatoloni di cartone che portano con sé una stratificazione sociale e concettuale: imballaggi che originariamente custodivano oggetti di consumo desiderati – Fedora? – ordinati e consegnati.

Una volta svuotate, questi ex imballaggi perdono la loro funzione logistica per assumerne una logica e dialogica, mutando in moduli architettonici, frammenti di un calco in cui la popolazione ideale di questa città cerca di ricavarsi non tanto una casa, quanto una dimensione esistenziale, poiché l’esperienza fisica dell’installazione impone al pubblico una negoziazione costante con lo spazio.

Per attraversare i passaggi e le strettoie di Innercity, il visitatore è costretto a inventare percorsi sempre nuovi: deve abbassarsi a seconda delle altezze variabili dei moduli, talvolta gattonare, strisciare o confrontarsi con la presenza ravvicinata e inevitabile degli altri corpi. In questa dinamica, lo spazio smette di essere mera area geometrica per diventare “luogo di luoghi”, dove la dimensione temporale si azzera: passato e futuro coesistono simultaneamente in un presente assoluto.

Il risultato è un progetto urbanistico tanto alto quanto fragile – le due qualificazioni più ricorrenti nelle scatole di grandi dimensioni – capace di trasformare il cartone – materiale povero e transitorio per eccellenza – nel perimetro di un’indagine sulla nostra coscienza.

Quindici grandi edifici di cartone a creare un dedalo cellulosico da perlustrare, camminare, visitare, da carturbani flaneur. Il re-incanto che l’artista vorrebbe favorire innesca anche un re-incarto del mondo, dal momento che l’idea origina anche dagli amazonici spazi – di amazon, non di esotiche amazzonie – in cui ogni cosa sta dentro il suo incanto e il suo incarto, in labirintici e mastodontici parallelepipedi di cui conosciamo pochissimo, se non che accolgono le nostre richieste d’acquisto, esaudendo desideri e manie di capitalismo.

Una città di cose, tant’è che è possibile visitarla. Una città di cosa? Entrare dentro Innercity di Gormley è fare ingresso nella relazione tra noi e lo spazio, tra noi e il nostro corpo. E cosa significa essere un corpo e essere in un corpo, prima architettura? Che cosa è una casa? Cosa è una città? Lo scultore la chiama: «la promessa di estensione offerta dall’architettura».

Georges Perec, che d’immaginazione non difettava, si poneva le stesse domande in un piccolo straordinario volume, Specie di spazi:

«Una città: pietra, cemento, asfalto. Gente sconosciuta, monumenti, istituzioni. Megalopoli. Città tentacolari. Arterie. Folla. Formicai? Cos’è il cuore di una città? E l’anima di una città? Perché si dice che una città è bella o che una città è brutta? Che cosa c’è di bello e che cosa c’è di brutto in una città? Come si conosce una città? Come si conosce la propria città?

Il nostro sguardo percorre lo spazio e ci dà l’illusione del rilievo e della distanza. È proprio così che costruiamo lo spazio: con un alto e un basso, una sinistra e una destra, un davanti e un dietro, un vicino e un lontano.

Quando niente arresta il nostro sguardo, il nostro sguardo va molto lontano. Ma, se non incontra niente, non vede niente; non vede che quel che incontra: lo spazio è ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo: dei mattoni, un angolo un punto di fuga: lo spazio, è quando c’è un angolo, quando c’è un arresto, quando bisogna girare perché si ricominci».

Tutto il lavoro di una vita dell’artista di fama mondiale Gormley, insignito del Turner Prize nel 1994 e oggi con una personale anche al di Royal Museum of Fine Arts Anversa, pare promanare da queste domande ed è costruito per un dialogo costante tra la materia e il fruitore, tra la pietra e l’abitatore, tra il paesaggio e il visitatore, e tra il dentro e il fuori, le uniche categorie non contemplate specificamente da Perec.

Il lavoro di Gormley in mostra a Galleria Continua, accanto a opere come i Blockworks e gli Slabworks più note a chi conosce la ricerca dell’artista, fa venire in mente pure uno “strano” libro di una storica dell’arte inglese, Francesca Ramsay, uscito un paio di anni fa, Pinch me (in italiano Toccami. Viaggio in cerca della realtà, Atlantide, 2025): la stranezza risiedeva tutta nella forma di quel libro, un saggio-romanzo attraverso le opere d’arte che più ci farebbero re-avvicinare alla realtà, dopo l’ubriacatura delle realtà virtuali e le conseguenti ansia e depressione derivanti da una continua connessione (col digitale) e un’altrettanto continua disconnessione (dalla realtà).

«Nella mia ricerca della realtà – scrive Ramsey nel suo lavoro – il senso di casa è molto importante, ma non coincide con il concetto tradizionale. Non si tratta di un edificio in mattoni, piuttosto di quella connessione con i luoghi che si prova da bambini; delle radici che legano al piccolo mondo conosciuto. È una certezza spirituale e fisica che si sposa alla perfezione con l’ingenuità dell’infanzia. L’età prima della nostalgia, prima della mancanza. Sono convinta che la casa dovrebbe essere il nostro centro di gravità. Se è vero che è il cuore pulsante di tutte le nostre emozioni, allora anche la realtà deve trovarsi nei paraggi».

