Dallo spazio fisico ai luoghi della mente fino al corpo come archivio. Qual è quel luogo che accoglie i detriti del giorno e le memorie impolverate dal tempo? Un posto dove tutto si sfalda e si ricuce, dove si desta e si assopisce lo spirito. Non ha mura né soglie, eppure vi si trovano ambienti e anfratti nascosti. Lì dove il tempo si assottiglia e il silenzio si espande, l’anima acquista spazio, la si sente risuonare nel corpo in ascolto, impresso nell’atmosfera; edifica intorno a sé tramezzi, fiancate e piccole porte. Quali stanze dobbiamo attraversare per scoprire dove dimora dello spirito?
Per comprendere la ricerca di Giulia Spernazza (Roma, 1979), artista visiva la cui indagine si muove da anni tra pittura, scultura e installazione, occorre innanzitutto disporre il corpo all’ascolto. Diplomatasi in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma, la sua formazione unisce le arti visive a un solido passato nella danza classica e contemporanea.

Superfici stratificate; carte sottili, garze, cera, paraffina, pigmenti e materiali organici o di recupero traducono un répertoire di gesti dati con e attraverso la tessitura del corpo. Il suo lavoro, dunque, sembra sviluppare una certa risonanza corporea, quasi musicale. Una ricerca dove ogni superficie è specchio di un corpus emotivo sincero che si mostra esattamente per ciò che è: un cammino.
La materia inquinata si purifica, ad uno stato di natura come avviene per Stato di impurità III, i vuoti si fanno pieni come in Catartica, 2023. Giulia si dona alla materia con onestà, ed è forse questo che ne determina una spiritualità sussurrata. Un lavoro che si fa silenziosamente, senza spesso sapere la direzione.
Allora ci mettiamo in cammino, falciando con il nostro passo strade erbose e in ombra, inabissando i piedi nella terra satura d’acqua, con un ritmo sempre diverso che segue l’andamento naturale del respiro. Nel tanto cercare si ritorna sempre alla materia e alla sua fisicità, perché è in questo spazio che si crea quell’intreccio di risonanze che appartengono allo spirito.
L’incontro con Giulia ha inizio con la ricerca delle coordinate di questo luogo fisico: lo studio.
Immerso nella campagna dell’Agro Romano, in un tratto litoraneo a nord – ovest da Roma che segna un perimetro gravido di aria salmastra. Mi accoglie un edificio dal profilo monastico cinto alle sue spalle da un fascio di pioppi e rivolto verso sud su un grande campo aperto.
Oltrepassata la soglia d’ingresso, gli oggetti, e perfino le pareti esalano un sottile odore di paraffina, che riempie le narici, depositandosi lentamente sui contorni del corpo. Pareti bianche e alti soffitti orditi in legno: sono entrata in un tempio.
Un luogo verticale che riflette la coscienza, che raccoglie i pensieri e dove i gesti quotidiani vengono assorbiti dallo spazio stesso. Mi interessava catturare la dimensione intima che Giulia intrattiene con le cose che abitano il suo spazio.
I movimenti e i rituali costanti che contribuiscono a creare quella dimensione di rifugio primordiale. Forse si potrebbe tracciare una coreografia invisibile su quello che ho chiamato il rito spontaneo della pulizia, riflesso della filosofia del vuoto celebrata nella pratica dell’artista. Giulia inizia con il rassettare, pulire, riporre; ogni oggetto ha una sua casa, una sua posizione specifica.
Se l’anima del mondo risiede negli oggetti che curiamo[1], l’artista se ne cura con devozione, creando un luogo che è fondamento, pronto ad accogliere.
Nel tempo la postura dell’artista riguardo all’occupazione sonora del suo spazio è mutata. Ora, il silenzio invade il nucleo ambientale incidendovi la sua peculiare dimensione sonora. Ciò che giace nel silenzio non è in una condizione di deprivazione; non è vuoto, bensì presenza, “un luogo in cui sostare” [2].
