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55259/ENTER the world of Silvia Faieta

Forse sbarcate nottetempo da un vascello fantasma che solca gli spazi astrali o forse progettate in sonno da una talpa-stregone amico degli elfi, o forse prodotto della miniaturizzazione di colonie di scacchisti che abiteranno la settima dimensione nei ruggenti anni Trenta del prossimo secolo, le opere di Silvia Faieta in mostra presso il Centro Elsa Morante (in corso da 10 al 24 gennaio e prorogata fino al 4 febbraio) sono incanti trapiantati qui da un altro universo o da pieghe sconosciute del nostro, ma comunque ambienti in cui a ciascun amante dell’Arte vien voglia di entrare per giocarsi le proprie carte. In particolare ogni appassionato di Pop Surrealism non saprà trattenersi dall’immaginarsi protagonista di vagabondaggi e perlustrazioni dentro queste sculture, come se fosse un personaggio dell’Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll o una sparuta presenza in un labirinto meta-dimensionale sospeso tra sogno e realtà e carico di ascendenze pitto-grafico-fantastiche che vanno da De Chirico e Escher. Infatti, queste sculture di plastica, legno e carta sono piccole cittadelle, tutte bianco-nere, chiuse sotto cupole geodetiche come se fossero basi spaziali o bolle fantastiche dentro cui le guglie con le loro finestre, e le piramidi con le loro basi sfaccettate o decorate da disegni geometrici, attirano i giochi della fantasia e le elucubrazioni più bizzarre.

Le interpretazioni proliferano anche solo a gettare un occhio su questi scenari netti e dettagliati, ma di certo il senso riposto più esatto di queste creazioni va rintracciato nelle caratteristiche dell’autrice e nella sua logica altra. Così, la ricerca artistica di Silvia Faieta, nata a Latina nel 1978 ma operante a Roma, dove ha conseguito la Laurea Triennale presso la Facoltà di Ingegneria Elettronica, si sviluppa a partire dal suo amore per le scienze e dal fervore del suo interesse per la matematica, che si evolve verso la numerologia. L’artista è già nota in Italie e all’estero grazie ad esposizioni in cui concedeva a sguardi non iniziati le sue visioni realizzate con biro su carta, in cui le architetture inopinate brulicavano letteralmente di elementi a lei cari e ricorrenti come la scacchiera (simbolo di congiunzione geometrica degli opposti), il quadrato o il cubo (la materialità, il numero 4, che richiama appunto i 4 elementi del mondo fisico: aria, terra, fuoco, acqua), il triangolo e la piramide (il numero 3, simbolo dell’aspetto divino e mistico delle cose), il cerchio e la sfera, a volte, anche nei disegni, in forma di bolle trasparenti (figure che rappresentano la fusione degli opposti in un’immagine perfetta di completezza e armonia), le scale (come strumento metaforico per elevarsi al di sopra dei limiti del corpo), ma comparivano meno sistematicamente, in osservanza di chissà quale principio compositivo e/o sottili rispondenze matematiche, anche stilizzati corpi umani, orologi, punti interrogativi, finestre, spirali; ebbene, la Faieta negli ultimi anni ha strabordato dalla seconda alla terza dimensione, in cui i suoi scorci immaginari e fatati con tutte le simbologie correlate si sono dispiegati fornendo all’osservatore delle avventurose vie d’uscita da quella normalità ordinaria e disastrata che in nome dell’aderenza alla realtà ci calpesta spesso senza riguardo. Queste opere, parenti nobili e sognanti dei plastici architettonici, hanno ricevuto da subito un grande riscontro dalla critica che non poteva restare indifferente dinanzi a dei micro-cosmi di estremo rigore formale in cui la progettazione maniacale trova una precisa realizzazione, entrambe rispondenti ad una misteriosa logica da Master di un gioco di ruolo totalizzante ed ipnotico.

