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Origini che ci abitano. Napoli, identità femminile e memoria ne L’amore molesto di Elena Ferrante

di Mariachiara Chietti

Un ritorno che riapre il passato
A volte tornare significa scoprire che il luogo da cui ci siamo allontanati non ha mai smesso di abitarci. È ciò che accade a Delia, quarantacinquenne che vive a Bologna e rientra a Napoli dopo la morte della madre, Amalia, ritrovata in mare in circostanze enigmatiche. Inizia così L’amore molesto, romanzo d’esordio di Elena Ferrante, pubblicato da Edizioni e/o nel 1992.

Delia cerca di ricostruire gli ultimi giorni di vita della madre, ma l’indagine prende presto un’altra direzione: le strade percorse, gli incontri e gli oggetti familiari fanno affiorare un’infanzia che non si lascia ricomporre in una storia lineare.

immagine frame dal film L'amore molesto (1995) diretto da Mario Martone, tratto dall'omonimo romanzo di Elena Ferrante.
frame dal film L’amore molesto (1995) diretto da Mario Martone, tratto dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante.

Napoli non accompagna semplicemente questa ricerca: la mette in moto. Nei luoghi della città Delia ritrova parole, sguardi e versioni di sé che credeva di avere lasciato indietro. La distanza costruita negli anni non basta più a proteggerla da ciò che ricorda, né da ciò che ha preferito non interrogare.

La domanda iniziale – che cosa è accaduto ad Amalia? – si intreccia allora con un’altra, più difficile: chi è diventata Delia, anche attraverso il tentativo di non somigliare alla madre?

Diventare donna, senza un modello già scritto
L’identità femminile è il nodo più profondo di questa vicenda. Delia non è presentata come un personaggio che conosce perfettamente se stesso e deve soltanto risolvere un mistero. È una donna adulta che scopre quanto il proprio modo di stare al mondo sia ancora legato all’infanzia, alla famiglia e alle immagini femminili che l’hanno accompagnata.

Amalia occupa uno spazio ingombrante nella memoria della figlia. La sua vitalità, il suo modo di vestirsi e di essere guardata non diventano soltanto caratteristiche personali: sono elementi attraverso cui Delia ha imparato a interpretare la femminilità, talvolta prendendone le distanze.

In questa opposizione c’è un paradosso: nel tentativo di non somigliare alla madre, Delia continua a definirsi attraverso di lei. La distinzione fra le due donne, che sembrava così netta, si rivela fragile proprio mentre la protagonista cerca di ricostruire il passato.

Il corpo, nel romanzo, è parte di questa domanda. Abiti, gesti, sguardi e sensazioni non sono semplici dettagli descrittivi: sono il linguaggio materiale attraverso cui emerge ciò che Delia non sa ancora dire.

Anche gli indumenti di Amalia, e l’attenzione che suscitano, obbligano la figlia a confrontarsi con una figura femminile che aveva cercato di ridurre a un’immagine familiare, senza riconoscerne fino in fondo l’autonomia.

Ferrante non conduce la protagonista verso una risposta ordinata: la costringe a misurarsi con il carattere instabile dei ricordi e con la distanza tra ciò che ha creduto e ciò che può finalmente riconoscere.

Quando una donna è sempre sotto esame
C’è un aspetto del romanzo che conserva una forza particolare: il giudizio rivolto alle donne, soprattutto quando riguarda il loro corpo e la loro libertà. Intorno ad Amalia si addensano sospetti, insinuazioni e interpretazioni dei suoi comportamenti.

Nella relazione con il marito, segnata dalla gelosia e dalla violenza, lo sguardo maschile non si limita a osservare: pretende di stabilire che cosa sia consentito, rispettabile, credibile.

È una dinamica che Ferrante non presenta attraverso un discorso teorico. La fa entrare nella vita quotidiana, nelle reazioni dei personaggi, nelle parole che trasformano la presenza di una donna in qualcosa da controllare.