Fare spazio intorno ai gesti, intorno a sé diventa, nella pratica di Giulia, strumento di contatto viscerale. L’ambiente si carica di un a cifra spirituale intima, quasi segreta, in cui l’artista si radica scendendo in una dimensione meditativa.
Questo stare in apertura le permette di partecipare dei processi più raffinati della mente, un cammino che echeggia, prima di ogni altra cosa nel corpo. La coscienza si sviluppa proprio dal contatto fisico con le cose, penso a Edmund Husserl[3] in La cosa e lo spazio.
Nella pratica di Giulia, il silenzio agisce come un tessuto connettivo che stabilisce un contatto quasi epidermico con il proprio Io.
In questa dimensione, il corpo si predispone a ricevere il respiro, distendendosi e accogliendo un’espansione che ha dunque qualità olistica. La consapevolezza corporea, radicata nel suo passato da danzatrice, è la chiave di volta del processo; il corpo dell’artista finisce per assumere la stessa funzione dello spazio che lo ospita, trasformandosi esso stesso in riparo, dimora e archivio.
Il lavoro è anch’esso in espansione: non inizia e finisce in un determinato ciclo temporale ma attraversa ogni fase del quotidiano in un continuum che crea unità. In tal senso, gli oggetti di Giulia riflettono il suo aplomb; opere nude, essenziali, in cui la materia, scelta per funzionalità espressiva, attraversa anch’essa un cammino di ritorno al sé.
Diventano testi sacri della contemplazione dell’artista in cui anche i rivoli più impetuosi si cristallizzano sotto uno sguardo benevolo. L’acqua, dunque, si inserisce come l’elemento mediatore, il principio fluido che irriga e connette le stanze segrete di questa dimora.
È il mezzo attraverso cui il pensiero si fa sostanza e la materia si purifica. L’uso che Giulia ne fa non è un semplice passaggio tecnico, ma un rito di mediazione che permette all’anima di abitare simultaneamente lo spazio fisico, il corpo in ascolto e la sintesi mentale.
L’artista ha imparato nel tempo ad abitare questa insenatura silenziosa, trasformando l’atto della contemplazione in realtà densa di significato. Così lasciamo che il mondo entri dentro di noi, siamo abitanti e abitati dalle sue pieghe.
Il lavoro di Giulia, nella sua sincerità, rende visibile l’unità delle cose.
Usciti dallo studio, si ha la sensazione che la sua ricerca sulla dimora non riguardi solo uno spazio fisico, ma la capacità di restare in ascolto di quel silenzio che cuce insieme ogni nostra ferita. È la conferma che abitare se stessi è, in fondo, l’unica vera opera d’arte: una costante, silenziosa e necessaria cura di sé.
Note
1. J.Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore – Adephi piccola Biblioteca n. 473, Milano , 2002, p 101.↑
2. C. Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione – Collana Einaudi, Torino, 2018, p.42.↑
3. E. Husserl, La cosa e lo spazio. Lineamenti fondamentali di fenomenologia e critica della ragione – Bompiani, Milano, 2002, p.116.↑
Valeria Caputo (Roma, 1999) è una storica dell’arte e critica indipendente. Ballerina certificata A.N.A.D., affianca allo studio teorico una ricerca orientata alla percezione corporea e alla dimensione sensoriale dell’opera. Ha lavorato in gallerie d'arte di Roma, tra cui Antique Par Force ed Erica Ravenna, affiancato progetti curatoriali e ha collaborato con l'artista Paolo Assenza per la gestione del suo archivio. Attualmente collabora con spazi indipendenti, tra cui Spazio Y, e riviste di settore Juliet e art a part of culture. Dopo la laurea in Storia dell’arte alla Sapienza di Roma, ha approfondito la sua formazione alla Curatorial School of Venice e attualmente frequenta il Master in Management dell'arte presso Treccani Accademia.