La mostra, a cura di Valeria Arnaldi e Mauro Tropeano, ed intitolata 55259/ENTER perché la cifra è proprio la traduzione numerologica della parola “Enter”, l’invito ad entrare, appunto, in questa costellazione di piccoli mondi esoterico-razionali, è la prima interamente scultorea dell’artista e riunisce tutti i lavori elaborati negli ultimi anni, ed in più diversi inediti.

Il Centro Culturale Elsa Morante, affascinante e modernissimo spazio consacrato alle avanguardie artistiche e agli artisti emergenti saluta così una sorta di secondo debutto della Faieta, che è riuscita ad approntare dunque nuovi mezzi e “codici” per esprimere il proprio universo creativo, che più che mai sembra espandersi dai confini dell’opera e risucchiare amichevolmente le proiezioni dell’immaginario del pubblico. Infatti l’incontro tra il linguaggio geometrico-matematico e l’evocazione di situazioni surreali rivela una volontà di costruire dei set predisposti per la narrazione di episodi immaginifici in cui l’in-telletto emotivo si smarrisce e si ritrova, compare e scompare dietro le svolte e dentro i volumi di prospettive sorprendenti, inscatolanti o dispiegate in cubi aperti, i cui titoli indirizzano alla scoperta di un senso sfuggente come la verità. Lo spettatore quindi di volta in volta dialogherà con l’alternarsi delle tessere bianco-nere dell’ideale mosaico, alla ricerca di una cadenza che possa rivelare aperture decisive o discernimenti definitivi.

Le opere di Silvia Faieta hanno ricevuto importanti premi e riconoscimenti, tra i quali Timbro d’Autore, Coppa Image e Art Golden Card. Dietro invito ha esposto presso varie strutture tra le quali la Galleria Forum Interart, il CNR, il Palazzo delle Esposizioni e Palazzo Barberini a Roma e alla Galleria La Carre d’Or di Parigi. Nel 2009 venne selezionata come giovane promessa dell’arte contemporanea per Avvertenze Generali, risultato che le è valso il diritto di esporre le sue opere presso i Mercati di Traiano a Roma. Nel dicembre del 2011 ha esposto per la prima volta le sue opere presso gli spazi del MACRO-La Pelanda in Roma, ma è nel 2013 che il suo lavoro ha acquistato tridimensionalità con il passaggio alla scultura e nel mese di febbraio, dopo aver creato la sua primissima opera in 3D, Il regno, composta di sfere sospese (anch’essa in mostra ora al CEM) presentò infatti presso gli spazi del MACRO la sua prima scultura davvero matura, dal titolo In ludo veritas, un omaggio al Cubo di Rubik che al contempo rappresentava anche una elaborata allegoria dell’interiorità della stessa artista, disvelabile aprendo diversi lucchetti in un disvelamento che, passando attraverso una fitta simbologia di estrazione classica, dall’Alfa e l’Omega indici di morte e rinascita spirituale, ai quadrati magici che ricordano Durer e la sua concezione di una memoria che è aperta solo agli eletti, sollecitava una (ri)scoperta dell’Io più profondo, che solo chi comprende grazie alle affinità con l’altro può attingere superando lo sbarramento degli opachi giochi di specchi, come spiega il testo critico acuto di Valeria Arnaldi. Ed il titolo poi si è rivelato profetico dal momento che, come afferma l’artista stessa:

“Giocando ho trovato la mia verità: la scultura sarebbe stata il mio nuovo strumento espressivo”.

È stata una sfida giocosa a se stessa, condotta in nome della sperimentazione.

