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Il rosa non copre il grigio. La Slovacchia che cambia pelle

di Dimitri Ruggeri

Čumil non è mai riuscito a uscire dal tombino. Se ne sta nel centro di Bratislava con il busto fuori e il resto del corpo da qualche parte sotto la strada. Ha il mento appoggiato sulle mani e l’espressione sorniona di chi, non potendo andare da nessuna parte, ha deciso che saranno gli altri a passargli davanti. I turisti gli ronzano intorno, si abbassano per fotografarlo per toccargli il cappello perché pare porti fortuna. Il bronzo, infatti, in quel punto è più lucido; guardandolo penso che, per essere diventato uno dei cittadini più famosi di Bratislava, abbia scelto una posizione singolare: metà dentro e metà fuori. È facile fotografarlo. Più difficile decidere da quale parte stia.

immagine per Bratislava, Cumil
Bratislava, Cumil

All’inizio faccio con Bratislava qualcosa di simile. Cerco l’Est nei palazzi, nei monumenti, nei tram. Ci basta un edificio abbastanza grigio per sentirci autorizzati a pronunciare la parola “sovietico”. La città si presta al gioco e nello stesso tempo lo sabota. Il centro storico offre notevoli facciate restaurate, tavolini, chiese e strade pedonali.

Poco più in là, però, la cartolina si incrina: i senzatetto sembrano conoscere bene il limite invisibile entro il quale possono stare, un uomo raccoglie cicche da terra per recuperare il tabacco rimasto e beve vodka da piccolissime bottigliette. A pochi metri un turista strofina il cappello di Čumil, come fosse la lampada di Aladino, per avere fortuna. Le due scene convivono benissimo. È questo che le rende fastidiose.

Mikuláš Galanda e il rosa che cambia lo sguardo

Fin qui Bratislava mi sembra soprattutto una città di forme: il ponte SNP, l’UFO, la piramide rovesciata della Radio Slovacca, lo Slavín. Io continuo a leggerle con il vocabolario che mi sono portato da casa: Est e Ovest, socialismo e capitalismo, vecchio e nuovo. Poi entro nella Galleria Nazionale Slovacca e incontro Mikuláš Galanda.

Non lo conoscevo. È un vantaggio, almeno per me. Ci sono artisti che entrano nella stanza prima di noi: davanti a Picasso o Van Gogh sappiamo già almeno una parte dell’emozione che dovremmo provare. Con Galanda posso semplicemente guardare. Mi colpisce il rosa. Non un rosa gentile. Lo mette sui corpi e sui volti, lo usa per semplificare, deformare, togliere alla figura la necessità di assomigliare esattamente a ciò che rappresenta. Davanti a Ružový akt, il Nudo rosa, rimango più del previsto.

Poi scopro la storia del quadro. Durante la guerra la moglie di Galanda lo fece murare dentro una parete per salvarlo. Finita la guerra tornò a prenderlo. Un quadro nascosto dentro un muro per impedire alla storia di portarselo via. Penso immediatamente a Čumil. Uno esce da un tombino, l’altro da una parete. Cominciano a essere parecchie, in Slovacchia, le cose che aspettano sotto una superficie prima di tornare fuori.

Galanda, insieme a Ľudovít Fulla, cercò negli Anni Trenta una strada che permettesse alla pittura slovacca di essere moderna senza diventare una copia periferica delle avanguardie europee. Quasi vent’anni dopo la sua morte, nel 1957, alcuni giovani artisti scelsero il suo nome per il Gruppo Mikuláš Galanda, i Galandovci. Non tornarono a lui per copiarlo. Ne raccolsero piuttosto l’autonomia: la possibilità di cercare un linguaggio individuale dopo una stagione in cui l’uniformità era diventata anche un valore politico.

