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Rome a room, per Andrea Campesi

Quando ormai qualcuno dice che vede, o magari solo vuole, il cielo in una stanza, capiamo che la citazione è talmente abusata che chi l’ha fatta dev’essere evidentemente soggiogato da una superproduzione di ormoni sentimentali di tipo poetico e delicato, e lo lasciamo perdere perché vogliamo sforzarci di pensare che “poverino, non è magari colpa sua”. Però si perde molto. Infatti le dimensioni del reale e le pieghe e le piaghe anche e soprattutto dell’amore assumono colorazioni a volte poco definibili e si presentano in sostanze che vanno dal morbido al duro e al putrescente, e per renderle più incisive, poi, c’è pure chi se le raffigura in bianco e nero.

Ma tutto questo, che non è esattamente trasparente come il cielo, ci entra in una stanza? Andrea Campesi, giovane fotografo impegnato in una mostra ad Interzone, al Pigneto, implicitamente risponde che non è che quella “roba” debba entrare in una stanza, è proprio che Roma, per come l’ha vissuta lui in un certo periodo, non è mai uscita di lì, è rimasta un alveo mitico, una cornice sghemba, più pensata che reale, più mentale che in rovina come in questa infinita fase di grotteschi assestamenti in Campidoglio, in definitiva compressa come una spugna imbevuta di sguardo, nell’intimità irriducibile della stanza. In quella stanza dove comunemente ci si lascia dietro e fuori il mondo, quando si fa l’amore, ma dove quel mondo poi lo si richiama per farne strane miscele. L’artista ha dichiarato: “La mia è un’esigenza, una ricerca continua, un istinto di sopravvivenza. Non è un percorso lineare, non è perfetto, è un percorso emozionale, non è finito. È una rivoluzione interiore…” Ma nessuno lo chiede, il percorso lineare, il progresso insieme alla scienza hanno abdicato a questo compito, ed è tutto dire; oggi pensiamo alla pasta del cosmo come ad una sinfonia di curvature e stringhe, figuriamoci come possiamo disporci in merito alla sfera personale. C’è l’urgenza che la fa da padrona, è questa l’esigenza da soddisfare, e va accompagnata da questa dialettica tra il voler e il non voler dire, talmente radicata che diventa un non POTER dire se non con queste immagini che permettono di rincorrersi per salvarsi la vita in qualcosa di fantasmatico e tangibile insieme.

La vita, infatti, va salvata non solo dai proditori agguati, ma anche dalle vane dispersioni, dal rischio di farla scorrere a testa bassa, puntati su qualche obiettivo poco serio, senza rilevare l’intensità dei singoli passaggi, quelli che invece, a rimirarli, fanno piangere e portano a sussurrare a sé stessi, quasi ipnotizzati: “Non so di cos’è fatto tutto questo, ma per me è questo il reale, è di questo che ho bisogno”. “Rome a room” è dunque una città che entra in una stanza, e riesce e rientra, quando l’intimo del corpo la chiama, quando le chiede di aiutaro a riempire le pieghe delle pareti e le diagonali d’ombra sulle facciate, e poi anche nei volti macinati ognuno a suo modo dall’ansia di capire per vivere o viceversa, e poi giù a capofitto nella pelle e nelle sue pulsazioni microscopiche, nella sua materialità sudata su cui imprimere polpastrelli vogliosi, fino agli spazi aperti dove la tensione si disperde o più probabilmente diventa Altro.

Roma a room è svelare, senza farne pesare troppo la fatica, grazie alla naturalezza del fotografo, dall’intimo della propria vita che si pretende che non sia mai più incomunicabile, al circostante che pure si racconta, illustra le circostanze del suo essere significativo ma sempre un po’ estraniante scenario, e questo indipendentemente dal fatto che si ponga come una strada, una luce, una figura, un riflesso. È tutto accaduto, in qualche modo e in qualche senso, e ce lo portiamo dentro, sia nella stanza sia nella stanza più piccola, ma in realtà potenzialmente e psichicamente infinita, che è la nostra mente. “Svelare – è scritto nel comunicato stampa – è la forza del sentimento che lo anima”, ma a chi si riferisce il pronome “lo”? È la traccia semiologica di ciò che dicevamo prima: risulta inevitabilmente di non POTER dire questo movimento biunivoco, interattivo, tra noi e l’universo delle parvenze che percepiamo con i nostri illusori sensi, perciò l’unica maniera per esprimerne l’impeto è quella di far riferimento alla stessa incontenibile esigenza che muove quello svelare. È ad esso che si riferisce il “lo”, è a quella volontà di svelare che trascende il fotografo e lo sospinge a farsi eternauta dell’anima ed archivista del nostro – del suo – caleidoscopico Sogno ad occhi aperti. Il fotografo, per missione molto più che le persone normali, si fa invadere dalle sensazioni esterne e le vive con una malinconia estrema e belluina che lo porta con tenerezza mista a voracità a conservare le commoventi spoglie del meraviglioso e spaventevole Flusso, però questa mosta, come e più di altre ospitate alla galleria Interzone, pone l’accento sul fatto incontrovertibile – ma qui accentuato – che il fotografo Campesi è anche profondamente “corpo”, e lo sa e si agita in prese sfuggenti tra questa consapevolezza e quella dell’inafferrabilità delle essenze che lo circondano, analogamente a quanto accade in quei momenti in cui il corpo entra nel corpo, ma anche in quei momenti, meno rari, in cui il corpo entra nel corpo della città per immagazzinarlo come si fa con lo smog o con i chewing gum attaccati sotto le suole e riversarselo poi addosso anche dopo, come una costellazione di allucinazioni d’affezione, quando è di nuovo nella sua Stanza.