Ora, questa grande personale, di cui è stata data notizia anche all’interno di un TG RAI regionale, si presenta come un vero e proprio regno arcano, un arcipelago di piccoli ed enigmatici luoghi dell’anima in cui l’intelletto si muove tra tessere e forme bianche e nere, come tra i due poli, sempre riproposti, della concretezza della materia e dell’astrazione dello spirito, e l’imprinting razionale e logico-matematico ricevuto dall’artista durante la sua formazione risulta caricato di significati esoterici che al di là della complicità interattiva richiesta al pubblico, a cui abbiamo fatto finora riferimento, solo lei può spie-gare nel dettaglio. Ab-biamo citato Escher come artista a cui queste opere così singolari possono essere ricondotte, ma va specificato che, interrogata al proposito, Silvia Faieta ha chiarito che l’influenza-cardine in tutto il suo lavoro è stata quella di Hieronymus Bosch, con:

“la sua visionarietà, le sue simbologie e la sua cura di ogni dettaglio”.

La bicromia bianco/nero, invece, può essere sì, anche ricollegata allo svizzero Escher, anch’egli tra gli artisti prediletti dalla Faieta, ma in lei assume il valore di una inesausta ricerca della conciliazione tra gli opposti, tra lo yin e lo yang:

“un’utopica aspirazione ad un mondo di perfezione ed armonia”.

D’altronde queste opere sono evidentemente figlie di una strutturazione ontologica e gnoseologica, con il loro movimento duale danno forma al pensiero, e la sottrazione del colore non fa altro che universalizzare il messaggio. Anche la dialettica micro-macro è presente, in questi lavori, nel senso che la forma dell’opera nasce a livello micro dalla prospettiva individuale dell’artista, mentre la dimensione macro è quella in cui l’osservatore proietta il tutto, immaginandosi percorrere queste stanze e tingendole del colore che gli è più congeniale mentre si lascia pervadere dal messaggio di tensione verso una utopica perfezione, verso un ambiente pacificato nel segno del bilanciamento delle forze.

La realizzazione dell’opera, per l’artista di Latina, nasce sempre dall’idea, intesa come messaggio da veicolare; poi da qui si passa alla fase della progettazione, in cui ogni dettaglio è studiato con cura come se fosse un’opera nell’opera; nel caso delle sculture, va posta particolare attenzione ai sistemi meccanici di apertura e chiusura, ove presenti, e ai materiali, mentre se si tratta di installazioni va preso in esame anche lo spazio in cui l’opera sarà situata ed i problemi di allestimento. Per quanto riguarda i materiali, soddisferà forse la curiosità di molti sapere che le sfere trasparenti sono acquistate dai negozi di ferramenta, le parti in legno e le teche sono costruite dall’artista e/o fatte tagliare da un artigiano, mentre le cupole vengono realizzate su ordinazione. Dato che le sculture sono composte in buona parte anche da modelli di carta, segnando ciò una linea di continuità con la precedente produzione bidimensionale della Faieta, ormai abbandonata in favore delle realizzazioni in 3D, l’artista ancora oggi pone grande attenzione al trattamento di questo materiale delicato a cui è particolarmente legata perché ideale a rappresentare la struttura (e la fragilità) dell’animo umano. Ogni parte delle sculture che ha a che fare simbolicamente con questa dimen-sione continua infatti ad essere visualizzato col ricorso alla carta. I tempi di realizzazione sono, ovviamente, piuttosto lunghi: tra progettazione e realizzazione materiale si va da un mese fino ad un anno di lavoro per le opere più grandi ed impegnative.