Bratislava, il brutalismo e la città che cambia pelle

Esco dalla Galleria e Bratislava è rimasta identica. Naturalmente. Sono io che comincio a guardarla diversamente. Prima vedevo soprattutto le forme. Adesso mi accorgo dei colori. Prendo un tram e mi allontano dal centro. Rosa su un condominio. Poi giallo, verde, azzurro. Il brutalismo mena forte nelle periferie di Bratislava. I grandi blocchi residenziali dell’epoca socialista occupano ancora interi pezzi della città, soltanto che molti sono stati rivestiti e colorati. La struttura collettiva è rimasta. La pelle è cambiata.

Penso a Galanda e subito cerco di fermarmi. Sarebbe troppo facile. Il rosa di un condominio riqualificato non ha nulla a che vedere con il Nudo rosa. Eppure, ormai non riesco a non vedere il colore. Dentro la Galleria avevo incontrato un pittore che trasformava la forma senza cancellarla. Fuori incontro una città che ha fatto qualcosa di vagamente simile con gli edifici ricevuti dal proprio passato. Non li ha abbattuti. Li ha ricoperti. La geometria è ancora quella, le finestre continuano a ripetersi, i volumi restano enormi. È cambiata la superficie.

Forse è qui che perdo interesse per la domanda con cui ero arrivato. Quanto Est è rimasto a Bratislava? Pretende che la storia funzioni come una mano di vernice, con un colore che cancella quello precedente. Qui non sembra funzionare così. La piramide della Radio Slovacca è ancora uno degli edifici più riconoscibili della città. Lo Slavín domina Bratislava con le tombe dei soldati sovietici.

immagine per Bratislava, Piramide Rovesciata
Bratislava, Piramide Rovesciata

L’UFO sul ponte SNP oggi ospita un ristorante panoramico. La gente usa, fotografa e abita queste forme. Il passato non è stato semplicemente conservato. È stato assorbito.

immagine per Bratislava Most SNP (Ponte UFO)
Bratislava Most SNP (Ponte UFO)

 

Devín, dove il confine è diventato paesaggio

A Devín il Danubio incontra la Morava e il castello domina la confluenza. Dall’altra parte c’è l’Austria. Oggi è semplicemente dall’altra parte. Per decenni era l’altra parte. Sotto il castello passava la Cortina di ferro. Adesso ci si cammina, si pedala, si portano i bambini. Un memoriale ricorda le persone che provarono ad attraversare quella frontiera e non arrivarono mai dall’altra parte.

immagine per Devin, Castello
Devin, Castello
immagine per Devin, Cortina - Memoriale
Devin, Cortina – Memoriale

Mi fermo davanti ai nomi e poi guardo l’acqua. Abbiamo una strana fiducia nei fiumi come confini. Tracciamo una linea sulla carta e decidiamo che su una sponda finisce un mondo e sull’altra ne comincia uno diverso. La Morava, nel frattempo, entra nel Danubio. Non mostra il passaporto. Dopo qualche centinaio di metri nessuno potrebbe più stabilire quale goccia apparteneva all’una e quale all’altro.

Molto prima della Cortina di ferro erano arrivati i Romani e il sistema del limes correva lungo il Danubio. Cambiano gli imperi ma spesso il bisogno di stabilire dove finiamo noi e dove cominciano gli altri rimane sorprendentemente efficiente. Mentre mi allontano penso di nuovo al quadro di Galanda murato dentro una parete. Un muro costruito per proteggere e un altro per impedire di passare. Le pareti non hanno una morale. Dipende da chi le costruisce e da ciò che vuole lasciare dentro o tenere fuori.

Matteo III Csák e il potere che resta sopra

A Trenčín il castello si vede prima ancora di arrivare davvero in città. Sta sopra tutto. È il genere di posizione che nel Medioevo evitava di dover spiegare chi comandava.

Qui incontro Matteo III Csák. Tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento controllò un dominio enorme all’interno del Regno d’Ungheria. Possedeva castelli, territori, uomini e una propria corte. Non era re. Si comportava in modo da rendere il dettaglio quasi irrilevante. Il re vero, Carlo Roberto d’Angiò, riuscì progressivamente a sottrargli territori e alleati, ma il cuore del suo potere rimase Trenčín.