ven 9/9/2016 19:19

Lui, Andrea Campesi, non ama molto le classificazioni, piuttosto ha il desiderio ed il piacere di “incontrare persone, ascoltare le loro storie, comunicare con loro, e in definitiva lasciarsi prendere dalla bellezza dell’umanità”.  Andrea emerge dalle sue foto e dalle sue dichiarazioni come una persona “vera”, ma quando rivela che ciò che lo spinge non è una idea precisa ma una tensione, un desiderio (da sempre molla esistenziale fondamentale per l’umanità) che progressivamente si definisce meglio e che lo porta intanto a “sentirsi più vicino alla gente, a sentirsi parte più integrante di questo mondo” lascia intuire anche le difficoltà, di cui ognuno di noi in misura diversa fa esperienza, createci dall’opacità del mondo, dalla resistenza che esso e anche i suoi abitanti possono opporre ad un tentativo di entrare in contatto con gli stati più profondi e positivi. Il lavoro esposto alla galleria Interzone fa parte, mi informa l’artista – di una ricerca più ampia. La sua attenzione è stata risucchiata da Roma, per anni, semplicemente perché in questa città, per anni appunto, ci ha vissuto e l’ha amata ricevendone in cambio la conoscenza di colei che per otto anni è stata la sua compagna di vita. Ma è anche la città in cui è scomparso il suo papà… Insomma, “non un semplice luogo di passaggio… non voleva essere e non è un lavoro sulla città… Roma era semplicemente lo scenario da dove attingere…”

Ed è da Roma che proviene, dunque, lo scatto “rubato” e street di un’umanità non felicissima ma dignitosa nella sua ordinarietà, che sfila controluce, davanti al raggio crepuscolare d’un sole lontano, lungo la curva d’un marciapiede cittadino, forse nei pressi di qualche stazione. Sempre da Roma, o meglio da una delle “stanze” mentali e fisiche che Campesi cli ha dedicato, viene l’immagine di un ragazzo che tiene la sua compagna sulle ginocchia (con un gatto maculato che sguscia tra il loro piedi) imponendo a lei un sensuale casquet in fuseaux e reggiseno, con il bacio, forse sul decolletèe, che porta la testa della ragazza a sparire dall’inquadratura e le sue braccia a reggersi a lui con un’abbandono controllato dalla fiducia e dalla complicità, mentre la luce conferisce un’ulteriore percentuale di “corpo” alle figure. Nel catalogo questa foto è accostata ad un’altra, in un dittico di grandissimo effetto: la seconda immagine è il primissimo piano, grinzoso, di… un manifesto ritraente un uomo con barba e baffi e dai grandi occhi fissi che sembrano ammonire, o guardare con severità chi ammonisce, e che si pone in qualche relazione voyeristica o allarmata con la foto dei due amanti. Particolare e in qualche modo filmica risulta la foto con la grande tessitura rappresentata dal canneto selvatico in cui il fulcro inaspettato, anche percettivamente di una diversa sostanza, un uomo in impermeabile, va a “ficcare il naso” in quella sorta di mega-tendina naturale, come se cercasse un cadavere che la sera prima si trovava lì (ricordate senz’altro “Blow up” di Antonioni) oppure come se dovesse abbozzare un’indagine etnografica sui senzatetto che si stanziano negli hinterland della capitale e che possono sempre lasciare qualche traccia preziosa del loro passaggio, qualche feticcio di una storia non borghese.

