La manifestazione torinese ha esplorato la biodiversità attraverso prodotti, filiere e comunità, interrogando le relazioni che legano il cibo al lavoro, ai saperi e ai territori.
Rendere visibili questi legami ha rappresentato una delle ambizioni della manifestazione e ha fornito anche il criterio per valutarne gli esiti.
Con il tema “Biodiversity. Be diversity”, Slow Food ha proposto una lettura ampia della biodiversità: varietà biologica, ma anche pluralità di tecniche, economie, culture e modi di trasformare l’ambiente. L’invito è stato a guardare oltre le singole eccellenze, verso le condizioni che le rendono possibili. Ogni alimento rinvia infatti a risorse, competenze, forme di lavoro e pratiche attraverso le quali una comunità interviene sul proprio ambiente.

La manifestazione ha accostato differenti paesaggi alimentari, intesi come sistemi nei quali produzione, consumo, cultura e territorio assumono configurazioni specifiche. In questa prospettiva, la biodiversità non coincide con una collezione di specie o prodotti, né la diversità culturale con una somma di identità separate. La prima dipende dall’equilibrio fra ecosistemi e pratiche produttive; la seconda si rinnova attraverso la circolazione e la rielaborazione di conoscenze, tecniche e significati.

Il cibo lega così radicamento e movimento. Produzioni considerate tipiche derivano spesso da ingredienti e pratiche giunti da lontano e incorporati nel tempo. Le culture alimentari costruiscono appartenenze attraverso il contatto: alimenti e conoscenze viaggiano insieme alle persone, vengono adattati e inseriti in nuovi sistemi produttivi.
Il percorso Terre Connesse lo ha reso visibile seguendo la diffusione di riso, mais, caffè e carne attraverso continenti e secoli. La circolazione non cancella necessariamente le differenze; può generarne di nuove e contribuire alla formazione dei territori.

La circolazione globale produce anche squilibri. L’organizzazione di una coltura secondo il modello della monocoltura può accompagnarsi alla riduzione delle varietà, all’impoverimento degli ecosistemi e alla fragilità delle comunità produttrici.
Le filiere collegano luoghi lontani, ma distribuiscono in modo diseguale costi e benefici. Le scelte alimentari rimandano quindi alle condizioni di lavoro, all’uso del suolo e ai modelli produttivi che contribuiscono a sostenere.
A scala locale, alcune produzioni hanno mostrato che la conservazione della diversità dipende dalla continuità delle comunità e dalla trasmissione dei saperi. Il Montébore, formaggio delle valli dell’Appennino alessandrino recuperato dopo aver rischiato di scomparire, ne ha offerto un esempio.
La sua rinascita ha richiesto la ricostruzione delle tecniche di lavorazione e l’impegno di una comunità capace di trasmetterle; il prodotto lega oggi memoria locale, attività produttiva e competenze radicate nel territorio. Questioni analoghe sono emerse, con accenti diversi, da altri prodotti presenti al Salone.

Questa continuità non implica la conservazione immutata del passato. Come hanno osservato Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, pratiche e simboli vengono selezionati e rielaborati nel presente.
Un sapere alimentare continua a vivere nel rapporto fra memoria e trasformazione. La sua valorizzazione può sostenere forme di turismo legate alla conoscenza dei luoghi, purché le nuove funzioni economiche mantengano leggibile il rapporto con il territorio d’origine.
Raccontare questa complessità è uno dei compiti più difficili di una grande manifestazione, che presenta la varietà attraverso una selezione di prodotti, immagini e narrazioni. Terra Madre ha raggiunto questo obiettivo solo in parte.
Nei percorsi in cui il contesto è risultato riconoscibile, l’assaggio ha aperto uno sguardo sul lavoro, sull’ambiente e sulle comunità da cui nasce una produzione. Altrove, la densità delle proposte ha lasciato in secondo piano tali relazioni, facendo talvolta prevalere l’accostamento dei prodotti sulla loro contestualizzazione.
La presenza di molti prodotti e culture costituisce un’occasione d’incontro, ma non basta a renderne comprensibili le differenze.
Perché la varietà esposta diventi un racconto della biodiversità, occorre ricondurre ogni produzione al lavoro, ai saperi e alle condizioni ambientali e sociali che l’hanno resa possibile.
Produzioni e saperi radicano pratiche, modellano paesaggi e attribuiscono senso agli spazi; quando viaggiano, mettono in relazione comunità diverse e partecipano alla costruzione di nuovi territori.
È in questo passaggio dall’esposizione alla relazione che biodiversità e diversità culturale acquistano significato.
Per approfondire:
- Armando Montanari (a cura di), Food and Environment. Geographies of Taste. Home of Geography Publication Series, vol. 2, Società Geografica Italiana, Roma, 2002.
- Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di). L’invenzione della tradizione, Traduzione italiana di E. Basaglia, 2002. Einaudi, Torino.
Docente di ruolo di Geografia economica, geografo e ricercatore, mi occupo di trasformazioni territoriali, paesaggio e patrimonio culturale, con particolare attenzione ai rapporti tra spazio, memoria e società. Ho maturato esperienza editoriale come caporedattore del Bollettino della Società Geografica Italiana e sono autore di articoli scientifici, recensioni e contributi dedicati al territorio e alle sue rappresentazioni. I miei interessi comprendono la storia urbana, l’architettura letta nel contesto delle trasformazioni sociali e culturali, la cartografia critica, le digital humanities e le forme di valorizzazione e partecipazione legate al patrimonio.