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Carlo Mollino. Le sue Polaroid a Napoli

di Maria Savarese

Questo testo è a corredo di Polaroid di Carlo Mollino alla Fondazione Mannajuolo (lo spazio di Giuseppe Mannajuolo e Mario Pellegrino) Al Blu di Prussia (via Gaetano Filangieri, 42 – Napoli).

L’esposizione – in corso fino al 2 gennaio 2027 (orari: martedì-venerdì 10.30 – 13:00 e 16:00 – 20:00; sabato 10.30-13:00), e con un catalogo edito da artstudiopaparo – è realizzata per gentile concessione dall’Agenzia del Demanio, Fondo Carlo Mollino conservato al Politecnico di Torino, Sezione Archivi Biblioteca Gabetti. Maria Savarese che cura la mostra, ha condiviso il testo critico che segue.

Figura fra le più significative del ‘900 italiano, Carlo Mollino nasce a Torino il 6 maggio 1905 da Jolanda Testa ed Eugenio, ingegnere.

Architetto, arredatore, designer, fotografo, scrittore, maestro di sci, aviatore, pilota automobilistico, professore universitario, si laurea in Architettura nel 1931, formandosi presso lo studio del padre, dal quale apprende la meticolosa competenza costruttiva e compositiva, insieme alla passione per la montagna, per il disegno e per la fotografia.

Il giovane Mollino trascorre l’infanzia fra la casa in città, in via Goffredo Casalis e Villa Carisio, sulle colline torinesi, nella cui mansarda era stata allestita una camera oscura, dove inizia a sperimentare molto presto il linguaggio fotografico.

In questo periodo frequenta il Gruppo dei Sei, promosso dai critici Lionello Venturi ed Edoardo Persico e dal pittore Felice Casorati, di cui condivide il carattere internazionale, europeista ed anticonformista del secondo Futurismo.

Alla libera professione e ai molteplici interessi, Mollino affianca l’insegnamento al Politecnico, vincendo nel 1953 il concorso a professore ordinario, ottenendo la cattedra di Composizione Architettonica.

Nei primi anni di attività professionale, diverse sono le collaborazioni a progetti paterni, mentre al 1933-34, risale la sua prima opera architettonica, la sede della Federazione Fascista degli Agricoltori a Cuneo, a cui seguono, la Società Ippica Torinese (1936-1939) demolita nel 1960 e gli interni delle case Miller e Devalle (1938-1939), appartamenti da lui ampiamente fotografati, divenendo negli anni set di molti dei suoi più noti ritratti femminili.

In questo periodo si collocano i suoi esordi letterari con saggi di argomento architettonico – urbanistico, insieme a due romanzi incompiuti, di carattere autobiografico: Vita di Oberon, pubblicato a puntate nel 1933 su “Casabella”, e L’amante del Duca apparso su “Il Selvaggio” tra il 1934 e il 1936 in cinque puntate.

Se il decennio successivo lo vede impegnato nella realizzazione di case e appartamenti, di residenze di villeggiatura, di strutture ricettive, ambientazioni d’interni e singoli oggetti d’arredo, gli anni cinquanta sono segnati dalla morte paterna e da un conseguente momento di minore attività, durante il quale si dedica, ad esempio, alla progettazione e realizzazione nel 1955 dell’auto da corsa Bisiluro, con cui partecipa alla 24Ore di Le Mans.

Determinanti per la storia dell’architettura italiana sono stati alcuni suoi interventi architettonici, come l’Auditorium Rai di Torino (1950 – 53), il Palazzo degli Affari per la Camera di Commercio (1964-73) e il Teatro Regio (1965-73).

Carlo Mollino muore nel suo studio la mattina del 27 agosto 1973, per un’improvvisa crisi cardiaca.

Nell’ambito della sua poliedrica attività, la fotografia ha avuto sempre un ruolo privilegiato, utilizzata sia come autonomo mezzo espressivo, che come strumento di documentazione e archiviazione del proprio lavoro e quotidiano.

In più, grazie ad essa, è riuscito a realizzare “un obiettivo primario per qualsiasi personalità individualista e iperproduttiva come la sua: comporre la propria autobiografia” (F. Zanot, Carlo Mollino. Falso documento, in L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934 – 1973, Silvana Editoriale, Milano, 2018, p.7.) divenendone parte integrante.