Ottimo anche, ancora nel catalogo, l’accoppiamento di due foto: una è stata scattata in un autobus, con graffito a graffio sul finestrino con vista su parte delle vestigia millenarie dellla metropoli più pigra del mondo, ed un tizio, che si vede a metà, appoggiato in modo forse indolente all’opportunità offerta dai mezzi pubblici di farsi un giro turistico sbadigliando anche per la fame; l’altra è il busto di una ragazza, nuda, col volto dai lineamenti particolari e gli occhi ipnotici ed ipnotizzati, in qualche modo seducente, incorniciata tutta, e in parte ricoperta a rivoli, dai suoi lunghi e abbondanti capelli, che lei tiene in parte su con le mani intrecciate in alto, sopra alla testa, in una posa che allo stesso modo intreccia il genere wild, quello fashion e quello trance. A naso, appartiene ad un altro genere lo scatto che immortala la panterona, non slanciatissima, per la verità, ma ispiratrice perciò di una vaga quota di tenerezza, che se ne sta, in un due pezzi, a quattro zampe sul letto con copertina zebrata ma sfoderando uno sguardo provocatore appena un po’ titubante sotto la massa di capelli tagliati alla nuca e afro, esibendo anche i suoi molteplici tatuaggi, tra cui quello di uno Joker, all’incirca al lato del ginocchio sinistro: è una tipa che… parla poco o le dà noia rifare il letto? Lasciano interrogativi più di peso i due scatti trovati appaiati più oltre: una veduta presa da dentro un luogo non bene identificato, ma con un’ampia finestra, quasi all’altezza della strada, sul cui ampio marciapiede transitano varie silhouette perse tra i fatti loro, ma tra le quali colpisce l’ombra di qualcuno in posizione frontale che porta la mano sinistra alla testa: chi è? Vuole far finta di spararsi, si gratta la barba o osserva tutti come se fosse lui il fotografo? A proposito, nella foto accanto, nel catalogo, c’è quello che al 90% è un autoritratto di Campesi in una stanza disadorna, in penombra, con lo sguardo assorto, a torso nudo, senza nessun infingimento ma con – forse – diversi pensieri per la testa tra cui quello non di mostrarsi nudo e crudo, ma di essere.

Più specificamente romana è la foto in campo lungo, ma un po’ schiacciata dall’alto, che mostra due persone in piedi su un’ampia porzione di lastricato stradale antico – ma non si tratta proprio di sanpietrini – mentre più vicino al fotografo, su un piano più ravvicinato, si osservano dei massi scuri che contrastano col lastricato che appare invece chiaro, e che derivano forse dal parziale crollo di qualche muraglione storico. A sinistra, il tombino e la pozzanghera sembrano commentare, con un po’ di scoramento, che “In questa città anche quello che è più nuovo è vecchio”. E se è antico, può anche essere trattato male. A me personalmente, disperatamente intriso di alienazione metropolitana, parla con un linguaggio diretto la fabbrica, o il cantiere di una fabbrica, fotografata nel buio con il lucore abbagliante di qualche faro spettrale che rivela anche una graffiatura curva su un vetro o plastica posto davanti all’obiettivo e dei puntini di nitrato d’argento; questa visione industrial è senz’altro parte degli angoli più infestati dell’interiorità dell’artista. Viceversa, ci riconcilia con una Roma più primaverile anche nell’attitudine la foto della coppia sdraiata nella posizione del missionario su un prato fiorito di margherite e sotto ad alberi mediamente frondosi, in uno scatto che dà vagamente un’impressione puntinista e vivace, pur nella non floridissima condizione di certi parchi urbani. E così dicasi per la foto sulle ragazzotte che si concedono, in bikini, ad una festa a base di schiuma, presumibilmente a Ferragosto. Ultime due citazioni: l’extracomunitario che sta attraversando la strada ed è colto al volo, con un taglio molto free dell’inquadratura, mentre, voltandosi all’indietro durante il passo, quasi si fa investire dal tram, incurante di tutto in virtù del suo maglione a righe non certo di Benetton, portato sotto ad una giacca da opinionista africano, mentre il sole in declino gli fa cadere addosso le ombre tra le ombre degli altri passanti occasionali, in un dinamismo fuori campo che resiste ad una generale depressione in agguato. E poi – altra foto – le finestre, piccole, con le serrande calate a metà o con pochi panni stesi, sulla fiancata di un palazzo che ha la parte inferiore con copertura in travertino, e le cui scansioni fotografiche geometriche o ritrmiche non eludono né i tags di graffitisti senza pretese né la presenza coscienziosa e low profile di un’inclinazione a stare coi piedi per terra e a guardare la realtà anche mentre si vive, occupazione che ci si aspetta sempre proietti verso altro.

Roma era uno scenario da dove attingere vivendo… È per motivi consimili, legati senz’altro all’intimità, ad un moto erratico che è spirituale, emozionale prima che banalmente fisico, che ora Andrea è a Palermo, e ci dice di non conoscerne il motivo preciso ma di aver voluto seguire ancora una volta un suo desiderio, quello di staccarsi da Roma e “vivere una realtà che al momento sento più vicina”. Cosa chiedere di più ad un fotografo che lascia esprimere in così stretta simbiosi la macchina col suo cuore? Le eventuali rivelazioni ci verranno da quello che passerà dal suo occhio, ma quello che si può anticipare è che il suo prossimo progetto non sarà “un lavoro su Palermo, né sulla Sicilia”. Gli stati d’animo non devono essere solo un focherello che non s’attizza sotto la pioggia, né qualcosa che divampa incendiando la casa e gli edifici vicini, ma qualcosa che scaldi e che fornisca la luce sufficiente per cogliere distintamente la propria visione e magari fotografarla mentre si dispiega. Possiamo aspettarci dunque dal prossimo lavoro di Andrea Campesi un “discorso” fotografico più ampio di uno connesso solo ad un luogo, ma magari qualcosa che è collegato alla mostra ad Interzone, ma non un sequel, bensì una proposta che va in espansione, “qualcosa che ha a che fare con la bellezza della vita, in tutte le sue forme”.

dom 30/10/2016 1:59, 2:33

 

 

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