La gelosia del padre di Delia non è soltanto un tratto caratteriale: dentro la famiglia diventa una forma di potere, capace di condizionare ciò che si può dire, guardare o credere. Il romanzo mostra inoltre un passaggio più sottile e doloroso: lo sguardo sospettoso degli adulti può essere assorbito da una bambina, fino a modificare il modo in cui interpreta la propria madre.

Il punto, allora, non è sostenere che ogni donna viva la stessa esperienza. È riconoscere una domanda che il romanzo continua a rivolgerci: perché il comportamento femminile viene così spesso valutato prima ancora di essere compreso? E quanto pesa, nella costruzione di sé, il timore di essere definite dagli altri?

In questo senso, la storia di Delia non riguarda soltanto un conflitto privato: riguarda anche il modo in cui una società consegna alle figlie le proprie idee sulle donne, prima ancora che esse possano scegliere se accettarle.

Napoli, tra ostacoli e nuove possibilità
La Napoli di L’amore molesto è inseparabile dalle tensioni sociali e familiari che attraversano la storia. La città non causa da sola la violenza né può essere ridotta a un simbolo di arretratezza: sarebbe un modo ingiusto, e poco letterario, di leggerla.

Ferrante mette in scena un ambiente concreto, nel quale le relazioni, le disuguaglianze e i codici sociali incidono sulla libertà delle persone. Per Delia, attraversare Napoli significa tornare nei luoghi in cui quelle regole sono diventate esperienza personale. La città non è un fondale neutro, ma neppure una condanna immutabile: è lo spazio nel quale i ricordi prendono corpo e chiedono di essere riletti.

Il passaggio dalla Napoli narrata alla Napoli di oggi richiede cautela: un romanzo del 1992 non può essere letto come una fotografia del presente. Eppure la questione della libertà femminile continua a riguardare anche le condizioni materiali dell’autonomia.

Secondo l’ISTAT, nel 2024 il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 64 anni in Italia era del 60,1%, a fronte dell’80,1% degli uomini. È un dato nazionale, non napoletano, e non misura da solo l’esperienza delle donne; segnala però che le possibilità di scegliere la propria vita non dipendono esclusivamente dalla volontà individuale.

Sarebbe altrettanto riduttivo immaginare Napoli come una città immobile. Iniziative pubbliche e culturali, come la rassegna comunale Marzo Donna 2026, testimoniano la presenza di spazi di confronto sull’autodeterminazione, sul lavoro e sulla partecipazione femminile.

Non cancellano le disuguaglianze, né autorizzano facili racconti di rinascita: ricordano piuttosto che la città è attraversata da voci differenti e da trasformazioni ancora in corso.

È in questa tensione, più che in un confronto diretto tra passato e presente, che Ferrante continua a parlarci. Il suo romanzo invita a osservare come un ambiente possa contribuire a formare le immagini attraverso cui una donna guarda se stessa; la Napoli contemporanea ci chiede, invece, quali possibilità esistano per discuterle, cambiarle e raccontarsi senza subirle.

Il ricordo non è una registrazione
Verso il finale, la ricerca di Delia si avvicina al nucleo più doloroso del romanzo: un’esperienza traumatica dell’infanzia e il modo in cui è stata raccontata, trasformata e tenuta a distanza. Il racconto procede attraverso ricordi intermittenti, omissioni e ricostruzioni che non coincidono subito con la verità.

Delia deve interrogare non soltanto ciò che ricorda, ma anche la versione degli eventi che ha costruito da bambina. Ferrante sposta così l’attenzione dalla domanda «che cosa è successo ad Amalia?» a una domanda più inquietante: «che cosa ho potuto comprendere, allora, di ciò che accadeva a me?».

Il tema può interrogare anche chi si occupa di educazione. Un bambino non dispone sempre delle parole o degli strumenti emotivi necessari per comprendere un’esperienza dolorosa; può affidarsi a silenzi, paure e spiegazioni parziali. Questo non significa trasformare il romanzo in una diagnosi clinica o sostenere che ogni ricordo tardivo restituisca una verità incontestabile: la memoria è ricostruttiva, e la ricerca psicologica invita alla prudenza quando si parla di ricordi rimossi e recuperati.