Il suo approccio fortemente critico e teorico a questo linguaggio artistico lo porterà a pubblicare nel 1949 Il messaggio dalla Camera Oscura, fra i primi libri sistematici sulla fotografia editi in Italia, composto da 444 pagine, di cui 124 di testo, con 323 riproduzioni di 132 autori diversi.

“Su fogli fragili, tra una lavorazione e l’altra dell’effimera vita della carta di oggi, incontro fotografie, poesia concreta che mi trasporta nel regno dell’ineffabile tanto quanto un dipinto consacrato o un’altra forma d’arte canonica; queste fotografie sono “documenti personali” o fantasie di una quotidianità impossibile”. Carlo Mollino, Il messaggio dalla Camera Oscura, 1949.

Con questo volume, Mollino da una parte scardina i vecchi pregiudizi sulla meccanicità e presunta non artisticità della fotografia, inserendola accanto alle cosiddette arti principali, dall’altra, pone la questione della dicotomia fra oggettività e soggettività dell’operazione fotografica, rispetto a cui non c’è un’unica soluzione, ma la capacità degli autori di rimanere in equilibrio fra documentazione e interpretazione.

Il fine della ricerca fotografica per lui è sintetizzato in un unico vocabolo, ovvero trasfigurazione, che implica l’utilizzo di quest’arte come un dispositivo per la trasformazione della realtà o la creazione di una realtà alternativa.

Quella di Mollino è una fotografia senza presente, radicata nel passato, da quello dagli antichi egizi, alle avanguardie storiche, dalla statuaria greco – romana, al Barocco, al Rococò, all’Art Nouveau, ed al tempo stesso fortemente protesa verso il futuro, attraverso uno sperimentalismo continuo.

Prediligendo maestri come Man Ray, Manuel Alvarez Bravo, Eugène Brassaï, Moholy – Nagy, Edward Weston, Dorothea Lange, Pierre Molinier, Georges Hugnet, Leo Matiz, diversifica i soggetti, fra architettura, design, ritratto, lo sci, l’automobilismo, il volo ed il viaggio.

Fotografa in bianco e nero e a colori, su pellicole e diapositive, cimentandosi con tutti i formati e le macchine più note: Leica, Plaubel, Minox, Rolleiflex, Polaroid.

“E’ come se Mollino volesse avere con la fotografia un rapporto completo. L’obiettivo è quello di possederla integralmente” (Ivi, p.11) senza lasciarsi sfuggire nulla, in una costante ricerca della perfezione formale, per raggiungere la quale preme il pulsante di scatto a ripetizione, ricorrendo, all’occorrenza, al ritocco, sia sul negativo, che sulla stampa, stendendo impalpabili veli di colore per cancellare le imprecisioni.

Carlo Mollino firma la sua prima foto nel 1934, un’immagine trasformata in illustrazione per il suo romanzo L’amante del Duca; nell’aprile del 1937 Gio’ Ponti pubblica una delle sue fotografie come copertina di “Domus”.

E’ fra il 1934 ed il 1948 che si dedica ai suoi noti ritratti ambientati, in cui protagonista è la donna, attrice scenica, onirica e surreale, scultorea e cinematografica, fotografata all’interno di spazi da lui progettati, come Casa Miller e Casa Devalle.

Mollino controlla e prepara i set, scegliendo personalmente gli oggetti di scena – elementi simbolici, architettonici e surrealisti – così come gli abiti e le acconciature delle modelle, alla maniera dei servizi fotografici di moda dei fotografi d’avanguardia.

Nel 1939 decide di iscriversi anche alla Società Fotografica di Torino e diverse foto vengono pubblicate su riviste specialistiche.

Dai primi anni cinquanta, direziona la sua ricerca verso la fotografia erotica e di nudo. Anche in questo caso, la preparazione propedeutica allo scatto è molto curata: affitta appartamenti che ristruttura per adibirli a studi fotografici; acquista abbigliamento femminile alla moda, scarpe, calze, lingerie, guanti, parrucche, cappelli; sceglie personalmente le modelle, che non erano mai professioniste, bensì amiche, o reclutate per lo più nel mondo del balletto classico o dei locali notturni.

Utilizzando una Leica IIIb, e principalmente pellicole negative a colori, produce in questi anni centinaia di stampe, in cui spariscono completamente i precedenti set ambientati, per dare spazio a forme sinuose di corpi, pose sexy, volti, sguardi ammiccanti di donne e muse che incarnano alla perfezione i suoi gusti edonistici. Non firma mai nessuna di queste foto, né le espone, ma preferisce conservare le più belle in album che mostra solo a pochi amici.

