Siamo abituati a pensare agli spazi architettonici che ci circondano come un qualcosa di statico e distaccato dalla nostra vita. Se iniziassimo a guardarli sotto un altro punto di vista, magari più antropologico, scopriremmo come questi, in realtà, siano in grado di parlarci e di dirci tante cose, di restituirci le storie che hanno segnato i passaggi generazionali più importanti.
Da un po’ di tempo a questa parte, Ila Bêka e Louise Lemoine, attraverso lo strumento cinematografico, hanno trovato un modo innovativo per raccontare la città con i suoi monumenti e le sue storie; la recente mostra Bêka & Lemoine. Una poetica dello sguardo, curata da Marinella di Tursi, Antonella Mari, Antonella Marino presso lo spazio Murat a Bari, ha proprio voluto rendere omaggio a questi due artisti che hanno rivoluzionato il modo di vedere lo spazio architettonico, riuscendo a inquadrarlo sotto un’ottica diversa attraverso i loro contenuti che spaziano, oltre che dall’architettura, alla video arte e al documentario.

Nei loro film, questo spazio architettonico viene principalmente visto come qualcosa di vissuto, fatto di persone che creano delle interconnessioni con l’ambiente che le circonda e con gli oggetti presenti.
Le architetture influenzano le nostre vite, il nostro umore, la nostra percezione delle cose, creano quindi un forte impatto sugli individui e sono parte della loro quotidianità.
Se ci fermassimo a vedere qualsiasi tipo di centro abitato, vedremmo come questo ci restituirebbe un episodio di un film vero e proprio dove non ci sono attori, non c’è recitazione con un copione ma dove agiscono persone che vivono la loro vita fatta da abitudini e relazioni.
Inoltre, esso si rivela luogo d’incontro tra diversi saperi e vede il confluire di più conoscenze per l’edificazione e lo sviluppo. È un qualcosa che va sempre salvaguardato e che deve essere costantemente aggiornato per rispondere alle esigenze di chi vi si trova dentro.
Che sia pubblico o privato, arredato o meno, lo spazio architettonico è un’estensione che entra sempre nella vita delle persone e se guardato sotto un’ottica percettiva e sensoriale, questo diventa dotato di anima, quindi un organismo vivente a tutti gli effetti.
Grazie al progresso della tecnologia e all’intrecciarsi di questa con l’arte, è stato possibile documentare al meglio tutta la questione legata al rapporto tra l’edificio architettonico e le persone: Bêka & Lemoine con le loro opere hanno mostrato come la città sia un organismo dinamico e non un qualcosa di statico e hanno messo al centro proprio quanto gli edifici architettonici siano spazi che non sono progettati solo per ospitare persone o per essere i luoghi di svolgimento di diverse attività ma posti che sono parte integrante di una comunità.
La mostra Bêka & Lemoine. Una poetica dello sguardo è stata suddivisa in 5 nuclei tematici che, mettendo in dialogo le produzioni realizzate nel corso degli anni dagli autori, hanno riguardato questioni come l’intimità che si ha con le abitazioni; il rapporto che nasce tra i luoghi sacri, le persone e la percezione che queste ne derivano; la città come organo vivente e, infine, le operazioni con le quali vengono reinterpretati questi posti.
Tra architettura, storia dell’arte e società c’è uno stretto rapporto nel quale gli stili architettonici che si sono susseguiti nelle varie epoche hanno rappresentato spesso il gusto del committente o dell’architetto oppure hanno seguito semplicemente la moda del momento. Secondo qualunque volontà, è stato costruito l’edificio che ha contribuito a rappresentare simbolicamente una società che è vissuta in un determinato momento storico.
Infine, sapendo che ci sono luoghi con una diversa destinazione d’uso che può essere di conservazione, di memoria, di culto, di istruzione, di amministrazione corrente, abitazione privata, i cittadini riconosceranno a questi un valore d’uso che varia a seconda della loco natura. Ma sappiano essere presenti anche luoghi che si svuotano in favore di attività che vengono svolte al di fuori.
In questo caso, siamo dinnanzi all’evento della trasformazione del linguaggio urbano. Dovremmo essere consapevoli del nuovo ruolo che ha assunto l’architettura e considerarla parte integrante della nostra quotidianità, in modo tale da vedere gli spazi che ci circondano in maniera diversa.
Giuseppe Marchesano è uno storico dell'arte, studente della magistrale in Storia e Critica d'Arte all'Università di Salerno, dove ha frequentato anche il Percorso di Eccellenza in strategie per il Patrimonio Culturale. Già laureato in Scienze dei Beni Culturali presso lo stesso ateneo, è da sempre attento ai temi della parità di genere: ha svolto un tirocinio presso l’OGEPO (Osservatorio interdipartimentale per gli Studi di Genere e le Pari Opportunità), curando lezioni-seminari e collaborando all'organizzazione di mostre. Collabora inoltre con l'Università in attività del terzo settore, valorizzando il Patrimonio Culturale come risorsa per lo sviluppo dei territori e delle comunità.