S’è detto, più sopra, che solo lei è in grado di spiegare nel dettaglio le rispondenze simboliche delle sue opere. Ecco dunque, in sintesi, cosa ci ha riferito riguardo ad una delle sue opere più ammirate, Struttura della passione: il termine struttura è dovuto al fatto che l’opera è una descrizione razionalizzata della passione; essa è basata al solito sul concetto di yin/yang, esplicitato nella scelta del bianco e del nero, non colori e marchio di fabbrica della Faieta. All’interno della struttura principale è custodita una piramide doppia che rappresenta un tao, non sferico come tradizione vuole, ma bi-piramidale a base quadrata, poiché il 4 rappresenta il reale, l’aspetto terreno della vita, qui non bilanciato da quello spirituale, e quindi simboleggiante un equilibrio ancora imperfetto. Le piramidi del tao però sono anche simbolo di immortalità e della passione fisica che si eleva e che si proietta verso il divino (presente nel 3 delle facciate triangolari della piramide). Sopra la piramide doppia è collocata una sfera che rappresenta lo yin/yang nella sua forma classica, circolare. In coppia questi due elementi (piramide e sfera) entrano in congiunzione con la parte prima descritta realizzando un’integrazione tra gli aspetti reale ed ideale delle passioni, elementi che peraltro non sono statici, ma in rotazione lungo un asse centrale, come una sorta di danza perenne che alimenta la passione stessa. La struttura esterna è, invece, tutta a base esagonale: due tronchi di piramide, un prisma e infine una piramide, uno sopra all’altra. Tutto codificato in base al numero 6, numero ambivalente perché raddoppiamento del divino 3 ma anche rischio di apertura al nuovo, all’illusione, al turbamento, e inoltre congiunzione di maschile e femminile, cioè di due triangoli composti a stella, uno con la punta verso l’alto, verso il divino, l’altro con la punta verso il basso, verso la Madre Terra e la sua fecondità. Sul prisma della struttura esterna sono invece presenti finestre aperte e chiuse, a ricordare che nel gioco della seduzione e della passione si può scegliere cosa rivelare e cosa celare, sia per quanto concerne gli aspetti materiali sia quelli spirituali, tanto che le finestre hanno forma quadrata in basso ma terminano con un vertice, sono a sesto acuto. Anima e corpo in un equilibrio, dunque, che è compiuto nella piramide bianca, pura, tutta aperta, posta sopra il prisma. Qui l’ideale è realizzato, tutto è perfetto e rivelato. La prova iniziatica richiesta dal 6 è stata superata e tutto è nella sua massima espressione: congiunzione e completamento nell’altro. L’intera struttura è contenuta in una perfetta sfera, perché l’intero processo, proprio perché rivelato, deve essere protetto per rimanere all’interno del canone di perfezione. Il piedistallo, invece, rappresenta la volontà di elevare il processo di ricerca del sé nell’altro, su un piano più alto, che non sia limitato solo alla dimen-sione fisica, e sia le sfere ovalizzate che compongono il piedistallo stesso, sia il puntale, sono lì ad indicare che il processo evolutivo è pur sempre in divenire, l’aspirazione all’ideale, alla perfezione, è una tensione continua.

Anche il percorso espressivo di Silvia Faieta continua ad essere in evoluzione: in un futuro ancora indefinito potrebbe passare dalle sculture ad installazioni site-specific a grandezza naturale, a dimensione umana, in scala 1:1 in modo da permettere agli spettatori un viaggio davvero immersivo all’interno delle sue costruzioni, una proiezione in scala reale di questi sogni. In attesa di questi sviluppi, ne sono in corso altri: alcuni scrittori hanno intrapreso con la Faieta un rapporto di collaborazione, alcuni da un anno, altri in tempi più recenti, che porterà a delle narrazioni davvero compiute, e sicuramente affascinanti, sullo sfondo dei fantastici mondi bianconeri dell’artista.

Nell’ambito della mostra viene presentato il video indipendente di Andrea Scavone Serie di Sogni, interpretazione rock ispirata all’Amleto di William Shakespeare. L’audacia dell’opera poggia sul rimando agli esperimenti cinematografici degli anni ’60 e ’70, ma il filmato vede come protagoniste sculture e disegni di Silvia Faieta, utilizzati per delineare l’universo onirico e l’animo tormentato del personaggio. Il progetto, preliminare allo sviluppo di un lungometraggio, già ha coinvolto diversi professionisti di cinema, teatro, arte ed è finalizzato ad ottenere i fondi necessari alla realizzazione dell’opera.

www.silviafaieta.carbonmade.com

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