La forza letteraria di Ferrante sta nel rendere percepibile lo scarto tra ciò che si vive e ciò che, soltanto più tardi, si riesce a raccontare.

Da una prospettiva pedagogica, il romanzo suggerisce allora l’importanza dell’ascolto e di contesti nei quali l’infanzia non sia costretta a dare da sola un nome alle proprie ferite.

Non è una lezione impartita da Ferrante, né una soluzione facile alla sofferenza di Delia.

È una domanda che il lettore può portare fuori dal libro: quante volte chiediamo ai bambini di spiegarsi, prima di aver creato le condizioni perché possano farlo?

Restare, partire o tornare?
Si può lasciare una città senza portarne con sé una parte?

È una domanda che attraversa L’amore molesto, anche quando non viene formulata esplicitamente. Delia vive a Bologna, lontana da Napoli, eppure il ritorno nella città d’origine dimostra quanto la distanza geografica non coincida necessariamente con quella emotiva.

Napoli riemerge nei luoghi, nei gesti, nelle parole e soprattutto nei ricordi che Delia aveva cercato di tenere separati dalla propria vita adulta. Non è soltanto il luogo in cui si è consumata la sua infanzia: è anche lo spazio nel quale si sono formati i giudizi, le paure e le immagini femminili con cui ha imparato a confrontarsi.

Restare, partire o tornare, allora, non sono soltanto tre possibilità geografiche. Sono tre modi diversi di misurarsi con le proprie origini. Si può partire per cercare libertà, restare per costruirne una diversa, tornare per comprendere ciò che un tempo non si riusciva a nominare.

Ferrante non idealizza il ritorno e non presenta Napoli come un luogo al quale sia necessario appartenere a ogni costo. Mostra, piuttosto, quanto possa essere complesso distinguere ciò che una città ci ha imposto da ciò che, di quella stessa città, continua ad appartenerci.

La domanda che il romanzo consegna al presente non riguarda soltanto Delia: quanto delle nostre origini continua a definirci, anche quando scegliamo di vivere altrove?

Per Delia, tornare non significa recuperare intatto il passato, né riconciliarsi facilmente con esso. Significa imparare a guardarlo diversamente. E forse è questa la distanza più difficile da conquistare: non quella che ci separa dai luoghi, ma quella che ci permette di riconoscere, senza esserne prigionieri, le immagini che quei luoghi ci hanno lasciato.

Riferimenti bibliografici

  • Mariachiara Chietti, Donne e maternità ne L’isola di Arturo di Elsa Morante e L’amore molesto di Elena Ferrante, tesi magistrale in Filologia Moderna, Università degli Studi di Napoli Federico II, a.a. 2023/2024 (materiale di ricerca dell’autrice).
  • Elena Ferrante, L’amore molesto, Edizioni e/o, Roma, 1992.
  • Elena Ferrante, La frantumaglia, Edizioni e/o, Roma, 2012.
  • Lucia Cardone, «Rammemorarsi. L’amore molesto e il corpo della madre», Fata Morgana, n. 25, 2015.
  • American Psychological Association, «Questions and answers about memories of childhood abuse», 1995, https://www.apa.org/topics/trauma/memories
  • ISTAT, Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – Anno 2024, pubblicato nel 2025.
  • Comune di Napoli, «Marzo Donna 2026», programma delle iniziative culturali.
immagine per Mariachiara Chietti
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Docente di discipline letterarie con formazione in Lettere Moderne e Filologia Moderna. Si interessa di letteratura contemporanea, delle rappresentazioni dell’identità e del femminile. Del rapporto tra narrazione, territorio e innovazione nella didattica. Ha inoltre maturato una conoscenza del settore della danza attraverso un percorso personale di studio.

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