A partire dal 1962 Mollino inizia ad utilizzare la Polaroid, di cui ama la resa di un’atmosfera intima, l’inimitabile qualità dei suoi colori caldi, quasi morbidi e vellutati, il cartoncino su cui viene montata la sottile pellicola. In circa dieci anni di lavoro, ne scatta oltre mille, ritoccandone all’occorrenza una piccola parte con l’ausilio di un pennello finissimo per le dimensioni ridotte.

Nelle Polaroid le modelle assumono un aspetto più realistico, ben lontano da quello idealizzato e raffinato degli anni ’50; vestite in pelle e plastica, oppure nude, ritratte in modo intrigante, mentre l’ambientazione e lo sfondo diventano quasi anonimi e neutri.

L’erotismo elegante e psicologico di queste fotografie è il risultato di una ricerca sul desiderio e sull’identità femminile che Mollino compie con stile e discrezione formale.

Le molte fotografie realizzate nel corso della sua vita vennero ritrovate all’indomani della sua morte in tre sue abitazioni.

Quelle nello studio di via Pamparato 9 furono portate alla Facoltà di Architettura, insieme ai disegni di progetto e ai documenti relativi alla sua attività professionale.

Non si sa nulla, invece, di ciò che fu rinvenuto in una piccola villa che possedeva sulle colline torinesi, Villa Zaira, dove produsse i suoi scatti dal 1962 fino alla morte, in particolare Polaroid. Probabilmente coloro che redissero l’inventario dei beni, preferirono per questioni morali buttarle via, considerata la prevalenza di nudi femminili.

Infine nell’appartamento segreto di via Napione, mai abitato da Mollino ed oggi Museo di Casa Mollino, grazie all’impegno di Fulvio e Napoleone Ferrari, fu rinvenuta nel 1984, proprio dal Ferrari, una scatola di scarpe che conteneva centinaia di Polaroid, insieme a diverse stampe degli anni trenta – quaranta.

Per questa mostra Al Blu di Prussia è stato selezionato un corpus di oltre 100 Polaroid provenienti dal suo archivio conservato al Politecnico.

L’allestimento delle fotografie, strutturato lungo le pareti della galleria in un’unica sequenza, rispecchia alcuni caratteri prevalenti della sua ricerca, come l’idea della ripetizione ossessiva e della serialità.

È stato più volte osservato che la fotografia per Mollino “è un’ossessione, che lui prende molto seriamente” (Spogliare Mollino: intervista a Paul Kooiker, in Ivi, p. 14) e la qualità dei suoi lavori è talmente alta da dimostrare innegabilmente quanto lui si dedicasse a tutte gli aspetti della ricerca artistica: da quelli tecnico – formali, alla scelta dei soggetti fino ai preparativi minuziosi che faceva prima di scattare.

Nelle Polaroid, approda ad un proprio gusto estremo, “quel gusto del boudoir” (Ivi, p.15) sempre elegante, una combinazione magica di abiti, sfondi, corpi nudi, luci, di una raffinatezza straordinaria. E il fatto che esse avessero una destinazione esclusivamente privata, rafforza ulteriormente questo carattere ossessivo della sua ricerca.

In ognuna di queste foto in mostra si percepisce chiaramente che c’è un grado molto elevato di studio e che ogni immagine non è stata concepita come singolo ritratto, ma come parte costitutiva di una serie, alla ricerca costante di un elegante e stimolante ideale di bellezza che, tuttavia, è consapevole di non riuscire a raggiungere mai perfettamente, continuando, così, a provare e riprovare.

In esse i corpi sono avvolti in un’aura di mistero, sospesi tra presenza e assenza, desiderio e contemplazione, perché nell’universo di Mollino la bellezza non è mai semplice estetica, bensì tensione e attesa.

Nella sala cinema della galleria è presentato per la prima volta a Napoli il film Mollino, con la regia di Chiara Crespi, prodotto da Basement HQ, che racconta, soprattutto attraverso straordinarie interviste, la sua carismatica ed innovativa figura nel panorama culturale dell’epoca.

immagine per Maria Savarese
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Napoletana, curatrice, storica dell'arte e organizzatrice culturale "con una passione per la fotografia”, è curatrice della Fondazione Mannajuolo al Blu di Prussia.

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