Ed è curioso che questo desiderio di realtà abbia un colore, lo stesso della città invisibile di Calvino, Fedora: «[La realtà] la voglio nella sua totale vastità e la voglio azzurra. La realtà tiene insieme l’interezza del tempo».

A quella stessa infanzia fa riferimento pure Gormley quando ha invitato tutti a visitare la sua Innercity, all’età prima anche dell’architettura, ma un’età dello spazio puro, in cui se non si viene lasciati progettare si rischia di finire progettati. È per questo che progettavamo case sugli alberi, è per questo che una tenda, un drappo, un’ombra ci bastavano per costruire uno spazio solo nostro.

«Da bambino, dopo cena – ha raccontato Gormley nel talk di Galleria Continua col filosofo Emanuele Coccia – avrei voluto scatenarmi, invece venivo mandato a riposare in un letto su cui giacevo con una luce molto forte accesa. Era una luce così calda che mi scaldava gli occhi. Era anche un po’ claustrofobica la situazione, ma mi consentiva di sentire il mio corpo, la mia architettura primaria. Stabilivo una prima specie di legame con l’infinito che abitava dentro di me. Il primo posto in cui siamo, in cui abitiamo è il nostro corpo. Noi siamo spazi in un mondo di spazi.

Per me l’architettura è la musica dello spazio. La creazione di nuovi mondi, di nuovi spazi è indistinguibile dalla creazione di nuovi sé. E la città è il secondo corpo. Crescendo ho sentito che il costruito non avrebbe mai potuto influenzarmi. Chi accetta l’ambiente dato è colluso con la mancanza di immaginazione».

Ramsay apriva il suo Pinch me in verità con questa scena:

«Sto nuotando. È molto tardi, o forse è mattina presto. Il tempo è irrilevante. Nuoto verso il lago immersa in uno scenario dolce e mite, in cui il cielo scuro ha la stessa temperatura dell’acqua e l’acqua ha la stessa temperatura del mio corpo. Per quanto ne so, potrei pure stare volando. […] Tutto quello che so in questo momento è che questo momento è adesso. Con una certezza rara e sorprendente sono – per un solo istante – presente, reale, esattamente qui. L’acqua mi delinea e mi espone».

Soprattutto questo periodo finale ha molto da spartire con quelle elucubrazioni scultoree: l’arte di Gormley delinea ed espone. Espone non il fuori, ma il dentro, riporta alla luce lo spazio che abitiamo: ma non lo spazio esterno, lo spazio interiore – inner – quello che si muove con noi e in noi, quello che spostiamo insieme a noi, la casa che siamo.

E poi questa immagine del nuoto, del corpo immerso nell’acqua ricorda un altro lavoro noto dell’artista britannico, Event Horizon, una serie di sculture, calchi del suo stesso corpo, poste in cima a edifici o monumenti a scrutare l’orizzonte (nel 2007, quando fu esposta per la prima volta sul tetto di un edificio vicino al London Eye, molti allertarono la polizia pensando si trattasse di un tentativo di suicidio).

L’immagine descritta da Ramsay che evoca se stessa in acqua, rimanda proprio a un calco, allo spazio di noi che in acqua possiamo sentire, scavando nel volume di quella materia liquida la regione – e la ragione – del nostro essere vivi. Ancora una volta la ricerca di Ramsay sembra legarsi a un’altra ricerca di Gormley, Another Place, uno dei lavori che l’hanno reso più noto a livello internazionale: uomini di pietra che guardano il mare, scrutano l’orizzonte, forse intravedono l’altra riva.

Tutta la cifra dello scultore britannico si situa in quel momento di contemplazione (la matrice buddhista, più in generale meditativa, è piuttosto palese), l’attimo in cui le statue, che siamo abituati a scorgere ferme dentro un museo, abitano invece la spiaggia, anzi paiono essersi fermate dopo aver  a lungo camminato, essersi liberate dal chiuso di quella musealizzazione, o dalla fissità della Loggia delle Cariatidi (secondo un recente studio il vero Partenone) in cui stavano incastonate: l’architettura regge ancora, ma adesso possiamo vederne il respiro, il vuoto, lo spazio, la vita.

Infine quel «presente, reale, esattamente qui» di Ramsay è quanto molte installazioni di arte contemporanea provano a dirci e senza il quale non ci parlano, non ci dicono, ed è anche il motivo per cui ci mi sono chiesto perché, una volta tornato a casa da San Gimignano, facessi fatica a scrivere dell’esperienza bambinesca tutta corpo dentro quella Innercity, in cui per davvero – devo persino specificarlo: realmente – mi sono incuneato dentro quelle scatole di cartone impilate da Gormley, io prima per primo pressato come la materia, poi liberato dalla necessità di rendere i miei movimenti più fluidi, leggeri, ma reali. Forse abbiamo solo bisogno di più realtà, di più materia, di più infanzia.

immagine per Simone di Biasio
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Simone di Biasio vive tra Roma e Fondi, dove è nato e ha fondato l'associazione Libero de Libero. Ha pubblicato libri di poesia (Panasonica, 2020, Premio Rilke) e saggi. Ricercatore all’Università Roma Tre, si occupa soprattutto di letteratura per l’infanzia. Collabora anche con Doppiozero e Antinomie da “lettore d’arte”, interessandosi cioè di letteratura e arti visive e altre cose curiose, come l’innamoramento collettivo per le intelligenze artificiali.

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