Più Libri Più Liberi 2015. (Im)possibilità della memoria. I miei documenti del cileno Alejandro Zambra

I miei documenti, Cover
I miei documenti, Cover

Ha i lineamenti del ragazzo invecchiato troppo presto il cileno Alejandro Zambra. Le occhiaie di un assillo tormentoso, la luce nera dello sguardo costantemente rivolta all’interno di sé. Entra nella sala di Più Libri Più Liberi, per la presentazione della sua antologia di racconti I miei documenti (Sellerio), senza teatralità, sfilando lungo la parete quasi un po’ a disagio. Mentre prende posto davanti all’uditorio si vede che cerca di rimpicciolirsi, forse di svanire. Ma non è timidezza – lo capiamo subito. Sta lasciando il posto alle parole, alla scrittura, alla pagina.

Classe ’75; concepito, nato e cresciuto in piena dittatura. Poi l’adolescenza degli anni Novanta, e la falsa democrazia di un Cile che ha abbracciato solo l’apparenza – dove il passato si camuffa, i mostri sopravvivono sotto altre maschere di Stato: Pinochet saldo al comando delle forze armate. Ecco: Zambra è il testimone di quella «infancia amarga», l’angustia che lo marchia è la necessità di dare corpo e forma a un qualcosa di suo e non suo. Perché la memoria del regime, dei soprusi, dei desaparecidos, ha plasmato la sua generazione, sì, ma non le è mai appartenuta veramente. È la coscienza dei padri, non dei figli.

Così, in undici racconti che prediligono il registro del diario – e un minimalismo scrupoloso, asciutto –, Alejandro Zambra tenta di dar voce a quella smania, alla ricerca ossessiva della verità solo sfiorata, forse solo intuita. Come succede ai bambini, e ai ricordi dei bambini sempre in bilico tra nitidezza e evanescenza: «Oltre alle marce della scuola, anche di pomeriggio, a casa, continuavo a sentire suoni marziali, perché noi abitavamo dietro lo stadio Santiago Bueras, dove i bambini di altre scuole andavano a esercitarsi (…). Quindi ascoltavo marce militari tutto il giorno, si può dire che quella è stata la musica della mia infanzia».

È un passaggio del primo racconto de I miei documenti (e quello che dà il titolo al libro). Un’antologia – come ha fatto notare lo scrittore Francesco Pacifico, al fianco dell’autore nella presentazione – segnata da «Pinochet e orgasmi», ma che è molto, molto di più. Nella quale, a leggere – o forse soprattutto a rileggere – con attenzione Zambra, l’orrore e la meraviglia, lo straniamento e l’inadeguatezza incombono come scimmie, tenacissime, sulle spalle dei personaggi. Questi sono genitori insufficienti, padri abusatori; ragazzi cresciuti loro malgrado, per necessità; coppie in crisi; scrittori sudamericani cui è commissionata una storia “sudamericana” (il protagonista – si badi al titolo – di Ritratto a memoria); e cileni, certo, perduti in Messico, in Belgio, e ovviamente in Cile. Tutte figure vaganti in un quotidiano dolorosamente normale – insieme cileno, sudamericano e universale –, a volte consapevoli di dare la caccia alla realtà, a volte solo abitate da quell’inquietudine indistinta, ma che pure giustifica ogni singola esistenza.

Però la grande battaglia, quella decisiva – lo scrittore stesso si affretta a confessarlo –, impone un passaggio successivo. Per Zambra lo scontro finale si combatte su un tessuto labile, sfuggente, spesso illusorio: il piano sul quale si oppongono la descrizione del vero e la finzione. La pagina – semplicemente la pagina.

Ma di semplice non c’è nulla, la scrittura (e qui, chissà, si svela quella luce nera, introiettata, del suo sguardo) è costante destrutturazione, e del testo e del personaggio. E in ultimo i documenti che l’autore stimerà davvero degni – pochi, e brevi (la brevità è un’altra lezione di Zambra) – riusciranno solo a suggerire. Dubbi, domande: lo scrittore non ha il diritto di dare risposte: di indicare strade, magari possibilità.

Alejandro Zambra è ancora poco noto in Italia. Mis documentos, oggi molto ben tradotto per Sellerio da Maria Nicola, è stato preceduto dai romanzi Bonsai (Neri Pozza) e Modi di tornare a casa (Mondadori). Negli Usa già lo esaltano – e forse (azzardiamo) più per un suo “minimalismo” alla Dave Eggers che per lo spessore della sua riflessione stilistica. La dimensione del racconto, purtroppo assai poco praticata – e valorizzata – qui da noi, riesce a restituire quello che per il cileno è senza dubbio un work in progress, e una cura che ne contraddistingue il lavoro creativo in ogni suo momento. Non cessa di interrogarsi, Zambra, sulla legittimità del dolore, sull’inganno della scrittura, sul problema morale della rappresentazione della realtà. Sul come – e anche perché – «hacer memoria».

Così si è mostrato Alejandro Zambra: uno scrigno pieno di tensioni da risolvere, o più probabilmente insolubili. Animato dal travaglio serio, difficile, di chi intravede nell’esercizio dello scrivere la via maestra per decifrare il vero. O che ne fa addirittura una professione di fede («Non ebbi mai, in ogni caso, quei rovelli razionali sull’esistenza di Dio, forse perché poi incominciai a credere, in modo ingenuo, intenso e assoluto, nella letteratura», dice ancora l’io narrante del primo racconto).

Dall’America Latina – dalle molte braci sotto le sue ceneri – dobbiamo continuare ad imparare. Un’insegnamento di modestia, profondità, sperimentazione della letteratura. Sperimentazione. Una parola che i nostri “salotti” e il “mercato” editoriale hanno svuotato di significato.

Stefano Valente

Stefano Valente

Glottologo e lusitanista, studioso delle lingue e letterature ibero-romanze e blogger, Stefano Valente è anche illustratore e comic artist/writer. Scrivere è però la sua "fatica" irrinunciabile. Tradotto anche all'estero, nei suoi romanzi ama incrociare i più diversi generi letterari con una narrazione colta, attenta ai vari livelli di linguaggio - per «addomesticare un animale indomabile: la Meraviglia». 
Il suo titolo più recente è il thriller esoterico La Serpe e il Mirto (1978), appena uscito in nuova edizione. 
Nel poco tempo "libero" si dedica alla diffusione della narrativa breve e della microficción iberica e latino-americana curandone la traduzione nel blog Il Sogno del Minotauro (http://sognodelminotauro.blogspot.com)



1 commento

clicca qui per inviare un commento

  • Sono d’accordo, dall’America Latina dobbiamo continuare ad imparare.
    Giusto l’altro anno a Più Libri Più Liberi, in un convegno sui rapporti tra le nostre letterature, riuscii a enucleare una frase che lo conferma: “Ascolta, dagli anni ’30 c’è tanta letteratura e premi Nobel latino americani, che li puoi sentire”.