Alla fine il sovrano trovò un alleato che nessun castello poteva tenere fuori: il tempo. Matteo era più vecchio. Carlo Roberto poteva aspettare. Nel 1321 Matteo morì di morte naturale e il dominio che aveva costruito gli sopravvisse pochissimo.

È una storia che mi piace perché manca della precisione morale che attribuiamo alla storia quando la raccontiamo dopo. Nessuna battaglia finale, nessun tiranno trascinato fuori dal castello, nessun re che entra vittorioso tra le acclamazioni. Un uomo è troppo potente per essere eliminato. L’altro aspetta che muoia. A volte la storia non la fanno i vincitori. La fanno quelli che vivono abbastanza a lungo.

Mentre scendo dal castello penso di nuovo a Čumil. Matteo aveva costruito mura, torri e un dominio per restare sopra gli altri. Čumil non possiede niente. Gli basta un tombino. Uno ha passato la vita cercando di non essere mandato sotto. L’altro è diventato immortale proprio perché continua a venirne fuori.

immagine per Trenčin Capitale Europea della Cultura 2026

Trenčín 2026 e ciò che resta

Trenčín, Capitale europea della cultura 2026, parla di futuro, eventi, trasformazione, Europa. Poi entro nella sinagoga e il tempo cambia nuovamente direzione.

La grande sinagoga venne inaugurata nel 1913. Gran parte della comunità che le dava senso scomparve nella Shoah. L’edificio rimase. Attraversò guerra, socialismo e abbandono. Adesso è stato restaurato.

Cammino al suo interno e penso che restaurare un luogo come questo sia un’operazione ambigua. Possiamo recuperare gli intonaci, ripulire le decorazioni, consolidare le pareti. Non possiamo restaurare le persone. L’assenza non si restaura. Al massimo le si costruisce intorno uno spazio abbastanza dignitoso perché possa continuare a essere visibile.

Fuori Trenčín parla di futuro, trasformazione, Europa. Dentro, la sinagoga racconta soprattutto ciò che la città non possiede più. Le due cose non si contraddicono. Forse la cultura comincia proprio lì: non quando una città mostra ciò che ha, ma quando trova il modo di rendere visibile anche ciò che manca.

immagine per Trenčin Sinagoga
Trenčin Sinagoga

Mi torna in mente Galanda. Un quadro può essere murato e poi recuperato. Con le persone non funziona. Possiamo salvare le cose molto più facilmente di quanto riusciamo a salvare i mondi che hanno dato loro significato.

Torno a Bratislava. Čumil è ancora lì, ovviamente. Non si è mosso di un centimetro. Sono io che adesso lo guardo diversamente, che è uno dei trucchi meno confessabili del viaggio: le cose rimangono identiche e noi ci convinciamo che siano cambiate perché nel frattempo abbiamo accumulato qualche storia.

All’inizio volevo che il brutalismo fosse il socialismo, Devín la Cortina di ferro, i condomini l’Est. Galanda mi ha complicato il lavoro. Mi ha ricordato che una forma può essere presa da altrove e diventare locale, che un colore può cambiare ciò che vediamo senza cancellare ciò che sta sotto, che l’identità non coincide necessariamente con la conservazione.

E allora penso ancora a Čumil, rimasto con mezzo corpo sottoterra a guardare passare tutti. Forse il punto non era capire se stesse entrando o uscendo. Forse era accorgersi del tombino.

 

immagine per Dimitri Ruggeri
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Dimitri Ruggeri è poeta, scrittore e autore transmediale. Da circa vent’anni la sua ricerca attraversa scrittura, fotografia, viaggio e audiovisivo, indagando le relazioni tra esperienza, memoria, territorio e immagine. Ha sviluppato reportage e progetti in diversi contesti geografici, dal Libano alla Terra Santa, dai Balcani alla Transiberiana fino all’Altai mongolo. Parallelamente lavora sulla videopoesia e sulle contaminazioni tra parola, immagine e nuovi media, come autore e curatore in ambito nazionale e internazionale.

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